Come in un sogno
di
Claudia.PR
genere
etero
Le luci si abbassano, il brusio si spegne, tu sali sul palco. Sei arrivato qui, dalla tua terra del Nord, in questo locale che odora di candele e succo di lime, per uno dei tuoi tour.
Ti osservo esibirti, e penso che non ho mai visto uno come te.
Hai lunghi capelli biondi, scomposti, gli occhi chiarissimi e la corporatura robusta di chi viene dal freddo vero, la figura alta e statuaria in modo naturale, non forzato, non da palestra.
Il tuo viso potrebbe essere da angelo, ma hai la mascella pronunciata quel tanto che basta a renderti sensuale in modo virile.
Sei bello in una maniera non scontata, ma non è principalmente questo a confondermi i pensieri.
Tu hai qualcosa che non capisco bene, qualcosa di potente che mi afferra allo stomaco e mi brucia dentro, più di quanto stia facendo questo margarita al quale non sono abituata.
Forse è per il tuo modo di sfiorare le corde della chitarra, come se stessi toccando una donna.
O per l’incrinatura della tua voce mentre canti, un tono basso, roco, poi quasi una supplica che graffia l’aria.
O per la tua fronte corrugata mentre intensifichi gli accordi, e ne sei trascinato, trascinando anche me.
Davvero non so che cosa sia.
Ma quando finisci l’assolo e getti la testa all’indietro con gli occhi chiusi, io penso che quella dev’essere l’espressione che hai quando godi.
Capisco che d’ora in poi non riuscirò a pensare ad altro che a questo.
Tu non sei un angelo.
Sei un demone.
Ti voglio e non ho scelta.
Quando scendi dal palco incontro i tuoi occhi. Sotto le luci discontinue del locale hanno bagliori di metallo, ma è un metallo vivo che scava in me, molto più di quanto potrà mai fare il tuo sesso.
Non posso lasciare che il tuo sguardo passi oltre, continuo a cercarti con gli occhi.
Tu devi avvertire la mia intensità, perché mi osservi e ti avvicini.
Ora è il tuo sguardo ad agganciare il mio, ora sei tu che trovi pretesti per mantenere il contatto.
Intorno a te è un viavai di persone che ti chiamano, ti parlano, ti reclamano.
Ti distogli solo per quei secondi necessari a rispondere, ma subito dopo i tuoi occhi ritornano su di me, mi percorrono lungo il mio abito di ciniglia attillato ma non inguinale, si soffermano sulle gambe velate di nero, risalgono sulla curvatura del seno, sul mio collo, sui capelli folti e mossi, sulla bocca umida di gloss.
Riconosco nelle tue pupille lo stesso desiderio che devi aver letto nelle mie.
Adesso possiamo anche presentarci e fingere di conversare, io nel mio inglese scolastico, tu nel tuo repertorio d’occasione, giusto perché la circostanza pubblica lo richiede.
Ed è proprio quello che facciamo per quell’ora in cui devi rimanere lì.
Ma non avremo tempo per discorsi più intimi.
Domani parti per non so dove.
Nessun’altra serata disponibile, nessuna cena insieme - sempre ammesso poi che avremmo davvero voluto seguire il copione di un primo appuntamento standard.
Con te è così. Adesso, subito. O mai più.
La porta della tua stanza d’albergo scatta subito al contatto con la tessera.
Dentro è una penombra rischiarata dai riflessi dei lampioni e dal blu tenue di un’insegna di un locale, un rettangolo sfumato sulla tenda sottile come carta velina.
Il letto è una sagoma indistinta, ma non lo raggiungiamo subito.
Mi spingi contro il muro, sento il tuo peso addosso, il tuo calore, il tuo ansimare.
Inspiro il tuo profumo con il viso contro la tua spalla, sei così alto che a stento raggiungo il tuo collo. Ti desidero talmente tanto che potrei venire anche solo così, aggrappata a te, con il tuo ginocchio che s’insinua fra le mie gambe e si strofina contro i miei slip umidi.
Solo per un attimo ci scostiamo, quel tanto che basta ad incrociare ancora gli sguardi. E’ buio, ma non abbastanza da nascondere il lucido che hai negli occhi. Quel colore metallico è diventato torbido.
Sembri febbricitante. Lo siamo entrambi.
