La sagra 4. La resa dei conti

di
genere
etero

La sagra 4

La cena era a casa di Davide e Martina.

Giardino pieno.

Bambini che correvano scalzi sull’erba.

Musica bassa.

Qualcuno davanti al barbecue.

Qualcun altro già al secondo gin tonic.

Anna arrivò con dieci minuti di ritardo.

Salutò tutti.

Abbracci.

Due battute.

Una carezza ai capelli della figlia di Martina.

Poi vide Luca.

Lui stava parlando con Davide.

Si limitarono a un cenno.

— Ciao.

— Ciao.

Nient’altro.

Fu proprio quel niente a metterlo in allarme.



Per tutta la sera Anna fu esattamente quella che era sempre stata.

Rideva.

Ascoltava.

Faceva ridere gli altri.

Ogni tanto prendeva in giro qualcuno.

Ma con Luca…

Nulla.

Se lui entrava in una conversazione, lei ne usciva con naturalezza.

Se lui si sedeva vicino, lei trovava qualcosa da fare dall’altra parte del tavolo.

Mai abbastanza da sembrare intenzionale.

Abbastanza da diventare insopportabile.

Luca cercò di convincersi che fosse un caso.

Dopo mezz’ora smise di crederci.

Dopo un’ora iniziò a guardarla più di quanto guardasse chiunque altro.

Lei sembrava luminosa.

Serena.

Era questo a far male.

Sembrava non avere più bisogno di lui.



Quando Anna entrò in cucina per prendere una bottiglia d’acqua, sentì la porta richiudersi alle proprie spalle.

Non si voltò.

— Ti serve qualcosa?

— Sì.

La voce di Luca era bassa.

Troppo bassa.

Lei aprì il frigorifero.

Prese la bottiglia.

— Dimmi.

— Ti ho fatto qualcosa?

Anna richiuse lo sportello e finalmente lo guardò.

— No.

— Sicura?

— Abbastanza.

Provò a passargli accanto.

Lui si spostò.

Non la toccò.

Le sbarrò semplicemente il passo.

Anna sospirò.

— Stai facendo una cosa un po’ strana.

— Quale?

— Cercarmi.

Luca rimase zitto.

Lei inclinò appena la testa.

— Pensavo fosse contro il regolamento.

— Anna…

— No, davvero. Sto cercando di rispettare le regole.

Le tue.

Silenzio.

— Mi avevi spiegato che dovevamo prendere le distanze.

Che era la cosa giusta.

Che era l’unico modo.

Fece un piccolo sorriso.

— Sto imparando.

Perché questa faccia?

Luca abbassò lo sguardo un istante.

— Non intendevo questo.

Lei rise piano.

— È incredibile.

— Cosa?

— Che ogni volta cambi significato alle parole.

Quando mi cerchi tu è amore.

Quando ti cerco io è pericoloso.

Quando mi allontani tu è maturità.

Quando mi allontano io improvvisamente c’è qualcosa che non va.

Dimmi tu come faccio a stare al passo.

Luca inspirò lentamente.

— Sei arrabbiata.

— No.

Sono stanca.

È diverso.

La frase rimase sospesa.

Poi lei aggiunse, con una leggerezza che faceva più male della rabbia:

— E soprattutto sono stanca di raccogliere i pezzi ogni volta.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Luca sembrava cercare una risposta.

Non la trovò.

Anna gli sorrise appena.

— Tranquillo, De Santis.

Sto diventando bravissima.

Lui la guardò senza capire.

— A fare cosa?

— A fare a meno di te.

Fu come vedere qualcosa incrinarsi nei suoi occhi.

Lei lo vide.

Eppure non arretrò.

— Hai ottenuto quello che volevi.

Adesso dovresti essere contento.

Luca abbassò appena la testa.

— Non lo sono.

— Problema tuo.

Lei gli passò accanto.

Questa volta lui si spostò davvero.

Anna uscì dalla cucina.

Tornò in giardino.

Continuò la serata come se niente fosse.



Mezz’ora dopo salutò Martina.

— Vado un attimo in bagno e poi scappo.

— Certo, in fondo al corridoio.

Anna entrò in casa.

