Vent’anni dopo. Il bacio
di
Nerea
genere
sentimentali
Le amiche avevano scelto il locale perché dava sul fiume. D’estate, dicevano, l’acqua rifletteva le luci come uno specchio agitato dal vento e perfino i tavoli di plastica sembravano più eleganti.
Lei era arrivata tardi.
Come sempre.
Attraversò la terrazza stringendosi nella giacca leggera. L’aria di giugno conservava ancora un profumo di erba tagliata e pietra calda. Le voci si mescolavano alla musica, un brusio continuo che rendeva ogni cosa più lontana, più morbida.
Le sue amiche la salutarono con un coro di proteste e risate.
— Finalmente.
Lei sorrise, appoggiò la borsa sulla sedia e si lasciò cadere al tavolo.
Fu allora che lo vide.
Non subito.
Prima notò una figura in piedi vicino al bancone, un uomo che rideva con qualcuno. Poi il profilo. La linea del naso. Il modo in cui inclinava la testa quando ascoltava.
Il cuore le diede un colpo secco.
Non uno di quelli romantici che si raccontano nei libri.
Qualcosa di più fisico.
Più antico.
Come una porta che si apre all’improvviso in una casa creduta vuota.
Matteo.
Per un istante tornò ad avere diciassette anni.
Le mattine nel corridoio del liceo.
Le interrogazioni di filosofia.
Il modo in cui cercava di non guardarlo e finiva sempre per guardarlo.
Tutti quegli anni si erano accartocciati in una frazione di secondo.
Lui si voltò.
La vide.
E la riconobbe.
Lo capì prima ancora che sorridesse.
Certe persone conservano il proprio nome nello sguardo.
Attraversò il locale verso di lei.
Con la naturalezza di chi non sa di essere stato un ricordo importante.
— Serena?
La sua voce era più bassa di come la ricordasse.
Lei rise.
— Non ci credo.
— Nemmeno io.
Rimasero qualche secondo a osservarsi.
Non per capire chi fossero diventati.
Per misurare la distanza tra quello che erano stati e quello che erano adesso.
Quando lui le propose da bere, lei accettò.
Non avrebbe saputo spiegare perché.
Forse per curiosità.
Forse perché era stanca di fingere che certe emozioni appartenessero al passato.
Si spostarono verso il bancone.
Le amiche, alle loro spalle, si scambiarono occhiate divertite.
Il ghiaccio tintinnò nei bicchieri.
Fuori il cielo diventava lentamente blu scuro.
Parlarono di tutto. Lavoro. Viaggi. Persone comuni. Argomenti innocui.
Eppure sotto ogni frase sembrava scorrere un altro dialogo.
Più silenzioso.
Più pericoloso.
Lei si accorse che continuava a notare dettagli inutili.
Le vene sottili sulle mani.
L’ombra della barba sulla mascella.
Il modo in cui la guardava quando lei smetteva di parlare.
Come se aspettasse sempre qualcosa in più.
Una confessione.
Una crepa.
Qualunque cosa potesse renderla meno distante.
La serata avanzava.
La musica aumentava.
Le persone attorno a loro cambiavano continuamente.
Ma la distanza tra i loro corpi sembrava ridursi senza che nessuno dei due facesse un passo.
E quando lui le sorrise, dopo una frase di cui lei non ricordò immediatamente il senso, ebbe la sensazione improvvisa e sconcertante che il desiderio assomigliasse molto alla nostalgia.
Non nasceva da ciò che conosceva.
Nasceva da ciò che aveva immaginato per anni.
E adesso era lì.
Seduto davanti a lei.
In carne, voce e occhi.
Più vicino di quanto fosse mai stato.
Lui stava dicendo qualcosa sul viaggio che aveva appena fatto.
Lei annuiva.
O almeno credeva di farlo.
Perché in realtà osservava la sicurezza con cui occupava lo spazio attorno a sé. Parlava con calma, senza bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Aveva sempre avuto quell’aria da duro che sembrava dire al mondo di non provarci nemmeno, eppure ogni tanto emergevano dettagli che lo tradivano: il modo in cui si assicurava che il suo bicchiere fosse pieno, come spostava appena una sedia per lasciarle più spazio senza nemmeno farlo notare.
Dettagli insignificanti.
Eppure non riusciva a distogliere lo sguardo.
Era assurdo.
Aveva trascorso anni senza pensarlo.