Le tue labbra mi scendono sul collo, sento il ruvido della tua barba di un giorno, poi sul seno.
Il tocco della tua bocca sopra il tessuto mi spezza il respiro.
Vorrei il tuo contatto sulla pelle nuda, ma non riesco a sfilarmi il vestito, mi rimane arricciato in vita come una buccia inutile che non viene più via.
Con la bocca scendi ancora.
Sento il mio cuore martellare per tutta la stanza, temo che lo possano avvertire anche in corridoio, per le scale, nell’atrio, in strada, in tutta la città.
E’ assordante, rimbomba ovunque.
La visione del tuo volto che affonda fra le mie cosce mi toglie l’equilibrio e quella poca lucidità che mi è rimasta.
Prima mi sorreggi tenendomi le mani sui fianchi, poi mi appoggi una gamba sulla tua spalla, mentre con le labbra scosti la membrana sottile e ormai fradicia dei miei slip.
Trattengo il respiro all’intensità del tuo contatto.
Sei così avvolgente, carezzevole. Mi stai assaporando come un delizioso frutto aperto solo per te. Mi fasci con le labbra come se volessi mangiarmi dolcemente, mi tormenti il clitoride con la lingua e mi massaggi in un movimento circolare, con passione, con lentezza, come se non avessi mai assaggiato nulla di più inebriante dei miei umori.
Apro di più le gambe, al limite dell’equilibrio, mentre ti accarezzo i capelli.
Mi sento vulnerabile, eppure tanto libera… di non difendermi, di espormi completamente, di lasciar andare il controllo, i freni, le barriere, i pensieri.
La sensazione sconvolgente della tua bocca calda e morbida mi travolge subito, con una scossa di piacere devastante che mi fa quasi urlare e vacillare.
Graffio il muro dietro la mia schiena, come se potessi trovare un appiglio.
Le gambe sono di pezza, solo tu mi reggi.
Quando ti alzi hai la bocca e il mento bagnati del mio piacere, i capelli sconvolti, il respiro corto.
Mi allungo in punta di piedi e arrivo a baciarti lì dove sei umido di me, mentre le mie dita s’insinuano sotto la tua camicia.
Finalmente ti sento oltre la barriera dei vestiti. E’ da quando ti ho visto su quel palco che voglio la tua pelle nuda.
L’avverto calda, sudata e tesa sotto i peli del petto e sotto il mio tocco che ti fa leggermente sussultare, come se ti scottasse.
Ci avvinghiamo ansimanti, perdendo momentaneamente l’equilibrio ed appoggiandoci alla consolle, all’entrata della camera.
Le mie mani tremanti lottano con la cintura dei tuoi pantaloni, tu la slacci con un gesto brusco.
Ti leggo nello sguardo la tua urgenza che stai cercando di controllare.
Voglio solo sentirti di più, completamente, addosso, dentro, nel mio corpo e nei pensieri che non hanno mai smesso di volerti, come forse non mi è mai capitato prima.
Ti circondo il collo con le braccia, mi inarco contro di te. Sento tutto il calore del tuo sesso rigido premuto contro il mio pube, lo massaggio con un movimento circolare del bacino, morbida, sinuosa, con gli umori che mi colano fra le cosce.
Ti sfugge un gemito roco, mentre mi sollevi leggermente fino a farmi quasi sedere sulla consolle.
Mi penetri in modo graduale ma vigoroso.
Ti sento aprirmi ed invadermi sempre di più, sempre un po’ oltre, i nostri sguardi famelici allacciati, i nostri respiri affannosi che fendono il silenzio immobile della stanza.
Vuoi essere lento all’inizio. Vuoi darmi il tempo di abituarmi, ma io sono già spalancata, con la mente impazzita.
Aumenti il ritmo, riempiendomi ancora, più a fondo, più che puoi, con movimenti che mi spingono quasi verso l’alto, quasi sollevandomi, come se mi sorreggessi solo così, sul tuo sesso che mi spinge dentro.
Sei al limite, lo sono anch’io.
Mi basta strofinare il clitoride contro il tuo pube per sentirmi ancora scuotere violentemente da un’ondata di piacere insopportabile, mentre ti mordo lievemente la spalla per soffocare i gemiti.
Tu perdi completamente il controllo.
