La sagra 3. La gelosia

di
genere
etero

Sagra 3

Luca fu il primo a staccarsi.

Non dall’abbraccio.

Dalla bolla.

Quella specie di luogo sospeso in cui erano esistiti per un tempo impossibile da misurare.

Anna se ne accorse subito.

Era ancora stretta a lui quando sentì il suo corpo irrigidirsi appena.

Come se qualcosa fosse tornato a reclamare spazio.

La realtà.

Le famiglie.

La vita vera.

Tutto quello che fuori dall’archivio continuava a esistere.

— Dovremmo andare.

La frase cadde tra loro con un rumore sgradevole.

Anna sollevò lentamente la testa.

— Tutto qui?

Luca sospirò.

— Anna…

— No, sul serio.

Tutto qui?

Lui passò una mano tra i capelli.

Quel gesto che faceva quando era in difficoltà.

— Cosa vuoi che ti dica?

Lei lo fissò.

E improvvisamente si sentì sciocca.

Perché fino a trenta secondi prima era convinta di aver visto nei suoi occhi la stessa felicità che sentiva lei.

— Niente.

Luca riconobbe immediatamente quel tono.

Troppo tardi.

— Non fare così.

— Così come?

— Come se mi stessi punendo.

Anna rise.

Ma senza allegria.

— Tranquillo.

Non sto punendo nessuno.

Mi sto solo chiedendo come fai a sembrare già da un’altra parte.

La frase colpì nel segno.

Perché era vera.

Luca abbassò gli occhi.

— Perché qualcuno dei due deve tornarci.

— Ah.

Quindi adesso siamo ai sensi di colpa.

— Non ho detto questo.

— Non serve.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Anna recuperò il sorriso.

Quello sbagliato.

Quello che usava quando era ferita.

— Va bene De Santis.

Messaggio ricevuto.

Luca chiuse gli occhi.

— Non fare così.

— Lo hai già detto.

— Anna…

— Ci vediamo in giro.

E questa volta fu lei ad andarsene.

Lasciandolo fermo tra gli scaffali.

Con la sensazione di aver detto tutte le cose sbagliate nel momento peggiore possibile.



La cena arrivò quattro giorni dopo.

Una di quelle serate organizzate dagli amici.

Tavolata lunga.

Bambini che correvano.

Risate.

Vino.

Normalità.

La cosa più difficile del mondo.

Anna arrivò tenendo per mano sua figlia.

Luca era già lì.

Lo vide immediatamente.

E fece finta di niente.

Lui vide lei.

E fece esattamente la stessa cosa.

Per tutta la sera parlarono con chiunque tranne che tra loro.

Un esercizio ridicolo.

E probabilmente evidente a chiunque li conoscesse bene.

Ogni tanto i loro sguardi si incrociavano.

Solo per un istante.

Poi uno dei due distoglieva gli occhi.

Anna rideva con gli altri.

Ma dentro era ancora arrabbiata.

Non per quello che era successo.

Per quello che era successo dopo.

Luca invece la osservava da lontano.

E ogni volta che la vedeva sorridere agli altri sentiva una stretta inspiegabile nello stomaco.

Gelosia.

Forse.

Paura.

Sicuramente.

A un certo punto Anna si alzò per andare verso il giardino.

Aveva bisogno d’aria.

Di distanza.

Di qualsiasi cosa.

Non si stupì quando sentì dei passi dietro di sé.

— Bionda.

Chiuse gli occhi.

Un secondo soltanto.

Poi si voltò.

— De Santis.

— Possiamo parlare?

— Dipende.

— Da cosa?

— Da quanto intendi essere freddo stavolta.

La risposta arrivò come uno schiaffo.

Luca abbassò lo sguardo.

— Te lo sei tenuto dentro per quattro giorni?

— Sei sorpreso?

— No.

— Bene.

Perché sono stata molto arrabbiata.

Lui annuì lentamente.

— Lo so.

— No, non lo sai.

Perché tu te ne sei andato tranquillo.

Io no.

