La segretaria tuttofare
di
ANNA BOLERANI
genere
corna
"Nicoletta, ho una cosa da dirti." Giovanni si strofinò le mani sui pantaloni, lasciando due macchie umide sul tessuto già logoro. La cucina odorava di aglio e cipolla appassiti, il soffitto aveva una macchia scura che si allargava ogni volta che pioveva.
Nicoletta alzò lo sguardo dalla padella dove stava rimestando due uova strapazzate. "Che c'è? Hai trovato lavoro?" Il tono era più speranzoso che convinto.
Lui scosse la testa, poi indicò la sedia di fronte a sé con un gesto che voleva essere teatrale ma finì per sembrare goffo. "Siediti. È importante."
Quando lei obbedì, le gambe della sedia scricchiolarono pericolosamente. Da mesi non compravano più il caffè vero, ma Nicoletta riconobbe quell'espressione sul volto del marito: era la faccia che faceva quando stava per dire qualcosa di scomodo dopo averci pensato troppo a lungo.
Giovanni inspirò profondamente, fissando il tavolo come se le schegge del legno consumato potessero aiutarlo a trovare le parole giuste. "La signora Contini... quella che lavora all'ufficio di collocamento mi ha detto... suo cugino cerca una segretaria." Le dita gli tamburellavano nervose sulla tovaglia macchiata. Nicoletta socchiuse gli occhi, la forchetta sospesa a mezz'aria.
"E quel posto potrebbe essere tuo." aggiunse Giovanni.
"Mio? Mi assumerebbe così, senza nemmeno un colloquio?"
"Non esattamente." Giovanni si passò una mano sulla bocca, rimandando ancora di qualche secondo il momento della verità. "La signora mi ha fatto capire, fra le righe, che il cugino darebbe quel posto una donna carina, discreta e affidabile ma a condizione che la stessa ogni tanto fosse gentile con lui. Mi ha detto che è vedovo e che, dopo la morte della moglie non ha voluto più avere un nuova compagna."
Il silenzio che seguì fu così spesso che si sentì distintamente il gocciolio del rubinetto che non chiudeva mai bene. Nicoletta abbassò lentamente la forchetta, le sopracciglia che si avvicinavano mentre digeriva l'implicazione. Giovanni la osservò mentre il rossore le saliva dal collo alle guance, passando dall'ombra dell'imbarazzo alla luce furiosa di un insulto appena realizzato.
Nicoletta sbatté le palpebre due volte, troppo veloci, come se stesse cercando di cancellare l'immagine che le si era formata nella mente. "Mi stai dicendo," disse con una voce che oscillava tra il sussurro e lo stridore, "Che per avere per posto... dovrei avere contatti fisici con lui?" Le parole caddero nel tavolo come pietre.
Giovanni abbassò lo sguardo, le spalle curve sotto un peso invisibile. "Non l'ho messa così. Ma sì, più o meno. Ma non continuamente, solo ogni tanto" Le sue nocche erano bianche dove stringevano il bordo del tavolo. "Però mi ha detto che per questi gesti di gentilezza avrebbe fatto un regalo extra oltre allo stipendio fisso da segretaria. Poi mi ha dato il suo numero di telefono, per poterlo chiamare e farci specificare meglio le sue richieste anche se in prativa lei mi ha gia spegato tutto."
Lei scoppiò in una risata breve, amara, che non raggiunse gli occhi. "E tu cosa faresti, eh? Se fosse una donna a proporti lo stesso?"
Lui alzò finalmente lo sguardo, e quel che Nicoletta vide nei suoi occhi la fermò di colpo. Non c'era rabbia, né gelosia. Solo una stanchezza così profonda che sembrava aver scavato solchi nel suo viso. "Accetterei," disse piano. "Se fosse l'unico modo per tenerci questo tetto."
Nicoletta rimase immobile, la forchetta ancora stretta tra le dita come un'arma minuscola. Le labbra le tremavano leggermente, ma non per la rabbia—era qualcosa di più sottile, più complesso. Giovanni riconobbe quell'espressione: era la stessa che aveva fatto quando, anni prima, le aveva confessato di aver perso i risparmi in un investimento sbagliato. Disperazione che si trasformava in calcolo, in una strana, dolorosa lucidità.
"Quanto pagherebbe?" chiese alla fine, voce piatta.
Giovanni deglutì. "Il doppio di quello che prendi ora. Più i benefit e ferie pagate" Le parole gli uscivano a fatica, come se ogni sillaba gli graffiasse la gola. "Assunzione a tempo indeterminato e poi ovviamente i regalini extra che dovresti concordare tu in base a quello che sarai disposta a fare."
Un'altra risatina secca, ma questa volta Nicoletta si passò una mano sugli occhi. "Cristo santo." Si alzò, lasciando cadere la forchetta con un tintinnio metallico. Camminò fino alla finestra, dove la pioggia disegnava percorsi capricciosi sul vetro sporco. "E se... se dicessi di sì. Come funzionerebbe?"
Giovanni si alzò lentamente, la sedia che scricchiolò di nuovo sotto il suo peso. Si avvicinò a Nicoletta da dietro, ma si fermò a un passo di distanza, le mani sospese a mezz'aria come se temesse di toccarla. "La signora mi ha detto che... il tipo, sarebbe discreto. Niente pressioni, niente scene. Lui farebbe delle richieste e saresti tu a decidere se accettare e l'entita del regalino." La voce gli si incrinò sull'ultima parola.
Nicoletta continuò a fissare la pioggia, le dita che si stringevano attorno al davanzale fino a farle diventare bianche. "E tu?" sussurrò. "Cosa penseresti di me dopo?"
Lui ci mise un momento a rispondere, il tempo di un respiro profondo. "Penserei che sei la donna più forte che conosco." Le posò finalmente le mani sulle spalle, sentendole tese come corde di violino. "E che farei qualsiasi cosa pur di non perderti."
Lei si voltò di scatto, gli occhi lucidi ma asciutti. "Non è una risposta." Lo studiò per un attimo, poi allungò una mano verso la sua cintura. "Dimmi la verità. Ti ecciterebbe? Sapere che un altro uomo mi tocca?" Il tono era crudo, ma non accusatorio—era una domanda autentica, quasi clinica nella sua brutalità.
