Il canto dell'usignolo

di
genere
etero

(Grazie ad Agave che mi ha ricordato un aneddoto universitario, di cui ho cambiato riferimenti e nomi, e grazie al suo bel racconto e a quello di Solounnumero sull’argomento.)


L’aula magna era già gremita quando Chiara entrò.
Intorno a lei era un vociare di studentesse, un accatastarsi di zainetti e borse appoggiati dove c’era spazio, uno sfarfallio di quaderni sfogliati.
Alcune ragazze, non trovando altro posto, si erano sedute sul pavimento, chiacchierando e sbocconcellando cracker, con le briciole che cadevano ovunque.

Nella ressa Chiara individuò Francesca che la stava chiamando a gran voce, indicando la sedia vuota accanto a sé.

Dopo aver scavalcato più di un bivacco, finalmente raggiunse l’amica.

- Ohhh, finalmente! E’ un’ora che ti chiamo! -

- Non ti ho sentita, con tutto questo casino. Grazie per avermi tenuto il posto. -

Chiara si sedette, lottò come sempre con il tavolino pieghevole annesso al bracciolo, finché lo sbloccò proprio nel momento in cui Fiorani entrava in aula, chiudendo la porta.

Giorgio Fiorani era uno dei docenti di letteratura italiana e quell’anno teneva un corso monografico su Boccaccio, in un seminario comune alle facoltà di Lettere e Lettere antiche. Di qui il grande affollamento delle sue lezioni.

Era un uomo sulla cinquantina, dall’aria distinta, sempre in giacca e cravatta, dai modi flemmatici e un po’ calcolati. Tutto in lui dava un’impressione di calma, di sicurezza e di piglio professionale, se non fosse stato per un luccichio indisciplinato che a tratti ravvivava i suoi occhi azzurri.
Chiara aveva notato subito quella luce audace che a volte si accendeva nel suo sguardo, e ne era rimasta incuriosita, tanto da fissarlo spesso, a lezione, distogliendo poi la sua attenzione con imbarazzo, non appena lui si voltava verso di lei.

Il docente iniziò la spiegazione, il brusio nell’aula si affievolì fino a scomparire. Si percepiva solo il graffio delle bic che correvano veloci sui quaderni.

Chiara era così assorta a prendere appunti che quasi sussultò, quando Francesca iniziò a bisbigliarle nell’orecchio i fatti suoi, dall’ultimo rossetto che aveva acquistato alle traversie sentimentali con il suo ragazzo.

Erano sempre così le lezioni con Francesca seduta accanto. Le due erano diventate abbastanza abili da riuscire a protrarre lunghe conversazioni bisbigliate, mentre scrivevano, senza che nessuno se ne accorgesse.

Ma quel giorno Fiorani disse qualcosa che riportò completamente su di sé l’attenzione di Chiara.

- Voglio che capiate il senso del Decamerone. – S’interruppe un momento per radunare alcuni fogli, poi subito proseguì. - Dovete immaginarvi la cornice. In dieci, fra uomini e donne, costretti ad una clausura forzata per non prendersi la peste. Non avevano tv, cellulari, niente. Si potrebbe pensare che ricorressero al noto passatempo quando la tv manca, ma non era questo il caso. -

Ecco quel lampo negli occhi di Fiorani, sfrontato, un qualcosa che gli sfuggiva forse suo malgrado.

Una risatina sommessa serpeggiò nella platea.

Chiara fece cenno a Francesca di tacere. Scrisse su un foglio nuovo “Senso del Decamerone”.

- Il piacere del racconto diventa il loro passatempo. Anzi, non è un passatempo, vedete come le parole sono difficili da usare? Passatempo è qualcosa che si fa per noia, per riempire un vuoto. Il loro invece è un appagamento. L’appagamento di chi racconta e di chi ascolta. Un saper evocare situazioni di ogni genere: divertenti, grottesche, satiriche, struggenti, pornografiche, erotiche. Fino a portare gli ascoltatori ad un orgasmo letterario. -

Nell’aula si sollevò ancora un sommesso mormorio divertito. Francesca non potè esimersi dal bisbigliare a Chiara: - Ma dai, c’è anche quello letterario? Devo provarlo! -.