Finalmente Luca fece un passo verso di lei.

— Hai ragione.

Anna si bloccò.

— Cosa?

— Hai ragione.

Ero spaventato.

— Di me?

— Di quanto stai diventando importante per me.

La frase uscì piano.

Senza difese.

Senza ironia.

Anna rimase immobile.

Perché per la prima volta non stava giocando.

E nemmeno lui.

— Luca…

— Pensavo di proteggerti.

Invece ti ho fatto male.

Scusa.

Il silenzio che seguì fu lunghissimo.

Poi Anna abbassò lo sguardo.

— Ci ho creduto davvero sai?

— A cosa?

— Che dopo averti avuto…

non ti interessasse più.

Luca lasciò uscire una breve risata incredula.

— Bionda.

— Mmh?

— Non credo che il problema sarà mai quello.

Fece un altro passo verso di lei.

Gli occhi fermi nei suoi.

— Se proprio vuoi saperlo, il problema è l’esatto contrario.

Anna trattenne il respiro.

— Cioè?

— Cioè che da quattro giorni non riesco a toglierti dalla testa.

Che ogni volta che ti vedo mi viene voglia di avvicinarmi.

Di toccarti.

Di baciarti di nuovo.

La sua voce si abbassò appena.

— E che dopo averti avuta tra le braccia, desiderarti è diventato molto più difficile da ignorare.

Lei sentì un piccolo sorriso comparire sulle labbra.

Finalmente.

— Quindi non ti sei stancato di me?

Luca la fissò per un istante, quasi incredulo.

Poi scoppiò a ridere piano.

— Anna, è esattamente il contrario.

— Ah, bene.

— Sei diventata un problema serio.

— Addirittura?

— Addirittura.

Perché ti penso continuamente e non c’è stato un solo giorno in cui sia riuscito a convincermi che non fosse una pessima idea voler stare vicino a te.

Anna rise.

La prima risata vera della serata.

Luca la guardò e sentì sciogliersi qualcosa dentro.

— Molto meglio.

— Cosa?

— Questa versione di te.

Luca inclinò la testa.

— Quella che parla.

— Quella che non scappa.

Lui sorrise.

— Sto imparando.

— Allora continua.

Per un attimo rimasero lì.

Vicini.

Con il brusio della festa che arrivava da lontano.

E per la prima volta dopo giorni nessuno dei due sentì il bisogno di fingere.

Non erano in pace.

Non ancora.

Ma avevano smesso di combattere dalla parte sbagliata.

La festa di fine anno della scuola era il genere di evento che Anna aveva sempre trovato estenuante.

Troppi bambini.

Troppi genitori.

Troppi dolci fatti in casa.

Troppo caldo.

Era arrivata con dieci minuti di ritardo, una coda disordinata e una camicia bianca leggera annodata in vita sopra un paio di jeans chiari.

Una scelta fatta senza pensarci troppo.

O almeno così continuava a raccontarsi.

Quando attraversò il cortile, salutando gli altri genitori, intercettò immediatamente lo sguardo di Luca.

Un secondo.

Niente di più.

Ma bastò.

Perché lui la stava guardando.

E lei lo conosceva abbastanza bene da capire che la camicia non gli era passata inosservata.

Quel pensiero le strappò un sorriso involontario.



Marco arrivò mezz’ora dopo.

Padre di una bambina della classe accanto.

Separato da poco.

Simpatico.

Piacevole.

Uno di quelli che parlano con tutti.

E che, evidentemente, avevano deciso di parlare soprattutto con Anna.

All’inizio lei non ci fece troppo caso.

Poi iniziò a notare una certa costanza.

Se si spostava verso il buffet, compariva Marco.

Se aiutava a sistemare i tavoli, compariva Marco.

Se rideva, rideva anche lui.

E soprattutto la guardava.

Con interesse.

Con un interesse difficile da fraintendere.

Anna si accorse di una seconda cosa quasi subito.

Luca aveva notato tutto.



Lui stava parlando con altri genitori quando vide Marco porgere una bibita ad Anna.

