Due troie al bar

di
genere
trio

Quasi tutte le mattine intorno alle dieci si presentavano al bar due signore. Una sui trentanni con dei lunghi capelli rossi e una ampiamente sopra ai sessanta bionda, magra e con tutti i segni dell’età sul volto. Erano Cristina e Genoveffa, rispettivamente madre e figlia trasferitesi da poco dal centro italia nella nostra città.
La madre, Genoveffa pareva da subito un po’ rimbambita e a volte pareva persino faticasse a camminare tanto che la figlia se la portava regolarmente sotto braccio.
Di cosa vivessero non era ben chiaro, si sapeva soltanto che avevano comprato casa dalle nostre parti e che ogni mattina scendevano in città per farsi le commissioni. Cristina non lavorava, forse non l’aveva mai fatto e ora diceva in giro di essere in aspettativa per badare alla mamma.
La vecchia non commentava molto, anzi quasi non parlava, giusto un pallido buongiorno quando mi passava a fianco per andare in bagno.
Io mi facevo la mia meritata pausa bar tra le dieci e le undici del mattino e di solito ne approfittavo per leggere un libro o finire di scrivere qualcosa sul pc e quindi mi mettevo volutamente nel tavolo più riservato del bar dove acquisita un minimo di privacy mi isolavo dal mondo per farmi gli affari miei appena per un ora quindi non ero per nulla incuriosito da queste due tanto più che fin dal primo sguardo, per quando Cristina avesse certamente un bel fisico con lunghe gambe ben proporzionate e un sodo culetto a mandolino la trovavo irrimediabilmente bruttina.
Si, a guardarla in faccia lo era davvero.
Un giorno dopo l’altro però la rossa riuscì anche a diventarmi tremendamente antipatica. Stava nel bar per oltre mezz’ora e non la smetteva mai di parlare. Parlava ad alta voce con quell’accento strambo e la voce squillante rendendo impossibile a chiunque non udire i suoi immensi sproloqui.
Già perchè la Cristina nel suo cervellino era davvero convinta di essere una gran donna e si atteggiava cpome se avesse avuto la fila di corteggiatori e un albero di euro in giardino.
Parlava di tutto e interveniva su tutto quello di cui parlassero gli altri sempre con quel tono di chi la sa davvero lunga.
Insomma una stronza calzata e vestita.
Quando la sentivo entrare nel bar, e non potevo farne a meno visto che marciava a passo pesante sugli spessi tacchi dei suoi stivali neri di pelle, era un agonia.
Da quel momento che tentassi di leggere o scrivere venivo irrimediabilmente distratto da quel suo pigolante sottofondo di ignoranza e presunzione.
Non la sopportavo più.
Avrei dovuto cambiare bar.
Eppure non mi andava di darla vinta a quella gran stronza. In fondo era lei che veniva a rompermi i coglioni nel bar dove io facevo la mia pausetta da anni. Perchè dovevo andarmene io? Che se ne andasse lei.
Cominciai anche a pensare che non mi sarebbe poi dispiaciuto troppo chiavarla. Metterla a pecora, calarle i jeans a tubo fino alle caviglie e infilarle il mio grosso cazzo duro dritto nel culo senza anestesia. Già. Avrei davvero goduto a togliermi la soddisfazione di far latrare quella voce da idiota per qualcosa che valesse la pena e avrei concluso la cosa con una bella sborrata in bocca così da farla tacere un po’.
Mi immaginai questa cosa e mi eccitai, tanto più quando fantastyicavo di sottoporla a questa sodomia proprio lì in mezzo al bar con le mani poggiate al bancone come la vedevo adesso.
Sarebbe stata una giusta vendetta alla mia pausa ingiustamente disturbata.

