Il primo giorno (parte 1)
di
Nerea
genere
etero
Il bar era quasi vuoto.
Lei entrò con il telefono in una mano e il cappuccino ordinato nell’altra, già in ritardo per il primo giorno nella nuova sede.
Fu il colpo contro una spalla a tradirla.
Il cappuccino oscillò.
Una macchia di caffè finì sulla camicia bianca dell’uomo davanti a lei.
«Oddio.»
Lui abbassò gli occhi sulla macchia.Poi li rialzò su di lei. Calmi. Scuri. Pericolosamente divertiti.
«Buongiorno anche a te.»
Lei arrossì immediatamente. Non aiutava il fatto che fosse oggettivamente bellissimo. Capelli scuri leggermente spettinati. Barba corta. Spalle larghe. E quell’aria da uomo che sembrava non prendere niente troppo sul serio.
«Mi dispiace davvero.»
«Lo vedo.»
«Posso pagarti la lavanderia.»
«Per un caffè? Mi sembra un po’ prematuro come primo appuntamento.»
Lei rimase a bocca aperta. Lui sorrise. Quel genere di sorriso che avrebbe dovuto essere illegale prima delle otto del mattino.
«Non era un appuntamento.»
«Peccato.»
E se ne andò. Così.
Lasciandola ferma in mezzo al locale con la sensazione di essere stata presa in giro e affascinata nello stesso identico momento.
⸻
Alle nove meno dieci entrò nella sala riunioni.
E il mondo decise di divertirsi ancora. Perché l’uomo seduto a capotavola era lui. La camicia era stata sostituita. Lo sguardo no.
«Buongiorno a tutti.»
Lei si immobilizzò. Lui la guardò. Solo per un secondo. Ma bastò.
«Sono Marco. Da oggi sarò il responsabile del reparto.»
Perfetto. Assolutamente perfetto. Aveva rovesciato il cappuccino addosso al nuovo capo.
⸻
La mattina passò lentamente. Troppo lentamente. Ogni volta che lui si avvicinava alla sua scrivania, lei percepiva il suo profumo ambrato. Ogni volta che lui le parlava, sembrava esserci un doppio significato nascosto da qualche parte. O forse era soltanto la sua immaginazione.
Che stava lavorando parecchio. Il problema era che Marco sembrava completamente a suo agio. Lei no. Per niente.E la situazione peggiorò dopo pranzo. Perché durante una riunione lui le fece una domanda. Una semplice domanda.
Ma mentre lei rispondeva, lui continuò a guardarla. Non il monitor.Non gli appunti.Lei. Con quell’attenzione tranquilla che faceva accelerare il battito. Quando la riunione finì, tutti uscirono. Tranne loro.
«Sei nervosa?»
Lei raccolse i documenti.
«È il primo giorno.»
«No.»
Marco si appoggiò al tavolo.
«È da stamattina al bar.»
Lei alzò lo sguardo.
«Molto presuntuoso da parte tua.»
«Di solito sì.»
Il sorriso che comparve sulle sue labbra fu lento.
«Questa volta no.»
Per la prima volta da quando si erano incontrati, lei decise di non arretrare.
«Sei convinto che tutte cadano ai tuoi piedi?»
Marco rise. Una risata bassa. Genuina.
«No.»
«Meno male.»
«Tu, per esempio, sembri avere voglia di prendermi a schiaffi.»
«A tratti.»
«Interessante.»
«Perché?»
«Perché più passano le ore e meno mi sembra vero.»
Lei lo fissò.
«Cosa?»
«Che tu abbia voglia di prendermi a schiaffi.»
Il silenzio che seguì durò appena qualche secondo. Ma cambiò tutto. Perché improvvisamente entrambi sapevano. Sapevano che non stavano più parlando del lavoro.
⸻
Alle sette di sera l’ufficio era quasi deserto. Lei stava finendo una presentazione. Marco comparve sulla porta.
«Ancora qui?»
«Potrei farti la stessa domanda.»