La vide sorridere.

La vide ringraziarlo.

La vide continuare la conversazione.

Nulla di strano.

Nulla di sbagliato.

Nulla che avrebbe dovuto infastidirlo.

Eppure sentì qualcosa chiudersi lentamente dentro il petto.

Perché quell’uomo poteva fare una cosa che lui non poteva fare.

Poteva cercarla.

Poteva corteggiarla.

Poteva mostrarle apertamente interesse.

Davanti a tutti.

Senza conseguenze.

Senza dover nascondere nulla.

Luca invece doveva restare dov’era.

Con un sorriso educato.

Facendo finta che non gli importasse.

Mentre gli importava eccome.



Quando Anna si accorse che lui aveva smesso di sorridere, capì immediatamente.

E invece di fermarsi…

peggiorò la situazione.

Non per cattiveria.

Per curiosità.

Perché una parte di lei voleva sapere quanto fosse profonda quella gelosia.

Quanto gli facesse male.

Quanto tenesse davvero a lei.

Così continuò a parlare con Marco.

Continuò a sorridere.

Continuò a ridere.

E ogni tanto cercava Luca con lo sguardo.

Trovandolo sempre.

Sempre.



Fu Luca a raggiungerla per primo.

Dietro la palestra.

Lontano dal rumore della festa.

Lontano dai bambini.

Lontano dagli altri.

— Ti stai divertendo o stai conducendo un esperimento sociale?

Anna si voltò.

La domanda la colse impreparata più del tono.

Pacato.

Controllato.

Quasi elegante.

Ed era proprio quello a renderlo pericoloso.

— Non sapevo di essere sotto osservazione.

— Oh, lo sapevi benissimo.

Lei inclinò appena la testa.

— E tu da quanto tempo stai contando i miei sorrisi?

Per un istante qualcosa gli attraversò lo sguardo.

Un lampo rapido.

Scoperto.

— Da troppi.

La risposta arrivò senza esitazione.

E fu quella sincerità a toglierle il fiato.

— Quindi sei geloso.

Luca abbassò gli occhi per un secondo, come se stesse valutando se mentire.

Poi rinunciò.

— No.

Anna aggrottò la fronte.

Lui fece un passo avanti.

— Geloso è una parola piccola per quello che ho passato nell’ultima ora.

Il cuore di lei accelerò all’improvviso.

— Luca…

— Ho passato quaranta minuti a convincermi che non avevo alcun motivo per infastidirmi.

Sollevò lo sguardo su di lei.

Diretto.

Disarmante.

— E ogni volta che ci riuscivo, tu ridevi a qualcosa che diceva lui e dovevo ricominciare da capo.

— Sai qual è la cosa che mi ha dato più fastidio?

Lei scosse lentamente la testa.

Lui fece un passo verso di lei.

— Che lui continuava a provarci con te.

— Non stava…

— Anna.

La interruppe subito.

— Non prendermi in giro.

Lo sai benissimo.

Il silenzio che seguì fu brevissimo.

Perché entrambi sapevano che aveva ragione.

— E la cosa peggiore — continuò lui — è che dovevo restare lì a guardare.

Guardarlo fare il simpatico.

Guardarlo cercarti.

Guardarlo trovare qualunque scusa per starti vicino.

Anna abbassò lo sguardo.

Per la prima volta quella sera senza sapere cosa rispondere.

— E non potevo fare niente.

La sua voce si abbassò.

Diventò più dura.

Più sincera.

— Non potevo dirgli di smetterla.

Non potevo portarti via.

Non potevo nemmeno mostrargli che mi dava fastidio.

Perché non ne avevo il diritto.

Quella frase colpì Anna molto più del previsto.

Perché non c’era rabbia.

C’era frustrazione.

Impotenza.

E forse qualcosa di ancora più pericoloso.

— Luca…

— E tu sorridevi.

Lei sollevò gli occhi.

— Lo stavo facendo apposta.

L’ammissione uscì prima che potesse fermarla.

Luca rimase immobile.

— Lo so.