Ti muovi selvaggiamente dentro di me, più a fondo che puoi, senza più freni, senza limiti, tutto il tuo corpo scosso da brividi, contro la mia tempia il tuo respiro affannoso che diventa un gemito spezzato, mentre vieni a lungo appoggiando una mano sul muro, come se non riuscissi a stare in piedi.
Poi ti accasci su di me.
Per qualche momento rimaniamo immobili, il tuo piacere che mi cola fuori in scie dense lungo le cosce, il tuo abbraccio che si fa più stretto.
Quando ci scostiamo sento una linea indolenzita sui glutei, come un taglio senza sangue. Il bordo della consolle mi ha lasciato un solco livido sulla pelle.
Lo vedi anche tu, mi accarezzi i capelli.
Solo adesso ci rendiamo conto di essere ancora quasi del tutto vestiti, nei pochi metri dell’ingresso della camera, appoggiati ad un piano di vetro ruvido che non è crollato solo per miracolo.
Non so che ora sia. Nel mio obnubilamento dei pensieri noto soltanto che il riflesso blu dell’insegna al neon è sempre sulla tenda. Il locale è ancora aperto, non saranno nemmeno le 2.
Abbiamo ancora tempo.
Ore dilatate per la lentezza. Per rimanere allacciati, finalmente nudi, finalmente abbandonati sulle lenzuola, finché il desiderio ti assale ancora, e allora questa volta posso esplorarti con la bocca.
Posso prendermi tutto il tempo che mi serve per accarezzare il tuo sesso e odorarlo, per percorrerlo tutto con le labbra, in ogni piega, in ogni nervatura, per percepire il suo calore e la sua tensione su tutto il mio viso, per sentirlo premere contro il palato come se volesse squarciarlo, con i fiotti caldi che mi sgorgano in gola, mentre tu ti contorci sulle lenzuola e io cerco solo di guardarti sempre, per imprimermi nella mente ogni tua espressione, ogni tuo gemito.
E altro tempo ancora per accarezzarti le spalle, le braccia, per sciogliere la stanchezza.
E poi per massaggiarti con tutto il mio corpo, godendomi il calore e il contatto della tua pelle, totale, assoluto.
Per scivolarti addosso e ondeggiare con i seni contro il tuo petto, ansimante, finché tu mi premi il bacino contro il tuo e mi fai sedere a cavalcioni sopra di te, e mi penetri così, assecondando i miei movimenti flessuosi, titillandomi i capezzoli e poi intrecciando le dita alle mie, guardandomi negli occhi mentre l’orgasmo ci travolge, come se fossimo amanti da una vita.
Poi la notte è passata, l’insegna al neon è spenta da un po’, il cielo non è più così scuro, anche se per me potrebbero essere trascorsi minuti o secoli.
Mi rimangono ancora alcuni attimi per guardarti, esausto, sudato, con i capelli incollati alla fronte e al viso, i tuoi occhi trasparenti che ora sono come annacquati, il tuo corpo che solo adesso posso veramente vedere bene, così perfetto con quelle imperfezioni di piccole pieghe sui fianchi e sulla pancia, così imponente nella naturale ampiezza delle spalle.
Ti fotografo sulla retina, resterai indelebile.
Il chiarore avanza attraverso la carta velina della tenda. Comincio a riprendere contatto con lo spazio, oltre che con il tempo.
Questa camera la vedo soltanto ora. E’ minimale, fatta di cubi e forme geometriche, colori neutri. Ma non è asettica. E’ sobria, discreta.
Come se l’arredatore non avesse voluto rubare l’attenzione con orpelli e colori invadenti, per lasciare al centro solo l’essenziale: noi due.
Fra alcune ore avrai un’intervista in una radio locale, mi dici che sei contento che sia una radio, così non dovrai passare tanto tempo al trucco per nascondere al pubblico le occhiaie e l’aria sfatta.
Ti sorrido, poi rimaniamo in silenzio.
Adesso c’è una sospensione fra di noi, un non detto tangibile nell’aria.
Lo capiamo negli sguardi, in quel modo unico che abbiamo di comunicare con gli occhi.
Tu sei un giovane cantante esordiente che comincia ad avere un po’ di successo, che dopo l’intervista prenderà un aereo per un altro concerto, in un’altra città, per un’altra data del tour.
Io sono una studentessa che fra qualche ora dovrà andare ad una lezione e che a breve partirà per l’Erasmus.
