La sagra 2. In biblioteca

di
genere
etero

Sagra 2

Il lunedì passò.

Poi il martedì.

Poi arrivò mercoledì.

Abbastanza tempo per far male.

Non abbastanza per dimenticare.

Si erano scritti.

Poco.

Troppo poco.

Messaggi normali.

Messaggi da amici.

“Come va?”

“Tutto bene?”

“Hai visto quella cosa?”

Nessuno dei due aveva nominato la macchina.

Nessuno dei due aveva nominato quel bacio.

Nessuno dei due aveva avuto il coraggio di nominare quello che era successo dentro di loro.

Ed era quasi peggio.

Perché il silenzio lasciava spazio all’immaginazione.

E l’immaginazione era spietata.

Anna aveva passato tre giorni a convincersi che Luca si fosse pentito.

Tre giorni a rileggere i messaggi cercando significati nascosti.

Tre giorni a sentirsi stupida.

Quando finalmente lo vide entrare in biblioteca, stava sistemando alcuni volumi sul carrello delle restituzioni.

Lo riconobbe prima ancora di alzare la testa.

Dal modo di camminare.

Dal rumore dei passi.

Da quella presenza che ormai percepiva ovunque.

Alzò gli occhi.

E il cuore le cadde nello stomaco.

Luca era fermo all’ingresso.

Una cartellina sotto il braccio.

L’aria di uno che aveva una scusa pronta.

— Buongiorno.

Anna appoggiò un libro sul carrello.

— Buongiorno.

— Sono qui per una ricerca.

— Certo.

— Molto importante.

— Immagino.

— Importantissima.

Lei incrociò le braccia.

— Luca.

— Dimmi.

— Hai inventato una ricerca per venire a vedermi?

Lui rimase serio per due secondi.

Poi cedette.

— Forse.

Anna scoppiò a ridere.

E per la prima volta da giorni sentì il nodo dentro il petto allentarsi.

Solo un po’.

Abbastanza.



Dieci minuti dopo stavano bevendo un caffè nel piccolo ufficio dietro il banco prestiti.

Per qualche minuto parlarono di cose inutili.

Il tempo.

Il lavoro.

I figli.

Argomenti sicuri.

Argomenti codardi.

Finché Anna appoggiò lentamente la tazzina.

— Ti sei pentito?

Luca sollevò lo sguardo.

— Di cosa?

— Non farmelo ripetere.

Il sorriso gli morì sulle labbra.

Per un attimo sembrò stanco.

Molto stanco.

— No.

Anna non si accorse nemmeno di aver trattenuto il fiato.

— Però…

Ecco.

C’era sempre un però.

— Però dobbiamo stare attenti.

Lei abbassò gli occhi.

— Ah.

— Anna…

— No, tranquillo.

— Non sono tranquillo.

— Sembra.

Luca la osservò.

Troppo bene.

Come sempre.

— Ti sei già convinta che sto per dirti qualcosa che non vuoi sentire.

— Perché?

— Perché fai quella faccia.

— Quale faccia?

Lui la fissò per un istante.

— Hai gli occhi lucidi.

Anna irrigidì appena le spalle.

— Non dire sciocchezze.

— Stai per piangere?

Lei sollevò subito il mento.

Orgogliosa.

Quasi offesa.

— Io non piango.

— Certo.

— Sul serio.

— Anna, ti conosco.

Lei strinse le labbra, combattuta tra il fastidio e l’imbarazzo.

— E comunque non per te.

Luca la guardò ancora per un secondo.

Poi sorrise piano.

— Meno male.

— Meno male cosa?

Luca abbassò leggermente la voce e si sporse appena verso di lei.

— Perché l’ultima volta che ti si sono lucidati gli occhi in macchina non sembravi esattamente sul punto di piangere.

Ci fu un attimo di silenzio.

Poi Anna spalancò gli occhi.

— Sei impossibile.

— Ma hai smesso di pensare di piangere.