— Lo sapevi?

— Ti conosco.

Per qualche secondo si guardarono senza parlare.

Poi lui scosse lentamente la testa.

— Sei una provocatrice.

Anna sorrise appena.

— E tu sei terribilmente geloso.

— Molto più di quanto dovrei.

La fissò per un lungo istante.

Poi qualcosa nel suo sguardo si indurì.

— Ma stai attenta a questo gioco, Anna.

Lei smise di sorridere.

— Che vuoi dire?

— Voglio dire che continui a provocarmi per vedere come reagisco.

Continui a cercare la mia gelosia come se fosse una prova di qualcosa.

Fece una pausa.

— Ma ti dimentichi una cosa.

Anna sentì lo stomaco stringersi.

— Quale?

Luca lasciò uscire una breve risata senza allegria.

— Che sei sposata.

Le parole arrivarono secche.

Taglienti.

Molto più di quanto lui stesso avesse previsto.

Anna impallidì appena.

Come se l’avesse schiaffeggiata.

Abbassò gli occhi.

E per la prima volta fu evidente che le aveva fatto male.

Luca se ne accorse subito.

Troppo tardi.

— Anna…

Lei scosse appena la testa.

Il silenzio tra loro diventò pesante.

Lui passò una mano sul viso, infastidito più con sé stesso che con lei.

— Scusa.

Non avrei dovuto dirlo così.

Anna non rispose subito.

— Però è vero.

La sua voce era più morbida adesso.

— Ed è proprio per questo che ti sto dicendo di stare attenta.

Lei sollevò lentamente lo sguardo.

Luca la guardò senza distogliere gli occhi.

— Perché se comincio a giocare anch’io, se smetto di fare quello ragionevole tra noi due…

Fece un passo più vicino.

— Tu vai fuori di testa.

Il cuore di Anna mancò un battito.

E questa volta nessuno dei due sorrise.

Perché all’improvviso non sembrava più un gioco.



Quando tornarono verso il cortile, Anna era ancora ferita.

Non aveva dimenticato quella frase.

Che sei sposata.

Detta come un richiamo alla realtà.

Come un muro.

Come se lui avesse sentito il bisogno di ricordarle qualcosa che lei già sapeva fin troppo bene.

Così, quando Marco le si avvicinò di nuovo con il suo sorriso facile, lei non si sottrasse.

Anzi.

— Stai andando via tra poco? — le chiese.

— Sì, credo di sì.

— Se vuoi ti accompagno io.

Anna stava per rispondere.

Per accettare.

Forse perché Marco era gentile.

Forse perché era ancora arrabbiata.

Forse perché voleva smettere di pensare a Luca per almeno dieci minuti.

— Non serve.

La voce arrivò alle sue spalle.

Entrambi si voltarono.

Luca.

Perfettamente tranquillo in apparenza.

— Devo passare proprio da quella parte della città.

Posso accompagnarla io.

Marco esitò.

— Ah.

— Già.

Il sorriso di Luca era impeccabile.

Troppo impeccabile.

— Così non devi fare il giro.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Marco annuì.

— Certo.

Anna capì immediatamente che quella era una scusa.

Una pessima scusa.

E capì anche che Luca non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare via con un altro uomo.



Cinque minuti dopo erano in macchina.

Da soli.

Il silenzio riempì l’abitacolo.

Pesante.

Denso.

Pericoloso.

Anna guardava fuori dal finestrino.

Ancora offesa.

Luca teneva entrambe le mani sul volante.

Con una concentrazione quasi eccessiva.

— Non avevo bisogno che mi salvassi.

— Te l’ho già detto. Non ti stavo salvando.

— Allora perché l’hai fatto?

— Perché non sopportavo di vederti andare via con lui.

— Però sopporti benissimo ricordarmi che sono sposata.

— Pensi che piaccia a me?

— Non lo so.

— Anna, quella frase l’ho detta per fermare me. Non te.

Il silenzio tornò immediatamente.


E fu peggio.

Perché lui riusciva ancora a sentire Marco che le offriva un passaggio.

