Il giro dei rifugi

di
genere
gay

Ore 17:00 di un venerdì estivo del secolo scorso (sigh)… Contavo i minuti che mi separavano dal fatidico momento allo stesso modo in cui a scuola, con sadica precisione, effettuavo il conto alla rovescia dell’ultima ora di lezione.
DRIN!
Timbro in uscita e finalmente vacanza!
Con Gianni e Alessio avevamo optato per il più classico dei percorsi escursionistici: un giro ad anello di media difficoltà dei rifugi alpini della durata di circa cinque giorni, con un dislivello da superare di non più di 1200 metri.
«Sei-otto ore di cammino al giorno riusciamo a tenerle, no?»
«Anche di più!»
Le nostre escursioni domenicali durante l’anno erano state propedeutiche a quel cimento. Le giornate in quota alternavano camminate nei boschi a radure che si aprivano su splendide viste di rocce nude, per ammirare, con il naso all'insù, il volo ad ali spiegate dei rapaci e tutte le altre meraviglie che la natura poteva offrire.
«Bagno nel lago!», suggerì Alessio, precipitandosi verso il piccolo bacino d'acqua che rifletteva nell’acqua cristallina il panorama circostante.
«Ma tu sei scemo!», rispondemmo all’unisono.
Ci sorridemmo divertiti mentre Ale ci raggiungeva con un sorriso genuino dipinto in volto e tutto il resto in mostra: pettorali sodi su cui scorrevano sottili rivoli d’acqua che in parte gocciolavano dai cilindri carnosi dei capezzoli, il pelo pubico liscio e lucente, e un’erezione esibita con naturalezza che faceva a gara con la mia.
Si sedette tra noi, la guardò divertito impugnandola e, prima di sdraiarsi per godersi il sole, dichiarò: «Chi mi ama, mi segua! Vi pago una birra se vi spogliate!»
Poco dopo, tre corpi nudi si godevano l’aria calda della mattina; tre aste perfettamente tese ondeggiavano accarezzate da altrettante mani che si muovevano in un delicato andirivieni.
«Chi viene per primo paga una birra a tutti!», mi venne da dire.
«Dobbiamo iniziare a tenere conto dei pegni, ma intanto te ne pago tre se vieni tu per primo», fece Gianni di rimando.
«Rilancio e ve ne pago cinque a testa!», concluse Alessio, che però sapeva di aver perso: il seme di Gianni stava già scivolando lento dalla cappella verso l’asta ancora rigida.
«Che c’è?», chiese Gianni. «Vuoi favorire?»
E, ancora una volta nell’incredulità generale, l’amico ne approfittò: continuando a stimolarsi, avvicinò la lingua al membro di Gianni e lo ripulì da cima a fondo, proprio mentre rilasciava placido anche il suo carico. Guardò entrambi i risultati soddisfatto: «Ed ora chi pulisce questo disastro?», aggiunse ridendo mentre ancora si leccava le dita.
Mi sentii gli sguardi di entrambi addosso. I miei occhi scivolarono sulle gambe aperte di Ale che, ora sdraiato, sembrava non attendere altro. Mi avvicinai emozionato, socchiusi le labbra ed estrassi la punta della lingua, iniziando a spennellare il suo membro fradicio.
«Bravo! Fallo lentamente», mi incoraggiò accarezzandomi i capelli, mentre la mia mano accoglieva la mia sborra. Sentii le dita di Gianni aprirmela e la sua lingua raccogliere il liquido, per poi passare a prendersi cura del resto con estrema dolcezza e perizia.
Restammo qualche altro istante a godere delle nostre nudità e del senso di libertà che quel momento offriva; poi, uno sguardo all’orologio ci costrinse a rimetterci in cammino.
Raggiungemmo il rifugio a pomeriggio inoltrato. Ad accoglierci c'era un pacioso gestore.
Il conto delle birre lo saldate un’altra volta! e l’affermazione non ammise repliche dato che ci dissetò con dell’ottimo vino, che accompagnava un pane croccante appena abbrustolito ed un saporitissimo formaggio di sua produzione.
