Happy birthday to you
di
Claudia.PR
genere
etero
Mi osservo un’ultima volta nello specchio del bagno, per rifinire il trucco leggero, controllando che il mascara non si sia rappreso in grumi sulle ciglia.
I capelli, lunghi e vaporosi, mi ricadono in tenui onde ai lati del viso, con ciocche sulla fronte che io riporto all’indietro.
Ho labbra piene e morbide, con il contorno ben delineato da una matita color mattone, e occhi come braci accese, inquieti, impazienti.
Nel salotto il set fotografico improvvisato è già pronto: persiane semiaperte a lasciar irrompere un po’ di luce estiva, le tende sottili come ragnatele iridescenti, una piccola lampada avorio in un angolo.
Avverrà così, in un ambiente sospeso fra sole e crepuscolo. Ho sempre odiato il fulmine innaturale del flash che rende ogni viso un po’ allucinato e il tutto banale e gelido come la fototessera su un documento.
Tu adesso stai dormendo, dall’altra parte dell’oceano. Sei partito con il tuo socio per lavoro e non immagini cosa sto per fare.
E come potresti?
Non sei mai riuscito a rubarmi altro che qualche scatto di sorpresa, durante le nostre gite domenicali al mare e in campagna. All’improvviso, quando mi stagliavo contro qualche scorcio che reputavi suggestivo, mi chiamavi, io mi voltavo e subito sentivo il clic a tradimento della tua digitale.
Non ho mai amato rivedermi in foto, anzi l’ho sempre proprio odiato. Ogni volta mi pareva di osservare un’estranea che vagamente mi assomigliava.
Ma questa volta la sorpresa l’avrai tu. Questa volta mi fotograferò per te.
Quando ti sveglierai, fra qualche ora, da te sarà mattina, la mattina del tuo compleanno.
Prima che tu partissi ti avevo chiesto cosa desiderassi come regalo.
Avevi risposto: - Qualcosa che non mi aspetterei da te -.
Pensavi a qualche oggetto bizzarro che ti avrei consegnato con aria divertita al tuo ritorno da Boston.
E invece la mia immaginazione si era già accesa di un pensiero lascivo e inarrestabile. Già sapevo quale sarebbe stato il mio regalo.
Manca solo lo specchio, ora, perché voglio guardarmi mentre mi fotografo con l’autoscatto: scelgo quello ampio della camera da letto e lo sistemo in salotto, appoggiandolo contro il mobile della cristalleria. L’angolazione è quella giusta: riflette buona parte del tappeto, il divano, una porzione di tavolo e uno spicchio di finestra attraverso il quale si diffonde un chiarore abbacinante come di fuoco bianco.
Sistemo la digitale su una sedia, controllandone l’inquadratura, e comincio con un primo scatto di prova.
Il risultato mi soddisfa: la piena luce investe gli oggetti di lato, creando, dall’altra parte, zone d’ombra che avvolgono i mobili e fra poco anche il mio corpo, in una nicchia di chiaroscuro come sospesa nello spazio.
Adesso tocca a me. Mi farò vedere in tutti i modi in cui mi hai vista in questi cinque anni, e forse anche in qualche aspetto nuovo che io per prima non ho ancora scoperto.
Perché l’immagine cambia, a seconda degli attimi, delle tensioni improvvise che passano negli occhi o sotto la pelle e che suggeriscono espressioni e pose ogni volta diverse.
Non sono mai la stessa e lo vedrai.
Per cominciare indosso un body di pizzo bianco, molto trasparente.
Hai scoperto recentemente il fascino del bianco, quel pomeriggio in cui sfrecciavamo in macchina, i finestrini abbassati, con il vento che mi sollevava la gonna leggera.
Il tuo sguardo era caduto sui miei slip, così candidi e sottili da rivelare la macchia scura dei peli radi del pube.
Avevi sorriso, insinuandomi una mano fra le cosce.
