Stupida vacca - capitolo 6

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Il messaggio di Stefano arrivò due giorni dopo la serata in casa loro.
Sabato sera. Cena da me. Tu e tuo marito. Ore 20:30. Vestiti in modo decente. Niente di volgare. Voglio che lui si senta subito fuori posto. Tu stai attenta a tutto: la casa, come parlo, chi c’è con me. E soprattutto stai attenta a lei.
Serena lesse l’ultima frase più volte.
Lei.
Non chiese chi fosse. Rispose solo:
Sì, Stefano.

La casa di Stefano era al terzo piano di uno stabile d’epoca, in una zona che né Serena né il marito frequentavano. Quando il marito parcheggiò, borbottò:
«Porca puttana, quanti soldi che tirano ‘sti qua.»
Serena non rispose. Aveva indossato un vestito scuro semplice, il più decente che aveva. Si sentiva già sbagliata.
Aprì Stefano. Camicia chiara, maniche rimboccate, barba perfetta. Dietro di lui si intravedeva un salotto grande, illuminato con luce calda, pareti piene di quadri e scaffali di libri.
«Benvenuti» disse con quel sorriso calmo che non arrivava mai del tutto agli occhi. «Accomodatevi.»
Il marito entrò per primo, un po’ troppo chiassoso nel salutare. Serena lo seguì e si fermò quasi subito.
La casa odorava di legno, di libri e di qualcosa di pulito e costoso. C’era musica bassa, un jazz antico. Tutto era in ordine senza essere freddo. E sul divano, con le gambe incrociate, c’era una ragazza.
Doveva avere poco più di venticinque anni. Capelli rossi lunghi e mossi che le cadevano sulle spalle e sul seno, pelle chiara quasi trasparente, occhi verdi chiari e limpidissimi. Magra, ma con curve precise e femminili sotto un vestito nero sobrio che le segnava il corpo senza volgarità. Viso pulito, lineamenti delicati, portamento dritto. Teneva un bicchiere di vino in mano e alzò appena lo sguardo quando entrarono, sorridendo con educazione.
«Questa è Isabella» disse Stefano. «Una cara amica. Isabella, loro sono i vicini di cui ti parlavo.»
Isabella si alzò e porse la mano prima al marito, poi a Serena. La sua mano era fredda, leggera, curata. Quando strinse quella di Serena, gli occhi verdi fecero un rapido viaggio sul suo corpo: il seno abbondante, i fianchi, il vestito un po’ tirato. Non c’era disprezzo esplicito. C’era solo la distanza naturale di chi sta su un altro piano.
Serena sentì qualcosa di acido chiudersi in gola.
Il marito, invece, si allargò subito.
«Piacere, bella! Cazzo, Stefano, ma dove le trovi ‘ste fighe?»
La battuta cadde pesante. Isabella sorrise per educazione. Stefano non sorrise affatto. Si limitò a dire, con tono leggero:
«Isabella ha un dottorato in storia dell’arte. Sta lavorando a una mostra importante.»
Il marito restò un attimo zitto, poi annuì come se avesse capito.
«Ah, figata. Io di arte non ci capisco un cazzo, ma le robe belle le riconosco, eh.»
E strizzò l’occhio a Isabella.
Serena abbassò gli occhi. Per la prima volta il disprezzo verso il marito le arrivò netto, senza bisogno che Stefano glielo ordinasse.