Troppo lontani, troppo diversi e divergenti, troppo tutto per pensare che possa ripetersi.
Mi chiedi di fare la doccia con te, io ti rispondo che preferisco passare da casa, devo anche cambiarmi. Non posso andare all’università con il tubino di ciniglia ed una calza strappata nella foga di sfilarla.
E poi preferisco non vederti in una situazione così normale e quotidiana come la doccia della mattina. Come se fossimo in una casa e non in una stanza d’albergo, come se stessimo insieme.
E’ meglio che rimanga tutto nei contorni sfumati e scuri della notte, come in un sogno.
Mi accompagni alla porta, prima di aprire prolunghiamo il bacio di saluto, intenso e pungente come sono sempre i commiati.
Mi dici che ci sentiamo, ho il tuo numero, hai il mio numero, io annuisco, ma sappiamo entrambi che non andrà così.
Non mi volto, finché le porte dell’ascensore iniziano a scorrere dietro di me, e allora sento anche lo scatto della serratura della tua camera.
Rabbrividisco nell’alba grigia e deserta, raggiungo la fermata dell’autobus. E’ tutto immobile e muto. Solo qualche auto che passa ogni tanto e il profumo di croissant proveniente da una panetteria appena aperta.
Fra poco la città si sveglierà ed inizierà la sua corsa quotidiana, ignara di noi e di me.
Ma adesso nessun rumore disturba il mio silenzio.
Penserò a te tutto il giorno, sarà difficile concentrarmi durante la lezione.
E ti penserò anche in altri momenti, chissà per quanto tempo ancora.
Ti penserò finché la vita non mi riassorbirà nella sua corrente.
Ma ci sarà sempre quel momento in cui qualcosa, un dettaglio, mi riporterà con il ricordo a te – magari un’insegna al neon blu rettangolare, un ripiano di vetro ruvido, un odore simile a quello del tuo dopobarba.
E allora ritroverò la tua passione, il tuo piacere, le tue mani, il tuo volto, i tuoi occhi, la tua immagine nella penombra, così come l’ho fotografata nella mente, vivida e intatta come se fosse stato ieri, ma allo stesso tempo indistinta, con quella sensazione di realmente vissuto e contemporaneamente così stupendo da non apparire nemmeno vero.
Sarà come rivedere te e me in un sogno, sfocati eppure autentici.
Ti osservo esibirti, e penso che non ho mai visto uno come te.
Hai lunghi capelli biondi, scomposti, gli occhi chiarissimi e la corporatura robusta di chi viene dal freddo vero, la figura alta e statuaria in modo naturale, non forzato, non da palestra.
Il tuo viso potrebbe essere da angelo, ma hai la mascella pronunciata quel tanto che basta a renderti sensuale in modo virile.
Sei bello in una maniera non scontata, ma non è principalmente questo a confondermi i pensieri.
Tu hai qualcosa che non capisco bene, qualcosa di potente che mi afferra allo stomaco e mi brucia dentro, più di quanto stia facendo questo margarita al quale non sono abituata.
Forse è per il tuo modo di sfiorare le corde della chitarra, come se stessi toccando una donna.
O per l’incrinatura della tua voce mentre canti, un tono basso, roco, poi quasi una supplica che graffia l’aria.
O per la tua fronte corrugata mentre intensifichi gli accordi, e ne sei trascinato, trascinando anche me.
Davvero non so che cosa sia.
Ma quando finisci l’assolo e getti la testa all’indietro con gli occhi chiusi, io penso che quella dev’essere l’espressione che hai quando godi.
Capisco che d’ora in poi non riuscirò a pensare ad altro che a questo.
Tu non sei un angelo.
Sei un demone.
Ti voglio e non ho scelta.
Quando scendi dal palco incontro i tuoi occhi. Sotto le luci discontinue del locale hanno bagliori di metallo, ma è un metallo vivo che scava in me, molto più di quanto potrà mai fare il tuo sesso.
Non posso lasciare che il tuo sguardo passi oltre, continuo a cercarti con gli occhi.
Tu devi avvertire la mia intensità, perché mi osservi e ti avvicini.
Ora è il tuo sguardo ad agganciare il mio, ora sei tu che trovi pretesti per mantenere il contatto.
Intorno a te è un viavai di persone che ti chiamano, ti parlano, ti reclamano.