Lei cercò di trattenersi.

Non ci riuscì.

Rise.

Una risata vera.

E lui sorrise.

Quella cosa gli riusciva sempre.

Farla ridere proprio quando stava per crollare.

Ma mentre rideva, Anna lo guardò meglio.

Guardò il modo in cui lui la stava osservando.

Quel lampo negli occhi.

Quella battuta.

Quel riferimento preciso alla macchina.

A quel momento.

Non era stato casuale.

E all’improvviso capì.

Lui ci aveva ripensato.

Eccome se ci aveva ripensato.

Abbastanza da ricordare ogni dettaglio.

Abbastanza da desiderare ancora di parlarne.

Abbastanza da desiderare ancora lei.

Il cuore le diede una stretta diversa.

Più dolce.

Più pericolosa.

— Sai qual è la cosa che mi fa arrabbiare?

mormorò.

Luca inclinò la testa.

— Sentiamo.

— Che continui a fare finta di niente.

— Non sto facendo finta di niente.

— Sì che lo fai.

Lei sostenne il suo sguardo.

— Uno che si è dimenticato non fa battute così.

Per la prima volta lui rimase zitto.

— Anna…

— No.

Lasciami finire.

Deglutì.

— Hai ripensato a quella sera quanto me.

Luca abbassò gli occhi sulla tazzina.

Un sorriso appena accennato.

Colpevole.

— Forse.

— Forse un accidente.

Lei sentì il coraggio arrivare tutto insieme.

— E non ti è passata la voglia.

Questa volta lui alzò gli occhi direttamente nei suoi.

Nessuna ironia.

Nessuna fuga.

Solo verità.

— No.

La risposta arrivò immediata.

Troppo immediata per essere studiata.

Anna sentì il respiro spezzarsi.

Luca la osservò per qualche secondo.

Poi chiese piano.

— Avevi bisogno di sentirtelo dire?

Era una domanda gentile.

Non una presa in giro.

E forse proprio per quello le fece più effetto.

Anna avrebbe potuto fare la dura.

Negare.

Cambiare discorso.

Proteggersi.

Invece abbassò lo sguardo e sorrise appena.

— Sì.

La sincerità li colse entrambi di sorpresa.

— Sì, ne avevo bisogno.

Luca non disse niente subito.

La guardò soltanto.

Con un’espressione che le fece male in un modo bellissimo.

— Allora ascoltami bene.

La voce era bassa.

Ferma.

— Non mi è passata.

Per niente.

Anna sentì il cuore battere così forte da farle quasi male.

E per la prima volta da giorni smise di chiedersi se fosse stata l’unica a restare bloccata in quella macchina.

Non lo era stata.

Mai.



Quando si alzarono per tornare al lavoro, si sfiorarono.

Solo una spalla.

Niente.

Eppure Anna sentì una scarica attraversarle tutto il corpo, le venne la pelle d’oca, sentì i capezzoli indurirsi sotto il cotone leggero della maglietta.

Luca se ne accorse. Eccome se se ne accorse.

La guardò per un secondo di troppo.

Poi il suo sguardo scese.

Istintivamente.

Sulla maglietta a righe che lei indossava.

E si bloccò.

— Madonna santa.

Anna aggrottò la fronte.

— Cosa?

Luca distolse gli occhi.

— Dimmi che non sei venuta al lavoro così senza pensarci.

— Così come?

Lui la fissò incredulo.

Poi abbassò la voce.

— Anna.

Lei seguì il suo sguardo.

E capì immediatamente.

Un sorriso lento le incurvò le labbra.

— Ah.

— Ah?

— Era questo il problema?

— Questo è un enorme problema.

Anna scoppiò quasi a ridere.

— Sei serio?

— Purtroppo sì.

Lei incrociò le braccia con aria innocente.

— Non capisco di cosa stai parlando.

— Bionda, si vede benissimo che non porti il reggiseno.