Chiuse la porta del bagno.

O almeno ci provò.

La porta si fermò a metà corsa.

Una mano l’aveva bloccata.

Lei non ebbe bisogno di alzare gli occhi.

— Sul serio?

Luca entrò.

Richiuse la porta.

Girò lentamente la chiave.

Il rumore della serratura sembrò riempire tutta la stanza.

Anna incrociò le braccia.

— Questa mi mancava.

— Non andartene così.

— Così come?

— Facendo finta che non esista.

Lei rise.

Una risata corta.

Stanca.

— È esattamente quello che mi hai insegnato tu.

Luca fece un passo avanti.

— Non metterla così.

— E come dovrei metterla?

Anna lo guardava senza abbassare gli occhi.

— Dimmi una cosa.

Quante volte ancora dovrebbe andare così?

Silenzio.

— Tu mi cerchi.

Mi baci.

Mi fai sentire l’unica donna sulla faccia della terra.

Poi ti ricordi chi sei.

E io dovrei semplicemente aspettare la prossima volta.

Scosse piano la testa.

— No, grazie.

Luca rimase immobile.

Lei continuò.

La voce era calma.

Ed era proprio quella calma a renderla tagliente.

— Sai cos’è cambiato?

— Cosa?

— Che non voglio più vivere sperando nel momento in cui ti dimenticherai di avere una coscienza.

Lui abbassò gli occhi.

Per un istante sembrò quasi colpevole.

— Non è questo.

— Ah no?

— Sto cercando di fare la cosa giusta.

Anna sorrise.

— Lo so.

È il tuo talento.

Fare sempre la cosa giusta.

Peccato che a soffrirne siano sempre gli altri.

La frase gli arrivò addosso come uno schiaffo.

— Non è vero.

— Davvero?

Lei fece un piccolo passo verso di lui.

Adesso erano vicinissimi.

— Dimmi una sola volta in cui sei rimasto fino in fondo.

Una sola.

Luca aprì la bocca.

Non uscì nessuna parola.

Anna annuì lentamente.

— Appunto.

Abbassò lo sguardo sulla maniglia.

— Adesso, se hai finito…

Vorrei tornare alla festa.

Luca non si mosse.

— Non riesco.

Lei sospirò.

— A fare cosa?

Lui la guardò negli occhi.

Questa volta senza ironia.

Senza difese.

— A lasciarti andare mentre sei ancora arrabbiata con me.

Anna lasciò uscire una breve risata.

— Che fortuna.

Io invece ci sto riuscendo benissimo.

Fece per spostarsi.

Lui le prese delicatamente il polso.

Non per trattenerla con forza.

Solo abbastanza da impedirle di andarsene.

Lei abbassò gli occhi sulla sua mano.

Poi tornò a guardarlo.

— Vedi?

È sempre così.

Mi lasci andare soltanto quando lo decidi tu.

Questa volta no.

Questa volta decido io.

Per un istante rimasero immobili.

Così vicini da sentire il respiro l’uno dell’altra.

Così lontani da non sapere più come parlarsi.

Fu Luca a rompere il silenzio.

Con una voce che Anna non gli aveva mai sentito.

— Allora dimmi come faccio a rimediare.

Lei lo fissò per qualche secondo.

Poi un angolo della bocca si sollevò appena.

Quel sorriso.

Quello che lui aveva sempre temuto.

— Hai voluto la distanza, De Santis.

Adesso abbi il coraggio di sopportarla.

Anna abbassò gli occhi sulla mano che ancora le stringeva il polso.

Poi tornò a guardarlo.

— Vedi?

È sempre così.

Mi lasci andare soltanto quando lo decidi tu.

Questa volta no.

Questa volta decido io.

Provò a liberarsi.

Lui la lasciò immediatamente.

Quel gesto la spiazzò più di quanto volesse ammettere.

Luca fece mezzo passo indietro.

Le mani aperte.

Come se volesse dimostrarle che non l’avrebbe costretta a nulla.

— Hai ragione.

Anna lo guardò senza parlare.

— Ti ho chiesto di starmi lontana.

Poi ogni volta sono stato io a venirti a cercare.

Lei sorrise amaramente.