Riusciva ancora a vedere come la guardava.

E soprattutto riusciva ancora a vedere Anna sorridergli.

Poi lei si mosse appena sul sedile.

E senza pensarci iniziò a giocherellare con il nodo della camicia.

Un gesto distratto.

Forse.

Forse no.

Le dita sfiorarono il tessuto.

Lo allentarono appena.

Poi lo sistemarono di nuovo.

Luca serrò la mascella.

Distolse lo sguardo dalla scena per tornare sulla strada.

Un secondo dopo la vide rifarlo.

Lentamente.

Come se ignorasse completamente l’effetto che aveva su di lui.

O come se lo conoscesse perfettamente.

— Anna.

— Cosa?

— Niente.

La risposta uscì troppo brusca.

Lei voltò appena la testa verso di lui.

— Sei nervoso?

Luca strinse più forte il volante.

— No.

— Bugiardo.

Le dita tornarono sul nodo.

Ancora.

E quella volta lui sentì la pazienza incrinarsi.

Perché era arrabbiato.

Per quello che era successo.

Per quello che si erano detti.

Per Marco.

Per tutto.

E perché lei continuava a provocarlo anche adesso.

Come se non riuscisse a farne a meno.

Come se volesse vedere fino a dove poteva spingerlo.

Dopo pochi secondi mise la freccia.

Svoltò.

Entrò in un parcheggio quasi vuoto.

E fermò la macchina.

Il motore rimase acceso.

Nessuno dei due parlò.

L’aria sembrò tendersi all’improvviso.

Anna lo guardò.

— Che fai?

Luca si voltò lentamente verso di lei.

Gli occhi scuri.

Fissi.

— Sto cercando di ricordarmi perché continuo a trattarti come se bastasse la ragione, quando in questo momento l’unica cosa che vorrei fare è scoparti in questa dannata auto.

Lei trattenne il respiro.

Per un istante nessuno si mosse.

La rabbia era ancora lì.

La tensione anche.

Ma soprattutto c’era tutto quello che avevano cercato di ignorare per settimane.

Troppo vicini.

Troppo consapevoli l’uno dell’altra.

Troppo coinvolti.

— Sei ancora arrabbiata con me.

Non era una domanda.

Anna sostenne il suo sguardo.

— Mi hai ricordato una cosa che non dimentico mai.

Luca abbassò gli occhi per un secondo.

Come se quella risposta gli avesse fatto più male del previsto.

Poi tornò a guardarla.

E il silenzio tra loro diventò ancora più intenso.

Anna lasciò passare qualche secondo.

Poi scosse lentamente la testa.

— Pensi davvero di potermi fare effetto dicendomi una cosa del genere?

La voce era calma.

Troppo calma.

— Pensi che basti dirmi che vuoi scoparmi perché io dimentichi tutto il resto?

Luca la fissò senza battere ciglio.

Qualcosa nel suo sguardo cambiò.

Si spezzò l’ultimo frammento di controllo.

— No.

La risposta arrivò immediata.

Sicura.

— Non lo penso.

Fece una breve pausa.

— Lo so.

Anna sentì un brivido correrle lungo la schiena.

— Ah sì?

— Sì.

Luca si appoggiò appena allo schienale, continuando a guardarla.

— E sai qual è il problema?

Lei non rispose.

— Che continui a fare domande a cui conosci già la risposta.

Il cuore di Anna accelerò.

— Sei molto sicuro di te.

— Con te? No.

Un angolo della sua bocca si sollevò appena.

— Su questo? Assolutamente sì.

Gli occhi di lei si strinsero.

Come se volesse sfidarlo ancora.

Come se non riuscisse a fermarsi.

— E cosa ti rende così convinto?

Luca lasciò uscire una breve risata.

Bassa.

Rauca.

— Il fatto che continui a stringere le cosce da quando siamo saliti in macchina.

Anna rimase immobile.

— E il fatto che ti stai mordendo il labbro da cinque minuti.

Il respiro di lei si fece meno regolare.

