Car Sex
di
H_B
genere
gay
«Ti accompagno io», disse Maurizio.
La festa stava volgendo al termine, ma i miei amici parevano non essersene accorti. Salutammo e partimmo a bordo della sua auto.
Percorsa poca strada, afferrò la mia mano e se la appoggiò sul cazzo, già duro.
«Dici che qualcuno se ne sarà accorto?», mi chiese, esercitando una pressione maggiore sulle dita per farmi sentire quanto fosse eccitato.
«Di cosa? Della nostra assenza o… Di questo?», lo provocai maliziosamente.
«È da quando sono entrato e ti ho visto che è così…», sorrise, carezzandomi i ricci scuri invitandomi ad abbassarmi.
«Tieni le mani sul volante, conosco la strada…». E senza indugio mi avvicinai al gonfiore nei pantaloni.
Adoro fare pompini, soprattutto ai grandi calibri… Quello di mio cognato rientra ampiamente nella categoria! Iniziai a slacciare prima la cintura e poi i bottoni dei jeans e, con il suo aiuto, estraemmo il cazzone duro. Lo leccai, lo baciai, mentre sentivo la sua mano nuovamente tra i miei capelli.
«Non me l’hai mai leccato così… Intensamente…»
«Mani sul volante, ho detto!», lo ripresi, continuando poi a concentrarmi sul mio lavoro.
Con delicatezza, la lingua umida e morbida, percorsi dal basso verso l’alto tutta la lunghezza della carne vellutata e calda, per poi soffermarmi sulla cappella. Srotolai il prepuzio e la baciai a lungo, assaggiandola appena a labbra dischiuse.
«Ottimi preliminari», sospirò. «Ma ora andiamo al sodo...», mi schernì.
«Lasciami fare…»
Aprii la bocca continuando a leccare e ne assaggiai un po’. Ancora un po’… Tutto il glande poggiava sul mio palato. Il suo liquido prespermatico colava sulla lingua mischiandosi alla mia saliva. Uscii risucchiando. Ripresi fiato per tuffarmi nuovamente su quel ben di Dio che, ad ogni passata, s’induriva ancora di più.
«Che fai?»
«Accosto un attimo…», e si abbassò i pantaloni fino a metà coscia. «Così ampliamo il campo d’azione».
Sorrisi mentre si rimetteva nuovamente in carreggiata. Mi inumidii un dito e, muovendomi con sicurezza tra i peli morbidi, trovai il suo buco. Ci giocai provocatoriamente, sentendo le pieghe ammorbidirsi sotto l’azione dei polpastrelli.
«Infilalo, se riesci…»
Eseguii, e i gemiti che gli strappai non fecero che accrescere la mia eccitazione, ancor più di quando il suo bastone s’induriva nella mia gola.
La macchina rallentò fino a fermarsi. Non avevo fatto caso alla strada.
«Ma siamo…»
«Qui non ci verrà a cercare nessuno e nessuno ci vedrà».
Ci baciammo a lungo. La musica in lontananza accompagnava l’aggrovigliarsi delle nostre lingue mentre tentavamo goffamente di liberarci dei vestiti.
«Forse è meglio se scendiamo…»
«Forse…»
Finimmo di spogliarci lasciando piena libertà d’azione alle mani. Gli strinsi il culo per avvicinarlo a me. Sentire scorrere le nostre erezioni l'una contro l'altra accrebbe la mia voglia. E anche la sua.
Chiuse lo sportello e mi fece appoggiare alla vettura. Sparì tra le mie chiappe, diede loro un morsetto, poi un altro, mentre con le mani me le allargava.
«Non abbiamo un dildo…»
«Hai cinque dita…», suggerii. E la sua lingua fece il resto.
«Sei pronto?»
Il mio sorriso fu eloquente. Rientrò in macchina e abbassò il sedile per potersi sdraiare. Con cautela entrai a mia volta, sistemandomi sulla sua pancia, con il suo arnese posizionato tra i miei glutei. Mi leccai il palmo e lo afferrai.
«Tienilo fermo anche tu…»
Mi sollevai leggermente riuscendo, dopo qualche tentativo, a posizionare la cappella sul buco. Mi impalai lentamente, gemendo ad ogni centimetro che mi penetrava, appoggiato al suo petto d’acciaio. Lui fece lo stesso. Quando sentii le sue palle contro il mio culo, mi fermai un istante. Iniziai poi a muovermi avanti e indietro, lentamente. I nostri gemiti e le sue oscenità riempirono l’aria immota della notte.
«Adesso tocca a me… Anche perché…»
Non ci fu bisogno di spiegare. Raccolse tra le mani le mie chiappe e, alzadomi-abbassandomi a suo piacimento, raggiunse l’orgasmo con le mie labbra appiccicate alle sue per raccogliere il suo respiro forsennato. La sborrata si riversò nelle mie viscere con l'intensità di un maremoto.
«È il tuo momento!»
Mentre non accennava a sgonfiarsi, massaggiai la mia erezione sul suo addome. Il mio seme si sparse sul suo petto villoso disegnando un ricamo opalescente.
Lo ripulii con cura e restammo abbracciati a sbaciucchiarci fino a che respiri e dimensioni non tornarono regolari. Ci vestimmo con calma e riprendemmo la via di casa.
Controllai i messaggi sul cellulare.
«Tua sorella è preoccupata», gli dissi mentre componevo il messaggio di risposta.