«Io sono il capo.»
«Scusa, dimenticavo.»
Lui entrò. Chiuse la porta. Non a chiave. Ma il rumore fu sufficiente a farle perdere il filo dei pensieri.
«Sei sempre così difficile?»
«Solo con gli uomini arroganti.»
«Allora mi stai dedicando molta attenzione.»
Lei sorrise. Finalmente. Un sorriso vero. E fu quello il momento in cui Marco smise di sembrare sicuro di sé. Per la prima volta durante tutta la giornata, sembrò perdere l’equilibrio. Solo un poco. Solo quanto bastava. Lei se ne accorse. E capì di avere in mano qualcosa di pericoloso. Perché quell’uomo era abituato a essere quello che faceva perdere la testa agli altri. Non il contrario. Si alzò dalla sedia. Un passo. Poi un altro. Fino a fermarsi davanti a lui. Molto vicino. Abbastanza da vedere le sfumature color nocciola nei suoi occhi.
«Sai una cosa?» disse.
«Dimmi.»
«Credo che tu sia meno tranquillo di quanto vuoi far credere.»
Marco abbassò lo sguardo sulle sue labbra. Per appena un istante.
«Può essere.»
«Interessante.»
Adesso era lui a sorridere. Ma senza arroganza. Senza difese.
«Stai giocando sporco.»
«Sto imparando dal migliore.»
Nessuno dei due ricordò chi si mosse per primo. Ricordarono soltanto il bacio. Perché non assomigliava a niente di quello che avevano immaginato durante la giornata. Era peggio. O meglio. Lei non riuscì a deciderlo. Sentì la mano di Marco scivolare lungo la sua schiena, attirandola contro di sé, e per un istante ebbe la sensazione che tutto il resto sparisse. L’ufficio. L’orario. Le regole. Perfino il buon senso. Restarono immobili per qualche secondo. Vicini.Troppo vicini. Come se entrambi stessero ancora valutando se fermarsi. Poi lui le sfiorò la fronte con la punta del naso. Un gesto inaspettatamente delicato per uno che fino a poche ore prima sembrava soltanto arrogante.
«Dimmi di andare via.»
La sua voce era roca. Lei sorrise appena.
«Non ne ho alcuna intenzione.» Quella risposta sembrò distruggere l’ultima briciola di autocontrollo che gli era rimasta. Il secondo bacio fu diverso. Più profondo. Più urgente. Lei sentì un brivido correrle lungo la schiena. Uno di quelli che nascono da qualche parte dietro lo sterno e si diffondono ovunque. Per tutta la giornata aveva creduto di essere vittima del fascino di Marco.
In quel momento capì che la situazione era cambiata. Marco si staccò da lei la guardò come se avesse smesso di vedere qualsiasi altra cosa. Lei sentì quel modo di osservarla scivolarle addosso come una carezza. Per tutta la giornata aveva avuto l’impressione di rincorrerlo. Ora era lui a non riuscire a staccarle gli occhi di dosso.
«Sai che sei un problema?» mormorò lui.
«Me l’hanno già detto.»
Marco rise piano, ma il suo sguardo fu attraversato da un’ombra, una fitta di gelosia?
Poi tornò a baciarla. Questa volta senza fretta. Come se volesse assaporare ogni istante. Lei gli infilò una mano tra i capelli scuri. Sentì il respiro di lui spezzarsi appena. Fu una piccola vittoria. Una delle tante. Perché l’uomo che al mattino sembrava così sicuro di sé stava cedendo centimetro dopo centimetro. E lei adorava scoprirlo. Le labbra di Marco cercarono il suo collo. La pelle sensibile sotto l’orecchio.Lei chiuse gli occhi. Per un istante dimenticò persino dove si trovassero. Esistevano soltanto il suo profumo ambrato, il calore del suo corpo.