Ti distogli solo per quei secondi necessari a rispondere, ma subito dopo i tuoi occhi ritornano su di me, mi percorrono lungo il mio abito di ciniglia attillato ma non inguinale, si soffermano sulle gambe velate di nero, risalgono sulla curvatura del seno, sul mio collo, sui capelli folti e mossi, sulla bocca umida di gloss.
Riconosco nelle tue pupille lo stesso desiderio che devi aver letto nelle mie.
Adesso possiamo anche presentarci e fingere di conversare, io nel mio inglese scolastico, tu nel tuo repertorio d’occasione, giusto perché la circostanza pubblica lo richiede.
Ed è proprio quello che facciamo per quell’ora in cui devi rimanere lì.
Ma non avremo tempo per discorsi più intimi.
Domani parti per non so dove.
Nessun’altra serata disponibile, nessuna cena insieme - sempre ammesso poi che avremmo davvero voluto seguire il copione di un primo appuntamento standard.
Con te è così. Adesso, subito. O mai più.
La porta della tua stanza d’albergo scatta subito al contatto con la tessera.
Dentro è una penombra rischiarata dai riflessi dei lampioni e dal blu tenue di un’insegna di un locale, un rettangolo sfumato sulla tenda sottile come carta velina.
Il letto è una sagoma indistinta, ma non lo raggiungiamo subito.
Mi spingi contro il muro, sento il tuo peso addosso, il tuo calore, il tuo ansimare.
Inspiro il tuo profumo con il viso contro la tua spalla, sei così alto che a stento raggiungo il tuo collo. Ti desidero talmente tanto che potrei venire anche solo così, aggrappata a te, con il tuo ginocchio che s’insinua fra le mie gambe e si strofina contro i miei slip umidi.
Solo per un attimo ci scostiamo, quel tanto che basta ad incrociare ancora gli sguardi. E’ buio, ma non abbastanza da nascondere il lucido che hai negli occhi. Quel colore metallico è diventato torbido.
Sembri febbricitante. Lo siamo entrambi.
Le tue labbra mi scendono sul collo, sento il ruvido della tua barba di un giorno, poi sul seno.
Il tocco della tua bocca sopra il tessuto mi spezza il respiro.
Vorrei il tuo contatto sulla pelle nuda, ma non riesco a sfilarmi il vestito, mi rimane arricciato in vita come una buccia inutile che non viene più via.
Con la bocca scendi ancora.
Sento il mio cuore martellare per tutta la stanza, temo che lo possano avvertire anche in corridoio, per le scale, nell’atrio, in strada, in tutta la città.
E’ assordante, rimbomba ovunque.
La visione del tuo volto che affonda fra le mie cosce mi toglie l’equilibrio e quella poca lucidità che mi è rimasta.
Prima mi sorreggi tenendomi le mani sui fianchi, poi mi appoggi una gamba sulla tua spalla, mentre con le labbra scosti la membrana sottile e ormai fradicia dei miei slip.
Trattengo il respiro all’intensità del tuo contatto.
Sei così avvolgente, carezzevole. Mi stai assaporando come un delizioso frutto aperto solo per te. Mi fasci con le labbra come se volessi mangiarmi dolcemente, mi tormenti il clitoride con la lingua e mi massaggi in un movimento circolare, con passione, con lentezza, come se non avessi mai assaggiato nulla di più inebriante dei miei umori.
Apro di più le gambe, al limite dell’equilibrio, mentre ti accarezzo i capelli.
Mi sento vulnerabile, eppure tanto libera… di non difendermi, di espormi completamente, di lasciar andare il controllo, i freni, le barriere, i pensieri.
La sensazione sconvolgente della tua bocca calda e morbida mi travolge subito, con una scossa di piacere devastante che mi fa quasi urlare e vacillare.
Graffio il muro dietro la mia schiena, come se potessi trovare un appiglio.
Le gambe sono di pezza, solo tu mi reggi.
Quando ti alzi hai la bocca e il mento bagnati del mio piacere, i capelli sconvolti, il respiro corto.
Mi allungo in punta di piedi e arrivo a baciarti lì dove sei umido di me, mentre le mie dita s’insinuano sotto la tua camicia.
Finalmente ti sento oltre la barriera dei vestiti. E’ da quando ti ho visto su quel palco che voglio la tua pelle nuda.