Per un secondo lui stesso sembrò pentirsi di averlo detto ad alta voce.

Anna invece sorrise ancora di più.

— Finalmente.

— Finalmente cosa?

— Mi chiedevo quanto ci avresti messo ad accorgertene.

Luca chiuse gli occhi.

— Non aiutarmi.

— Non porto il reggiseno da anni.

— Peggio.

— Perché?

— Perché ormai dovresti sapere l’effetto che fai.

Anna abbassò lo sguardo sulla propria maglietta, poi tornò a guardarlo.

Divertita.

Troppo divertita.

— Stavi guardando eh?

— Stavo cercando di non guardare.

— E com’è andata?

— Malissimo.

Lei rise.

Lui no.

— Anna, sto parlando seriamente.

— Anche io.

— No, tu ti stai divertendo.

— Un po’.

Luca lasciò uscire un sospiro esasperato.

— Sei un po’ stronza.

Anna inclinò appena la testa.

— Geloso, amico mio?

Luca lasciò uscire una risata.

— Molto peggio.

— Sentiamo.

— Disperato.

Per un istante nessuno dei due parlò.

Poi Luca fece un passo indietro.

Uno vero.

Come se avesse improvvisamente bisogno di distanza.

Passò una mano tra i capelli e lasciò uscire un respiro lento.

— Forse è meglio che tu torni al tuo lavoro, bionda.

Anna lo fissò sorpresa.

— Luca…

— Sul serio.

Provò a sorridere, ma gli riuscì male.

— Ho già detto abbastanza stupidaggini per oggi.

Lei capì immediatamente.

E proprio per questo il cuore le batté più forte.

Luca non si stava allontanando da lei.

Si stava allontanando da quello che rischiava di fare se fosse rimasto troppo vicino.

— Va bene.

mormorò.

Lui annuì.

Grato.

E ancora più in difficoltà di prima.



L’archivio si trovava al piano inferiore.

Un seminterrato pieno di scaffali metallici e scatole numerate.

Luca aveva davvero bisogno di alcuni documenti.

O almeno così continuava a ripetersi.

Quando iniziò a scendere le scale sentì dei passi dietro di sé.

Si fermò.

Si voltò.

Anna.

Naturalmente.

— Che fai?

— Ti accompagno.

— Non serve.

— Lo so.

— Allora perché vieni?

Lei sorrise.

— Perché ti innervosisci.

Luca scosse la testa.

— Sei impossibile.

— E tu continui a guardarmi come se stessi cercando di ricordarti perché dovresti resistere.

Colpo basso.

Bassissimo.

Perché non stava cercando di ricordarselo.

Stava cercando disperatamente di riuscirci.



L’archivio era silenzioso.

Troppo.

Il genere di silenzio che amplifica ogni respiro.

Ogni sguardo.

Ogni pensiero.

Luca stava consultando alcune cartelle quando sentì Anna avvicinarsi.

— De Santis.

Il cognome.

Non Luca.

De Santis.

Il loro codice.

La voce gli passò addosso come una mano.

Lentamente.

Pericolosamente.

— Non iniziare.

— Chi dice che sto iniziando?

— Ti conosco.

— È questo il problema.

Luca si voltò.

Lei era vicina.

Molto più vicina di quanto avrebbe dovuto.

La gonna blu sfiorava appena le caviglie.

I capelli chiari le cadevano sulle spalle.

Sembrava innocente.

Ed era probabilmente la cosa meno innocente presente in quella stanza.

— Sai una cosa?

disse lei.

— No.

— Credo che tu abbia paura di me.

Luca rise.

Piano.

— Bionda.

— Dimmi.

— Io non ho paura di te.

Fece un passo avanti.

Uno soltanto.

Abbastanza.

— Ho paura di me quando ci sei tu.

Il sorriso di Anna vacillò.

Perché quella non era una battuta.

Non stavolta.

Era la verità.

Nuda e pericolosa.