Chiara sorrise, ma il suo sguardo era fisso su Fiorani. La lezione era giunta al termine, il docente elencava brevemente gli argomenti della volta successiva. Dopo quell’attimo sopra le righe, era rientrato nel suo ruolo, pacato, autorevole, istituzionale.

Chiara si soffermò su ogni dettaglio: il volto perfettamente sbarbato, l’espressione che era tornata quella di circostanza, i capelli brizzolati ben curati, ordinati dietro le orecchie.
Lo immaginò per un momento con alcuni ciuffi che gli ricadevano scomposti sulla fronte, senza giacca, con i primi bottoni della camicia aperti, ancora con il luccichio negli occhi, penetrante.

- Vieni con me al centro commerciale? –

La domanda di Francesca la fece sentire come colta in flagrante, immersa in pensieri che non avrebbe dovuto assecondare.

- No, se mi sbrigo ce la faccio a prendere il treno fra mezz’ora. Ci vediamo la prossima settimana. -

Chiara ripose il quaderno e la penna nella borsa, scavalcò a ritroso oggetti e persone e corse giù per lo scalone ottocentesco dell’ateneo, per poi percorrere frettolosamente il marciapiede fumoso e sporco nella pioggia gelida di febbraio.

Quando fu sul treno, sul quale saltò giusto pochi secondi prima che partisse, riaprì il quaderno dei suoi appunti. Il paragrafo “Senso del Decamerone” era vuoto.
Non aveva scritto niente, era rimasta assorta durante la spiegazione di Fiorani.

Appagamento di chi racconta e di chi ascolta.
Situazioni di ogni genere.
Pornografiche. Erotiche.

Quel discorso continuava a circolarle in testa come un ospite indesiderato, del quale però non voleva liberarsi.
Si sorprese a crogiolarsi nel rivedere, come in un film, Fiorani mentre pronunciava quelle frasi. Quel luccichio che gli si era acceso negli occhi, la piega della bocca in un sorriso appena accennato, l’espressione compiaciuta, soddisfatta, come se avesse voluto dire altro, come se incoraggiasse a dire altro.

Un’impressione vaga di intrigo la colse all’improvviso. Chiara la bollò subito come inopportuna e si impegnò a censurarla, pensando a quanto avrebbe dovuto studiare per l’appello imminente.

Tracciò una riga sulla pagina. Sperò che quel “senso del Decamerone” non le venisse chiesto in sede di esame.

********

Chiara e Francesca avevano sostenuto, l’una dopo l’altra, la prima parte del mastodontico esame di letteratura italiana del primo anno, con un altro docente.
Erano in lista per essere chiamate per la seconda parte, il monografico sul Decamerone, da Fiorani.

Si erano parzialmente rilassate alla macchinetta del caffè, mentre attorno a loro le compagne di corso, che dovevano ancora iniziare l’esame, erano immerse nel ripasso forsennato dell’ultimo momento.

C’era chi rileggeva sottovoce terzine dantesche come se fossero state litanie, chi ripeteva le lezioni come un copione, chi sfogliava nervosamente, chi parlava compulsivamente al cellulare.

- Speriamo che non mi faccia fare la parafrasi. - Disse Francesca, sorseggiando il caffè con una certa inquietudine - Non ho letto le novelle, solo i riassunti. Se mi fa fare la parafrasi non ne esco viva. -

Un assistente si affacciò in fondo al corridoio, brandendo il foglio con la lista delle esaminande.

Calò un silenzio immediato. Ciascuna s’interruppe in quello che stava facendo: il biascicare di terzine dantesche si arrestò, la lezione recitata a memoria fu sospesa, le mani che sfogliavano s’immobilizzarono, la febbrile conversazione telefonica si congelò.

Tutte fissavano l’uomo come se da lui dipendesse un verdetto cruciale. Tutte desideravano o temevano, trattenendo il fiato, che venisse pronunciato il proprio nome.

- Chiara Rivelli per il professore Fiorani. -

Un secondo dopo l’annuncio, ripresero le litanie dantesche, la recitazione, le telefonate, con sollievo o con disappunto.

Chiara buttò nel cestino il bicchiere del caffè ancora quasi pieno, senza curarsi del contenuto che, nella fretta, si versò per buona parte sul pavimento.