O forse mentiva a se stessa, forse aveva semplicemente imparato a nasconderlo in qualche angolo remoto della memoria.
Quando lui rise, si chinò leggermente verso di lei per farsi sentire sopra la musica.
Il suo profumo la raggiunse all’improvviso.
Legno, agrumi, qualcosa di caldo che non riuscì a identificare.Sentì un piccolo brivido correrle lungo la schiena. Come una scintilla in cerca di un punto in cui attecchire.
Lei abbassò lo sguardo sul bicchiere.
— Sei sempre stata così silenziosa quando eri in imbarazzo?
La domanda la colse di sorpresa.
— E tu sei sempre stato così presuntuoso?
Lui sorrise.
Quello stesso sorriso che a diciassette anni le aveva fatto perdere il filo durante un’interrogazione di storia.
— Non presuntuoso. Osservatore.
— Certo. E io sono la regina d’Inghilterra.
— No. Tu sei quella che arrossisce e poi fa finta di niente.
Lei sentì immediatamente il calore salirle alle guance.
— Non sto arrossendo.
— Stai arrossendo.
— Sei insopportabile.
— Eppure sei ancora qui.
Lei trattenne una risata. Era quello il problema.
Lui non cercava di vincere la conversazione. Giocava con lei, la provocava quanto bastava per costringerla a reagire. E lei, ostinatamente, gli teneva testa.
— Hai sempre avuto un ego enorme.
— E tu hai sempre avuto una risposta per tutto.
— Qualcuno deve pur ridimensionarti.
— Mi piace quando ci provi.
Le parole rimasero sospese tra loro.
Per un istante nessuno dei due parlò.
La musica cambiò: un brano lento. Le luci del locale si rifletterono nei suoi occhi. E lei ebbe la sensazione inspiegabile che il mondo attorno si fosse ristretto. Come se esistessero soltanto quel tavolo, quei bicchieri e la distanza minima che separava le loro ginocchia.
Poi accadde una cosa banale. Una cosa da nulla. Lui allungò una mano e le sfiorò il polso. Appena.Per sottolineare qualcosa che stava dicendo. Un contatto durato forse un secondo, forse meno. Ma il battito del cuore sembrò accelerare all’improvviso.Le vene si accesero come percorse da una corrente invisibile. Non dolore. Non paura.
Qualcosa di molto più profondo, di più caldo.
La consapevolezza di lui, della sua vicinanza, del fatto che avrebbe notato immediatamente se lei avesse trattenuto il respiro. Così fece la sola cosa possibile. Sorrise. E bevve un sorso troppo grande del suo cocktail.
Lui la guardò.
Non il sorriso.
Non il bicchiere.
Lei.
Con un’intensità calma che le fece abbassare gli occhi per la prima volta in tutta la serata.
— Stai ancora cercando di convincerti che non c’è niente?
La sua voce era bassa.
Lei sollevò lo sguardo.
— E tu stai ancora cercando di convincerti di avere tutto sotto controllo?
Qualcosa brillò nei suoi occhi.Un istante dopo lui si alzò. Lei aprì la bocca per dire qualcosa, ma lui le tese una mano.
— Vieni.
— Questo tono autoritario funziona spesso?
— Solo quando so che dirai di sì.
Lei avrebbe dovuto rifiutare. Invece gli prese la mano. Lui la guidò in un angolo più tranquillo del locale. Non c’era fretta nei suoi movimenti. Solo quella sicurezza disarmante.
Quando si fermarono, lei era abbastanza vicina da sentire il calore del suo corpo.
— Sei impossibile — mormorò.
— Me l’hai già detto.
— E continui a esserne fiero.
— Dipende da chi lo dice.
Lei alzò gli occhi al cielo, ma stava sorridendo.
Lui la osservò per un lungo istante.
Poi le infilo una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Un gesto sorprendentemente delicato.
Le ginocchia le si fecero improvvisamente meno affidabili.
— Stai arrossendo di nuovo — disse piano.
— Smettila.
— No.
Lei rise, scuotendo la testa.
E fu un errore.
Perché lui approfittò di quell’attimo per avvicinarsi ancora.
Abbastanza da cancellare ogni distanza.
Abbastanza da farle dimenticare il resto del mondo.
— Testarda.
— Detto da te è un complimento.
— Lo è.
Per una volta nessuno dei due ebbe una risposta pronta.
La tensione si tese fino a diventare quasi insostenibile.