— Finalmente una cosa su cui siamo d’accordo.

— Pensavo di proteggerti.

— No.

La sua voce lo interruppe netta.

— Proteggevi te stesso.

Il silenzio cadde pesante.

Luca abbassò gli occhi.

Perché quella frase aveva trovato esattamente il punto in cui faceva più male.

Anna continuò.

Piano.

Quasi senza rabbia.

— Tu torni a casa e fai il marito.

Il padre.

L’uomo che prende le decisioni giuste.

Io torno a casa…

Fece una pausa.

— …e passo la notte a cercare di dimenticare il modo in cui mi hai guardata.

Luca chiuse gli occhi un istante.

— Non passa un giorno senza che io pensi a te.

— E allora smettila di dirmelo.

Lui la fissò.

— Cosa?

— Smettila.

Perché ogni volta che mi dici una cosa così, cinque minuti dopo mi ricordi che dobbiamo essere ragionevoli.

Fece un piccolo sorriso.

Stavolta non c’era ironia.

Solo stanchezza.

— Lo sai qual è il problema?

Luca scosse appena la testa.

— Che io non so più quando crederti.

Quando mi dici che mi ami…

…o quando mi mandi via.

Quelle parole rimasero sospese tra loro.

Luca sembrava cercare qualcosa.

Una frase.

Una spiegazione.

Qualunque cosa.

Non trovò niente.

Anna annuì lentamente.

— Vedi?

È proprio questo.

Ogni volta resti in silenzio.

Perché la verità è che vuoi entrambe le cose.

Vuoi me.

E vuoi continuare a vivere come se io non esistessi.

Luca inspirò profondamente.

— No.

— No?

— No.

La guardava con un’intensità che lei non gli vedeva da giorni.

— Vorrei una vita in cui tu non mi mancassi.

Ma non esiste.

Anna deglutì.

— Non dirlo.

— È la verità.

— Non dirlo lo stesso.

Lui fece un passo avanti.

Lei non indietreggiò.

— Perché?

— Perché ogni volta ricomincio da capo.

Gli occhi di Luca si fermarono sui suoi.

— E se ti dicessi che non ce la faccio più?

Lei sorrise.

Un sorriso piccolo.

Doloroso.

— È tardi.

— Per chi?

— Per me.

Luca abbassò appena la voce.

— No.

— Sì.

Lei scosse lentamente la testa.

— Hai voluto insegnarmi a vivere senza di te.

Ci sto provando.

Lasciamelo fare.

Quelle ultime parole sembrarono svuotare la stanza.

Luca rimase immobile.

Per un istante sembrò davvero deciso a farsi da parte.

Guardò la porta.

Poi tornò a guardare lei.

Il respiro gli si fece più lento.

— Sai qual è la cosa che mi fa più paura?

Anna non rispose.

— Che un giorno tu ci riesca davvero.

Lei abbassò lo sguardo.

Perché era esattamente la frase che aveva aspettato per settimane.

Quando lo rialzò, i loro volti erano ormai a pochi centimetri.

— Adesso sei tu quello in ritardo, De Santis.

Luca lasciò uscire un sorriso stanco.

— Lo so.

— E non mi basta più.

Lei fece per voltarsi verso la porta.

Lui pronunciò soltanto il suo nome.

Piano.

Quasi un sussurro.

— Anna.

Lei si fermò.

Senza voltarsi.

— Mmh?

— Guardami un’ultima volta.

Anna chiuse gli occhi per un istante.

Poi si girò lentamente.

— Non sarà mai l’ultima volta.

Nessuno dei due parlò più.

In quel silenzio, entrambi capirono che stavano per superare ancora una volta il punto da cui non erano mai riusciti a tornare indietro.

Luca le prese il viso tra le mani e la baciò, come se da quel bacio dipendesse la sua sopravvivenza, con intensità e calore. Lei intrecciò le sue dita dietro al collo di lui, si sollevò un po’ sulle punte dei piedi per potergli essere più vicino. Poi le mani di lui scivolarono verso il basso, sui suoi fianchi, e ancora più giù, la strinse forte a sé con le mani sul suo sedere, le fece sentire quanto la desiderava.