- Sono io, arrivo! -

Afferrò velocemente la borsa e, prima di incamminarsi per il corridoio, guardò Francesca, che le disse sottovoce “vai!” mostrandole le dita incrociate.

Quindi, seguita dall’amica e da altre compagne di corso, entrò nell’aula.

Fiorani era occupato in una telefonata, ma chiuse non appena Chiara si sedette di fronte a lui.

- Buongiorno. -

- Buongiorno. -

Fiorani la osservò per qualche secondo. Chiara notò che si era sistemato in una posizione più sciolta sulla sua sedia, come se si mettesse comodo prima di un film.

- Signorina Rivelli, mi pare di averla vista spesso a lezione. -

- Sì, sono stata presente quasi sempre. -

- Mi fa piacere. Allora sarà ben preparata. -

Con la coda dell’occhio vide Francesca che le faceva il gesto del pollice alzato, come di incoraggiamento.

- Mi parli della quarta novella della quinta giornata. – Continuò Fiorani.

- Sì. -

Chiara cercò di prendere tempo, mentre febbrilmente rovistava nel suo caotico archivio di nozioni che si rimescolavano nel cervello, alla ricerca di qualcosa che le suggerisse la novella richiesta.

- Se la ricorda? Le do un aiuto: la novella dell’usignolo. -

Chiara intravide ancora Francesca che, sorridendo, si portava una mano sulla fronte, come a dire “oddio no!”.

Chiara iniziò con un lungo preambolo introduttivo, ma Fiorani la interruppe:

- Signorina, non le ho chiesto questo. Mi racconti la novella. L’ha studiata? -

- Sì, certo. La storia narra di due giovani, Caterina e Ricciardo, che realizzano uno stratagemma per potersi incontrare. Adducendo come spiegazione il desiderio di sentire il canto dell’usignolo, Caterina fa spostare il suo letto sul verone, in modo che Ricciardo possa raggiungerla di notte. La prosa di Boccaccio… -

- Non le ho chiesto nemmeno la prosa di Boccaccio. C’è molto di più da dire sulla novella. C’è un piano metaforico. Me ne vuole parlare? -

- I temi sono l’amore dei due giovani, vissuto spensieratamente, la loro abilità nel risolvere il conflitto con la fami… -

- Questo non è il livello metaforico. L’ha detto lei prima. Quale pretesto adduce Caterina per dormire sul verone? -

- Vuole sentire il canto dell’usignolo. -

- E questo cosa vuole significare? -

Fiorani ora aveva lo sguardo abbassato su una sua agenda, stava trascrivendo qualcosa, come se stesse ascoltando distrattamente.

Chiara si voltò velocemente verso Francesca, che continuava a ridere in silenzio. Notò sorrisetti anche sui volti delle altre spettatrici.

- Il canto dell’usignolo è un’allusione all’atto amoroso. -

- Continui pure. Mi spieghi il dipanarsi di questo piano metaforico in tutta la novella. -

Chiara non sapeva in che altro modo esprimersi. Non trovava le parole.

Fiorani continuava a scrivere sulla sua agenda, inforcava gli occhiali, in un atteggiamento di pacatezza che, se possibile, lasciò Chiara spiazzata ancora di più.

- L’usignolo ricorre spesso nella novella con doppi sensi e come metafora del… -

S’interruppe, rendendosi conto di essere finita in un vicolo cieco.
Non poteva dire “dell’uccello”, “del pene”, “del cazzo”.
Non poteva più dire una parola.

Fiorani alzò lo sguardo dall’agenda, lo fissò su di lei.

Nella bizzarria del momento, Chiara scorse in lui un’espressione suadente, lo stesso sorriso appena accennato, accattivante, che gli aveva visto a lezione.

Il luccichio dei suoi occhi non era arrogante, era carezzevole, complice. Sembrava lambirla, incoraggiarla invece di provocarla.

Un senso di assurdità la pervase, mentre si rendeva conto che, nel miscuglio di imbarazzo ed agitazione per l’esito dell’esame, quello che si era insinuato, su tutto, era un filo d’intesa fra lei e il professore.

Come se improvvisamente si fossero capiti con gli sguardi, al di là del contesto, della situazione, dei mormorii sempre più divertiti delle ascoltatrici - Francesca per prima.