Poi lui le sollevò appena il mento.
Aspettò un secondo.
Come se le stesse lasciando la scelta.
Lei non si mosse.
— Ho passato giorni interi a pensare a quanto sarebbero state morbide queste labbra sulle mie.
Le sussurrò vicino alla bocca, guardandola negli occhi, mentre con una mano scese fino alla cintura dei jeans e la tirò a sé.
Il bacio iniziò lento, morbido, e divenne sempre più avvolgente, le mani di lui dietro la nuca, le dita intrecciate nei suoi capelli. Lei si sentì spingere indietro finché la sua schiena non si trovò contro al muro, e sentì il corpo di lui premere contro il suo, vibrante.
Quando si separarono, lui appoggiò la fronte alla sua.
Lei era ancora arrossita.
Lui sorrise.
Fu allora che capì.
Non era mai stata quella cotta adolescenziale che aveva cercato di dimenticare. Quella era finita da tempo.
Il problema era ciò che restava. Perché davanti a lei non c’era più il ragazzo che aveva amato a diciassette anni.
C’era l’uomo che avrebbe potuto cambiarle la vita. E questa volta non aveva più nessun posto dove nascondersi.
Quando si separarono, nessuno dei due parlò subito.
La musica arrivava ovattata da qualche parte alle loro spalle.
Per un istante esistette soltanto il rumore del loro respiro.
Troppo vicino a quello che sarebbe potuto succedere se fossero rimasti lì ancora qualche secondo.
Troppo vicino a cedere davvero.
E il ricordo ancora vivo delle sue labbra sulle sue.
Del modo in cui lui l’aveva trattenuta per un secondo di troppo.
Del calore delle sue mani sui fianchi.
Lei sentiva ancora la pelle pulsare nei punti in cui l’aveva sfiorata, come se il suo corpo si rifiutasse di dimenticare.
Troppo vicino. Troppo poco.
E la consapevolezza elettrica di quanto fossero rimasti vicini.Lei avrebbe voluto dire qualcosa. Una battuta. Una frase intelligente.
Qualunque cosa potesse restituirle il controllo. Ma non trovò nulla. Perché una parte di lei non voleva affatto riprenderselo.
Lui la osservava con quel mezzo sorriso che aveva sempre odiato. E desiderato.
— Sai qual è la cosa più assurda? — disse infine.
— Sentiamo.
— Che al liceo ero convinto che non mi sopportassi.
Lei scoppiò a ridere. Una risata incredula.
— Sei serio?
— Serissimo.
— Matteo, ero praticamente innamorata di te.
Le parole uscirono prima che potesse fermarle. Per la prima volta in tutta la serata fu lui a restare senza risposta. Lei vide qualcosa cambiare nel suo sguardo. Qualcosa di caldo. Qualcosa di pericoloso. Qualcosa che le fece dimenticare per un attimo dove si trovavano.
— Beh — disse dopo qualche secondo — direi che abbiamo sprecato parecchio tempo.
Le sfiorò le dita. Solo quello. Nient’altro. Eppure quel contatto leggero le attraversò la pelle come una scintilla.
Dal locale arrivarono le voci delle sue amiche che la stavano cercando. La realtà tornò a reclamare il suo spazio. Lui abbassò lo sguardo sul telefono.
Poi di nuovo su di lei.
— Domani parto.
La frase cadde tra loro come un sasso nell’acqua.
— Ah.
— Per lavoro.
Lei annuì.Cercando di ignorare la fitta improvvisa di delusione.
— Torno domenica sera.
Silenzio. Poi lui fece un passo indietro.
Quel tanto che bastava per farle sentire immediatamente la sua mancanza.
— Ti scriverò.
Non era una domanda.
Non era una promessa.
Era una certezza. Lei cercò di rispondere qualcosa. Qualunque cosa. Ma lui si limitò a sorridere. Quel sorriso.
— Mi piace lasciarti senza parole, bambolina.
— E non chiamarmi così!!!
Provò a dire ma lui si era già allontanato ridendo.
Quando tornò dalle amiche aveva ancora il suo profumo addosso.
E la sensazione ostinata delle sue dita sulla pelle.
Il telefono vibrò prima ancora che raggiungesse il tavolo.
Un messaggio. Un solo messaggio. Da un numero sconosciuto.
“Sei andata via da meno di cinque minuti e sto ancora pensando a come ti avrei tenuta contro quel muro se non ci fosse stato nessuno intorno.”