Io avevo sentito sotto le mie dita il tuo gonfiore improvviso nei pantaloni, mentre con gli occhi mi supplicavi di smettere perché stavi guidando, di stare attenta perché avrebbero potuto vederci, di continuare perché stavi godendo…
Ed eccolo fissato in pochi scatti, il tuo bianco sorprendente. Seduta sul tappeto con le gambe raccolte e leggermente divaricate, la testa reclinata su una spalla e l’espressione di chi chiede ciò che tu solo puoi capire, sono coperta di ricami impalpabili come brina che contrastano con il nero dei capelli, il bruno dei capezzoli, l’ombra sul pube.
Guardami: è lo stesso bianco fintamente ingenuo come quel giorno in macchina.
Cambio suggestione, ora. Mi lascio scivolare addosso una sottoveste in seta color panna, con tenui riflessi quasi dorati e le spalline sottili.
Rabbrividisco, è piacevole il contatto con il tessuto frusciante che mi fascia i seni e i fianchi, interrompendosi appena al di sotto del pube.
Mi hai visto indossarla in una camera d’albergo, durante la nostra vacanza a Firenze. Mi avevi detto che avevo un’aria nobile, con un che di leggermente protervo, regale.
I tuoi occhi si erano accesi di una luce nota.
- Come sei bella… vieni qui…-
Le tue mani avevano preso a sfiorarmi i seni, la schiena, le natiche appena scoperte dall’indumento troppo corto.
Ti piaceva sentire il tessuto liscio che ti scivolava sotto i polpastrelli, osservare come si plasmava sotto le tue carezze, disegnando come un calco la curva del seno e dei fianchi.
Adesso siedo sul divano con le gambe accavallate. Mentre il bip della digitale conta i dieci secondi prima dell’autoscatto, mi osservo nello specchio: il gomito appoggiato sul bracciolo, la mano che mi sostiene la testa, le gambe morbidamente rilassate e i piedi nudi, sembro davvero una regina un po’ annoiata, con un lampo di capriccio lascivo in fondo alle pupille.
Voglio mostrarti, ora, che non indosso niente oltre alla sottoveste. Sciolgo l’intreccio delle gambe e nello specchio intravedo la sagoma nera e rossiccia del mio sesso.
Ma non è ancora il momento. Stringo le ginocchia, con i piedi appoggiati sulle punte, per escluderti dalla vista di quello che tu desideri spasmodicamente. Devi ancora aspettare.
Le mie mani sollevano l’orlo della sottoveste, come se fossi sul punto di sfilarla, scoprendo i fianchi nudi. Mille pieghe di seta si delineano attorno al mio corpo, come dune di sabbia levigata.
L’obiettivo mi cattura così, leggermente protesa in avanti, la curva del seno in rilievo sotto la scollatura, il gesto di spogliarmi bloccato crudelmente a metà.
Accantono la sottoveste e cambio ancora pelle e immagine.
Sarà il nero, adesso, a riempirti gli occhi e i sensi.
I miei cassetti traboccano di biancheria di questo colore: reggiseni, slip, coulottes, persino un reggicalze.
Scelgo il completino che mi hai regalato tu: un reggiseno a balconcino, di pizzo tanto fine da sembrare carta velina, con slip coordinati.
Poi, lentamente, mi fascio le gambe nelle calze autoreggenti e indosso le scarpe nere con il tacco alto e il laccio che cinge la caviglia sottile.
Hai sempre detto che il nero è il mio colore, che esprime la mia anima più nascosta, vellutata e oscura come la biancheria che indosso di solito.
Hai trascorso tante serate a lasciarmi umide scie di saliva su quel ridotto lembo di coscia fra l’orlo degli slip e il bordo delle autoreggenti, a guardare la mia pelle resa ancora più chiara dal contrasto con il nero del pizzo, a scostarmi l’esigua striscia delle mutandine, nella foga, per succhiarmi, per strapparmi gemiti rochi come se mi stessi facendo del male.