Giovanni trattenne il respiro quando le dita di Nicoletta scesero lungo la fibbia della sua cintura. La pelle gli bruciava sotto la camicia sudicia, il cuore che gli martellava così forte da temere che lei potesse sentirlo. "Non lo so," mentì, la voce roca. "Forse sì. Forse no. Non ci ho pensato."
Lei lo fissò, le labbra leggermente dischiuse, mentre i polpastrelli gli sfioravano l'addome attraverso la stoffa logora. "Veramente non ci hai pensato?" sussurrò, e all'improvviso la sua mano si insinuò dentro i pantaloni, afferrandogli il cazzo con una decisione che lo fece trasalire Giovanni emise un suono strozzato, le ginocchia che cedevano leggermente mentre lei lo massaggiava con movimenti esperti, troppo esperti—era la stessa presa che usava quando voeva farlo venire in fretta, dopo una giornata di fatica.
"Vedi?" Nicoletta osservò con una strana calma come il suo corpo rispondeva, le dita che lavoravano con precisione chirurgica. "Sei già duro come un sasso." Una risatina breve, senza gioia. "Quindi la risposta è sì. Ti piace l'idea."
Lui cercò di protestare, ma le parole gli morirono in gola quando lei si inginocchiò davanti a lui, il respiro caldo che gli sfiorava l'inguine attraverso la stoffa. "Aspetta, —"
Nicoletta non aspettò. Con un movimento rapido, gli sbottonò i pantaloni e li fece scivolare sulle anche, insieme agli slip macchiati di sudore. Giovanni emise un gemito soffocato quando le labbra di lei gli avvolsero il cazzo, calde e umide, la lingua che già lo percorreva dalla base alla punta con una familiarità che lo fece tremare. "Cristo, Nicole—" iniziò a dire, ma lei lo interruppe succhiando con forza, le mani che gli affondavano nei fianchi per tenerlo fermo.
Lui le afferrò i capelli, non per fermarla ma per ancorarsi, le dita che si intrecciavano nei suoi ricci scuri mentre la testa di Nicoletta si muoveva su e giù con un ritmo che conosceva fin troppo bene. Era diverso, però—non c'era l'affetto solito, la complicità delle loro notti. Era qualcosa di più brutale, più trasgressivo, e Giovanni sentì un'ondata di vergogna mescolarsi al piacere quando realizzò quanto fosse eccitato da quella scena.
"Ti piace, eh?" Nicoletta si staccò per un attimo, la bava che le colava dal mento mentre lo fissava con occhi sfavillanti. "Immaginare che lo stia succhiando a lui anzichè a te?" Prima che potesse rispondere, gli piantò un dito in bocca, facendogli succhiare mentre con l'altra mano continuava a massaggiargli le palle. "Fai il bravo e vieni, poi parleremo."
Giovanni obbedì, il corpo che si tendeva mentre lei riprendeva a succhiare, stavolta più veloce, più dura, le guance incavate dallo sforzo. Quando venne, fu con un grido strozzato, le dita che le si stringevano nei capelli mentre lo svuotava in quella bocca che conosceva ogni centimetro del suo corpo. Nicoletta inghiottì tutto senza smettere di guardarlo, poi si pulì le labbra con il dorso della mano.
Nicoletta si alzò lentamente, le ginocchia che scricchiolavano sul pavimento di linoleum consumato. Aveva ancora il sapore di Giovanni in bocca, amaro e familiare. Lui rimase immobile, i pantaloni ancora abbassati, il respiro che tornava piano alla normalità mentre la guardava sistemarsi i capelli con gesti meccanici. "Lo farò anche con lui," disse d'un tratto, la voce piatta come il tavolo tra loro. "E quando tornerò a casa, sentirai il suo sapore nella mia bocca."
Giovanni deglutì. "Si lo ammetto, mi eccita molto l'idea di scoparti quando torni a casa col suo sapore in bocca."
Lei annuì, come se avessero appena deciso cosa comprare al mercato. "Domani gli lo chiami e gli dici che accetto e che domani stesso prenderò servizio." Si passò la lingua sugli incisivi, un gesto calcolatore che Giovanni riconobbe troppo bene. "Ma ci saranno regole."
"Quali?" La sua voce suonò strana, come se qualcun altro avesse parlato al suo posto.
Nicoletta si avvicinò, il respiro che gli sfiorava il collo ancora umido di lui. "Primo: solo in ufficio. Mai qui." Le dita gli sbottonarono la camicia con una precisione che faceva male. "Secondo: niente segni. Niente lividi, niente morsi." Il tessuto gli scivolò dalle spalle, rivelando la pelle sudata che rabbrividì all'aria della cucina. "Terzo..." Qui esitò, le dita che gli tracciavano la clavicola come per ricordarsene. "Quando scoperemo, perché sicuramente scoperemo, anche se non subito, mi potrà venirmi solo nel culo o in bocca mai nella fica."
"L'entità dei regalini li deciderò al momento di ogni prestazione."
Giovanni chiuse gli occhi. Il pensiero di quell'uomo che la scopava, che le metteva le mani addosso, gli bruciava la pancia. Eppure, sotto la rabbia, sentiva una nuova erezione incipiente che lo riempiva di vergogna. "Va bene, glielo dirò." mormorò.
Nicoletta lo osservò per un attimo, poi allungò una mano verso il suo panno dei piatti. Lo strappò con un movimento secco e lo appallottolò. "Apri gli occhi," ordinò. Quando obbedì, gli ficcò il panno in bocca. "Mordi." Lo fece senza pensarci, il cotone ruvido che gli riempiva la bocca mentre lei si chinava di nuovo, le labbra che gli serpeggiavano lungo l'addome fino a trovare il suo cazzo di nuovo semiduro. "Voglio vederti soffrire mentre mi immagini con lui," sussurrò contro la sua pelle, e iniziò a succhiare con una lentezza crudele.
Ogni movimento della sua lingua era una tortura deliberata. Giovanni si aggrappò al bordo del tavolo, i tendini delle braccia che si tendevano mentre cercava di non urlare nel panno. Nicoletta lo guardava da sotto le ciglia, gli occhi neri e imperscrutabili mentre lo lavorava con abilità che sapeva lo avrebbero fatto impazzire.
"Immagina mentre mi apre il culo e me lo spinge dentro fino alle palle e poi va su e giù facendomi impazzire dal piacere" Quando finalmente lo sentì irrigidirsi completamente, si fermò con sadica precisione, lasciandolo tremare sul precipizio.