Lei rimase immobile. Con il cuore che batteva troppo forte. E un brivido lento che le scivolò lungo la schiena. Con il sospetto improvviso che quella serata fosse soltanto l’inizio
Lei era arrivata tardi.
Come sempre.
Attraversò la terrazza stringendosi nella giacca leggera. L’aria di giugno conservava ancora un profumo di erba tagliata e pietra calda. Le voci si mescolavano alla musica, un brusio continuo che rendeva ogni cosa più lontana, più morbida.
Le sue amiche la salutarono con un coro di proteste e risate.
— Finalmente.
Lei sorrise, appoggiò la borsa sulla sedia e si lasciò cadere al tavolo.
Fu allora che lo vide.
Non subito.
Prima notò una figura in piedi vicino al bancone, un uomo che rideva con qualcuno. Poi il profilo. La linea del naso. Il modo in cui inclinava la testa quando ascoltava.
Il cuore le diede un colpo secco.
Non uno di quelli romantici che si raccontano nei libri.
Qualcosa di più fisico.
Più antico.
Come una porta che si apre all’improvviso in una casa creduta vuota.
Matteo.
Per un istante tornò ad avere diciassette anni.
Le mattine nel corridoio del liceo.
Le interrogazioni di filosofia.
Il modo in cui cercava di non guardarlo e finiva sempre per guardarlo.
Tutti quegli anni si erano accartocciati in una frazione di secondo.
Lui si voltò.
La vide.
E la riconobbe.
Lo capì prima ancora che sorridesse.
Certe persone conservano il proprio nome nello sguardo.
Attraversò il locale verso di lei.
Con la naturalezza di chi non sa di essere stato un ricordo importante.
— Serena?
La sua voce era più bassa di come la ricordasse.
Lei rise.
— Non ci credo.
— Nemmeno io.
Rimasero qualche secondo a osservarsi.
Non per capire chi fossero diventati.
Per misurare la distanza tra quello che erano stati e quello che erano adesso.
Quando lui le propose da bere, lei accettò.
Non avrebbe saputo spiegare perché.
Forse per curiosità.
Forse perché era stanca di fingere che certe emozioni appartenessero al passato.
Si spostarono verso il bancone.
Le amiche, alle loro spalle, si scambiarono occhiate divertite.
Il ghiaccio tintinnò nei bicchieri.
Fuori il cielo diventava lentamente blu scuro.
Parlarono di tutto. Lavoro. Viaggi. Persone comuni. Argomenti innocui.
Eppure sotto ogni frase sembrava scorrere un altro dialogo.
Più silenzioso.
Più pericoloso.
Lei si accorse che continuava a notare dettagli inutili.
Le vene sottili sulle mani.
L’ombra della barba sulla mascella.
Il modo in cui la guardava quando lei smetteva di parlare.
Come se aspettasse sempre qualcosa in più.
Una confessione.
Una crepa.
Qualunque cosa potesse renderla meno distante.
La serata avanzava.
La musica aumentava.
Le persone attorno a loro cambiavano continuamente.
Ma la distanza tra i loro corpi sembrava ridursi senza che nessuno dei due facesse un passo.
E quando lui le sorrise, dopo una frase di cui lei non ricordò immediatamente il senso, ebbe la sensazione improvvisa e sconcertante che il desiderio assomigliasse molto alla nostalgia.
Non nasceva da ciò che conosceva.
Nasceva da ciò che aveva immaginato per anni.
E adesso era lì.
Seduto davanti a lei.
In carne, voce e occhi.
Più vicino di quanto fosse mai stato.
Lui stava dicendo qualcosa sul viaggio che aveva appena fatto.
Lei annuiva.
O almeno credeva di farlo.
Perché in realtà osservava la sicurezza con cui occupava lo spazio attorno a sé. Parlava con calma, senza bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Aveva sempre avuto quell’aria da duro che sembrava dire al mondo di non provarci nemmeno, eppure ogni tanto emergevano dettagli che lo tradivano: il modo in cui si assicurava che il suo bicchiere fosse pieno, come spostava appena una sedia per lasciarle più spazio senza nemmeno farlo notare.
Dettagli insignificanti.
Eppure non riusciva a distogliere lo sguardo.
Era assurdo.
Aveva trascorso anni senza pensarlo.
O forse mentiva a se stessa, forse aveva semplicemente imparato a nasconderlo in qualche angolo remoto della memoria.