Mentre, semisdraiata sul tappeto, mi offro ancora all’obiettivo della digitale, noto nello specchio che il mio sguardo è cambiato.
Si è fatto di tenebra come ciò che indosso.
Sono eccitata. Lo sento mentre mi bagno di questi ricordi di noi, lo vedo negli occhi offuscati di quel desiderio che tu conosci bene.
Ho voglia di toccarmi, ho voglia di farlo come se la mia mano fosse la tua.
Ma mi fermo, con fatica.
C’è altro adesso.
Ripongo in un angolo il completino nero.
Ora vedrai quello che non conosci.
Un perizoma di un rosso cupo, quasi bordeaux, sfacciato e al contempo elegante, un’esigua macchia di colore scuro sulla mia carnagione chiara.
L’ho comprato ieri e volevo mostrartelo al tuo ritorno a casa. Mi avevi detto che il rosso dona alle more e che la mia pelle bianca ne avrebbe assorbito tutta la sensualità di carne viva e di sangue.
Indosso soltanto questo triangolino di stoffa. I miei seni finalmente liberi si mostrano per la prima volta all’obiettivo.
Non esistono ricordi con te di questo rosso inaspettato.
E allora è la fantasia che si sostituisce ad un vissuto che non c’è ancora.
Immagino che tu sia qui, da qualche parte in un angolo o in piedi vicino alla porta.
Ora sei tu che nel mio pensiero guidi il gioco, è la mia mente che ti fa parlare ed agire come so che faresti se tu davvero fossi a pochi passi da me.
Voglio mostrarmi nei modi che mi chiederesti.
- Vòltati. -
Immagino che il tuo tono sia perentorio, come sempre quando l’eccitazione ti sale dentro, prepotente.
Obbedisco. Appoggio una gamba sulla sedia, voltando le spalle alla digitale e afferro il tavolo davanti a me.
Osservo nello specchio la schiena flessuosa, le cosce rese più morbide dai giochi di luce e ombra, i glutei separati dalla sottilissima striscia quasi nera.
Fisso l’obiettivo, attendo l’autoscatto. Il mio sguardo è più che eloquente. Ti sto implorando con gli occhi: - Parlami ancora -.
- Brava. Adesso chinati. -
Nella mia mente ancora la tua voce, roca di eccitazione.
Mi sporgo un po’ verso il tavolo.
- Di più. -
Mi abbasso ancora, appoggiando i gomiti sul legno lucido e levigato. Abbandono la testa sulle braccia, con i capelli che mi ricadono a cascata sulla schiena e sul viso.
I glutei sono in primo piano, si intravedono persino le grandi labbra sotto il ridotto lembo di tessuto.
Rosso su rosso.
L’obiettivo si impossessa ancora di me.
- Sei bagnata. Toccati. -
Uno scatto mi immobilizza mentre le dita frugano l’inconsistente tessuto del perizoma, disordinatamente, confusamente.
- Adesso toglilo. -
Il perizoma scivola lungo le cosce: un fotogramma mi cattura così, con il triangolino di stoffa abbassato quasi fino al ginocchio e i glutei ormai indifesi senza più nemmeno il filo rosso a dividerli.
Sono completamente nuda ora.
- Vòltati. Fatti vedere bene. Fatti vedere davanti. -
Mi sistemo sulla sedia, con le gambe divaricate.
Ancora il bip della digitale, ancora uno scatto di cui forse non sono più tanto consapevole.
Nella mia mente ci sei sempre tu che non smetti mai di guardarmi.
T’immagino mentre ti siedi di fronte a me e mi chiedi di farti vedere ancora, ancora…
La mia mano scivola sul pube, massaggia leggermente il clitoride, fascia nel palmo il mio sesso fremente, mentre due dita s’insinuano ad aprire le labbra gonfie e bagnate.