Per qualche secondo si guardarono senza parlare.

Poi lei allungò una mano.

Gli sistemò il colletto della camicia.

Un gesto minuscolo.

Quasi tenero.

Quasi.

Luca le afferrò il polso.

Piano.

Come se stesse ancora concedendosi la possibilità di fermarsi.

— Anna.

— Mmh?

— Stai giocando con il fuoco.

Lei sollevò il mento.

Gli occhi verdi luminosi.

La sfida.

La provocazione.

La vulnerabilità.

Tutte insieme.

— E se volessi bruciarmi?

Il respiro di Luca si fermò per un secondo.

Poi Anna infilò qualcosa nella tasca della sua giacca.

Un gesto rapido.

Quasi invisibile.

Lui aggrottò la fronte.

— Cos’hai fatto?

Lei fece un passo indietro e quel sorriso.

Quello che gli faceva perdere il controllo.

— Controlla.

Luca infilò la mano in tasca.

Sentì il tessuto.

Piccolo.

Morbido.

Il cervello impiegò qualche istante per capire.

Quando capì, chiuse gli occhi.

— Le tue mutandine.

Anna stava già arretrando.

— Sì.

— Tu sei completamente fuori di testa.

— Me l’hai detto tante volte.

— Anna…

Lei si fermò alla fine dello scaffale.

Lo guardò.

— Vienimi a prendere, De Santis.

E in quel momento Luca capì che doveva fermarsi.

Che avrebbe dovuto lasciarla andare.

Che qualunque altra scelta sarebbe stata una pessima idea.

Anna gli rivolse un ultimo sorriso provocatorio e scomparve oltre lo scaffale.

Lui lasciò uscire un respiro lento.

Poi un altro.

Inutile.

Perché il controllo che aveva cercato di mantenere per giorni stava cedendo centimetro dopo centimetro.

Scosse la testa e si incamminò nella sua direzione.

— Sei nei guai, bionda.

La sentì ridere da qualche parte tra gli scaffali.

— Devi prima prendermi.

— Non provocarmi.

— Troppo tardi.

Luca accelerò il passo.

Lei comparve per un istante all’estremità del corridoio e sparì di nuovo.

— Stai scappando?

— Mi stai inseguendo?

— Secondo te?

— Credo di sì.

La sua voce arrivò accompagnata da un’altra risata.

Leggera.

Pericolosa.

Luca girò l’angolo dello scaffale e finalmente la vide.

Ferma.

Con gli occhi luminosi e il fiato appena più corto.

Per un secondo nessuno dei due parlò.

Poi lui si avvicinò lentamente.

— Sai qual è il tuo problema?

— Sentiamo.

— Continui a sfidarmi sperando che io resti bravo.

Anna deglutì.

— E invece?

— E invece mi stai rendendo il lavoro molto difficile.

Lei arretrò di un passo.

Lui avanzò.

Ancora uno.

Ancora.

Finché la distanza sparì quasi del tutto.

Il sorriso di Anna vacillò.

Non per paura.

Per consapevolezza.

— Luca…

— Mmh?

— Stai ancora cercando di resistere?

Lui lasciò uscire una breve risata senza allegria.

— Molto meno di cinque minuti fa.

Lei aprì la bocca per rispondere.

Ma lui si mosse prima.

Le afferrò le spalle con entrambe le mani e la spinse all’indietro fino alla parete di libri, con una decisione che le tolse il fiato.

I volumi tremarono appena dietro di lei.

Anna rimase immobile.

Il cuore impazzito.

Luca le era davanti.

Troppo vicino.

— Adesso basta correre.

Un brivido le attraversò la schiena. Lui lo vide, sentì la pelle d’oca sulle sue braccia, le guardò il seno senza distogliere lo sguardo, questa volta. Lascio scivolare una mano dalla spalla di lei, sul fianco, fino a scostarle la maglietta dalla pelle e infilando la mano sotto.

— Ti ricordi quando eravamo in macchina?