Le mani che continuavano a cercarsi. A riconoscersi. A pretendersi. Quando lui la strinse a sé, lei sentì chiaramente quanto desiderio fosse cresciuto tra loro durante quella lunghissima giornata. Tutto ciò che avevano trattenuto. Tutti gli sguardi. Le provocazioni. Le frasi lasciate a metà.
Adesso non c’era più niente da trattenere.
Marco appoggiò la fronte alla sua.
Per la prima volta da quella mattina sembrava davvero incerto. Come se ci fosse una linea che non voleva attraversare senza essere sicuro. Le accarezzò una guancia con il dorso delle dita. Un gesto quasi tenero. In contrasto con il modo in cui la stava guardando.
«Sei sicura?»
La domanda rimase sospesa tra loro. La voce bassa. Roca.
Lei sorrise appena.
«Di cosa?»
Marco chiuse gli occhi per un secondo. Come se la provocazione lo avesse colpito in pieno.
Quando li riaprì, lo sguardo era ancora più intenso.
«Sai perfettamente di cosa.»
Lei lasciò scivolare le mani sul suo petto. Lentamente.
Senza interrompere il contatto visivo.
«No.»
Un altro sorriso. Più sfacciato.
«Credo di aver bisogno che tu sia più chiaro.»
Marco lasciò uscire una breve risata. Quella di un uomo che stava perdendo una battaglia e lo sapeva.
«Se continuo a baciarti.»
La sua mano si fermò sulla sua vita.
«Se restiamo qui.»
Un passo. Più vicino.
«Se smetto di fare finta di avere autocontrollo.»
Lei sentì un brivido attraversarle la schiena.
«Allora?»
«Allora non credo che riuscirò a fermarmi facilmente.»
Per un attimo il silenzio sembrò riempire tutta la stanza. Lei osservò il modo in cui la guardava. Come se la stesse desiderando da ore. Come se avesse cercato di nasconderlo per un’intera giornata senza riuscirci davvero. Poi si alzò sulle punte. Sfiorò le sue labbra. Appena. Quanto bastava per fargli trattenere il respiro.
«Marco.»
«Mh?»
«È il consenso più entusiasta che riceverai in tutta la tua vita.»
Per un istante lui rimase immobile. Poi scoppiò a ridere. Una risata incredula. Disarmata.
«Sei impossibile.»
«E tu stai ancora parlando.»
Quello fu il colpo di grazia. Marco la attirò a sé e nascose il viso nell’incavo del suo collo. Come se stesse cercando inutilmente di recuperare un minimo di lucidità. Lei sentì il suo respiro caldo sulla pelle. Il modo in cui stringeva appena la mascella..
Lei gli sfiorò le labbra con le proprie.
«Sto dicendo sì.»
Lui rimase immobile.
Per un secondo soltanto.
«Sì?»
Il sorriso di lei si allargò.
«Sì. Ti voglio.»
Qualcosa cambiò. In modo netto. Visibile. Come se fino a quel momento avesse tenuto al guinzaglio una parte di sé. E lei avesse appena sganciato il moschettone.
Marco chiuse gli occhi. Abbassò la testa.
Lasciò uscire un respiro lento che assomigliava quasi a una resa. Poi tornò a guardarla. E non c’era più traccia dell’uomo prudente che le aveva chiesto il consenso. Quella domanda gli era costata uno sforzo enorme. Adesso aveva la risposta. Adesso sapeva. Lei lo voleva. Quanto lui voleva lei.
La mano che teneva sulla sua vita si strinse appena. Non per trattenerla. Per accertarsi che fosse reale. Che non stesse immaginando tutto.
«Non dovresti guardarmi così» disse lui.
«Così come?»
«Come se sapessi esattamente cosa mi stai facendo.»
Lei rise piano.
«Forse lo so.»
Fu un errore. Perché qualcosa nel volto di Marco si incrinò definitivamente.
Il sorriso scomparve. Lo sguardo si fece più scuro. Più affamato. E quando la attirò a sé, lo fece con la decisione di chi aveva smesso di combattere contro il proprio desiderio. Non c’era aggressività. C’era certezza. C’era quel genere di impulso impossibile da fingere.