"Ecco come sarà," disse, alzandosi e sfregandosi contro di lui. Sentì il suo cazzo premere contro la coscia attraverso la gonna sottile. "Lui mi farà così, lentamente, finché non gli implorerò di finire." Le mani di Giovanni le afferrarono i fianchi, le dita che sprofondavano nella carne mentre cercava di avvicinarla. Lei gli strappò il panno dalla bocca. "Dimmi che lo vuoi. Dimmi che vuoi che faccia la troia con lui"
"Lo voglio, voglio che diventi la sua troia per il mio e nostro piacere" disse con la voce roca. Ma il suo corpo non mentiva - era duro come un sasso, premeva contro di lei come un animale in trappola. Nicoletta sorrise, quel sorriso stretto che faceva prima di fare qualcosa di cui forse si sarebbe pentita.
Nicoletta si staccò da lui con un movimento fluido, lasciandolo tremare nell'aria umida della cucina. "Allora è deciso," disse, lisciandosi la gonna con un gesto che sapeva lo avrebbe fatto impazzire. Giovanni la fissava, il respiro ancora affannato, il cazzo che pulsava tra le cosce nude. Era ridicolo, in piedi così, mezzo nudo davanti alla padella di uova fredde. Ma in quel momento, nulla aveva più importanza se non lei, e la promessa che aveva appena fatto.
"Prima di tutto," continuò Nicoletta, aprendo il cassetto dei coltelli e tirando fuori un vecchio block notes, "facciamo una lista." Scrisse qualcosa con la matita smussata, il seno che si muoveva sotto la camicetta sottile ogni volta che si chinava. Giovanni cercò di concentrarsi sulle parole, ma il suo sguardo scivolava invariabilmente lungo il collo di lei, giù fino alla scollatura dove intravedeva l'ombra dei capezzoli duri. "Quanto spesso?" chiese, la voce più aspra del solito.
Giovanni si morse il labbro mentre osservava Nicoletta scarabocchiare cifre sul block notes. La matita le scivolò di mano, rotolando sul tavolo fino a fermarsi contro la padella fredda. "Tre volte alla settimana," disse lei senza alzare lo sguardo. "Mercoledì, venerdì e domenica pomeriggio. Orari fissi, niente chiamate dell'ultimo minuto."
"La domenica no," disse Giovanni con una fermezza improvvisa, le mani che si stringevano attorno al bordo del tavolo. "Non devi andare al lavoro quel giorno, quindi niente contatti con lui." Il tono era più duro di quanto avesse voluto, ma la sola idea di interrompere la loro routine domenicale—quelle poche ore in cui ancora fingevano di essere una coppia normale—gli bruciava la gola come acido.
Nicoletta alzò gli occhi dal block notes, la matita sospesa a mezz'aria. "E perché no?" La domanda non era provocatoria, solo curiosa, come se stesse esaminando un campione sotto vetro.
Giovanni si passò una mano sul viso, sentendo la barba di due giorni graffiargli il palmo. "Perché la domenica..." Si interruppe, cercando le parole giuste tra i detriti della loro vita normale. "La domenica è quando facciamo colazione insieme. Quando guardiamo quel programma stupido alla radio. Quando..." La voce gli si incrinò. "Quando ancora sembriamo marito e moglie."
Lei abbassò lo sguardo, le dita che giocherellavano con l'angolo del foglio. Per un attimo, Giovanni credette di averla commossa. Poi Nicoletta alzò di nuovo la testa, e negli occhi scuri vide non tenerezza, ma una lucidità che lo fece rabbrividire. "Va bene," disse con un cenno del capo.
"E ora stabiliamo l'entità del regalino per ogni prestazione," disse Nicoletta, il tono da contabile che strideva con la mano che gli sfiorava l'inguine ancora umido. "Che ne dici di 100 per un pompino, 200 per una scopata normale e 300 per il culo?" La matita puntò verso di lui come un'arma, la punta nera che rifletteva la luce fioca della lampadina.
Giovanni deglutì, la gola improvvisamente secca. Ogni cifra gli batteva nelle tempie come un martello—100 per quelle labbra che conoscevano ogni curva del suo corpo, 200 per quella fica che gli stringeva il cazzo come un guanto, 300 per quel culo che fino a ieri era solo suo. "È... è troppo poco," borbottò, le mani che si stringevano in pugni sulle cosce nude.
Nicoletta alzò un sopracciglio, il seno che si sollevò sotto la camicetta mentre prendeva appunti. "Troppo poco? Hai ragione valgo molto di piu." La matita scricchiolò sul foglio. "Allora facciamo 200, 300 e 500. E puo venirmi solo in bocca o nel culo—mai dentro la fica."
Lui annuì, il collo rigido come se stesse firmando una condanna. "D'accordo." La parola gli uscì come un sibilo, mentre sotto il tavolo il suo cazzo pulsava ancora, tradendolo. Nicoletta annotò i numeri con precisione contabile, la lingua che le spuntava tra le labbra concentrate.
"E poi," continuò lei senza alzare lo sguardo, "se vuole qualcosa di extra—diciamo che mi vuole nuda o con dei vestiti particolari—altri 100." La matita tracciò un altro zero, scavando il foglio fino a farlo quasi bucare. "E se dovesse filmare?"
Giovanni sbatté le palpebre come se lo avessero schiaffeggiato. "No. Mai." Le vene del collo gli si tesarono all'improvviso, le mani che si chiusero a pugno. "Questo è il limite, Nicoletta. Niente foto, niente video."
Lei sollevò appena le spalle, un movimento che fece scivolare la camicetta lungo un braccio, rivelando l'ombra scura di un livido vecchio—quello che si era fatta sbattendo contro lo sportello del forno la settimana prima. "Come vuoi," mormorò, cancellando quella riga con un colpo secco della gomma. "
Nicoletta strappò il foglio dal block notes con un gesto secco, piegandolo in quattro prima di infilarselo nel reggiseno, dove sentì il calore della propria pelle ammorbidire la carta. "Allora è fatto," disse, e per la prima volta quella sera, la voce le tremò leggermente. Si voltò verso il lavello, iniziando a sciacquare la padella delle uova con movimenti meccanici, l'acqua fredda che le scorreva sulle dita senza che sembrasse accorgersene.