La cena fu un’umiliazione lenta e precisa.
Il tavolo era apparecchiato con cura. Stefano cucinava bene, o aveva fatto preparare tutto in modo impeccabile. Parlava con Isabella di libri, di un quadro che aveva comprato di recente, di un concerto. Lei rispondeva con naturalezza, usando parole che Serena riconosceva solo in parte. Ogni tanto Stefano coinvolgeva anche loro due, ma in modo tale che il marito finiva sempre per rispondere in modo grezzo o troppo semplice, e allora Stefano riformulava con eleganza, lasciandolo indietro.
Serena parlava poco. Mangiare le costava fatica. Ogni volta che Isabella rideva a una battuta di Stefano, qualcosa le si stringeva nello stomaco. Ogni volta che il marito diceva qualcosa di volgare o fuori luogo, lei sentiva il bisogno fisico di scusarsi, anche se restava zitta.
A un certo punto, mentre il marito era andato in bagno, Stefano posò la forchetta e guardò Serena.
«Ti piace la casa?»
Lei annuì, la voce bassa.
«E lei?» chiese lui, inclinando appena la testa verso Isabella, che in quel momento stava osservando un quadro.
Serena deglutì. «È… molto bella. Elegante.»
Stefano annuì lentamente.
«Lo è. Colta. Giovane. Sa stare al mondo. Tu, al suo confronto, sembri ancora più quello che sei.» Non lo disse con cattiveria. Lo disse come si constata un fatto. «E nonostante questo, continua a bagnarti quando ti parlo così. Vero?»
Serena abbassò lo sguardo sul piatto. Non rispose. Non ne aveva bisogno.
Quando il marito tornò, stava già ridendo da solo per qualcosa. Si lasciò cadere sulla sedia e allungò una mano pesante sulla coscia di Serena, in un gesto di possesso goffo e pubblico.
«Alla fine ‘sta casa è figa, eh? Però la mia Serena è meglio di tutte le dottoresse, vero tesoro?»
Serena sentì il sangue salirle al viso. Prima che potesse rispondere, Stefano parlò, tono cordiale:
«Ognuno ha i suoi gusti. L’importante è essere consapevoli di cosa si ha.»
Il marito rise, pensando fosse un complimento.
Serena no.

Verso mezzanotte Stefano li accompagnò alla porta. Isabella era rimasta sul divano, con le gambe incrociate, a osservare.
Mentre il marito era già sulle scale a controllare il telefono, Stefano trattenne Serena un secondo sulla soglia.
Le parlò bassissimo, vicino all’orecchio.
«Hai visto la differenza. Ora la senti sulla pelle. Stasera, quando ti monta, pensa a lei. Pensala sotto di me, elegante anche mentre viene. E pensa a te, che sei quella che torna a casa con un bifolco e se lo lascia mettere dentro. Poi mi scrivi. Voglio sapere quanto ti sei sentita meno.»
Serena annuì, appena.
«Parla.»
«Sì, Stefano.»
Lui le sfiorò i fianchi con una mano, un gesto rapido, possessivo, nascosto al marito.
«Brava. Il disprezzo che provi adesso verso di lui è mio. Non sprecarlo.»
Poi alzò la voce, di nuovo cordiale:
«Buonanotte. È stato un piacere.»
Il marito rispose qualcosa di generico e troppo alto. Serena scese le scale sentendo ancora il calore della mano di Stefano sui fianchi e il vuoto acido che Isabella le aveva lasciato dentro.
In macchina il marito parlò quasi tutto il tempo.
«Che figura di merda quella ragazza, però. Troppo sul pezzo. A me stanno sul cazzo ‘ste tizie che si credono chissà chi. Tu almeno sei normale, cazzo. Sei mia e basta.»
Serena guardò fuori dal finestrino.
Per la prima volta rispose, con voce piatta:
«Sì. Sono normale.»
E nella bocca quella parola le sapeva di sconfitta e di eccitazione sporca, mescolate insieme.
Quella notte si lasciò scopare dal marito senza togliere il vestito. Tenere gli occhi aperti. Pensò a Isabella, al modo in cui stava seduta, al modo in cui Stefano la guardava, ai capelli rossi e agli occhi verdi. E mentre il marito veniva dentro di lei con un gemito grezzo, Serena sentì il disprezzo diventare qualcosa di solido, di definitivo.
Appena lui si addormentò, prese il telefono e scrisse a Stefano.
Mi sono sentita meno per tutta la sera. Lei è di un altro livello. Io sembravo la casalinga portata a spasso. Lui ha fatto figure di merda e io mi vergognavo. Quando mi ha montato ho pensato a lei sotto di te. Mi sono bagnata lo stesso. Forse di più.
La risposta arrivò dopo sette minuti.
Brava vacca. Stai imparando in fretta. La prossima volta che venite a casa mia, lei ci sarà di nuovo. E tu starai seduta a guardare quanto poco vali tutte e due. Nel frattempo continua a farti usare da lui. Ogni volta che ti viene dentro, ricordati chi ti ha davvero aperta l’ultima volta.
Serena spense lo schermo.
Si toccò ancora umida e, per la prima volta senza che glielo ordinasse nessuno, sussurrò nella stanza buia:
«Stupida vacca di basso livello.»
E venne quasi subito, con gli occhi pieni di lacrime che non erano solo di umiliazione.
scritto il
2026-09-08
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