Quello di un uomo che per un’intera giornata aveva cercato di mantenere le distanze. E che finalmente non aveva più alcuna ragione per farlo. Improvvisamente le prese la vita e la girò, in modo che la schiena di lei fosse completamente attacca al suo corpo, in modo che potesse sentire ancora di più quanto la volesse. Il battito le accelerò immediatamente.Marco raccolse i suoi capelli biondi da un lato. Con una lentezza quasi esasperante. Poi lasciò scorrere le dita lungo il colletto della camicia.
«Hai idea di quanto sia stata lunga questa giornata?»
La sua voce era calda. Lei trattenne un sorriso.
«Per me o per te?»
Lui rise. Una risata breve. Senza allegria. Piena di tensione.
«Per me.»
Le sue mani continuarono il loro percorso.
Sfiorando la stoffa. La curva delle spalle.
La pelle che iniziava ad affiorare. Il seno morbido. Con una mano le sganciò il reggiseno, senza che lei quasi se ne accorgesse, in modo da poterla toccare meglio, le sue mani calde sostituirono le coppe ormai allentate del reggiseno. Iniziò a massaggiarla piano, facendola impazzire. Ogni gesto sembrava studiato per farle perdere la pazienza. E stava funzionando.
«Marco.»
«Sì?»
«Stai andando piano apposta.»
«Finalmente te ne sei accorta. Io ho aspettato tutto il giorno, ora è il tuo turno.»
Lei chiuse gli occhi.
Sentendo il suo sorriso contro la pelle. Quel dannatissimo sorriso. Quello che l’aveva fatta innervosire nel bar quella mattina. Adesso era molto peggio. Lui si concentrò sui suoi capezzoli ormai turgidi, li strinse in un modo che le fece quasi male, solo quasi, ma che le fece sfuggire piccoli gemiti e abbandonare la testa sul petto di lui. Poi una mano di lui scese sui suoi fianchi, sotto la gonna, e poi ancora più giù, a sfiorarle l’orlo delle mutandine. (Continua)
Lei entrò con il telefono in una mano e il cappuccino ordinato nell’altra, già in ritardo per il primo giorno nella nuova sede.
Fu il colpo contro una spalla a tradirla.
Il cappuccino oscillò.
Una macchia di caffè finì sulla camicia bianca dell’uomo davanti a lei.
«Oddio.»
Lui abbassò gli occhi sulla macchia.Poi li rialzò su di lei. Calmi. Scuri. Pericolosamente divertiti.
«Buongiorno anche a te.»
Lei arrossì immediatamente. Non aiutava il fatto che fosse oggettivamente bellissimo. Capelli scuri leggermente spettinati. Barba corta. Spalle larghe. E quell’aria da uomo che sembrava non prendere niente troppo sul serio.
«Mi dispiace davvero.»
«Lo vedo.»
«Posso pagarti la lavanderia.»
«Per un caffè? Mi sembra un po’ prematuro come primo appuntamento.»
Lei rimase a bocca aperta. Lui sorrise. Quel genere di sorriso che avrebbe dovuto essere illegale prima delle otto del mattino.
«Non era un appuntamento.»
«Peccato.»
E se ne andò. Così.
Lasciandola ferma in mezzo al locale con la sensazione di essere stata presa in giro e affascinata nello stesso identico momento.
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Alle nove meno dieci entrò nella sala riunioni.
E il mondo decise di divertirsi ancora. Perché l’uomo seduto a capotavola era lui. La camicia era stata sostituita. Lo sguardo no.
«Buongiorno a tutti.»
Lei si immobilizzò. Lui la guardò. Solo per un secondo. Ma bastò.
«Sono Marco. Da oggi sarò il responsabile del reparto.»
Perfetto. Assolutamente perfetto. Aveva rovesciato il cappuccino addosso al nuovo capo.