Giovanni rimase immobile, ancora seminudo davanti al tavolo, osservando la schiena di sua moglie mentre si irrigidiva sotto il peso di quella decisione. Il silenzio era spesso, interrotto solo dal gocciolio del rubinetto difettoso e dal respiro affannato di lui. Poi, senza voltarsi, Nicoletta disse: "Domani gli telefoni. Digli che inizierò mercoledì."
Lui annuì, anche se sapeva che non poteva vederlo. "Lo farò," sussurrò, poi si chinò a raccogliere i pantaloni da terra, sentendo il tessuto ruvido sotto le dita. Mentre si rivestiva, i suoi occhi caddero sulla forchetta che Nicoletta aveva lasciato cadere prima—ora giaceva sul linoleum consumato, le punte che riflettevano la luce fioca della cucina.
"E stasera?" chiese all'improvviso, la voce più bassa di un soffio. Nicoletta si irrigidì, ma non si voltò. "Che c'è stasera?"
Nicoletta chiuse l'acqua con un movimento brusco, le dita ancora umide che si posarono sul bordo del lavello. "Stasera," disse lentamente, voltandosi, "tu mi prendi come se fossi già sua sua troia." La gonna le scivolò sui fianchi con un fruscio, cadendo ai piedi in un cerchio perfetto.
Giovanni la fissò, la gola così secca da non riuscire a deglutire. Il reggiseno di cotone sbiadito le sollevava i seni, i capezzoli duri che premevano contro la stoffa sottile. "Non..." iniziò, ma lei lo interruppe con un gesto della mano.
"Non parlare." Nicoletta avanzò, i piedi nudi che scricchiolavano sul linoleum. "Fammi vedere come mi tratteresti se mi trovassi nel suo letto." Le dita le sbottonarono la camicetta con movimenti teatrali, lasciandola cadere dietro di sé come un sipario.
Giovanni sentì il sangue pulsargli nelle orecchie mentre guardava sua moglie spogliarsi davanti a lui con movimenti esagerati, le braccia che si arcuavano sopra la testa mentre si liberava della camicetta. Non era il solito modo in cui si spogliava per lui—era più lento, più calcolato, come se stesse recitando una parte che solo ora stava imparando. Il reggiseno sbiadito le sollevava i seni, lasciando intravedere l'ombra scura dei capezzoli duri. "Allora?" sussurrò Nicoletta, le dita che giocherellavano con l'elastico delle mutandine. "Come mi vuoi?"
Lui la afferrò per i polsi con una forza che la fece trasalire, spingendola contro il tavolo della cucina con un tonfo sordo. Le uova strapazzate fredde si rovesciarono dal piatto, macchiando il linoleum. "Così," ringhiò contro il suo collo, i denti che le affondavano nella pelle mentre le strappava via il reggiseno. Nicoletta emise un gemito strozzato, le gambe che si aprivano istintivamente quando lui le infilò un ginocchio tra le cosce.
"Più forte," ordinò lei, le unghie che gli scavavano la schiena attraverso la camicia. Giovanni obbedì, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa fino a scoprirle completamente la gola. La baciò con una ferocia che non le riservava da anni—non un bacio d'amore, ma il morso affamato di un uomo che sa di dover condividere il suo pasto. Nicoletta rispose allo stesso modo, le labbra che gli si schiacciavano contro con una violenza che gli fece sanguinare il labbro inferiore.
Con un movimento brusco, Giovanni la sollevò e la gettò sul tavolo, i piatti sporchi che caddero a terra in un fragore di metallo. Le strappò via le mutandine con uno strappo secco, il tessuto che si lacerò tra le sue dita come carta bagnata. "Ecco come sarai con lui," sibilò, le dita che le spalancavano la fica davanti agli occhi, "tutta aperta e pronta per essere usata." Nicoletta emise un suono tra il gemito e il risolino, le dita che si aggrappavano al bordo del tavolo mentre lui le scopava con due dita, duro e veloce, senza la solita pazienza.
"Di' che vuoi il suo cazzo," ordinò Giovanni, torcendole un capezzolo tra le dita mentre l'altra mano continuava a lavorarle la figa con movimenti brutali. Nicoletta tossì, il respiro che le si spezzava in gola. "Dimmi che gli chiederai di sfondarti il culo come una troia da strada."
Lei si morse il labbro, ma quando lui aumentò la pressione, le parole le uscirono in un sibilo: "Gli chiederò... di sfondarmi il culo... come una troia da strada." Giovanni estrasse le dita bagnate e le sbatté contro le labbra, facendole leccare il proprio succo. "E quando tornerai a casa," sussurrò mentre si slacciava la cintura, "ti riempirò di nuovo io, mentre mi racconti com'è stato."
Nicoletta annuì freneticamente, gli occhi vitrei di eccitazione mentre lo guardava infilarsi un dito nel culo, asciutto e crudele. "Aspetta—" gemette, ma lui non si fermò, lavorandole lo sfintere con movimenti circolari che la facevano contorcere. "È così che ti piacerà," le ricordò, "senza pietà e senza preparazione." Le afferrò i polsi e li bloccò sopra la testa con una mano, mentre con l'altra si spalmava la sua stessa umidità sul cazzo durissimo.
Quando entrò, fu con un solo spintone brutale che la fece urlare contro il suo braccio. "Zitta," ringhiò, mordendole l'orecchio mentre iniziava a pompare, ogni colpo che la faceva scivolare sul tavolo unto. "Devi abituarti a prenderlo così." Nicoletta ansimava, le lacrime che le rigavano il viso mentre il suo corpo si adattava alla violenza del rapporto. Giovanni sentiva la sua fica contrarsi intorno al suo cazzo, calda e stretta come un guanto, ma era il pensiero di un altro uomo che la possedeva così che lo faceva impazzire.
Nicoletta si morse il labbro fino a farlo sanguinare quando Giovanni le affondò tutto dentro con un colpo secco, il tavolo che scricchiolò sotto il loro peso. Le sue unghie gli graffiarono la schiena attraverso la camicia strappata, ma lui non rallentò—anzi, afferrò i suoi fianchi con una forza che le avrebbe lasciato lividi e la spinse ancora più duramente contro di sé. "Ecco come ti sfonderà," le sussurrò nella nuca, il respiro roco contro la sua pelle sudata. "Ma io sarò l'unico a sentirti tremare dopo."
