Dimmi di quella volta

di
genere
masturbazione

E’ notte. Nella stanza si sente solo il soffio del condizionatore che fende l’aria immobile e fa leggermente ondeggiare la sottile tenda azzurra.

Chiara e Marco sono avvinghiati sul letto sfatto, le dita intrecciate, i corpi rilassati e stanchi, ancora un po’ sudati dopo il piacere.

- C’è una cosa che non mi hai mai raccontato - le dice Marco, quasi sottovoce - Voglio sapere della volta in cui ti sei toccata da sola fino ad impazzire. La volta più intensa di tutte. -

Chiara sorride, si porta una mano sulla bocca, come sempre quando qualcosa che le è stato chiesto la incuriosisce, ma la coglie alla sprovvista.

- Insomma, vuoi sapere come mi masturbo. -

Fra i riflessi delle luci notturne provenienti dalla finestra, Chiara intravede l’espressione divertita di Marco. Lui sa bene che a volte, per effetto di una bizzarra timidezza, lei si lascia sfuggire parole goffamente esplicite, inadatte al momento, quasi volesse ironicamente sfidarsi da sola, procurandosi un ulteriore imbarazzo.

- Non è quello che ho chiesto. Voglio sapere la volta più intensa. -

Chiara si scioglie dal suo abbraccio, si gira sulla schiena, fissando il soffitto. Nell’indefinitezza della penombra sembra cercare un’idea che emerga luminosamente dal nulla.

Le è sempre piaciuto scrivere, ma raccontare a voce proprio mai.
Sicuramente non così inaspettatamente, non quello, anche se con Marco credeva di non avere segreti, né remore.
Adesso le sembra di non trovare le parole giuste.

- Mah, non lo so… ti potrei dire di quella volta in cui l’ho fatto nella cabina in spiaggia. Ci sono stata dentro per così tanto tempo che, quando sono uscita, quella del bar mi ha guardata in modo strano. Forse temeva che fossi morta. -

Le sfugge una risata giocosa, ma lievemente impacciata.

Marco le accarezza una ciocca di capelli, giocandoci e attorcigliandola ad un dito, in una spirale che sembra non potersi sciogliere più.

- Oppure tutte le volte che ero sul treno per andare all’università, avevo delle fantasie e stringevo di più le gambe accavallate… anzi, no! Quella volta al luna park, quando la giostra si è bloccata mentre io ero a testa in giù! Quella sì che è stata pura libidine adrenalinica!-

Chiara ride ancora, camuffando l’inopportuno imbarazzo con un’inverosimile esagerazione.

Marco sta al suo gioco, ma poi le porta due dita sul mento, inducendola a voltare il viso.
Lo sguardo nero di lui, nella penombra, è ora divenuto un pozzo torbido senza fondo.

A Chiara sembra di precipitare lì dentro. Smette di ridere, rimane agganciata ai suoi occhi, con la bocca socchiusa, il respiro sospeso.
Quel suo modo di guardarla è un sortilegio per lei. E’ ipnotizzata.

- Voglio sentire la tua volta più intensa. -

La voce di lui è un sussurro, carezzevole e al tempo stesso imperativo.

- E’ stato un giorno in cui ero sola in casa. -

Anche Chiara adesso sussurra. Il tono le esce un po’ roco e graffiante, nel silenzio carico di tensione.

- Alcuni anni fa. Non stavo con nessuno in quel periodo. Ero a casa dal lavoro, ed è stato un pomeriggio per me, solo per me. -

- Continua. -

Marco mantiene lo sguardo incatenato a quello di Chiara. L’ha catturata e non la libererà da quel suo incantesimo fino a quando non avrà finito di raccontare.

- Faceva caldo. Avevo uno di quei vestiti con le spalline sottili. Ero sul divano, dovevo fare tante cose, tante commissioni. Invece non mi sono alzata. Avevo... -

- Che cosa avevi? -

- Avevo il desiderio di toccarmi. Di sentirmi. Avevo i capezzoli tesi, ero bagnata. Mi sono sfilata gli slip ancora prima del vestito. Mi sono lasciata andare contro lo schienale, mentre cominciavo a sfiorarmi. Era quasi doloroso. Mi sembrava che tutto il mio corpo fosse attraversato da brividi. Immaginavo…-