«I tuoi amici un po’ meno, direi…»
«Vatti a fidare degli amici…»
«I cognati sono la vera garanzia…»
La festa stava volgendo al termine, ma i miei amici parevano non essersene accorti. Salutammo e partimmo a bordo della sua auto.
Percorsa poca strada, afferrò la mia mano e se la appoggiò sul cazzo, già duro.
«Dici che qualcuno se ne sarà accorto?», mi chiese, esercitando una pressione maggiore sulle dita per farmi sentire quanto fosse eccitato.
«Di cosa? Della nostra assenza o… Di questo?», lo provocai maliziosamente.
«È da quando sono entrato e ti ho visto che è così…», sorrise, carezzandomi i ricci scuri invitandomi ad abbassarmi.
«Tieni le mani sul volante, conosco la strada…». E senza indugio mi avvicinai al gonfiore nei pantaloni.
Adoro fare pompini, soprattutto ai grandi calibri… Quello di mio cognato rientra ampiamente nella categoria! Iniziai a slacciare prima la cintura e poi i bottoni dei jeans e, con il suo aiuto, estraemmo il cazzone duro. Lo leccai, lo baciai, mentre sentivo la sua mano nuovamente tra i miei capelli.
«Non me l’hai mai leccato così… Intensamente…»
«Mani sul volante, ho detto!», lo ripresi, continuando poi a concentrarmi sul mio lavoro.
Con delicatezza, la lingua umida e morbida, percorsi dal basso verso l’alto tutta la lunghezza della carne vellutata e calda, per poi soffermarmi sulla cappella. Srotolai il prepuzio e la baciai a lungo, assaggiandola appena a labbra dischiuse.
«Ottimi preliminari», sospirò. «Ma ora andiamo al sodo...», mi schernì.
«Lasciami fare…»
Aprii la bocca continuando a leccare e ne assaggiai un po’. Ancora un po’… Tutto il glande poggiava sul mio palato. Il suo liquido prespermatico colava sulla lingua mischiandosi alla mia saliva. Uscii risucchiando. Ripresi fiato per tuffarmi nuovamente su quel ben di Dio che, ad ogni passata, s’induriva ancora di più.
«Che fai?»
«Accosto un attimo…», e si abbassò i pantaloni fino a metà coscia. «Così ampliamo il campo d’azione».
Sorrisi mentre si rimetteva nuovamente in carreggiata. Mi inumidii un dito e, muovendomi con sicurezza tra i peli morbidi, trovai il suo buco. Ci giocai provocatoriamente, sentendo le pieghe ammorbidirsi sotto l’azione dei polpastrelli.
«Infilalo, se riesci…»
Eseguii, e i gemiti che gli strappai non fecero che accrescere la mia eccitazione, ancor più di quando il suo bastone s’induriva nella mia gola.
La macchina rallentò fino a fermarsi. Non avevo fatto caso alla strada.
«Ma siamo…»
«Qui non ci verrà a cercare nessuno e nessuno ci vedrà».
Ci baciammo a lungo. La musica in lontananza accompagnava l’aggrovigliarsi delle nostre lingue mentre tentavamo goffamente di liberarci dei vestiti.
«Forse è meglio se scendiamo…»
«Forse…»
Finimmo di spogliarci lasciando piena libertà d’azione alle mani. Gli strinsi il culo per avvicinarlo a me. Sentire scorrere le nostre erezioni l'una contro l'altra accrebbe la mia voglia. E anche la sua.
Chiuse lo sportello e mi fece appoggiare alla vettura. Sparì tra le mie chiappe, diede loro un morsetto, poi un altro, mentre con le mani me le allargava.
«Non abbiamo un dildo…»
«Hai cinque dita…», suggerii. E la sua lingua fece il resto.
«Sei pronto?»
Il mio sorriso fu eloquente. Rientrò in macchina e abbassò il sedile per potersi sdraiare. Con cautela entrai a mia volta, sistemandomi sulla sua pancia, con il suo arnese posizionato tra i miei glutei. Mi leccai il palmo e lo afferrai.
«Tienilo fermo anche tu…»
Mi sollevai leggermente riuscendo, dopo qualche tentativo, a posizionare la cappella sul buco. Mi impalai lentamente, gemendo ad ogni centimetro che mi penetrava, appoggiato al suo petto d’acciaio. Lui fece lo stesso. Quando sentii le sue palle contro il mio culo, mi fermai un istante. Iniziai poi a muovermi avanti e indietro, lentamente. I nostri gemiti e le sue oscenità riempirono l’aria immota della notte.
«Adesso tocca a me… Anche perché…»
Non ci fu bisogno di spiegare. Raccolse tra le mani le mie chiappe e, alzadomi-abbassandomi a suo piacimento, raggiunse l’orgasmo con le mie labbra appiccicate alle sue per raccogliere il suo respiro forsennato. La sborrata si riversò nelle mie viscere con l'intensità di un maremoto.
«È il tuo momento!»
Mentre non accennava a sgonfiarsi, massaggiai la mia erezione sul suo addome. Il mio seme si sparse sul suo petto villoso disegnando un ricamo opalescente.
Lo ripulii con cura e restammo abbracciati a sbaciucchiarci fino a che respiri e dimensioni non tornarono regolari. Ci vestimmo con calma e riprendemmo la via di casa.
Controllai i messaggi sul cellulare.
«Tua sorella è preoccupata», gli dissi mentre componevo il messaggio di risposta.
«I tuoi amici un po’ meno, direi…»
«Vatti a fidare degli amici…»
«I cognati sono la vera garanzia…»
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