Lei annuì freneticamente, i capelli che le si attaccavano alla fronte bagnata mentre cercava di reggere il ritmo brutale. Ogni spinta la faceva scivolare sul tavolo, il bordo che le segnava la pancia, ma era il vuoto nello sguardo di Giovanni a ferirla più del dolore fisico. Lui la stava usando come un oggetto, esattamente come avrebbe fatto quell’altro uomo, e la parte più malata era che a entrambi eccitava.
"Gira," le ordinò improvvisamente, tirandola su per i capelli. Nicoletta obbedì, voltandosi a pancia in giù con un gemito, le cosce che tremavano mentre lui le sollevava i fianchi. Sentì la punta del suo cazzo sfiorarle il culo ancora stretto e si irrigidì. "No, aspetta—"
"È così che inizierà con lui, no?" Giovanni le sibilò all’orecchio, sputandole un dito bagnato prima di infilarglielo nel culo senza pietà. Nicoletta urlò, le dita che artigliavano il tavolo mentre la dilatazione bruciava. "Devi abituarti."
Nicoletta ansimò, il corpo che si tendeva come una corda di violino mentre Giovanni lavorava il suo culo con durezza metodica. "Aspetta—" cercò di dire, ma la voce le si spezzò quando lui estratto il dito e sostituì con la punta del cazzo, premendo senza infilarlo. "Non... non ancora," sussurrò, ma le sue parole erano contraddette dal modo in cui le anche si muovevano all'indietro, cercando quel contatto proibito.
"Troia bugiarda," ringhiò Giovanni, afferrandole i fianchi con forza tale da lasciare segni rossi sulla pelle. Con un movimento fluido, le abbassò la schiena fino a farla poggiare sul tavolo, il viso schiacciato contro il legno mentre le sollevava il culo in aria. "Ti piace sentirti sporca, eh?" Le diede uno schiaffo violento su una natica, il suono secco che riempì la cucina.
Nicoletta gemette, la figa che stillava sul tavolo mentre si spalancava ancora di più. "Sì," ammise con voce roca, le dita che cercavano di aggrapparsi alla superficie scivolosa. "Voglio che mi faccia sentire come una puttana."
Giovanni non rispose. Con un colpo brutale, le ficcò dentro la punta del cazzo, fermandosi appena oltre lo sfintere. Nicoletta urlò, mentre il dolore si mescolava a un piacere perverso. "Ecco come ti prenderà," le sussurrò mentre iniziava a muoversi, lentamente, ogni centimetro che entrava una tortura deliziosa.
"Spingimelo tutto dentro come farà lui," gemette Nicoletta, le parole che le uscivano a scatti mentre Giovanni le affondava il cazzo nel culo a piccoli colpi brutali. "Scopami più forte... più veloce..." Le sue unghie graffiarono il legno del tavolo, lasciando segni bianchi sulla superficie consumata. "Aprimi il culo... fammi godere più di quanto mi farà godere lui..."
"Sto venendo," ansimò Giovanni, la voce rotta dallo sforzo mentre affondava tutto il cazzo nel culo stretto di Nicoletta. La sensazione era elettrica, il calore che lo avvolgeva mentre lei si contraeva attorno a lui, il corpo che tremava sotto la forza del suo orgasmo imminente.
Nicoletta gemette, le dita che si aggrappavano al bordo del tavolo mentre sentiva Giovanni perdere il controllo. "Sborrami dentro," sussurrò con voce roca, voltando la testa per guardarlo mentre la scopava con movimenti sempre più sconnessi. "Riempimi il culo come farà lui."
Giovanni non ebbe bisogno di altre incitazioni. Con un ringhio animale, le affondò le dita nei fianchi e le scaricò dentro tutto il suo seme, onda dopo onda che riempiva il culo di Nicoletta in un torrente caldo. Lei urlò, il corpo che si inarcava all'indietro mentre l'orgasmo la travolgeva, un piacere infinito che le bruciava le vene e le faceva perdere il controllo dei muscoli.
"Ecco... ecco come sarà," sibilò Giovanni tra un respiro affannoso e l'altro, ancora immerso in lei mentre le ultime gocce di sborra gli uscivano dal cazzo. Nicoletta annuì, incapace di parlare, il corpo ancora scosso da piccoli spasmi mentre il seme le colava lungo le cosce.
Nicoletta si contorse sotto di lui, le unghie che affondavano nel legno del tavolo mentre il getto caldo di Giovanni le riempiva il culo in modo quasi doloroso. "Sì... sì, tutto dentro," ansimò, le parole che le si spezzavano in gola mentre il corpo veniva attraversato da onde di piacere. Sentiva il suo cazzo pulsare dentro di lei, ogni spruzzo che la riempiva un po' di più, finché non ne ebbe abbastanza e lo spinse via con un gemito. Giovanni barcollò all'indietro, il cazzo ancora gocciolante mentre il seme gli colava lungo le cosce.
"Ecco come sarà," ripeté Nicoletta, voltandosi a fatica sul tavolo, il respiro ancora affannoso mentre osservava Giovanni con uno sguardo che era un misto di sfida e desiderio. Lui la fissò, incapace di parlare, mentre lei si puliva con un tovagliolo sporco, il gesto così casuale da sembrare quasi irriverente. Poi si alzò, raccolse i vestiti da terra e si avviò verso la camera da letto senza aggiungere altro.
La mattina dopo, Nicoletta si svegliò prima dell'alba, il corpo ancora indolenzito dalla notte precedente. Si voltò verso Giovanni, che russava pesantemente accanto a lei, il volto contratto in un'espressione che non riusciva a decifrare. Rabbia? Vergogna? Desiderio represso? Si alzò in silenzio, evitando di svegliarlo, e si diresse verso il bagno.
L'acqua della doccia era fredda, ma Nicoletta non si lamentò. Lasciò che il getto le scorresse lungo il corpo, lavando via ogni traccia di Giovanni e della notte precedente. Si insaponò con cura, passando le mani su ogni centimetro della sua pelle come per assicurarsi di essere pulita, pronta. Si soffermò sul culo ancora dolorante, massaggiandolo delicatamente sotto l'acqua, immaginando già le mani dell'altro uomo su di lei più tardi.