Quando lui rise, si chinò leggermente verso di lei per farsi sentire sopra la musica.
Il suo profumo la raggiunse all’improvviso.
Legno, agrumi, qualcosa di caldo che non riuscì a identificare.Sentì un piccolo brivido correrle lungo la schiena. Come una scintilla in cerca di un punto in cui attecchire.
Lei abbassò lo sguardo sul bicchiere.
— Sei sempre stata così silenziosa quando eri in imbarazzo?
La domanda la colse di sorpresa.
— E tu sei sempre stato così presuntuoso?
Lui sorrise.
Quello stesso sorriso che a diciassette anni le aveva fatto perdere il filo durante un’interrogazione di storia.
— Non presuntuoso. Osservatore.
— Certo. E io sono la regina d’Inghilterra.
— No. Tu sei quella che arrossisce e poi fa finta di niente.
Lei sentì immediatamente il calore salirle alle guance.
— Non sto arrossendo.
— Stai arrossendo.
— Sei insopportabile.
— Eppure sei ancora qui.
Lei trattenne una risata. Era quello il problema.
Lui non cercava di vincere la conversazione. Giocava con lei, la provocava quanto bastava per costringerla a reagire. E lei, ostinatamente, gli teneva testa.
— Hai sempre avuto un ego enorme.
— E tu hai sempre avuto una risposta per tutto.
— Qualcuno deve pur ridimensionarti.
— Mi piace quando ci provi.
Le parole rimasero sospese tra loro.
Per un istante nessuno dei due parlò.
La musica cambiò: un brano lento. Le luci del locale si rifletterono nei suoi occhi. E lei ebbe la sensazione inspiegabile che il mondo attorno si fosse ristretto. Come se esistessero soltanto quel tavolo, quei bicchieri e la distanza minima che separava le loro ginocchia.
Poi accadde una cosa banale. Una cosa da nulla. Lui allungò una mano e le sfiorò il polso. Appena.Per sottolineare qualcosa che stava dicendo. Un contatto durato forse un secondo, forse meno. Ma il battito del cuore sembrò accelerare all’improvviso.Le vene si accesero come percorse da una corrente invisibile. Non dolore. Non paura.
Qualcosa di molto più profondo, di più caldo.
La consapevolezza di lui, della sua vicinanza, del fatto che avrebbe notato immediatamente se lei avesse trattenuto il respiro. Così fece la sola cosa possibile. Sorrise. E bevve un sorso troppo grande del suo cocktail.
Lui la guardò.
Non il sorriso.
Non il bicchiere.
Lei.
Con un’intensità calma che le fece abbassare gli occhi per la prima volta in tutta la serata.
— Stai ancora cercando di convincerti che non c’è niente?
La sua voce era bassa.
Lei sollevò lo sguardo.
— E tu stai ancora cercando di convincerti di avere tutto sotto controllo?
Qualcosa brillò nei suoi occhi.Un istante dopo lui si alzò. Lei aprì la bocca per dire qualcosa, ma lui le tese una mano.
— Vieni.
— Questo tono autoritario funziona spesso?
— Solo quando so che dirai di sì.
Lei avrebbe dovuto rifiutare. Invece gli prese la mano. Lui la guidò in un angolo più tranquillo del locale. Non c’era fretta nei suoi movimenti. Solo quella sicurezza disarmante.
Quando si fermarono, lei era abbastanza vicina da sentire il calore del suo corpo.
— Sei impossibile — mormorò.
— Me l’hai già detto.
— E continui a esserne fiero.
— Dipende da chi lo dice.
Lei alzò gli occhi al cielo, ma stava sorridendo.
Lui la osservò per un lungo istante.
Poi le infilo una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Un gesto sorprendentemente delicato.
Le ginocchia le si fecero improvvisamente meno affidabili.
— Stai arrossendo di nuovo — disse piano.
— Smettila.
— No.
Lei rise, scuotendo la testa.
E fu un errore.
Perché lui approfittò di quell’attimo per avvicinarsi ancora.
Abbastanza da cancellare ogni distanza.
Abbastanza da farle dimenticare il resto del mondo.
— Testarda.
— Detto da te è un complimento.
— Lo è.
Per una volta nessuno dei due ebbe una risposta pronta.
La tensione si tese fino a diventare quasi insostenibile.
Poi lui le sollevò appena il mento.