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La mattina passò lentamente. Troppo lentamente. Ogni volta che lui si avvicinava alla sua scrivania, lei percepiva il suo profumo ambrato. Ogni volta che lui le parlava, sembrava esserci un doppio significato nascosto da qualche parte. O forse era soltanto la sua immaginazione.
Che stava lavorando parecchio. Il problema era che Marco sembrava completamente a suo agio. Lei no. Per niente.E la situazione peggiorò dopo pranzo. Perché durante una riunione lui le fece una domanda. Una semplice domanda.
Ma mentre lei rispondeva, lui continuò a guardarla. Non il monitor.Non gli appunti.Lei. Con quell’attenzione tranquilla che faceva accelerare il battito. Quando la riunione finì, tutti uscirono. Tranne loro.
«Sei nervosa?»
Lei raccolse i documenti.
«È il primo giorno.»
«No.»
Marco si appoggiò al tavolo.
«È da stamattina al bar.»
Lei alzò lo sguardo.
«Molto presuntuoso da parte tua.»
«Di solito sì.»
Il sorriso che comparve sulle sue labbra fu lento.
«Questa volta no.»
Per la prima volta da quando si erano incontrati, lei decise di non arretrare.
«Sei convinto che tutte cadano ai tuoi piedi?»
Marco rise. Una risata bassa. Genuina.
«No.»
«Meno male.»
«Tu, per esempio, sembri avere voglia di prendermi a schiaffi.»
«A tratti.»
«Interessante.»
«Perché?»
«Perché più passano le ore e meno mi sembra vero.»
Lei lo fissò.
«Cosa?»
«Che tu abbia voglia di prendermi a schiaffi.»
Il silenzio che seguì durò appena qualche secondo. Ma cambiò tutto. Perché improvvisamente entrambi sapevano. Sapevano che non stavano più parlando del lavoro.
⸻
Alle sette di sera l’ufficio era quasi deserto. Lei stava finendo una presentazione. Marco comparve sulla porta.
«Ancora qui?»
«Potrei farti la stessa domanda.»
«Io sono il capo.»
«Scusa, dimenticavo.»
Lui entrò. Chiuse la porta. Non a chiave. Ma il rumore fu sufficiente a farle perdere il filo dei pensieri.
«Sei sempre così difficile?»
«Solo con gli uomini arroganti.»
«Allora mi stai dedicando molta attenzione.»
Lei sorrise. Finalmente. Un sorriso vero. E fu quello il momento in cui Marco smise di sembrare sicuro di sé. Per la prima volta durante tutta la giornata, sembrò perdere l’equilibrio. Solo un poco. Solo quanto bastava. Lei se ne accorse. E capì di avere in mano qualcosa di pericoloso. Perché quell’uomo era abituato a essere quello che faceva perdere la testa agli altri. Non il contrario. Si alzò dalla sedia. Un passo. Poi un altro. Fino a fermarsi davanti a lui. Molto vicino. Abbastanza da vedere le sfumature color nocciola nei suoi occhi.
«Sai una cosa?» disse.
«Dimmi.»
«Credo che tu sia meno tranquillo di quanto vuoi far credere.»
Marco abbassò lo sguardo sulle sue labbra. Per appena un istante.
«Può essere.»
«Interessante.»
Adesso era lui a sorridere. Ma senza arroganza. Senza difese.
«Stai giocando sporco.»
«Sto imparando dal migliore.»
Nessuno dei due ricordò chi si mosse per primo. Ricordarono soltanto il bacio. Perché non assomigliava a niente di quello che avevano immaginato durante la giornata. Era peggio. O meglio. Lei non riuscì a deciderlo. Sentì la mano di Marco scivolare lungo la sua schiena, attirandola contro di sé, e per un istante ebbe la sensazione che tutto il resto sparisse. L’ufficio. L’orario. Le regole. Perfino il buon senso. Restarono immobili per qualche secondo. Vicini.Troppo vicini. Come se entrambi stessero ancora valutando se fermarsi. Poi lui le sfiorò la fronte con la punta del naso. Un gesto inaspettatamente delicato per uno che fino a poche ore prima sembrava soltanto arrogante.