Uscita dalla doccia, si asciugò con cura, osservando il proprio riflesso nello specchio appannato. Il suo corpo non era più quello di una ragazza, ma conservava ancora delle curve che potevano far girare la testa a un uomo. Si passò le mani sui fianchi, poi sui seni, valutandoli con uno sguardo critico da professionista. "Devo essere perfetta, ora finalmente anche io avrò un amante come quasi tutte le mie amiche, ma a differenza di loro io non dovrò nascondermi." mormorò, strofinando via un'ultima goccia d'acqua dal capezzolo destro.
Giovanni la trovò in cucina, già vestita con un tailleur stretto che le modellava il corpo senza essere volgare. Si fermò sulla soglia, osservando come il tessuto aderiva alle curve dei suoi fianchi, come la gonna corta ma non troppo lasciava intravedere solo un accenno di coscia quando si muoveva. "Hai già chiamato?" chiese lei, senza voltarsi, mentre versava il caffè in due tazze sbeccate.
"No," ammise Giovanni, la voce ancora rauca dal sonno. "Chiamo ora." Tirò fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni del pigiama e compose il numero che aveva memorizzato dopo averlo visto sul foglietto che Nicoletta gli aveva lasciato sul comodino. "Pronto? Sono Giovanni Santi. Sì, parlo per mio... per Nicoletta. Ha accettato la sua offerta." Poi gli disse le condizioni che Nicoletta aveva stabilito.
Nicoletta sorseggiò il caffè amaro, osservando la schiena tesa di Giovanni mentre parlava al telefono. Vide le sue spalle irrigidirsi quando l'uomo dall'altra parte della cornetta disse qualcosa che lei non poteva sentire. "Si prenderà servizio stamattina, come mi aveva chiesto, sta uscendo ora di casa per venire da lei.
Il telefono scivolò dalle dita di Giovanni e atterrò sul tavolo con un tonfo sordo. Nicoletta non alzò lo sguardo, ma le dita che stringevano la tazzina si irrigidirono impercettibilmente. "Ti eccita l'idea," iniziò lei, posando la tazza con precisione chirurgica, "che da oggi ho un amante e diventerò la sua troia?" Le labbra le si incurvarono in un sorriso che non raggiunse gli occhi. "E che ogni sera ti porterò le mie mutandine sporche del suo seme?"
Giovanni sentì il sangue defluirgli dal viso mentre il cazzo gli si rizzava violentemente contro il pigiama. La contraddizione lo lacerava—la rabbia che gli stringeva la gola era la stessa che gli faceva desiderare di prenderla lì, contro il frigorifero, mentre gli descriveva nei dettagli cosa le avrebbe fatto quell’uomo. "Si," ammise con voce strozzata. "E voglio che te le tenga addosso tutto il giorno. Che senta il suo odore sulle tue cosce quando torni a casa."
Nicoletta annuì, lentamente, come se stesse registrando un dato contabile. Poi, con movimenti studiati, infilò una mano sotto la gonna e si sfilò le mutandine di pizzo nero, lasciandole scivolare lungo le gambe fino ai piedi. Le raccolse con due dita, come se fossero un campione da laboratorio, e le appoggiò sul tavolo davanti a Giovanni. "Ecco," sussurrò. "Saranno ancora calde quando tornerò stasera. Piene."
Lui afferrò il tessuto bagnato con mano tremante, portandoselo al naso con un movimento istintivo. L'odore di Nicoletta—muschio e sale—si mescolava al profumo artificiale del suo detergente intimo. "Sei già eccitata," osservò con voce roca, gli occhi che si abbassarono verso il triangolo biondo appena visibile sotto la gonna aderente. "Prima ancora di vederlo."
Nicoletta incrociò le gambe con studiata nonchalance, il tacco che scricchiolò sul linoleum. "Ho sognato la sua bocca su di me tutta la notte," confessò, la voce bassa e carnosa come se stesse parlando a se stessa. "Mentre tu russavi, io mi toccavo pensando alle sue dita dentro di me."
Giovanni sbatté le palpebre come se lo avessero colpito. Il pugno che stringeva le mutandine si serrò fino a far scricchiolare le nocche. "Vattene," ringhiò all'improvviso, voltandole le spalle. "O ti scopo di nuovo sul tavolo e arrivi in ritardo."
Lei rise, un suono liquido che gocciolò lungo la sua schiena mentre raccoglieva la borsa. "Stasera, alle otto precise," gli ricordò sulla porta, il profilo tagliente contro la luce del mattino. "E porta il vino che piace a me. Voglio essere ubriaca quando ti racconto come mi ha scopato."
Nicoletta chiuse la porta alle spalle con un click preciso, lasciando Giovanni solo nella cucina impregnata dell'odore del loro sesso e del caffè rancido. Le mutandine nere erano ancora strette nel suo pugno, il tessuto umido che gli aderiva alla pelle. Le portò alle labbra senza pensare, inalando profondamente mentre la porta dell'ascensore cigolava nel corridoio. Il suono lo fece trasalirere.
Si vestì in fretta, i pantaloni ancora umidi di sudore che gli si attaccavano alle cosce. Il telefono vibrò sul tavolo—un messaggio da Nicoletta: *"L'ascensore è rotto. Scendo le scale. Mi guardano tutti."* Allegata, una foto scattata dall'alto che mostrava le sue cosce nude sotto la gonna rialzata, le labbra ancora gonfie del loro amplesso. Giovanni deglutì a vuoto.
In ufficio, i colleghi notarono subito il suo comportamento anomalo. Rispondeva a monosillabi, le dita che tamburellavano sul tavolo mentre il suo sguardo sfuggente tornava sempre all'orologio. Alle undici e ventitré, il telefono vibrò di nuovo. *"È più grosso di te"*, diceva il messaggio. Niente foto questa volta, solo quelle quattro parole che gli bruciarono la gola come acido.
Si chiuse nel bagno degli uomini, il cazzo già duro contro la cerniera dei pantaloni. Si liberò con movimenti meccanici, strofinandosi con furia mentre immaginava Nicoletta piegata sulla scrivania di quell'uomo, le natiche scosse da ogni spinta. Quando venne, lo fece in silenzio, i denti affondati nel labbro inferiore fino a farlo sanguinare.
Il sole del tardo pomeriggio si infilava tra le persiane della cucina quando Giovanni udì il rumore della chiave nella serratura. Le sue dita strinsero la bottiglia di vino ancora sigillata—lo stesso rosso che Nicoletta amava bere quando voleva sentirsi sofisticata, quando fingevano di essere una coppia normale che discuteva di politica e cinema invece di soldi e sesso pagato.