Aspettò un secondo.
Come se le stesse lasciando la scelta.
Lei non si mosse.
— Ho passato giorni interi a pensare a quanto sarebbero state morbide queste labbra sulle mie.
Le sussurrò vicino alla bocca, guardandola negli occhi, mentre con una mano scese fino alla cintura dei jeans e la tirò a sé.
Il bacio iniziò lento, morbido, e divenne sempre più avvolgente, le mani di lui dietro la nuca, le dita intrecciate nei suoi capelli. Lei si sentì spingere indietro finché la sua schiena non si trovò contro al muro, e sentì il corpo di lui premere contro il suo, vibrante.
Quando si separarono, lui appoggiò la fronte alla sua.
Lei era ancora arrossita.
Lui sorrise.
Fu allora che capì.
Non era mai stata quella cotta adolescenziale che aveva cercato di dimenticare. Quella era finita da tempo.
Il problema era ciò che restava. Perché davanti a lei non c’era più il ragazzo che aveva amato a diciassette anni.
C’era l’uomo che avrebbe potuto cambiarle la vita. E questa volta non aveva più nessun posto dove nascondersi.
Quando si separarono, nessuno dei due parlò subito.
La musica arrivava ovattata da qualche parte alle loro spalle.
Per un istante esistette soltanto il rumore del loro respiro.
Troppo vicino a quello che sarebbe potuto succedere se fossero rimasti lì ancora qualche secondo.
Troppo vicino a cedere davvero.
E il ricordo ancora vivo delle sue labbra sulle sue.
Del modo in cui lui l’aveva trattenuta per un secondo di troppo.
Del calore delle sue mani sui fianchi.
Lei sentiva ancora la pelle pulsare nei punti in cui l’aveva sfiorata, come se il suo corpo si rifiutasse di dimenticare.
Troppo vicino. Troppo poco.
E la consapevolezza elettrica di quanto fossero rimasti vicini.Lei avrebbe voluto dire qualcosa. Una battuta. Una frase intelligente.
Qualunque cosa potesse restituirle il controllo. Ma non trovò nulla. Perché una parte di lei non voleva affatto riprenderselo.
Lui la osservava con quel mezzo sorriso che aveva sempre odiato. E desiderato.
— Sai qual è la cosa più assurda? — disse infine.
— Sentiamo.
— Che al liceo ero convinto che non mi sopportassi.
Lei scoppiò a ridere. Una risata incredula.
— Sei serio?
— Serissimo.
— Matteo, ero praticamente innamorata di te.
Le parole uscirono prima che potesse fermarle. Per la prima volta in tutta la serata fu lui a restare senza risposta. Lei vide qualcosa cambiare nel suo sguardo. Qualcosa di caldo. Qualcosa di pericoloso. Qualcosa che le fece dimenticare per un attimo dove si trovavano.
— Beh — disse dopo qualche secondo — direi che abbiamo sprecato parecchio tempo.
Le sfiorò le dita. Solo quello. Nient’altro. Eppure quel contatto leggero le attraversò la pelle come una scintilla.
Dal locale arrivarono le voci delle sue amiche che la stavano cercando. La realtà tornò a reclamare il suo spazio. Lui abbassò lo sguardo sul telefono.
Poi di nuovo su di lei.
— Domani parto.
La frase cadde tra loro come un sasso nell’acqua.
— Ah.
— Per lavoro.
Lei annuì.Cercando di ignorare la fitta improvvisa di delusione.
— Torno domenica sera.
Silenzio. Poi lui fece un passo indietro.
Quel tanto che bastava per farle sentire immediatamente la sua mancanza.
— Ti scriverò.
Non era una domanda.
Non era una promessa.
Era una certezza. Lei cercò di rispondere qualcosa. Qualunque cosa. Ma lui si limitò a sorridere. Quel sorriso.
— Mi piace lasciarti senza parole, bambolina.
— E non chiamarmi così!!!
Provò a dire ma lui si era già allontanato ridendo.
Quando tornò dalle amiche aveva ancora il suo profumo addosso.
E la sensazione ostinata delle sue dita sulla pelle.
Il telefono vibrò prima ancora che raggiungesse il tavolo.
Un messaggio. Un solo messaggio. Da un numero sconosciuto.
“Sei andata via da meno di cinque minuti e sto ancora pensando a come ti avrei tenuta contro quel muro se non ci fosse stato nessuno intorno.”
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