— Questo è fare i bravi, De Santis? Mh?

Lei continuo a baciarlo sulla bocca. Poi sul collo, gli fece scivolare le mani sotto la maglietta e le portò sul suo petto.

— Stai zitta bionda.

Le afferrò i capelli con una mano mentre con l’altra le sollevò l’orlo della gonna, ma lei lo fermò.

— nono, i bravi ragazzi non fanno queste cose. Tieni le tue sante mani a posto. Altrimenti poi ricomincerai a frignare.

Lo guardò e gli sorrise, si morse anche il labbro sapendo che la cosa lo avrebbe eccitato. Si sollevò e si sedette sul davanzale della finestra, davanti a lui. E iniziò a slacciarsi le spalline del top.

— Cosa stai facendo ?

Le chiese lui senza staccarle gli occhi di dosso.

— Oh niente di che, mi da fastidio questo laccetto.

— Davvero? Perché sembra che tu mi stia provocando. Stai facendo un po’ la stronza con me ?

— Mai quanto te.

Lo guardò stringendo gli occhi, e lui capì che era ancora arrabbiata con lui.
Non le disse nulla perché lei aveva completamente slacciato il top che ora le stava scivolando sempre più in basso. Poteva vedere la curva del suo seno, potevo intravedere i capezzoli.

— Vuoi farmi vedere qualcosa bionda?

— Cosa vorresti vedere ? Non è che poi andrai all’inferno? Non è da bravi ragazzi desiderare certe cose De Santis. Anzi non dovresti proprio guardare mentre faccio questo…

E fece scivolare il top oltre il seno, rimanendo mezza nuda.

— … o questo …

Si sollevò lentamente dal davanzale e si sfilò le mutandine, le poggiò accanto a sé sul davanzale. Erano nere.

— e sicuramente questo …

E allargò le sue gambe, così, nuda, davanti a lui, con la gonna corta e morbida che lasciava intravedere tutto. A lui si seccò la gola. Senti il suo cazzo avere un fremito.

— Bionda… chiudi quella tua bella bocca.

Le fu addosso in una frazione di secondo, si sbottonò i jeans, si abbassò gli slip, le prese le ginocchia e le sollevò verso l’alto e verso di sè. Quella mensola aveva l’altezza perfetta.
Senti subito che lei era bagnata, che lo voleva. Senti come la sua punta scivolava bene tra le sue gambe, trovò subito l’ingresso ed entrò in lei, senza premliminari, senza aspettare. Aveva bisogno di entrarle dentro.

— sempre così stretta.. così bagnata

Lei chiuse gli occhi solo un istante, perche quella sensazione di sentirlo dentro così all’improvviso fu troppo da gestire. Si sentì aprire, sentì le pareti che tiravano. Fu quasi doloroso, quasi. E poi fu incredibilmente bello. Lui iniziò a muoversi, muovendole le ginocchia sempre più in alto, sollevandola un po’ anche dalla mensola, entrandole sempre più in profondità.

Lei ansimava cercando di non fare troppo rumore, iniziò a mordersi le dita, ad aggrapparsi alla maglietta di lui.

— Sono ancora un santo per te ?

Le chiese aumentando un po’ il ritmo ma senza smettere di prenderla fino in fondo. Lei non gli rispose, troppo presa dalle sensazioni che provava. Lui le prese il collo con una mano, la inchiodò al muro, costringendola a guardarlo negli occhi. Fu peggio, perché lei aveva quello sguardo che lo faceva impazzire.

— Allora dimmi, sono un santo?

Lei lo guardò in un modo che lui non avrebbe saputo interpretare, tra lussuria, amore, rabbia.

— Sei il mio santo preferito.

E sorrise. Lui strinse un po’ la mano intorno al suo collo. Poteva sentire il battito del suo cuore, il respiro allargarle la gola. Lei si eccitò molto e si sentì bagnare ancora di più. Voleva venire, ne aveva bisogno. Allungò una mano sotto di sé, fino a raggiungere il suo punto più sensibile e iniziò a masturbarsi mentre lui continuava a muoversi e a tenerla lì con la mano, una sul collo, una sotto a un ginocchio. Sempre più dentro di lei, gli sguardi fusi insieme.
Dopo poco lei sentì pulsare il suo basso ventre, sentì partire quel vortice inarrestabile di piacere. Chiuse gli occhi ma lui non glielo permise

— occhi aperti, bionda. Guarda me.