La porta si aprì con un cigolio studiato, come se Nicoletta volesse farsi annunciare. Quando apparve sulla soglia, Giovanni trattenne il fiato. Aveva i capelli leggermente arruffati, il rossetto sbiadito agli angoli della bocca. La sua gonna era la stessa della mattina, ma adesso le si attorcigliava attorno alle cosce come se fosse stata tirata e riposizionata più volte.
"Ho fame," annunciò senza preamboli, lasciando cadere la borsa sul divano con un tonfo sordo. Il profumo di un colonia maschile troppo costosa la precedeva, mescolato al sudore e a qualcos'altro—qualcosa di metallico che Giovanni riconobbe immediatamente.
Si versò un bicchiere d'acqua con movimenti esageratamente lenti, la gola che si muoveva a ogni sorso mentre Giovanni la osservava dalla soglia della cucina. Poi, senza voltarsi, allungò una mano dietro la schiena e sbottonò la gonna, lasciandola cadere a terra in un cerchio perfetto di stoffa sgualcita.
Giovanni osservò la gonna che si ammucchiava ai piedi di Nicoletta, notando le impronte di mani maschili ancora impresse sulle sue cosce nude. "Ha lasciato il segno," sussurrò, la voce più roca del solito. Nicoletta si voltò, le braccia che si incrociavano sotto i seni mentre si appoggiava al lavandino.
"Ha lasciato molto di più," rispose, la voce calma ma gli occhi che brillavano di una luce strana. "Ha voluto pagare il doppio per farmi urlare il suo nome." Si passò una mano tra i capelli, tirandoli all'indietro in un gesto che Giovanni riconobbe—era quello che faceva quando era particolarmente soddisfatta di qualcosa.
Giovanni chiuse gli occhi per un attimo, sentendo il sangue pulsargli nelle tempie. "Dimmi tutto," ordinò, aprendo gli occhi e fissandola con uno sguardo che bruciava. "Voglio sapere cosa ti ha fatto."
Nicoletta sorrise, un sorriso lento e carnale che non le aveva mai visto prima. "Prima mi ha fatto inginocchiare sul tappeto del suo ufficio," iniziò, le dita che giocherellavano con l'orlo della camicetta. "Mi ha detto che voleva assaggiarmi prima di pagare."
Nicoletta si staccò dal lavandino con un movimento fluido, la camicetta che si apriva gradualmente mentre camminava verso Giovanni. "Mi ha costretta a leccargli il cazzo e le palle." continuò, la voce bassa e grezza come se le parole le bruciassero la gola. Diceva che dovevo dimostrargli quanto volevo quei soldi."
Giovanni digrignò i denti, il pugno che stringeva il vino talmente forte da far scricchiolare il vetro. Nicoletta gli sfiorò il polso con un dito, facendogli allentare la presa prima che la bottiglia esplodesse. "E tu?" chiese lui, la voce spezzata. "L'hai fatto?"
"Come una cagna affamata," sussurrò lei, aprendogli la camicia con gesti deliberatamente lenti. "Ho leccato ogni centimetro del suo cazzo finche non e diventato duro come il marmo."
Giovanni la spinse contro il tavolo, i piatti che tremavano per l'urto. "E poi?" La sua voce era un ruggito soffocato mentre le strappava via la camicetta, i bottoni che volavano via come proiettili.
Nicoletta sbatté contro il tavolo con un gemito, i seni che rimbalzavano mentre Giovanni le sbottonava la camicetta con gesti brutali. "Poi mi ha fatto girare," ansimò, le unghie che gli affondavano nelle spalle mentre lui le strappava i vestiti di dosso. "Mi ha piegata sulla scrivania e mi ha alzato la gonna e abbassato le mutandine alle caviglie e mi ha sbattuta come una troia da strada."
Giovanni le affondò i denti nella spalla, il sapore del sudore e del profumo dell'altro uomo che gli bruciava la lingua. "Dettagli," ringhiò, le dita che le serravano i fianchi con forza tale da lasciare lividi. "Voglio sapere esattamente come ti ha scopato."
Lei rise, un suono roco e spezzato mentre slacciava la cintura di Giovanni con mani tremanti. "Prima mi ha sfondato la figa," sussurrò, tirandogli giù i pantaloni fino a scoprirgli il cazzo già durissimo. "Poi mi ha rivoltata e mi ha aperto il culo senza chiedere."
Giovanni la sollevò di peso e la scaraventò sul tavolo, il legno che scricchiolò sotto l'impatto. Le afferrò le caviglie e gliele divaricò con un movimento brutale, esponendola completamente. "E tu?" le chiese, strofinando la punta del cazzo contro la sua fica bagnata. "Gli hai chiesto di più?" certo gli ho chiesto mille euro.
" E lui?"
"Lui ha preso dal cassetto duemila euro e mi ha detto: sono tuoi se mi fai una cosa che non hai mai fatto con tuo marito."
Nicoletta si morse il labbro, gli occhi che brillavano di una luce perversa mentre si arcuava contro il tavolo.
" E cosa hai fatto di diverso? Noi abbiamo fatto sempre tutto"
"Gli ho chiesto di pisciarmi in bocca," sussurrò, le parole che le uscivano a scatti mentre Giovanni le affondava il cazzo dentro con un colpo secco. "E l'ha fatto—un getto caldo che mi riempiva la gola mentre mi tirava i capelli."
Giovanni imprecò, le dita che le affondavano nelle cosce mentre la scopava con movimenti sempre più sconnessi. Il tavolo scricchiolava sotto il loro peso, i piatti che tremavano ai bordi. "Che troia che sei stata...E dopo?" le ringhiò all'orecchio, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa.
"Mi ha detto che dovevo dimostrargli quanto valevano i suoi soldi. Ho leccato ogni centimetro di quel cazzo finché non mi ha riempita di sborra." Le unghie le graffiarono il legno quando Giovanni aumentò il ritmo, ogni spinta che la faceva scivolare sul tavolo.
"Hai pensato a me mentre facevi la troia?"
Nicoletta rise, un suono roco e spezzato mentre il tavolo scricchiolava sotto le spinte sempre più violente di Giovanni. "Ho urlato il tuo nome mentre mi veniva nel culo, ho ancora la sua sborra dentro di me".