«Dimmi di andare via.»
La sua voce era roca. Lei sorrise appena.
«Non ne ho alcuna intenzione.» Quella risposta sembrò distruggere l’ultima briciola di autocontrollo che gli era rimasta. Il secondo bacio fu diverso. Più profondo. Più urgente. Lei sentì un brivido correrle lungo la schiena. Uno di quelli che nascono da qualche parte dietro lo sterno e si diffondono ovunque. Per tutta la giornata aveva creduto di essere vittima del fascino di Marco.
In quel momento capì che la situazione era cambiata. Marco si staccò da lei la guardò come se avesse smesso di vedere qualsiasi altra cosa. Lei sentì quel modo di osservarla scivolarle addosso come una carezza. Per tutta la giornata aveva avuto l’impressione di rincorrerlo. Ora era lui a non riuscire a staccarle gli occhi di dosso.
«Sai che sei un problema?» mormorò lui.
«Me l’hanno già detto.»
Marco rise piano, ma il suo sguardo fu attraversato da un’ombra, una fitta di gelosia?
Poi tornò a baciarla. Questa volta senza fretta. Come se volesse assaporare ogni istante. Lei gli infilò una mano tra i capelli scuri. Sentì il respiro di lui spezzarsi appena. Fu una piccola vittoria. Una delle tante. Perché l’uomo che al mattino sembrava così sicuro di sé stava cedendo centimetro dopo centimetro. E lei adorava scoprirlo. Le labbra di Marco cercarono il suo collo. La pelle sensibile sotto l’orecchio.Lei chiuse gli occhi. Per un istante dimenticò persino dove si trovassero. Esistevano soltanto il suo profumo ambrato, il calore del suo corpo.
Le mani che continuavano a cercarsi. A riconoscersi. A pretendersi. Quando lui la strinse a sé, lei sentì chiaramente quanto desiderio fosse cresciuto tra loro durante quella lunghissima giornata. Tutto ciò che avevano trattenuto. Tutti gli sguardi. Le provocazioni. Le frasi lasciate a metà.
Adesso non c’era più niente da trattenere.
Marco appoggiò la fronte alla sua.
Per la prima volta da quella mattina sembrava davvero incerto. Come se ci fosse una linea che non voleva attraversare senza essere sicuro. Le accarezzò una guancia con il dorso delle dita. Un gesto quasi tenero. In contrasto con il modo in cui la stava guardando.
«Sei sicura?»
La domanda rimase sospesa tra loro. La voce bassa. Roca.
Lei sorrise appena.
«Di cosa?»
Marco chiuse gli occhi per un secondo. Come se la provocazione lo avesse colpito in pieno.
Quando li riaprì, lo sguardo era ancora più intenso.
«Sai perfettamente di cosa.»
Lei lasciò scivolare le mani sul suo petto. Lentamente.
Senza interrompere il contatto visivo.
«No.»
Un altro sorriso. Più sfacciato.
«Credo di aver bisogno che tu sia più chiaro.»
Marco lasciò uscire una breve risata. Quella di un uomo che stava perdendo una battaglia e lo sapeva.
«Se continuo a baciarti.»
La sua mano si fermò sulla sua vita.
«Se restiamo qui.»
Un passo. Più vicino.
«Se smetto di fare finta di avere autocontrollo.»
Lei sentì un brivido attraversarle la schiena.
«Allora?»
«Allora non credo che riuscirò a fermarmi facilmente.»
Per un attimo il silenzio sembrò riempire tutta la stanza. Lei osservò il modo in cui la guardava. Come se la stesse desiderando da ore. Come se avesse cercato di nasconderlo per un’intera giornata senza riuscirci davvero. Poi si alzò sulle punte. Sfiorò le sue labbra. Appena. Quanto bastava per fargli trattenere il respiro.
«Marco.»
«Mh?»
«È il consenso più entusiasta che riceverai in tutta la tua vita.»