— Quindi adesso leggi anche nella mente?

— Non serve.

La interruppe senza esitazione.

— Ti guardo.

Fece una pausa.

Gli occhi fissi nei suoi.

— E vedo una donna che continua a dirmi che non le faccio effetto mentre il suo corpo sta raccontando una storia completamente diversa.

Anna deglutì.

Lentamente.

Luca se ne accorse.

Naturalmente.

Si accorgeva sempre di tutto.

— Vuoi sapere la verità?

La sua voce si abbassò ancora.

— Non penso di farti effetto.

Scosse appena la testa.

— So di fartelo.

Il silenzio esplose tra loro.

Pesante.

Elettrico.

— Sei insopportabile.

— Possibile.

— Arrogante.

— Anche.

Luca non arretrò di un millimetro.

— Ma non sto sbagliando.

Anna cercò di sostenere il suo sguardo.

Di non cedere.

Di non mostrargli quanto quelle parole la stessero colpendo.

Poi lui abbassò per un istante gli occhi sulle sue gambe.

Quel gesto bastò a farle trattenere il fiato.

Quando tornò a guardarla, il suo sorriso era sparito.

Sostituito da qualcosa di molto più pericoloso.

— E sai qual è la parte che mi manda fuori di testa?

La voce uscì più roca del previsto.

— Che ogni volta che stringi le cosce come stai facendo adesso, dovrei concentrarmi sul fatto che sono arrabbiato con te.

Fece una pausa.

— Invece riesco solo a pensare a quanto mi eccita, perché so che ti stai già bagnando... e non ti ho ancora sfiorata.

— Che presuntuoso!

— dimmi che sbaglio

— Sbagli!

— Bionda.. quando mi dici le bugie arrossisci.

— o forse arrossisco perché mi imbarazzo.

— facciamo così..

lui si slacciò la cintura e si sporse verso di lei, iniziando ad accarezzarle la coscia, sopra ai jeans, fino a portare la sua mano in mezzo alle gambe di lei, dove iniziò a esercitare un po’ di pressione. Le sfuggì un gemito.

—… posso darti un altro motivo per arrossire

Continuo a muovere la sua mano provocandola, sapendo dove esercitare più pressione anche attraverso i pantaloni, con l’altra mano le slacciò il nodo della camicia infilando la mano sotto, fino a toccare un seno. Lei abbandonò la testa indietro contro al poggiatesta, chiuse gli occhi.

— stasera non hai fatto la brava.. quindi penso che non lo farò neanche io.

E mentre lo diceva inizio a sbottonarle i jeans, lei lo aiuto e se li sfilò rimanendo con la camicia e le mutandine di pizzo bianco.

— hai smesso di parlare?

— forse so di essere stata un po cattiva..

— e quindi?

— anche tu sei stato un po cattivo però.. quindi non so se mi lascerò punire come vorresti, De Santis.

— non penso tu abbia molta scelta su questo sai bionda?

Lei rise e gli diede un bacio sulle labbra, prima casto.. poi l’esatto contrario. Inizio a leccargli il labbro inferiore facendogli venire la pelle d’oca, poi andò con le labbra vicino al suo orecchio e parlò piano

— allora fammi vedere come vorresti punirmi

E si spostò sui sedili posteriori scavalcando il cambio.
Lui la seguì subito, e non le diede più il tempo di parlare, la fece girare di schiena, baciandole il collo mentre le sfilava la camicia. Poi la fece piegare in avanti, abbassandole il busto, il seno schiacciato sui sedili, il sedere in alto, le scostò le mutandine e le mise un dito dentro, strappandole un piccolo grido.

