This photograph is my proof

di
genere
sentimentali

S'incontrarono in una camera d'albergo, dopo tanto parlarsi e vedersi attraverso quella distanza siderale di schermi che aveva esasperato la loro sete reciproca, anziché placarla.

Lì, fra le tende traforate color avorio e una lampada dalla luce discreta, lui iniziò a sistemare i parametri della sua macchina fotografica.

- Mi piacerebbe farti qualche scatto. - Le aveva detto lui al telefono, un giorno. E aveva aggiunto: - Dopo tutto il resto. -

Avevano sorriso entrambi.

La sessione fotografica non era effettivamente stata il loro primo pensiero, non appena avevano chiuso la porta alle loro spalle.
Le lenzuola erano aggrovigliate, i cuscini ammaccati, i vestiti sparsi casualmente un po' sulla sedia e un po' ai piedi del letto.

L'aria echeggiava ancora dei loro respiri affannosi, di quel primo momento di desiderio famelico che li aveva travolti subito, dopo tanto attendersi da lontano.

Ma ora lei si era sistemata i capelli per offrirsi all'obiettivo di lui. Aveva portato con sé una quantità indefinita di cambi (vestiti, scarpe, intimo di ogni genere), aveva immaginato pose e sequenze da seguire.

Prima con gli abiti, poi senza... prima un po' pudica, poi sempre più spudorata...

Ma di fronte allo sguardo di lui, ogni copione si dissolse.

Si sentì nuda anche se vestita, si riconobbe disarmata e autentica. Completa in quelle tante e simultanee frazioni di se stessa che soltanto con lui aveva scoperto.

Prese a seguire senza un ordine preciso le sfumature di emozioni che si scambiavano, in quella muta intesa fatta di sguardi e di silenzi.

Erano allacciati in una sintonia soltanto loro.

Lei si mosse con naturalezza fra il letto e la sedia, cercando squarci di luce che le lambissero i capelli, un fianco, i capezzoli, le labbra, giocando con il chiaroscuro e con le ombre per diventare, a seconda dei momenti, una presenza carnale o un'apparizione effimera.

Si divertì con pose da diva anni '20, da gatta lasciva accovacciata sul pavimento, da creatura arresa con le ginocchia raccolte.

Era dolce, inafferrabile, sensuale, spavalda, innocente, oscena.

Lui catturò di lei anche ciò che sfuggiva a chiunque altro. Un'espressione intensa ma distratta, un gesto armonioso di scostarsi una ciocca di capelli, il suo modo di muoversi, di sedersi, di camminare, aggraziato e a volte inconsapevole.

Vedeva la sua sensualità anche quando lei non sapeva di esprimerla, anche quando si credeva assorta in altro, immobile in una postura non particolarmente accattivante, non esplicitamente provocante.

Sapeva cogliere la sua essenza, così intensa, così naturale e sfaccettata, e gliela restituiva in una manciata di pixel che la sorprendeva sempre.

Solo lui aveva questo sguardo così speciale. E solo di fronte ai suoi occhi lei si spalancava così, fin nelle sue profondità più intime, indifesa, per offrirgliele tutte e perché lui le raccogliesse come voleva.
Molto più intensamente di quando la penetrava nel sesso.

Ad un certo punto lui si avvicinò con l'obiettivo. Un raggio di sole le colpiva metà del volto, conferendole un aspetto ambivalente di chiarezza ed oscurità.

Lei si mosse leggermente e lui seguì il suo spostamento, per cogliere proprio quell'attimo, proprio quell'angolazione.

Ne uscì uno scatto quasi surreale: uno dei suoi occhi neri divenuto chiaro, quasi grigio, una porzione di capelli lucente di sole, e l'altra metà del viso scura e indistinta.

- Questa va sulla rivista di fotografia, se tu vuoi -, le disse lui.

E dopo aver visto l'anteprima di quell'immagine, lei gli sfiorò le labbra. Con delicatezza, all'inizio, gradualmente insinuando la lingua ed allacciandola alla sua, avvolgente.
Si assaporarono lentamente, godendosi ogni momento di quell'intensità senza fretta.

Poi si fotografarono insieme con l'autoscatto. Abbracciati sul letto, in piedi davanti alla finestra o allo specchio e in ogni angolo della stanza che potesse prestarsi a diventare una nicchia soffusa e calda.

Lo fecero giocosamente, casualmente. Dopo essersi avvinghiati fra le lenzuola ed aver urlato di piacere contro i cuscini, o dopo aver un po' riposato, esausti e sudati, l'una sopra l'altro.

Momenti imprevedibili, catturati non appena capitavano, come a volerli fissare per sempre nella loro bellezza tanto luminosa quanto sfuggente.

Anche dopo molti anni lei non avrebbe mai smesso di guardare quelle istantanee di loro due insieme.

Le avrebbe conservate come il dono più raro, ogni volta perdendosi nel ricordo di quella loro bolla fuori dal tempo, nella quale erano stati, anche se solo per un giorno, due corpi e due menti uniti nella stessa vibrazione.

E lui, in alcune sue serate solitarie, avrebbe sempre rivisto, nella memoria ancor prima che sullo schermo, gli occhi e la figura di lei, sensuale, appassionata, come solo lui aveva saputo scoprirla.

Entrambi avrebbero sempre avuto la prova che sì, era accaduto veramente.
Erano proprio loro, e si erano amati davvero.


"This photograph is my proof. There was that afternoon, when things were still good between us, and she embraced me, and we were so happy. It did happen, she did love me. Look, see for yourself!" (Duane Michals, fotografo)

"Questa foto è la mia prova. Era quel pomeriggio, quando tutto era ancora così bello fra di noi, e lei mi abbracciava, ed eravamo così felici. E' accaduto, lei mi amava. Guarda, guarda tu stesso!"
(Duane Michals)

(A D.)
scritto il
2026-04-14
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