Fu un momento in cui Chiara sostenne lo sguardo di lui, sorridendo impercettibilmente, a sua volta, senza forse rendersene del tutto conto.

- Va bene, signorina Rivelli. L’avrei voluta più analitica, ma si vede che ha studiato. Qualche domanda di carattere generale e abbiamo finito. -

Un’ora dopo Chiara e Francesca si trovavano a sorseggiare uno spritz al tavolino di un bar, per festeggiare il buon esito dell’esame.

Chiara non riusciva a frenare gli sfottò dell’amica.

- Signorina, sia più precisa. Mi spieghi il piano metaforico dell’usignolo. A cosa allude l’usignolo? Cosa vuol dire il canto dell’usignolo? Sia più analitica! -

- Dai, smettila! -

- Meno male che sono entrata a sentirti! Cosa mi sarei persa! -

Francesca, complice l’alcol, gettò la testa all’indietro in una risata sonora e liberatoria.

Poi rincarò la dose: - Quello ti vuole scopare alla grande. Te lo fa sentire lui il canto dell’usignolo! -

- Piantala! -

- Io al tuo posto ci farei un pensierino. E’ un bel tipo. Ha quel non so che... -

Chiara lanciò un’occhiata di fuoco a Francesca e raspò con la cannuccia sul fondo del bicchiere ormai vuoto, fissando il piccolo vortice dei cilindri di ghiaccio tintinnanti contro il vetro.

Non riusciva a partecipare del tutto allo scherzo dell’amica, un’inquietudine indefinita continuava a rendere opachi i suoi pensieri.

Potè esaminarli soltanto alla sera, quando finalmente fu sola nella sua stanza.
Rivedeva Fiorani, il suo sguardo intenso, la piega delle sue labbra, le mani rilassate sulla cattedra, come se fossero state pronte ad una carezza.

Rivide poi anche se stessa, come dall’esterno. Prima impacciata, imbarazzata, con l’unico desiderio che l’esame finisse al più presto.

Poi quella sensazione emotiva di calore inspiegabile. Quel momento in cui i loro sguardi si erano allacciati e lei, insensatamente, si era sentita parte di un momento che capivano soltanto loro due.

Gli aveva sorriso?

Lo aveva guardato in maniera diversa?

Il sospetto di aver tenuto un atteggiamento ammiccante la fece vergognare e le incendiò le guance. Non era da lei, non in quel modo, non in quella situazione, non con un docente.

Si disse che era solo troppo stanca, con tutta la tensione della giornata che le ricadeva addosso, ora che l’adrenalina dell’esame aveva smesso di circolarle nelle vene.

S’infilò sotto la doccia. Credette di sentire quelle impressioni sciogliersi e colare via insieme all’acqua.

********

Dopo circa una settimana, una sera, Chiara cominciò a scrivere al pc.
Ogni tanto le piaceva dar voce a brevi storie e frammenti erotici e metterli in rete.
Era un suo passatempo – anzi no, era un appagamento, come aveva detto Fiorani sul raccontare.

Iniziò a fissare in aria un punto nel vuoto, mentre fantasticava confusamente di lui, con quello sguardo durante l’esame, quel modo di sorriderle, quel tono di voce un po’ basso e confidenziale, quell’elettricità che li aveva attraversati per pochi attimi e che, ne era sicura, non era una sua suggestione.

Scrisse di getto, senza interrompersi.

Quando ebbe finito, le venne in mente una pazzia. Pensò di inviargli il suo scritto via mail.

Cercò il suo contatto nel quaderno degli appunti, lo trovò nel foglio degli orari di ricevimento.

Aprì la posta, digitò l’indirizzo di Fiorani, allegò il file. Nessun oggetto, nessun testo. Solo quelle due paginette apparentemente anonime.

La parte razionale di se stessa tentò di dissuaderla in tutti i modi.
Si rendeva conto di cosa stava per fare, era forse impazzita?
Dove voleva arrivare?
Come avrebbe reagito Fiorani?
Come avrebbe potuto guardarlo ancora in faccia?
Ma era sicura poi che quella fosse la mail privata di Fiorani e non una mail di lavoro, magari consultata dagli assistenti?

Sì, ne era certa, si rispose Chiara. Ricordò la lezione in cui Fiorani aveva dato il suo indirizzo, dicendo che avrebbe letto e risposto soltanto alla sera, da casa, e nemmeno tutte le sere. Controllava lui personalmente la posta.