E così fece, e venne, le sue gambe tremarono e soffocò un gemito mordendosi le labbra tanto da sentire il sapore del sangue sulla lingua. Lui la baciò. Vide i capezzoli di lei indurirsi ancora di più, il seno che si muoveva seguendo il ritmo dei suoi colpi, e si lasciò trascinare dalle onde dell’orgasmo di lei, venendo anche lui fino a sentirsi completamente svuotato.

Piano piano la lasciò andare, la mano sul collo divenne una mano che la accarezzava piano. La aiutò a scendere dalla mensola.

Per qualche secondo nessuno dei due parlò.

Si sentiva soltanto il rumore dei loro respiri che tornavano lentamente regolari.

Fuori dal bagno qualcuno rise.

Una porta si chiuse.

La musica continuava come se il mondo fosse rimasto identico.

Anna sistemò lentamente il top.

Senza guardarlo.

Luca rimase lì.

Le mani lungo i fianchi.

Fu lei a rompere il silenzio.

— Lo sai qual è la cosa più irritante?

Lui accennò un sorriso stanco.

— Immagino di essere io.

— Sempre.

Finalmente lo guardò.

Negli occhi aveva ancora quella punta di ironia.

Ma sotto c’era qualcos’altro.

Qualcosa di molto più vero.

— Il problema è che hai ragione.

Luca aggrottò appena la fronte.

— Su cosa?

Lei lasciò uscire lentamente il fiato.

— Sul fatto che dovremmo smetterla.

Fece una pausa.

— Razionalmente non c’è nemmeno una discussione da fare.

Abbiamo due famiglie.

Due vite.

Due persone che non meritano questo.

Lui abbassò lo sguardo.

Anna continuò.

— Però c’è un’altra parte di me.

Quella non ascolta la ragione.

Quella entra in una stanza, ti vede… e il resto smette di avere senso.

Gli sorrise appena.

— Mi piacerebbe essere una di quelle persone che riescono a decidere chi amare.

Sarebbe tutto molto più semplice.

Luca rimase in silenzio.

— Invece no.

Posso decidere cosa fare.

Posso decidere dove andare.

Posso perfino decidere di non cercarti.

Ma quello che provo…

Scosse piano la testa.

— Quello no.

Fingere che non esista sarebbe vivere nel paese delle favole.

E io non ne ho più voglia.

Luca la guardò a lungo.

Poi le si avvicinò quel tanto che bastava da sfiorarle una mano.

— Sai perché continuo a parlare di fermarci?

Lei fece un piccolo cenno con la testa.

— Perché ogni soluzione che immagino fa male a qualcuno.

Tacque un istante.

— E ogni volta che penso di aver trovato quella meno sbagliata…

Alzò gli occhi su di lei.

— …entro in una stanza e ci sei tu.

Anna sentì il nodo alla gola tornare.

Lui le strinse appena le dita.

— Non ho una risposta, bionda.

Non ce l’ho davvero.

Fece un sorriso amaro.

— Ma una cosa la so.

Lei lo guardò in attesa.

— Da stasera smetto di raccontarti che è facile.

Perché non lo è.

E smetto anche di raccontarlo a me stesso.

Rimasero in silenzio.

Poi Anna gli diede una leggera spinta sul petto.

— Vedi che quando vuoi riesci a non fare il santo?

Luca rise piano.

— No.

Il santo l’ho perso parecchi capitoli fa.

Quella battuta riuscì a strappare ad Anna il primo sorriso sincero della serata.

Durò un attimo.

Poi entrambi tornarono seri.

Luca aprì la porta del bagno.

Prima di uscire si voltò verso di lei.

— Vieni fuori tra cinque minuti.

Almeno per stasera…

Facciamo finta di saper ancora recitare.

Lei annuì.

— Quello, purtroppo, ci riesce ancora benissimo





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scritto il
2026-07-20
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