Quella sera mi ritrovai ancora ripensare divertito a questa cosa e fantasticai ulteriori dettagli, soprattutto tenendo presente che Cristina aveva sempre la mamma al seguito. Che avrebbe fatto vedendomi che le inculavo la figlia? Bhe poteva partecipare no? Spalancare la bocca e ciucciarmi il cazzo anche lei… La cosa mi eccitò terribilmente e mi ritrovai il cazzo inaspettatamente duro.
La mia ragazza, Romina, che mi dormiva a fianco se ne rese conto e mi fissò un po’ stupita. ‘Ma l’abbiamo appena fatto’ mi disse come se questo dovesse frenarmi dall’avere ancora voglia di sesso.
‘Pensavo a una cosa e….’.
‘Cosa?’ chiese lei seria sgranando i suoi grossi occhi verde smeraldo.
Ovviamente dovetti mentire. ‘Pensavo al tuo culetto ecco tutto’.
Lei scosse la testa. ‘Tutto qui. Ti ecciti a mettermelo dietro. Mi pareva di averti già fatto felice in quel senso’.
‘Si ma lo sai che il culo…. Insomma eccita parecchio’.
‘Si ma tu con quella trave mi fai un male cane. Ogni volta mi brucia per tre o quattro giorni’.
‘Non è colpa mia se è grosso’.
‘Non te ne faccio una colpa, anzi, la mia fichetta ti fa un applauso ogni volta che glielo infili ma nel culo… Amore mio…. brucia’.
‘Lo so ammisi io’.
Lei capì di avermi intristito e lesta mi si strusciò addosso lasciando che le sue belle tette dure e sode mi facessero sentire tutto il loro ardore lungo il corpo quindi gettato in fondo ai piedi il lenzuolo svelò il mio cazzo dritto come un palo. Lo afferrò con entramebe le mani e iniziò a farmi una sega. ‘Facciamo contento questyo bel manganello che poi bisogna fare la nanna’ disse e iniziò a spompinarmi con foga e abilità.
Romina era una maestra dell’apnea e sapeva succhiarlo anche per dieci minuti di fila senza mai staccarvi la bocca.
Alla fine sborrai, grato alla mia ragazza per il servizietto extra ma l’idea di fottere il culo a quella troietta di Cristina non mi era certo passato, anzi, il giorno dopo quando la rividi entrare nel bar cominciai ad osservare entrambe con grande attenzione.

Passarono altri giorni e finalmente arrivò il sabato in cui Romina, libera da impegni il giorno successivo mi fece scopare per tutta la notte come un dannato e concluse mettendosi a pecorina per porgermi il suo bel culetto.
Facendo attenzione la sodomizzai per quasi mezz’ora di fila concludendo con un appagante sborrata fra le sue chiappe ‘Grazie Romy, grazie’ mormoravo mentre le eiaculavo nel retto ma lei troppo presa a godersi il mio siluro un orgasmo dietro l’altro non mi rispose.
La domenica mattina eravamo entrambi come due stracci. Il letto era tutto pieno di sborra e ronfammo come ghiri fino a metà pomeriggio.
‘Adesso però te lo tieni in tasca fino a sabato prossimo’ mi disse.
‘Come scusa?’ chiesi io abituato a fottere tutte le sere o quasi.
‘Si. Il pegno per il mio culetto è almeno una settimana di astinenza. Ho le labbra della fica rosse come il fuoco e non ti dico quanto mi brucia dietro. Mi hai sfondata. Mi hai davvero sfondata e adesso mi devi dare una pausa’.
L’amavo troppo per dirle di no.
Lunedì sera andai comunque a letto tutto nudo come d’abitudine sperando che il ciondolare ossessivo del mio cazzo davanti ai suoi occhi la facesse ripensare alla cosa.
Lei, che a sua volta era sempre nuda sotto alle coperte si mise invece le braghe di un pigiama da uomo con tanto di cintura a corda ben legata in vita. Un chiaro segnale che le sue parti intime non erano disponibili. I seni invece erano liberi da impedimenti visivi. Almeno quello. Le chiesi se le dava fastidio se facevo con la mano.
Lei disse no e anzì mi aiutò a masturbarmi accarezzandomi dolcemente la testa mentre il mio polso si consumava sul cazzo fino all’eruzione finale.
La cosa non mi placò più di tanto.
Una sega non è una chiavata.
Così di giorno in giorno ero sempre più arrapato e resistevo contando i giorni che macavano a sabato. I miei pensieri erano sempre più impuri e l’idea di fottermi le due stronze del bar era sempre più ossessiva.

jackoffstorie@yahoo.com
scritto il
2026-04-13
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