Anna chiuse gli occhi per un istante.

— Luca…

— No. Ascolta.

La fissò senza lasciarle via di fuga. Mentre con la mano aveva raggiunto il suo seno e passava da uno all’altro lentamente, facendole indurire i capezzoli sempre di più, senza fermarsi.

— Sono tre giorni che cerco di non pensare a te.

— E com’è andata?

La voce di lei era un sussurro

— Malissimo.

La risposta arrivò immediata.

Sincera.

— Ho ripensato a tutto. Al tuo sorriso. Alla tua pelle. Alle tue labbra. A queste …

Sorrise continuando ad accarezzarle il seno

— Al tuo sguardo quando sei venuta..

Anna sentì il cuore accelerare.

— E adesso?

Per un secondo lui non rispose.

La guardò soltanto.

Poi le prese il viso con la mano libera e la baciò. Con passione. Con tutta la tensione accumulata in quei giorni.

Anna emise un piccolo gemito.

— ti presenti così, vestita come una bambolina, e poi cosa mi fai?

Continuando a toccarla si abbassò improvvisamente, con l’altra mano le sollevò l’orlo della gonna, e fede scorrere le dita sulle gambe di Anna, dal ginocchio fino a su, fino al fianco, dove avrebbero dovuto esserci le mutandine che però non c’erano. Quella consapevolezza lo fece impazzire. Si sentì indurirsi ancora di più.

— e poi cosa ti faccio?

Lei lo provoco ancora.
Lui le prese le spalle e la girò improvvisamente, facendola sussultare, spingendole il petto contro la parete di libri impolverati, facendo aderire tutto il suo corpo alla schiena di lei. Poteva sentire la curva pronunciata del suo sedere premergli sulle cosce. Le prese il mento con una mano e la costrinse a girare la testa di lato, in modo che una guancia fosse appoggiata allo scaffale, per potersi avvicinare ancora di più a lei.

— puoi sentirlo, cosa mi fai.

Si, poteva decisamente sentirlo, duro contro la sua schiena. Lei si mise sulle punte dei piedi, per poterlo sentire meglio, in un punto che le piaceva di più, tra i glutei.

— Si..

— allora ora dovrai fare davvero la brava e stare in silenzio, bionda.. vediamo se ti riesce

— cosa vorresti dire? Ti stai un po montando la testa De Santis?

— dici? in macchina l’altra sera.. non mi sembrava di essermi montato la testa.. e penso che chi abitava vicino al parcheggio ti abbia sentita chiaramente.

Lei provò a girarsi per dargli uno schiaffo, anche se stava ridendo. Lui non glielo permise:

— ora non vai da nessuna parte.

Lei si morse il labbro e iniziò a sentirsi bagnata.
Lui con una mano si sbottonò i jeans, con l’altra le sollevò la gonna

— questo culo.. mi farà diventare matto

— così volgare..

— così ti piace

Lei non rispose, ma impercettibilmente allargò un po le gambe, dandogli un accesso più facile.
Lui guidò la sua erezione tra le natiche di lei, la sentì irrigidirsi.

— tranquilla bionda… questo lo teniamo per un’altra volta cosa dici?

Le disse spostandosi più in avanti, tra le sue pieghe umide, muovendosi un po avanti e indietro, godendosi la sensazione e il respiro di lei che cambiava

— cosa ti fa pensare che…

Non le lasciò finire la frase, le entrò dentro lentamente, come lei non si sarebbe aspettata. Senti più resistenza di quanto ricordasse, come se le sue pareti fossero più strette.

— non lo penso, lo so. Ora andremo molto piano ..

Inizio a muoversi lentamente come aveva promesso, entrando non completamente. Lei ansimava piano, ma voleva di più, lui lo capiva perché lei aveva iniziato ad andargli incontro col sedere, tirandosi sulle punte dei piedi, cercando di aumentare il ritmo, ma senza riuscirci, perché lui le prendeva il fianco con una mano e la faceva rallentare.