E no, non l’avrebbe più visto. Non aveva altri esami con lui. Non era probabile nemmeno un incontro fortuito nei corridoi dell’ateneo, perché i suoi corsi non la riguardavano più e avevano orari molto diversi da quelli delle altre materie che lei avrebbe dovuto seguire.

Ma poi, probabilmente, non si sarebbe nemmeno ricordato di lei, con le centinaia di persone che si sedevano davanti alla sua cattedra ad ogni esame.
Probabilmente avrebbe guardato quelle due pagine con aria corrucciata e le avrebbe spostate nel cestino. Anzi, avrebbe pensato ad uno spam e non le avrebbe neanche aperte.

Probabilmente, quasi di sicuro sarebbe andata così.

Chiara non volle più ascoltare altre obiezioni, non volle chiedersi altro, contro ogni logica ed ogni coerenza.
Desiderava solo tentare quell’uno per cento di possibilità che lui leggesse e gradisse.

Inviò, poi si sdraiò sul letto. Pensò di mandare un messaggio a Francesca per raccontarle tutto, ma immaginò in risposta l’interminabile sequenza di interiezioni sbigottite dell’amica, seguite da un terzo grado che si sarebbe protratto fino a notte fonda.

Non ne aveva voglia, in quel momento. Gliel’avrebbe raccontato un’altra volta.

Appoggiò il cellulare sul comodino, mentre emozioni contrastanti le affollavano la mente: consapevolezza dello sproposito appena commesso, imbarazzo, quasi paura, subito alternati ad un senso di audacia, di desiderio e di sottile piacere.

Le ci volle molto per addormentarsi, quella notte, ma alla fine la stanchezza ebbe la meglio e Chiara finalmente prese sonno.

******

Era da poco passata la mezzanotte quando Fiorani decise di dare un ultimo sguardo alla posta.

C’era un nuovo messaggio da un indirizzo sconosciuto ed anonimo, probabilmente spam.
Fiorani aveva preso l’abitudine di guardare l’anteprima delle mail prima di eliminarle, e lo incuriosì l’allegato: un documento di testo, intitolato “Il canto dell’usignolo”.
Temeva un virus, ma la curiosità fu più forte della salvaguardia del suo pc.

Lo visualizzò.

“Quarta novella della quinta giornata – Il canto dell’usignolo

Caterina non sapeva come incontrare Ricciardo. In realtà non sapeva bene nemmeno lei cosa aspettarsi, ma lo desiderava in una maniera che le era ancora poco comprensibile.
Disse alla madre che voleva dormire sul verone per sentire il canto dell’usignolo, le sembrò una graziosa spiegazione che ben si addiceva ad una giovane soave come lei.
Alla fine ottenne il permesso.

Del loro incontro è scritto così: dopo molti baci, si coricarono insieme e per tutta la notte si diedero piacere, facendo cantare l’usignolo molte volte.

Poche righe che racchiudono tutto.

Possiamo pensare che quella notte ci fosse una grande luna.
Sì, diciamo che c’era la luna che proiettava riflessi e ombre, perché Caterina e Ricciardo potessero anche guardarsi.

Possiamo immaginare il loro primo vero avvicinarsi.

Si abbracciarono stretti. Si erano già sfiorati le labbra, una volta in cui erano riusciti ad eludere per un attimo la sorveglianza della famiglia di lei.

Ma questo fu un bacio diverso. Caterina sentì la lingua di lui batterle sui denti, inducendola a schiudere la bocca. Si attorcigliò alla sua in un vortice impetuoso che la fece sentire languida, senza più forze. Un gemito soffocato le sfuggì.
Lui la strinse di più a sé. Lei sentì i seni premuti contro il suo petto, il contatto con il suo corpo caldo.

Si sentì bagnata fra le gambe. Una sensazione che aveva già provato molte volte, pensando a Ricciardo, ma ora le pareva quasi che alcune gocce le colassero all’interno delle cosce.

Quanto si staccarono i loro respiri erano affannosi. Le mani di lui le stavano accarezzando freneticamente la schiena.

In un attimo Ricciardo si liberò degli indumenti. Una ragazza vergine della metà del ‘300 conosceva l’anatomia maschile?