— così bagnata.. —

E ne infilò dentro un altro, muovendole lentamente ma con decisione. La sentiva calda e bagnata intorno alle sue dita, sarebbe potuto andare avanti all’infinito, sentendo i versi di lei, vedendo che iniziava a muovere un po’ il bacino in risposta ai movimenti della sua mano. Ogni cosa di lei gli faceva desiderare di più, di assaggiarla, di possederla. Anche il modo in cui i suoi capelli chiari le si scompigliavano sul viso un po arrossato, e il modo in cui sembrava volergli resistere in qualche maniera, come se non volesse mai cedergli completamente il controllo. Da quella posizione aveva una visuale fantastica del suo culo, stretto nelle mutandine di pizzo, della sua schiena abbronzata, che formava una curva molto profonda.

Poi gli tornarono in mente i sorrisi che lei aveva rivolto a Marco, il passaggio che aveva quasi accettato, il modo in cui lui l’aveva guardata..

Si sbottonò i jeans e senza preavviso le entrò dentro, con forza. Lei gridò, non se lo aspettava, sicuramente non così

— Luca..

La sua voce era spezzata.

— Ora mi chiami per nome ? Niente più “De Santis qui, De Santis lì”

E iniziò a muoversi, tirandosi fuori e poi spingendo dentro di lei, premendole una mano sulla schiena già inarcata, per tenerle il petto ancora più in basso, per entrarle ancora più in profondità. Lei gemeva forte, si chinò su di lei e le mise una mano sulla bocca, tirandole leggermente il viso verso l’alto, senza fermare i suoi movimenti.

Lei parlò a fatica, muovendo le labbra sulla sua mano

— .. ti prego
— ti prego cosa, bionda ? Mi stai chiedendo di fermarmi ?

Per un attimo rallentò, voleva lasciarle il tempo e il respiro per potergli rispondere, forse l’aveva sopraffatta? Lei riuscì a girare leggermente la testa di lato, fino a incontrare il suo sguardo. Aveva gli occhi più verdi che mai, le pupille scure nella penombra dell’auto. Si morse le labbra senza smettere di guardarlo.

— ti prego non fermarti mai

Lui sentì un brivido partirgli da dietro il collo e arrivargli direttamente all’inguine, probabilmente l’aveva sentito anche lei. In quell’istante pensò che non avrebbe mai potuto smettere di volerla.

— mai..

Le diede un bacio sul collo e ricominciò a muoversi con foga, questa volta senza coprirle la bocca, godendosi ogni suo gemito, ogni parola che diceva, che lo faceva impazzire sempre di più.

— Luca… godo così tanto

La sensazione di prenderla così, stringendo i suoi fianchi tra le mani, sentendola bagnata come mai prima, vedendola impazzire di piacere, lo fece diventare ancora più duro, più esigente, più veloce, più tutto.

Lei si infilò una mano sotto al busto, fino a raggiungere le mutandine, e lui sentì che iniziava a masturbarsi.

— Mi fai impazzire bionda..

— anche tu mi fai impazzire, non fermarti

La voce di lei era soffocata, un po per via della posizione un po’ perché faceva fatica a gestire tutte le sensazioni che stava provando. Lui sentì le pareti di lei diventare inconfondibilmente più scivolose, le senti pulsare, si sentì risucchiare sempre più in profondità.

— Dio, ti metterei dentro anche le palle ..

E quella frase fu troppo, lei venne, senza controllare la sua voce, le ginocchia che le tremavano mentre anche lui non si tratteneva più e finì per venirle dentro, senza smettere di muoversi fino a svuotarsi completamente.


Per qualche secondo nessuno dei due parlò.

Si sentiva soltanto il rumore dei loro respiri che cercavano lentamente un ritmo normale.

Fuori dall’auto, il mondo continuava a esistere.

Le luci del parcheggio.

Le macchine che passavano in lontananza.

Qualcuno che rideva da qualche parte.

Poi lentamente si spostarono sui sedili, Anna aveva la testa appoggiata contro la spalla di Luca.

Gli occhi chiusi.

E quella sensazione assurda che il resto della sua vita fosse molto lontano.

Luca le accarezzò distrattamente i capelli.

Un gesto tenero.

Familiare.

— A cosa pensi?

Lui rimase in silenzio per qualche secondo.

Troppo a lungo.

Anna sentì subito cambiare qualcosa.

Non nel modo in cui la toccava.