- Vai avanti. -

- Immaginavo tante cose… immaginavo... tanti. Erano volti, mani, bocche che avevo visto solo di sfuggita… per strada, in un negozio, ai giardini. Ragazzi e uomini ai quali non avevo mai pensato prima. Eppure erano tutti lì, nella mia mente, e si avvicendavano. Ma poi non erano nemmeno loro… erano indistinti. Era un unico pensiero di tutti loro sommati. Tutti e nessuno. Un unico viso senza tratti, o con i tratti di tutti. Una bocca, le mani e il sesso che potevano essere quelli di chiunque. Facevano ciò che desideravo io, come lo immaginavo io, come lo volevo io. -

- E cosa volevi? -

- Volevo sentire le dita ovunque su di me, sui seni, sulla schiena, sulle cosce… addosso. Poi sfregarsi sulle mie labbra umide, avvolgerle. Penetrarmi fino in fondo. Volevo la pressione del palmo della mano sul clitoride, il massaggio lento e poi veloce. Mi sono spinta con il bacino in avanti, al limite della seduta del divano, con le gambe divaricate, come se avessi potuto toccarmi meglio. Ero immersa in una nebbia, in una follia. -

Chiara si interrompe ancora, senza mai distogliere gli occhi da quelli di Marco.
Per qualche secondo sembra assorta in qualche sua impressione sfuggente.
Ma le parole le escono di nuovo, questa volta da sole.

- Eppure per un momento mi sono vista come dal di fuori. C’era un riflesso sulla vetrina del mobile di fronte. Ricordo una lama di sole sulla mia coscia, pareva un taglio, e tutto il resto di me era una sagoma scura sul vetro fumé. Mi è sembrata un’immagine oscena, non mi ero mai vista così, non credevo nemmeno di essere io… ma ero proprio io. -

Marco tace. La diga ha ceduto, Chiara ormai è un’onda inarrestabile senza possibilità di argine.

- Non ho resistito quella volta, sono venuta quasi subito. Lo ricordo bene… perché è stato così forte, così devastante che sono scivolata giù dal divano, fino a ritrovarmi seduta sul tappeto. Ero come incosciente. Ansimavo… non ero riuscita nemmeno a contenere i gemiti. Ore dopo ho pensato che forse qualcuno mi avesse sentita, ma in quel momento no… in quel momento c’ero solo io, con tutto il mio piacere, con le mie mani che sfregavano fra le gambe, con quei tanti volti sovrapposti e quelle mille dita che si concentravano nelle mie… e mi sembrava di essermi del tutto persa. Ma invece mi ero trovata, completamente. -

Il ronzio del condizionatore si abbassa, si fa appena percettibile, lasciando spazio ai loro pensieri divenuti sonori. La stanza risuona dei bisbigli di Chiara, del respiro affannoso evocato dalle sue parole, di quello sempre più ansimante di Marco che, ora, si sta toccando il sesso divenuto rigido per l’eccitazione.

Chiara abbassa lo sguardo sul suo pube, ma subito Marco le alza il mento, riagganciando gli occhi di lei con il suo sguardo offuscato di desiderio.

- Voglio che continui a parlare. Non fare altro. -

La sua voce è spezzata, roca. Chiara si sente bagnata fra le gambe, ma il racconto non è finito.

- Non so per quanto tempo sono rimasta seduta sul tappeto, trascinandomi dietro un cuscino del divano… e mi sentivo così languida, così inebriata, che mi sono lasciata scivolare più giù, fino a ritrovarmi sdraiata a pancia sotto. Percepivo le setole ispide del tappeto sulla guancia, sulla bocca. Mi pizzicavano i seni e l’ombelico, mi solleticavano le gambe… erano piacevolmente fastidiose. Ero come sotto l’effetto di una droga o dell’alcol, con i sensi amplificati, sentivo tutto così tanto… ero ubriaca di me stessa e di quelle immagini indefinite che avevo nella mente. -

La mano di Marco percorre il suo sesso con lentezza a stento controllata. Il suo sguardo è sempre più torbido, il suo respiro più corto. Ma vuole resistere ancora.

Chiara socchiude gli occhi, sospira dolcemente. Vorrebbe toccarsi insieme a lui, vorrebbe toccare lui, ma non può.
Continua a parlare.