Credo proprio di no.

Caterina rimase immobile, in silenzio, ad ammirare la sconvolgente bellezza virile di lui.
Ne era soggiogata ma anche un po’ impaurita. Quella potente erezione era ciò che la sorprendeva e al tempo stesso la intimoriva di più.

Ricciardo capì di essere stato un po’ troppo precipitoso, nemmeno lui era molto esperto.
Le accarezzò i capelli, questa volta con dolcezza.
- Vieni – Le disse sottovoce, sedendosi sul letto. – Lasciati guardare. -

Lentamente, come un rito, le sfilò la lunga veste e la lasciò cadere sul pavimento. I raggi della luna disegnarono con un contorno argentato la sagoma arrotondata dei fianchi di lei, brillarono sui capelli castani, lunghi fin quasi alle natiche.

Nell’ombra Ricciardo scorse le due macchie più scure dei capezzoli, i peli rigogliosi del pube, mentre Caterina era come ipnotizzata da quello sguardo che le procurava una sensazione quasi tattile.
- Sei così bella! – Le portò le mani sui fianchi e affondò il volto nel solco dei seni floridi, le succhiò i capezzoli.

Caterina sospirò, chiuse gli occhi, gli accarezzò i capelli. L’aria fresca della notte la faceva rabbrividire, in contrasto con il calore che sentiva irradiarsi in tutto il corpo.

Ricciardo la attirò ancora di più verso di sé, finché lei si ritrovò su di lui, a cavalcioni sulle sue ginocchia. Ora sentiva l’erezione premerle dritta contro l’ombelico.

Lui le sorrise, scostandole una lunga ciocca che le era caduta davanti agli occhi.
Le prese una mano e la portò sul glande.
Caterina rimase per un attimo assorta, a percepire quella sensazione di calore pulsante e di gonfiore umido contro le proprie dita.
Lo esplorò come un giocattolo nuovo. Lo sentiva irrigidirsi sempre di più e gocciolare leggermente, avvertiva le venature sempre più in rilievo, come se dovessero scoppiare.

Ricciardo ansimava con gli occhi chiusi. Caterina non sapeva cosa dovesse fare, ma l’istinto la guidò.
Si portò il sesso di Ricciardo contro il pube luccicante di umori, lo avvertì pulsare caldissimo e continuò a strofinarlo in quel punto che le procurava una sensazione particolarmente intensa, il clitoride.

Ricciardo afferrò con una mano uno dei suoi seni, con l’altra s’insinuò fra le sue labbra fradice, toccandola, sfregandola, finché Caterina fu travolta da spasmi di piacere insopportabile che la fecero inarcare e gemere nel silenzio della notte.

Era sconvolta, sudata, come impazzita. Non fece in tempo a riprendersi che sentì alcuni fiotti viscosi bagnarle le dita, il pube, l’ombelico, mentre Ricciardo soffocava un lamento strozzato, senza più respiro, senza più controllo.

Quello fu il primo canto dell’usignolo che Caterina udì quella notte.

E’ scritto che lo sentì molte altre volte, prima dell’alba.

Allora possiamo immaginare anche che, dopo un breve riposo abbracciati, lei abbia voluto assaggiarlo.
Era ritornato rigido e teso.
Lo lambì con le labbra, lo assaporò, lo succhiò. Lo avvertì in bocca gonfio fino allo spasimo, tanto gonfio che si sentiva quasi soffocare. Le sembrò che le squarciasse il palato, si ubriacava di quella sensazione di totale possesso di lui nella bocca. Il piacere di Ricciardo le schizzò caldo e salato nella gola.

E possiamo immaginare che il cielo fosse già un po’ meno scuro, la luna più sbiadita, quando Ricciardo, dopo aver percorso tutto il corpo di Caterina con le labbra, le sollevò una gamba e la penetrò, con gradualità, con cautela.
Lei si irrigidì, con lo sguardo fisso nel suo.
Avvertiva un po’ di dolore, uscì un po’ di sangue.
Ricciardo controllò i movimenti per non farle male, era lento e gentile, ma quando Caterina allacciò le caviglie dietro la sua schiena, l’eccitazione frenetica lo travolse, e allora fu soltanto un affondare selvaggio.
Venne ancora, a lungo, e continuò ad accarezzarla e a farla godere finché, stremati, si addormentarono nel chiarore livido dell’aurora.