Ormai mi dimentico della digitale e dell’autoscatto. Non posso alzarmi a premere il pulsante, sono catturata in una tensione quasi dolorosa.
Il mio gioco da sola non potrai vederlo, dovrai soltanto immaginarlo, ricostruire la scena del mio piacere attingendo dai tuoi ricordi tutte le immagini di me abbandonata mentre mi fai godere.
Il movimento della mia mano si fa più concitato, il bacino si strofina impazzito contro le dita impastate di umori densi, finchè mi appoggio contro lo schienale della sedia, stravolta, sudata, ansimante.
Ecco la parte di me che non hai mai visto. E’ quella incontrollabile e notturna che si spalanca per farsi ammirare, che gode del tuo sguardo, del tuo desiderio che si consuma da lontano.
Adesso, seduta davanti al mio pc, sono io che ti sto immaginando.
Fra poche ore ti sveglierai, accenderai il portatile, mentre con una mano ti sfregherai il viso più volte, per cancellare dagli occhi le ultime ombre del sonno.
Scaricherai la posta, sorriderai nello scorgere una mail da parte mia. Penserai agli auguri, ma resterai perplesso nel trovare soltanto un file così ingombrante.
Sarai incuriosito, sorpreso.
Aprirai il file e ti apparirà la prima foto, come la prima piega aperta di un ventaglio indecente.
Crederai di fluttuare ancora nei sogni.
Poi la seconda.
La terza.
Provo ad immaginarti mentre il tuo sgomento cederà il passo all’eccitazione.
La tua mano ti scivolerà sui pantaloni e poi sotto, sempre più frenetica, per prenderti lo stesso piacere che prima ha travolto me?
Oppure guarderai ancora, dall’inizio, un’altra volta, e non mi riconoscerai, e vorrai partire subito come se dovessi trovarmi ancora spalancata e persa su quella sedia, come se ti avessi aspettato così per tutto il tempo in cui sei stato lontano?
L’ultima schermata riporta una scritta rossa, - Quello che non ti aspettavi da me -, seguita più in basso dai miei auguri: - Happy birthday to you -.
Poi invio.
I capelli, lunghi e vaporosi, mi ricadono in tenui onde ai lati del viso, con ciocche sulla fronte che io riporto all’indietro.
Ho labbra piene e morbide, con il contorno ben delineato da una matita color mattone, e occhi come braci accese, inquieti, impazienti.
Nel salotto il set fotografico improvvisato è già pronto: persiane semiaperte a lasciar irrompere un po’ di luce estiva, le tende sottili come ragnatele iridescenti, una piccola lampada avorio in un angolo.
Avverrà così, in un ambiente sospeso fra sole e crepuscolo. Ho sempre odiato il fulmine innaturale del flash che rende ogni viso un po’ allucinato e il tutto banale e gelido come la fototessera su un documento.
Tu adesso stai dormendo, dall’altra parte dell’oceano. Sei partito con il tuo socio per lavoro e non immagini cosa sto per fare.
E come potresti?
Non sei mai riuscito a rubarmi altro che qualche scatto di sorpresa, durante le nostre gite domenicali al mare e in campagna. All’improvviso, quando mi stagliavo contro qualche scorcio che reputavi suggestivo, mi chiamavi, io mi voltavo e subito sentivo il clic a tradimento della tua digitale.
Non ho mai amato rivedermi in foto, anzi l’ho sempre proprio odiato. Ogni volta mi pareva di osservare un’estranea che vagamente mi assomigliava.
Ma questa volta la sorpresa l’avrai tu. Questa volta mi fotograferò per te.
Quando ti sveglierai, fra qualche ora, da te sarà mattina, la mattina del tuo compleanno.
Prima che tu partissi ti avevo chiesto cosa desiderassi come regalo.
Avevi risposto: - Qualcosa che non mi aspetterei da te -.
Pensavi a qualche oggetto bizzarro che ti avrei consegnato con aria divertita al tuo ritorno da Boston.