— vuoi di più ?

— si…

— chiedimelo allora

— voglio di più!!!

— di più cosa?

— di più te, ti prego ..

Avrebbe voluto continuare questo gioco più a lungo, ma il modo in cui lei si muoveva, in cui l’aveva pregato.. non riuscì più a trattenersi e iniziò a prenderla con più forza, con più passione, la sentiva cedere ad ogni spinta, come se si abbandonasse sempre di più, come se non ricordasse più dove si trovava.
Iniziò ad ansimare più forte, lui le mise una mano sulla bocca, senza rallentare, sentendo il rumore dello scaffale che scricchiolava, il seno di lei premuto lì contro quei libri.
La senti fare un movimento strano, poi capì cosa stava facendo. Aveva portato un braccio davanti a sé, per toccarsi da sotto la gonna, non c’era volgarità nel suo gesto, lo fece con naturalezza, perché voleva godere di più, perché voleva venire. Sentirla mentre si masturbava così, mentre lui la penetrava da dietro.. ebbe la sensazione che gli diventasse ancora più duro e di essere al limite.

— tu mi farai impazzire totalmente

Lei scostò le labbra dalla sua mano e iniziò a leccargli un dito, trattenendo un po i gemiti che si facevano sempre più incontrollati. Poi parlò, e la sua voce sembrava provenire da lontano, così bassa che fatico a riconoscerla

— godo cosi tanto.. sto venendo Luca..

Ed era vero, stava per venire, lui sentì le sue pareti diventare più scivolose, si senti colare un liquidò caldo fino alle palle. Le premette la mano sulla bocca sentendo gli spasmi dell’orgasmo, sentendo che non avrebbe controllato la sua voce, lei gli morse un dito, ma senza troppa forza, senza fargli male veramente, per fargli capire che non riusciva più a sopportare la sensazione di averlo dentro.

Lui rallentò i suoi movimenti fino a fermarsi, godendosi la sensazione di essere strizzato da lei.

Poi uscì e la girò piano, per guardarla. Aveva i segni dello scaffale su una guancia, il viso un po arrossato… e quegli occhi lucidi che erano ancora lussuria pura. Lei scese con lo sguardo verso il basso, fino alla sua erezione.. sorrise.

Non disse nulla ma lentamente scese in ginocchio, e senza mai smettere di guardarlo lo prese in bocca… molto lentamente… troppo lentamente.

— bionda… vuoi vendicarti di qualcosa?

Disse lui sentendosi un po instabile sui suoi piedi. Lei si staccò per un attimo

⁃ supplicami.

E prima di riprenderlo tra le labbra tirò fuori la lingua e lo percorse dalla base alla punta, per poi ricominciare a muoversi.

— ok hai vinto. Ti supplico … fammi venire

Lei sorrise, lo guardò un attimo poi chiuse gli occhi e iniziò a muoversi più velocemente, le labbra morbide, la bocca calda. Non servì molto tempo, in pochi minuti lui sentì che stava per venire

— sto venendo..

Lei non si fermò, apri gli occhi e continuò a prenderlo con la bocca, finché non lo senti vibrare, e poi si sentì riempire la gola di un liquidò denso e caldo, e lo lascio scendere in fondo, ingoiando senza mai staccare le labbra da lui, senza versarne una goccia, senza smettere di guardarlo negli occhi.

— bionda..

Lei si staccò piano, si rialzò. Appoggiò la testa sul suo petto, sentì il cuore battergli forte.

— sei stato bravo.. non hai fatto troppo rumore.

Disse sorridendo, rimanendo lì, appoggiata al suo petto, mentre lui l’avvolgeva con le braccia.

— non si può dire lo stesso di te

Risero entrambi, rimanendo in quell’abbraccio come fosse il luogo più sicuro sulla terra, come se il mondo esterno non esistesse.
di
scritto il
2026-06-15
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