- Non mi bastava ancora. Il cuscino del divano era sotto di me, fra le gambe. Ho iniziato a dondolarmi con tutto il bacino sopra, dolcemente, sorreggendomi sui gomiti. Mi strusciavo come una gatta. Ho immaginato bocche e mani che mi percorrevano in una linea la nuca, la colonna vertebrale, il solco fra i glutei, e altre che da dietro mi afferravano i seni… ma non c’era la fretta, non c’era la frenesia di prima, in quel momento. Era un calore diffuso che saliva lento, che si è irradiato per tutto il corpo facendomi godere ancora, facendomi dimenticare chi fossi e dove fossi, mentre continuavo ad occhi chiusi, per poi accasciarmi sul tappeto… e poi dondolarmi ancora su un fianco, e toccarmi di nuovo, non so più quante volte, non so per quanto tempo… ricordo che ad un certo punto la lama di sole che aveva colpito la mia gamba, quando ero seduta sul divano, aveva cambiato posizione, si era assottigliata ed allungata verso un lato della finestra. -

Marco chiude gli occhi. Il movimento della sua mano è sempre più veloce, il suo respiro sempre meno controllato.

- Poi mi sono addormentata sul tappeto, così come mi trovavo, nuda, con il cuscino fra le gambe. Quando mi sono svegliata era sera, ricordo ancora tutte quelle ombre scure nella stanza. Mi sentivo molle e sfinita. Ero come immersa in una profonda stanchezza, molto dolce. A fatica mi sono alzata per fare la doccia… -

Marco adesso ha la testa reclinata all’indietro. La sua mano scivola sfrenatamente sul suo sesso umido e turgido.

Chiara vorrebbe toccarlo, ma rimane in silenzio a contemplare ogni suo gesto, ogni suo variare del movimento, il modo in cui strizza leggermente la punta e poi la scopre completamente, la sua presa più leggera e poi decisa, furiosa.

Finché il suo corpo si tende, l’altra mano si contrae, il respiro diventa un gemito roco.

Chiara si china a sfiorarlo con le labbra. Il piacere di lui le inonda la bocca. Lei lo raccoglie sempre come un dono, ad occhi chiusi, con un desiderio assoluto di avere tutto di lui.

Poi Marco si accascia sul cuscino.
Il respiro torna gradualmente regolare, la fronte corrugata si distende, dopo un lungo sospiro ogni suo muscolo si rilassa sulle lenzuola.

Chiara gli scosta i capelli dalla fronte sudata, con dolcezza.

- Adesso tocca a te – gli dice – Devi raccontarmi la tua volta più intensa. -

Marco tace, ancora con gli occhi chiusi. Le accarezza il lobo dell’orecchio, la guancia, l’incavo del collo.

- Me lo dirai? -

La mano di lui le scende delicatamente sulla spalla e poi sul seno.

- E’ stata questa. -

Chiara alza la testa fino a sfiorargli la bocca, con un sorriso.

- Guarda che non sei obbligato a dire così. –

- Infatti, non lo sono. Ma è questa. E poi... -

Marco si passa una mano sul viso, come a cancellare i segni della stanchezza.

- E poi ne avrei tante altre da raccontarti! -

Ridono sommessamente, di una complicità tutta loro.

Poi Marco torna serio. Non smette di fissare Chiara, la piega incurvata delle sue labbra in un’espressione dolcemente divertita che si fa, di nuovo, assorta.

- Ti racconterò. Anche di oggi. E sai perché? -

Lei risponde con un “no” che è solo movimento delle labbra, senza suono.

- Perché voglio provare a farti sentire come mi sono sentito io. Non solo altre volte, anche oggi. Non basta che tu l’abbia visto, che tu abbia assistito. Voglio dirtelo. Come hai fatto tu prima con me. -

L’aria nella stanza è di nuovo troppo calda, in quella notte dalle temperature africane. Il condizionatore riprende il suo ronzio più sostenuto che si sovrappone ai loro respiri ritornati leggeri. Il soffio d’aria po’ più forte ora lambisce appena il fondo del letto. Un alito freddo in mezzo al fuoco.

Chiara e Marco si abbracciano esausti, chiudendo gli occhi.

E’ solo una tregua.

Presto il desiderio si riprenderà le loro menti e i loro corpi, con tutti i pensieri, le immaginazioni e le energie.

Allora lui le racconterà, e lei si toccherà, sotto l’ipnosi delle sue parole, oltre che del suo sguardo, e arriverà all’estasi finale forse volendo che continui lui, con le sue mani, con la sua bocca, con il suo sesso.

O forse lui le chiederà di finire da sola, per vedere da vicino, fino in fondo, quell’intimità che lei prima gli ha raccontato di sé, per esserne artefice e allo stesso tempo spettatore.

Comunque sia, nella quiete temporanea dell’attesa, Chiara immagina già che, dopo, sarà quella la volta più intensa, anche per lei.
scritto il
2026-05-22
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