E invece la mia immaginazione si era già accesa di un pensiero lascivo e inarrestabile. Già sapevo quale sarebbe stato il mio regalo.
Manca solo lo specchio, ora, perché voglio guardarmi mentre mi fotografo con l’autoscatto: scelgo quello ampio della camera da letto e lo sistemo in salotto, appoggiandolo contro il mobile della cristalleria. L’angolazione è quella giusta: riflette buona parte del tappeto, il divano, una porzione di tavolo e uno spicchio di finestra attraverso il quale si diffonde un chiarore abbacinante come di fuoco bianco.
Sistemo la digitale su una sedia, controllandone l’inquadratura, e comincio con un primo scatto di prova.
Il risultato mi soddisfa: la piena luce investe gli oggetti di lato, creando, dall’altra parte, zone d’ombra che avvolgono i mobili e fra poco anche il mio corpo, in una nicchia di chiaroscuro come sospesa nello spazio.
Adesso tocca a me. Mi farò vedere in tutti i modi in cui mi hai vista in questi cinque anni, e forse anche in qualche aspetto nuovo che io per prima non ho ancora scoperto.
Perché l’immagine cambia, a seconda degli attimi, delle tensioni improvvise che passano negli occhi o sotto la pelle e che suggeriscono espressioni e pose ogni volta diverse.
Non sono mai la stessa e lo vedrai.
Per cominciare indosso un body di pizzo bianco, molto trasparente.
Hai scoperto recentemente il fascino del bianco, quel pomeriggio in cui sfrecciavamo in macchina, i finestrini abbassati, con il vento che mi sollevava la gonna leggera.
Il tuo sguardo era caduto sui miei slip, così candidi e sottili da rivelare la macchia scura dei peli radi del pube.
Avevi sorriso, insinuandomi una mano fra le cosce.
Io avevo sentito sotto le mie dita il tuo gonfiore improvviso nei pantaloni, mentre con gli occhi mi supplicavi di smettere perché stavi guidando, di stare attenta perché avrebbero potuto vederci, di continuare perché stavi godendo…
Ed eccolo fissato in pochi scatti, il tuo bianco sorprendente. Seduta sul tappeto con le gambe raccolte e leggermente divaricate, la testa reclinata su una spalla e l’espressione di chi chiede ciò che tu solo puoi capire, sono coperta di ricami impalpabili come brina che contrastano con il nero dei capelli, il bruno dei capezzoli, l’ombra sul pube.
Guardami: è lo stesso bianco fintamente ingenuo come quel giorno in macchina.
Cambio suggestione, ora. Mi lascio scivolare addosso una sottoveste in seta color panna, con tenui riflessi quasi dorati e le spalline sottili.
Rabbrividisco, è piacevole il contatto con il tessuto frusciante che mi fascia i seni e i fianchi, interrompendosi appena al di sotto del pube.
Mi hai visto indossarla in una camera d’albergo, durante la nostra vacanza a Firenze. Mi avevi detto che avevo un’aria nobile, con un che di leggermente protervo, regale.
I tuoi occhi si erano accesi di una luce nota.
- Come sei bella… vieni qui…-
Le tue mani avevano preso a sfiorarmi i seni, la schiena, le natiche appena scoperte dall’indumento troppo corto.
Ti piaceva sentire il tessuto liscio che ti scivolava sotto i polpastrelli, osservare come si plasmava sotto le tue carezze, disegnando come un calco la curva del seno e dei fianchi.
Adesso siedo sul divano con le gambe accavallate. Mentre il bip della digitale conta i dieci secondi prima dell’autoscatto, mi osservo nello specchio: il gomito appoggiato sul bracciolo, la mano che mi sostiene la testa, le gambe morbidamente rilassate e i piedi nudi, sembro davvero una regina un po’ annoiata, con un lampo di capriccio lascivo in fondo alle pupille.