Nel modo in cui respirava.

Come se stesse tornando lentamente sulla terra.

— Luca?

Lui le baciò la fronte.

— Penso che dovremmo andare.

La stretta che Anna sentì nello stomaco fu immediata.

Non perché fosse una frase terribile.

Ma perché la conosceva.

Era la stessa porta che si chiudeva.

Lo stesso ritorno alla realtà.

Sempre.

— Certo.

La risposta uscì più fredda di quanto volesse.

Luca sospirò.

— Non ricominciamo.

— Non sto ricominciando.

— Sì che lo stai facendo.

Lei si allontanò appena da lui.

— Perché ogni volta che siamo insieme succede la stessa cosa?

— Perché la realtà non sparisce solo perché noi lo vorremmo.

Anna abbassò lo sguardo.

Le faceva male sentirlo parlare così.

Perché una parte di lei, quella più stupida e innamorata, avrebbe voluto sentirgli dire qualcos’altro.

Qualcosa di impossibile.

Qualcosa che lui non avrebbe mai detto.

Luca le prese il mento tra le dita e la costrinse ad alzare gli occhi.

— Ehi.

Lei non rispose.

— Guardami.

Lo fece.

A fatica.

— Dobbiamo provare a fare i bravi.

Anna chiuse immediatamente gli occhi.

Quella frase.

La odiava.

Lui lo vide.

Naturalmente.

— Lo so che non vuoi sentirlo.

— Infatti.

— Ma è la verità.

Lei lasciò uscire una breve risata amara.

— Sei incredibile.

— Perché?

— Perché riesci a farmi sentire la donna più desiderata del mondo, a farmi impazzire come mai nessun uomo aveva mai fatto prima, a dirmi delle cose che rimarranno nella mia memoria per sempre … e cinque minuti dopo sembri già voler rimettere tutto in un cassetto e chiuderlo.

Quelle parole rimasero sospese tra loro.

Luca abbassò lo sguardo.

Per la prima volta sembrò stanco.

Davvero stanco.

— Non voglio metterti in un cassetto.

— E allora cosa vuoi?

Lui rimase in silenzio.

Poi le prese una mano.

La strinse forte.

— Voglio che tu sappia una cosa.

Anna lo fissò.

— Non ti perderò.

— Non puoi saperlo.

— Sì che posso.

— Come?

Luca abbassò gli occhi.

— Perché perderti è l’unica cosa che non sono disposto a fare.



Le parole rimasero sospese tra loro.

Semplici.

Eppure abbastanza pesanti da toglierle il fiato.

Anna abbassò lo sguardo.

Perché una parte di lei avrebbe voluto sentirgli dire altro.

Qualcosa di più facile.

Qualcosa di più definitivo.

Qualcosa che risolvesse tutto.

Ma Luca non le aveva promesso niente.

Non un futuro.

Non una scelta.

Non una via d’uscita.

Le aveva detto soltanto la verità.

E forse era proprio quello a farle così male.

Restò in silenzio.

Le dita intrecciate alle sue.

Il cuore pieno di emozioni che non riusciva nemmeno a mettere in ordine.

Perché non voleva distruggere la propria vita.

Non voleva diventare una persona diversa.

Non voleva vedere crollare tutto quello che aveva costruito negli anni.

Eppure, ogni volta che provava a immaginare un futuro in cui Luca non esistesse più, sentiva qualcosa chiudersi lentamente dentro il petto.

Come una porta.

Come una stanza che diventava improvvisamente senza aria.

Alzò gli occhi verso di lui.

Le mani sul volante.

Lo sguardo perso davanti a sé.

L’uomo che cercava disperatamente di essere ragionevole.

E per la prima volta capì che la vera differenza tra loro era tutta lì.

Luca stava ancora cercando una soluzione.

Lei no.

Lei aveva già smesso di cercarla.

Perché qualunque fosse la risposta, qualunque fosse il prezzo, una cosa ormai le era diventata impossibile.

Immaginare la propria vita senza di lui.
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2026-06-22
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