L’avverto calda, sudata e tesa sotto i peli del petto e sotto il mio tocco che ti fa leggermente sussultare, come se ti scottasse.
Ci avvinghiamo ansimanti, perdendo momentaneamente l’equilibrio ed appoggiandoci alla consolle, all’entrata della camera.
Le mie mani tremanti lottano con la cintura dei tuoi pantaloni, tu la slacci con un gesto brusco.
Ti leggo nello sguardo la tua urgenza che stai cercando di controllare.
Voglio solo sentirti di più, completamente, addosso, dentro, nel mio corpo e nei pensieri che non hanno mai smesso di volerti, come forse non mi è mai capitato prima.
Ti circondo il collo con le braccia, mi inarco contro di te. Sento tutto il calore del tuo sesso rigido premuto contro il mio pube, lo massaggio con un movimento circolare del bacino, morbida, sinuosa, con gli umori che mi colano fra le cosce.
Ti sfugge un gemito roco, mentre mi sollevi leggermente fino a farmi quasi sedere sulla consolle.
Mi penetri in modo graduale ma vigoroso.
Ti sento aprirmi ed invadermi sempre di più, sempre un po’ oltre, i nostri sguardi famelici allacciati, i nostri respiri affannosi che fendono il silenzio immobile della stanza.
Vuoi essere lento all’inizio. Vuoi darmi il tempo di abituarmi, ma io sono già spalancata, con la mente impazzita.
Aumenti il ritmo, riempiendomi ancora, più a fondo, più che puoi, con movimenti che mi spingono quasi verso l’alto, quasi sollevandomi, come se mi sorreggessi solo così, sul tuo sesso che mi spinge dentro.
Sei al limite, lo sono anch’io.
Mi basta strofinare il clitoride contro il tuo pube per sentirmi ancora scuotere violentemente da un’ondata di piacere insopportabile, mentre ti mordo lievemente la spalla per soffocare i gemiti.
Tu perdi completamente il controllo.
Ti muovi selvaggiamente dentro di me, più a fondo che puoi, senza più freni, senza limiti, tutto il tuo corpo scosso da brividi, contro la mia tempia il tuo respiro affannoso che diventa un gemito spezzato, mentre vieni a lungo appoggiando una mano sul muro, come se non riuscissi a stare in piedi.
Poi ti accasci su di me.
Per qualche momento rimaniamo immobili, il tuo piacere che mi cola fuori in scie dense lungo le cosce, il tuo abbraccio che si fa più stretto.
Quando ci scostiamo sento una linea indolenzita sui glutei, come un taglio senza sangue. Il bordo della consolle mi ha lasciato un solco livido sulla pelle.
Lo vedi anche tu, mi accarezzi i capelli.
Solo adesso ci rendiamo conto di essere ancora quasi del tutto vestiti, nei pochi metri dell’ingresso della camera, appoggiati ad un piano di vetro ruvido che non è crollato solo per miracolo.
Non so che ora sia. Nel mio obnubilamento dei pensieri noto soltanto che il riflesso blu dell’insegna al neon è sempre sulla tenda. Il locale è ancora aperto, non saranno nemmeno le 2.
Abbiamo ancora tempo.
Ore dilatate per la lentezza. Per rimanere allacciati, finalmente nudi, finalmente abbandonati sulle lenzuola, finché il desiderio ti assale ancora, e allora questa volta posso esplorarti con la bocca.
Posso prendermi tutto il tempo che mi serve per accarezzare il tuo sesso e odorarlo, per percorrerlo tutto con le labbra, in ogni piega, in ogni nervatura, per percepire il suo calore e la sua tensione su tutto il mio viso, per sentirlo premere contro il palato come se volesse squarciarlo, con i fiotti caldi che mi sgorgano in gola, mentre tu ti contorci sulle lenzuola e io cerco solo di guardarti sempre, per imprimermi nella mente ogni tua espressione, ogni tuo gemito.
E altro tempo ancora per accarezzarti le spalle, le braccia, per sciogliere la stanchezza.
E poi per massaggiarti con tutto il mio corpo, godendomi il calore e il contatto della tua pelle, totale, assoluto.
Per scivolarti addosso e ondeggiare con i seni contro il tuo petto, ansimante, finché tu mi premi il bacino contro il tuo e mi fai sedere a cavalcioni sopra di te, e mi penetri così, assecondando i miei movimenti flessuosi, titillandomi i capezzoli e poi intrecciando le dita alle mie, guardandomi negli occhi mentre l’orgasmo ci travolge, come se fossimo amanti da una vita.