L’usignolo cantò molte volte per Caterina, quella notte. E a lei piacque così tanto che è scritto che si addormentò tenendolo in mano.
E quando li sorpresero, all’alba, tutti videro come Caterina aveva afferrato l’usignolo.

Professore, era questa l’interpretazione che voleva della novella?
Spero ne sia soddisfatto.”

Fiorani continuò a fissare lo schermo che ora gli parve traballante in maniera ipnotica.
Non sapeva se era più paralizzato dalla sorpresa o dall’eccitazione, o da entrambe.

Aveva capito perfettamente chi era la mittente.
Chiara Rivelli. Ricordava benissimo il suo nome, l’esame, tutte le volte che a lezione, davanti alla platea di studentesse, il suo sguardo si era soffermato su di lei.

La sua attenzione era stata catturata da quei suoi occhi elusivi che si spostavano velocemente su altro, non appena lui guardava nella sua direzione. Ogni volta sembrava colta da un imbarazzo, come se non volesse lasciar trapelare che a sua volta lo stava osservando.

Fiorani aveva notato il viso ovale senza trucco, dai lineamenti delicati, i capelli lunghi e folti sempre fissati in qualche modo dietro la testa da una pinza che lasciava sfuggire molte ciocche, o da un elastico sempre troppo allentato.

Indossava maglioni e jeans. Aveva un aspetto naturale, non artefatto, che gli era rimasto impresso fin dal primo momento.

All’esame era stato un po’ tanto sopra le righe con lei, lo ammise con se stesso. E un filo di divertimento c’era anche stato, all’inizio, vedendo lo sguardo di lei abbassarsi, le guance arrossire. Dovette riconoscere anche questo.

Ma era stato solo un attimo, dopo il quale la sua intenzione non era stata quella di metterla a disagio, né di approfittare della sua posizione di potere.

Solo, quando si era trovato di fronte quegli occhi neri, intensi e carichi di tensione, quella bocca umida di lucidalabbra, aveva avvertito l’irrefrenabile desiderio di sentirla parlare di qualcosa di seducente e di intimo.

Si sarebbe goduto quei momenti, se fosse riuscito ad ottenerli, che sarebbero stati l’unica occasione di accorciare per un momento la distanza fra di loro.

Ora continuava a scorrere quelle due pagine dall’inizio alla fine. Certamente Chiara le aveva inviate pensando di non rivederlo più.

Quello che lei non sapeva era che invece si sarebbero ritrovati in un altro corso.
Nel frattempo c’era stato un cambio di programma, un collega si era infortunato e Fiorani l’avrebbe sostituito in un seminario di letteratura che doveva tenersi nella settimana successiva.
Fiorani aveva notato subito, nella lista degli iscritti al corso, il nome di Chiara Rivelli.

Provò ad immaginare la reazione di lei, vedendolo entrare in aula.

Sarebbe rimasta sicuramente sconcertata. Ma impaurita o felice?

Con quel racconto aveva solo voluto giocare, era uno scherzo, un sasso provocatorio lanciato nel vuoto, che non prevedeva un seguito?

Oppure la possibilità di un seguito era qualcosa di insperato che desiderava anche lei?

Fiorani avrebbe avuto modo di scoprirlo. Durante il seminario l’avrebbe chiamata nel suo studio, alla fine dell’orario di ricevimento, e allora avrebbe capito quello che c’era da capire.

Ma in quel momento smise di fissare lo schermo, si sistemò più comodo sulla poltrona davanti alla scrivania del suo studio di casa, nella luce flebile di una lampada, e si massaggiò il gonfiore nei pantaloni.

Poi li slacciò. Il volto di Chiara, seduta davanti a lui all’esame, mentre gli sorrideva con quella luce complice e dolce nello sguardo, il modo seducente con cui si scostava i capelli che sfuggivano all’elastico troppo molle, il movimento sensuale delle sue labbra mentre la immaginò pronunciare le parole che aveva scritto in quelle due pagine, furono pensieri inebrianti ed esplosivi per lui.

Poco dopo, fra gemiti e respiri spezzati, anche il suo usignolo cantò.
scritto il
2026-07-01
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