Per un istante lui rimase immobile. Poi scoppiò a ridere. Una risata incredula. Disarmata.
«Sei impossibile.»
«E tu stai ancora parlando.»
Quello fu il colpo di grazia. Marco la attirò a sé e nascose il viso nell’incavo del suo collo. Come se stesse cercando inutilmente di recuperare un minimo di lucidità. Lei sentì il suo respiro caldo sulla pelle. Il modo in cui stringeva appena la mascella..
Lei gli sfiorò le labbra con le proprie.
«Sto dicendo sì.»
Lui rimase immobile.
Per un secondo soltanto.
«Sì?»
Il sorriso di lei si allargò.
«Sì. Ti voglio.»
Qualcosa cambiò. In modo netto. Visibile. Come se fino a quel momento avesse tenuto al guinzaglio una parte di sé. E lei avesse appena sganciato il moschettone.
Marco chiuse gli occhi. Abbassò la testa.
Lasciò uscire un respiro lento che assomigliava quasi a una resa. Poi tornò a guardarla. E non c’era più traccia dell’uomo prudente che le aveva chiesto il consenso. Quella domanda gli era costata uno sforzo enorme. Adesso aveva la risposta. Adesso sapeva. Lei lo voleva. Quanto lui voleva lei.
La mano che teneva sulla sua vita si strinse appena. Non per trattenerla. Per accertarsi che fosse reale. Che non stesse immaginando tutto.
«Non dovresti guardarmi così» disse lui.
«Così come?»
«Come se sapessi esattamente cosa mi stai facendo.»
Lei rise piano.
«Forse lo so.»
Fu un errore. Perché qualcosa nel volto di Marco si incrinò definitivamente.
Il sorriso scomparve. Lo sguardo si fece più scuro. Più affamato. E quando la attirò a sé, lo fece con la decisione di chi aveva smesso di combattere contro il proprio desiderio. Non c’era aggressività. C’era certezza. C’era quel genere di impulso impossibile da fingere.
Quello di un uomo che per un’intera giornata aveva cercato di mantenere le distanze. E che finalmente non aveva più alcuna ragione per farlo. Improvvisamente le prese la vita e la girò, in modo che la schiena di lei fosse completamente attacca al suo corpo, in modo che potesse sentire ancora di più quanto la volesse. Il battito le accelerò immediatamente.Marco raccolse i suoi capelli biondi da un lato. Con una lentezza quasi esasperante. Poi lasciò scorrere le dita lungo il colletto della camicia.
«Hai idea di quanto sia stata lunga questa giornata?»
La sua voce era calda. Lei trattenne un sorriso.
«Per me o per te?»
Lui rise. Una risata breve. Senza allegria. Piena di tensione.
«Per me.»
Le sue mani continuarono il loro percorso.
Sfiorando la stoffa. La curva delle spalle.
La pelle che iniziava ad affiorare. Il seno morbido. Con una mano le sganciò il reggiseno, senza che lei quasi se ne accorgesse, in modo da poterla toccare meglio, le sue mani calde sostituirono le coppe ormai allentate del reggiseno. Iniziò a massaggiarla piano, facendola impazzire. Ogni gesto sembrava studiato per farle perdere la pazienza. E stava funzionando.
«Marco.»
«Sì?»
«Stai andando piano apposta.»
«Finalmente te ne sei accorta. Io ho aspettato tutto il giorno, ora è il tuo turno.»
Lei chiuse gli occhi.
Sentendo il suo sorriso contro la pelle. Quel dannatissimo sorriso. Quello che l’aveva fatta innervosire nel bar quella mattina. Adesso era molto peggio. Lui si concentrò sui suoi capezzoli ormai turgidi, li strinse in un modo che le fece quasi male, solo quasi, ma che le fece sfuggire piccoli gemiti e abbandonare la testa sul petto di lui. Poi una mano di lui scese sui suoi fianchi, sotto la gonna, e poi ancora più giù, a sfiorarle l’orlo delle mutandine. (Continua)
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