Poi la notte è passata, l’insegna al neon è spenta da un po’, il cielo non è più così scuro, anche se per me potrebbero essere trascorsi minuti o secoli.
Mi rimangono ancora alcuni attimi per guardarti, esausto, sudato, con i capelli incollati alla fronte e al viso, i tuoi occhi trasparenti che ora sono come annacquati, il tuo corpo che solo adesso posso veramente vedere bene, così perfetto con quelle imperfezioni di piccole pieghe sui fianchi e sulla pancia, così imponente nella naturale ampiezza delle spalle.
Ti fotografo sulla retina, resterai indelebile.
Il chiarore avanza attraverso la carta velina della tenda. Comincio a riprendere contatto con lo spazio, oltre che con il tempo.
Questa camera la vedo soltanto ora. E’ minimale, fatta di cubi e forme geometriche, colori neutri. Ma non è asettica. E’ sobria, discreta.
Come se l’arredatore non avesse voluto rubare l’attenzione con orpelli e colori invadenti, per lasciare al centro solo l’essenziale: noi due.
Fra alcune ore avrai un’intervista in una radio locale, mi dici che sei contento che sia una radio, così non dovrai passare tanto tempo al trucco per nascondere al pubblico le occhiaie e l’aria sfatta.
Ti sorrido, poi rimaniamo in silenzio.
Adesso c’è una sospensione fra di noi, un non detto tangibile nell’aria.
Lo capiamo negli sguardi, in quel modo unico che abbiamo di comunicare con gli occhi.
Tu sei un giovane cantante esordiente che comincia ad avere un po’ di successo, che dopo l’intervista prenderà un aereo per un altro concerto, in un’altra città, per un’altra data del tour.
Io sono una studentessa che fra qualche ora dovrà andare ad una lezione e che a breve partirà per l’Erasmus.
Troppo lontani, troppo diversi e divergenti, troppo tutto per pensare che possa ripetersi.
Mi chiedi di fare la doccia con te, io ti rispondo che preferisco passare da casa, devo anche cambiarmi. Non posso andare all’università con il tubino di ciniglia ed una calza strappata nella foga di sfilarla.
E poi preferisco non vederti in una situazione così normale e quotidiana come la doccia della mattina. Come se fossimo in una casa e non in una stanza d’albergo, come se stessimo insieme.
E’ meglio che rimanga tutto nei contorni sfumati e scuri della notte, come in un sogno.
Mi accompagni alla porta, prima di aprire prolunghiamo il bacio di saluto, intenso e pungente come sono sempre i commiati.
Mi dici che ci sentiamo, ho il tuo numero, hai il mio numero, io annuisco, ma sappiamo entrambi che non andrà così.
Non mi volto, finché le porte dell’ascensore iniziano a scorrere dietro di me, e allora sento anche lo scatto della serratura della tua camera.
Rabbrividisco nell’alba grigia e deserta, raggiungo la fermata dell’autobus. E’ tutto immobile e muto. Solo qualche auto che passa ogni tanto e il profumo di croissant proveniente da una panetteria appena aperta.
Fra poco la città si sveglierà ed inizierà la sua corsa quotidiana, ignara di noi e di me.
Ma adesso nessun rumore disturba il mio silenzio.
Penserò a te tutto il giorno, sarà difficile concentrarmi durante la lezione.
E ti penserò anche in altri momenti, chissà per quanto tempo ancora.
Ti penserò finché la vita non mi riassorbirà nella sua corrente.
Ma ci sarà sempre quel momento in cui qualcosa, un dettaglio, mi riporterà con il ricordo a te – magari un’insegna al neon blu rettangolare, un ripiano di vetro ruvido, un odore simile a quello del tuo dopobarba.
E allora ritroverò la tua passione, il tuo piacere, le tue mani, il tuo volto, i tuoi occhi, la tua immagine nella penombra, così come l’ho fotografata nella mente, vivida e intatta come se fosse stato ieri, ma allo stesso tempo indistinta, con quella sensazione di realmente vissuto e contemporaneamente così stupendo da non apparire nemmeno vero.
Sarà come rivedere te e me in un sogno, sfocati eppure autentici.
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