Voglio mostrarti, ora, che non indosso niente oltre alla sottoveste. Sciolgo l’intreccio delle gambe e nello specchio intravedo la sagoma nera e rossiccia del mio sesso.
Ma non è ancora il momento. Stringo le ginocchia, con i piedi appoggiati sulle punte, per escluderti dalla vista di quello che tu desideri spasmodicamente. Devi ancora aspettare.
Le mie mani sollevano l’orlo della sottoveste, come se fossi sul punto di sfilarla, scoprendo i fianchi nudi. Mille pieghe di seta si delineano attorno al mio corpo, come dune di sabbia levigata.
L’obiettivo mi cattura così, leggermente protesa in avanti, la curva del seno in rilievo sotto la scollatura, il gesto di spogliarmi bloccato crudelmente a metà.
Accantono la sottoveste e cambio ancora pelle e immagine.
Sarà il nero, adesso, a riempirti gli occhi e i sensi.
I miei cassetti traboccano di biancheria di questo colore: reggiseni, slip, coulottes, persino un reggicalze.
Scelgo il completino che mi hai regalato tu: un reggiseno a balconcino, di pizzo tanto fine da sembrare carta velina, con slip coordinati.
Poi, lentamente, mi fascio le gambe nelle calze autoreggenti e indosso le scarpe nere con il tacco alto e il laccio che cinge la caviglia sottile.
Hai sempre detto che il nero è il mio colore, che esprime la mia anima più nascosta, vellutata e oscura come la biancheria che indosso di solito.
Hai trascorso tante serate a lasciarmi umide scie di saliva su quel ridotto lembo di coscia fra l’orlo degli slip e il bordo delle autoreggenti, a guardare la mia pelle resa ancora più chiara dal contrasto con il nero del pizzo, a scostarmi l’esigua striscia delle mutandine, nella foga, per succhiarmi, per strapparmi gemiti rochi come se mi stessi facendo del male.
Mentre, semisdraiata sul tappeto, mi offro ancora all’obiettivo della digitale, noto nello specchio che il mio sguardo è cambiato.
Si è fatto di tenebra come ciò che indosso.
Sono eccitata. Lo sento mentre mi bagno di questi ricordi di noi, lo vedo negli occhi offuscati di quel desiderio che tu conosci bene.
Ho voglia di toccarmi, ho voglia di farlo come se la mia mano fosse la tua.
Ma mi fermo, con fatica.
C’è altro adesso.
Ripongo in un angolo il completino nero.
Ora vedrai quello che non conosci.
Un perizoma di un rosso cupo, quasi bordeaux, sfacciato e al contempo elegante, un’esigua macchia di colore scuro sulla mia carnagione chiara.
L’ho comprato ieri e volevo mostrartelo al tuo ritorno a casa. Mi avevi detto che il rosso dona alle more e che la mia pelle bianca ne avrebbe assorbito tutta la sensualità di carne viva e di sangue.
Indosso soltanto questo triangolino di stoffa. I miei seni finalmente liberi si mostrano per la prima volta all’obiettivo.
Non esistono ricordi con te di questo rosso inaspettato.
E allora è la fantasia che si sostituisce ad un vissuto che non c’è ancora.
Immagino che tu sia qui, da qualche parte in un angolo o in piedi vicino alla porta.
Ora sei tu che nel mio pensiero guidi il gioco, è la mia mente che ti fa parlare ed agire come so che faresti se tu davvero fossi a pochi passi da me.
Voglio mostrarmi nei modi che mi chiederesti.
- Vòltati. -
Immagino che il tuo tono sia perentorio, come sempre quando l’eccitazione ti sale dentro, prepotente.
Obbedisco. Appoggio una gamba sulla sedia, voltando le spalle alla digitale e afferro il tavolo davanti a me.
Osservo nello specchio la schiena flessuosa, le cosce rese più morbide dai giochi di luce e ombra, i glutei separati dalla sottilissima striscia quasi nera.