«Credevamo di essere gli ultimi», commentò Gianni tra un boccone e l’altro, «anche se effettivamente sul percorso non abbiamo incrociato anima viva.»
«Ho pochissime prenotazioni per questa settimana. Siete fortunati», rispose il gestore.
Decisamente lo fummo. Non arrivò nessun altro e, dopo cena, ci sistemammo nella camera.
«Doccia?»
«Doccia!»
L’acqua calda dei soffioni allontanò, insieme alla schiuma profumata, la fatica accumulata durante il cammino.
«Niente scommesse sotto la doccia?», ironizzai.
Gli altri due mi guardarono.
«Beh… possiamo fare che…», iniziò Gianni, che aveva già ricominciato a stimolarsi.
«Eh no, amico! Basta così per oggi!», lo interruppe Ale.
Nonostante la risposta, anche il membro di Ale si stava di nuovo svegliando, mentre Gianni si avvicinava con intenzione alle sue labbra. Gli diede un rapido bacio a stampo, seguito subito da uno schiocco secco.
«Bastardo! Brucia da morire!», si lamentò Gianni massaggiandosi il gluteo arrossato, mentre Ale stringeva fiero la sua frusta improvvisata: la salvietta tesa e arrotolata che poi si cinse in vita.
Ridemmo insieme, tra le imprecazioni scherzose di Gianni, guardandoci con un’intensità e un senso di intimità mai provati prima.
La semplice cena che ci venne servita completò il quadro della magnifica giornata: il gestore, che invitammo a unirsi a noi, ci intrattenne con aneddoti sulla montagna fino a notte fonda. Lo salutammo e, mezzi nudi, ci sdraiammo sulle brande a progettare l’indomani, leggermente ebbri a causa del buon vino. Biascicavamo frasi a volte incomprensibili, gli occhi socchiusi e le mani che si affannavano tra il petto e le mutande, dentro le quali rovistavano senza sapere di preciso come regolarsi.
Ci risvegliammo come ci eravamo addormentati: gli slip abbassati, gli uccelli a riposo riversi su un lato e delle vistose chiazze opalescenti ormai rapprese e distribuite un po’ su tutto il petto.
«Ma che cazz…», bofonchiò Gianni stropicciandosi gli occhi ancora assonnato.
«Sembra che non abbiamo mai smesso di festeggiare!», fu il mio commento.
«Eh già…», sorrise divertito Alessio, il primo ad alzarsi e a dirigersi in bagno per darsi un contegno.
Nonostante i postumi della serata continuassero ad accompagnarci, fummo pronti in breve tempo. Una tazza di caffè forte e una robusta colazione ci ritemprarono per affrontare con la giusta carica il percorso che ci attendeva.
«Se stanotte dormite in un bivacco, queste cosette vi saranno utili», disse il nostro ospite allungandoci delle buste che contenevano provviste. «Qualcosa troverete di sicuro là, e immagino conosciate la regola…»
Lo rassicurammo a riguardo e, nel ringraziarlo, ci mettemmo in cammino.
Rispettammo i tempi e raggiungemmo il bivacco nel primo pomeriggio. Sistemammo provviste e sacchi a pelo nell’ambiente umile ma accogliente e, salvietta in spalla, ci dirigemmo al fiume per rilassarci. Ci stendemmo al sole completamente nudi, ma resistemmo poco alla calura pomeridiana.
Ci buttammo in acqua e, come bambini, iniziammo a spintonarci e a spruzzarci getti d’acqua gelata ridendo a crepapelle. Ci fermammo ansanti, le mani appoggiate ai fianchi o sulle ginocchia.
«Vogliamo continuare con i giochini di ieri e oggi o proviamo ad impegnarci in qualcosa di più serio?», il tono di Gianni era perentorio.
«Cosa intendi quando parli di qualcosa di più serio?», s’incuriosì Ale.
Per tutta risposta Gianni uscì dall’acqua e si mise carponi sulla sua salvietta. Alzò il dito medio e iniziò lentamente a massaggiarsi la zona del perineo, risalendo fino al buco del culo. Ci guardò in tralice, si succhiò il dito e, dopo averlo riposizionato sull’anello, iniziò a giocarci: dapprima ci girò intorno, per poi penetrarlo lentamente. Ale gli si avvicinò e, con un po' di saliva, aiutò il buco a lubrificarsi lasciandolo continuare.
«Ho qualcosa di meglio del dito…», suggerì poi malizioso. Sputò anche sulla cappella e la puntò dritta verso il bersaglio, centrandolo perfettamente, faticando però a penetrarlo.
«Sei… sei davvero stretto…», commentò quando infine la cappella passò, accompagnata dal resto dell’asta. Ale restò fermo per consentire a Gianni di abituarsi a lui. Si sfilò e rientrò un altro paio di volte per iniziare la serie di affondi.
«Il tuo… il tuo lo voglio in bocca.» Come ipnotizzato mi posizionai davanti a lui. Non lo afferrò nemmeno: sospinto dai movimenti pelvici di Alessio che lo stava ormai scopando con un certo ritmo, accolse in bocca il mio uccello in tiro ingoiandone una buona parte. Mi venne spontaneo tenergli la testa in modo da aiutarlo con quella doppia penetrazione che evidentemente gradiva assai, almeno a giudicare dai gemiti soffocati che emetteva.
«Sto… sto per venire…», la mano di Gianni fermò la nuova spinta di Alessio, invitandolo ad uscire.
«Non è ancora il momento del gran finale… Scommetto…»
«Fanculo le tue scommesse, stronzo! Se devo aspettare, aspetto! Anche perché…», si staccò e si avvicinò a una roccia. Vi appoggiò sopra i gomiti, allargò e piegò leggermente le ginocchia e con l’indice ci invitò ad avvicinarci.
«Voglio che sia tu a scoparmi…», si rivolse a me.
Imitai i suoi stessi movimenti e, non appena entrai, attesi. Fu a quel punto che mi sentii spingere in avanti per essere penetrato a mia volta da Gianni.
«Il treno è al completo!», dichiarò ridendo di gusto. «Signori, si parte!»
Godevo come un matto: evidentemente la carrozza centrale era la migliore! Le spinte di Gianni guidavano e regolavano le mie dentro ad Ale regalandomi brividi di piacere per la scopata di culo ricevuta e la masturbazione offertami del buco profanato.
Mi sentivo in paradiso e non solo per la collocazione geografica in cui l’amplesso si consumava ed il silenzio in cui le nostre grida e i nostri gemiti si disperdevano… Era incredibile quello che con tanta naturalezza stava avvenendo… E purtroppo stava per terminare.
Anch’io sentii fermare le mie spinte da Alessio e Gianni si sfilò alla velocità della luce. Mi fecero inginocchiare.
«Prendili in mano e facci venire.»
Ci volle un attimo e sul mio petto si riversò un'enorme quantità di seme caldo che usciva a fiotti dai loro orifizi. Raggiunsi con la lingua quello che riuscii a lambire, mentre alternativamente mi dedicai a ripulire le cappelle, ricevendo apprezzamenti che mi procurarono una profonda soddisfazione.
Mi fecero alzare per ripulirmi: ognuno si occupò di una delle metà e si ricongiunsero solo tra le mie gambe che già iniziavano a tremare. Finirono di masturbarmi con la sola bocca. Non ci fu bisogno di toccarmi ulteriormente: appoggiata la cappella su entrambe le lingue le inondai. Rapaci si divisero nuovamente il compito della pulizia finale.
Dopo avermi rimesso in piedi, a suon di pacche riguadagnammo l’acqua gelata.
«Vi pago una birra se domani lo rifacciamo!», dichiarò Alessio.
«Perché aspettare fino a domani?», chiesi ingenuamente…
di
scritto il
2026-08-15
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