Fisso l’obiettivo, attendo l’autoscatto. Il mio sguardo è più che eloquente. Ti sto implorando con gli occhi: - Parlami ancora -.
- Brava. Adesso chinati. -
Nella mia mente ancora la tua voce, roca di eccitazione.
Mi sporgo un po’ verso il tavolo.
- Di più. -
Mi abbasso ancora, appoggiando i gomiti sul legno lucido e levigato. Abbandono la testa sulle braccia, con i capelli che mi ricadono a cascata sulla schiena e sul viso.
I glutei sono in primo piano, si intravedono persino le grandi labbra sotto il ridotto lembo di tessuto.
Rosso su rosso.
L’obiettivo si impossessa ancora di me.
- Sei bagnata. Toccati. -
Uno scatto mi immobilizza mentre le dita frugano l’inconsistente tessuto del perizoma, disordinatamente, confusamente.
- Adesso toglilo. -
Il perizoma scivola lungo le cosce: un fotogramma mi cattura così, con il triangolino di stoffa abbassato quasi fino al ginocchio e i glutei ormai indifesi senza più nemmeno il filo rosso a dividerli.
Sono completamente nuda ora.
- Vòltati. Fatti vedere bene. Fatti vedere davanti. -
Mi sistemo sulla sedia, con le gambe divaricate.
Ancora il bip della digitale, ancora uno scatto di cui forse non sono più tanto consapevole.
Nella mia mente ci sei sempre tu che non smetti mai di guardarmi.
T’immagino mentre ti siedi di fronte a me e mi chiedi di farti vedere ancora, ancora…
La mia mano scivola sul pube, massaggia leggermente il clitoride, fascia nel palmo il mio sesso fremente, mentre due dita s’insinuano ad aprire le labbra gonfie e bagnate.
Ormai mi dimentico della digitale e dell’autoscatto. Non posso alzarmi a premere il pulsante, sono catturata in una tensione quasi dolorosa.
Il mio gioco da sola non potrai vederlo, dovrai soltanto immaginarlo, ricostruire la scena del mio piacere attingendo dai tuoi ricordi tutte le immagini di me abbandonata mentre mi fai godere.
Il movimento della mia mano si fa più concitato, il bacino si strofina impazzito contro le dita impastate di umori densi, finchè mi appoggio contro lo schienale della sedia, stravolta, sudata, ansimante.
Ecco la parte di me che non hai mai visto. E’ quella incontrollabile e notturna che si spalanca per farsi ammirare, che gode del tuo sguardo, del tuo desiderio che si consuma da lontano.
Adesso, seduta davanti al mio pc, sono io che ti sto immaginando.
Fra poche ore ti sveglierai, accenderai il portatile, mentre con una mano ti sfregherai il viso più volte, per cancellare dagli occhi le ultime ombre del sonno.
Scaricherai la posta, sorriderai nello scorgere una mail da parte mia. Penserai agli auguri, ma resterai perplesso nel trovare soltanto un file così ingombrante.
Sarai incuriosito, sorpreso.
Aprirai il file e ti apparirà la prima foto, come la prima piega aperta di un ventaglio indecente.
Crederai di fluttuare ancora nei sogni.
Poi la seconda.
La terza.
Provo ad immaginarti mentre il tuo sgomento cederà il passo all’eccitazione.
La tua mano ti scivolerà sui pantaloni e poi sotto, sempre più frenetica, per prenderti lo stesso piacere che prima ha travolto me?
Oppure guarderai ancora, dall’inizio, un’altra volta, e non mi riconoscerai, e vorrai partire subito come se dovessi trovarmi ancora spalancata e persa su quella sedia, come se ti avessi aspettato così per tutto il tempo in cui sei stato lontano?
L’ultima schermata riporta una scritta rossa, - Quello che non ti aspettavi da me -, seguita più in basso dai miei auguri: - Happy birthday to you -.
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