Giovanni la ribaltò bruscamente a pancia in giù, afferrandole i capelli e costringendola ad inarcare la schiena. Il cazzo le scivolò fuori con uno schiaffo umido prima che glielo rinfilasse nel culo senza preavviso. Nicoletta urlò, il corpo che si tendeva come una corda di violino mentre lui le affondava dentro tutta la lunghezza in un solo colpo brutale.
"Voglio sentire il suo seme che cola dal tuo culo mentre ti riempio io."
Nicoletta annuì freneticamente, le mani che cercavano appiglio sul tavolo mentre lui la scopava con una furia che non aveva mai mostrato prima. Ogni spinta la faceva sobbalzare in avanti, il seno che sfrecciava contro il legno verniciato. Sentiva il liquido dell'altro uomo che stillava lungo le sue cosce, mescolandosi al sudore e al proprio succo.
Nicoletta si contorse sotto di lui, il culo che si stringeva attorno al cazzo di Giovanni mentre il seme dell'altro uomo colava lungo le sue cosce. "Ecco, così," ansimò, la voce rotta dal piacere mentre le sue dita artigliavano la superficie del tavolo. "Fottimi come se volessi cancellarlo."
Giovanni affondò le dita nei suoi fianchi, lasciando segni violacei sulla pelle già segnata. Ogni spinta era un'affermazione di possesso, un tentativo brutale di sovrascrivere la memoria dell'altro uomo con la propria. Il tavolo scricchiolava sotto il loro peso, i piatti che tremavano ai bordi come se stessero per cadere.
Nicoletta alzò il bacino incontro a lui, il corpo che rispondeva con una ferocia che non aveva mai mostrato prima. "Più forte," lo sfidò, voltando la testa per fissarlo con occhi che bruciavano di una luce selvaggia. "Mostrami che sei ancora il mio padrone."
Con un ringhio, Giovanni le afferrò i capelli e le tirò indietro la testa, esponendo la gola mentre aumentava il ritmo. Il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempiva la cucina, mescolato ai gemiti rotti di Nicoletta. Sentiva il suo cazzo scivolare dentro e fuori dal suo culo stretto, il calore che lo avvolgeva mentre il seme dell'altro uomo veniva spinto fuori a piccole ondate.
Nicoletta si piegò in avanti con un gemito strozzato, il viso premuto contro il tavolo mentre Giovanni le martellava il culo con una furia che sembrava non conoscere limiti. Le sue unghie lasciarono nuovi solchi nel legno, accanto a quelli della notte precedente, mentre il corpo si contraeva in risposta a ogni spinta brutale. "Ti... ti prego..." ansimò, la voce che le tremava mentre le parole le si spezzavano in bocca. "Non... fermarti..."
Giovanni le afferrò i capelli con una mano, usando l'altra per palparle il seno con forza quasi dolorosa. "Vuoi davvero che continui?" le sibilò all'orecchio, le labbra che le sfioravano la pelle sudata mentre rallentava apposta per torturarla. "O preferisci che ti lasci come ha fatto lui? Mezza vestita e piena del suo seme?"
Nicoletta rispose con un movimento improvviso—si girò sotto di lui con una torsione fluida, sfuggendo alla sua presa per ritrovarsi seduta sul tavolo, le gambe che gli cingevano i fianchi. Le sue dita gli affondarono nei capelli mentre lo attirava a sé, le labbra che si univano alle sue in un bacio feroce, pieno del sapore del sangue e della rabbia. "Voglio che mi distrugga," sussurrò contro la sua bocca, il respiro che le usciva a scatti. "Fino a non ricordare neanche il suo nome."
Giovanni la spinse di nuovo sul tavolo, questa time con le gambe aperte e i piedi che gli premevano contro il petto. Il suo cazzo scivolò fuori dal suo culo con un suono umido, lasciandola vuota e tremante mentre lui si spostava tra le sue cosce. "Allora dimenticalo ora," ordinò, la voce un ruggito soffocato mentre le affondava dentro la figa con un solo colpo brutale.
Nicoletta urlò, il suono che si spezzò in un gemito quando Giovanni le affondò tutto il cazzo dentro con un colpo solo. Le gambe gli tremavano contro il petto mentre lui iniziava a martellarla con una furia che sembrava non conoscere limiti, ogni spinta che la faceva scivolare sul tavolo. Sentiva il seme dell'altro uomo che colava dal suo culo, mescolandosi al loro sudore mentre Giovanni la riempiva della sua rabbia e del suo desiderio.
Il getto di Giovanni le esplose dentro con la violenza di una condanna, riempiendola fino all'orlo mentre Nicoletta si contorceva sotto di lui, le unghie che gli graffiavano la schiena attraverso la camicia strappata. Quando finalmente si staccò da lei, il respiro affannoso e il cazzo ancora gocciolante, Nicoletta rimase distesa sul tavolo come un trofeo di guerra—la gonna strappata, le cosce sporche del loro misto di fluidi, il corpo che tremava per l'intensità dell'orgasmo.
"Ti senti ancora sua?" le chiese Giovanni, la voce più un ringhio che una domanda mentre si aggiustava i pantaloni con movimenti bruschi.
Nicoletta sollevò un braccio tremante per coprirsi gli occhi, il petto che si alzava e abbassava in modo irregolare. "Non sono mai stata sua," ansimò, la voce rotta ma stranamente calma. "Sono la tua troia. La tua moglie. La tua puttana."
Giovanni la osservò per un lungo momento, il viso contratto in un'espressione indecifrabile. Poi, con un movimento inaspettatamente tenero, le passò una mano sui capelli sudati, spostandoli dal viso. "E i soldi?" chiese, la voce che perdeva parte della sua asprezza.
Nicoletta indicò con un cenno del mento la borsa abbandonata sul divano. "Tutti lì. Duemila oggi.
Giovanni annuì lentamente, gli occhi che scrutavano il suo viso come cercando risposte a domande non dette. "Domani torni da lui?" le chiese, le dita che le sfioravano il seno ancora rosso per le manomissioni.
Nicoletta chiuse gli occhi per un istante, le palpebre che tremavano. "Domani torno da lui," confermò, la voce più ferma di quanto si aspettasse. "E poi io torno da te. E noi ricominciamo come oggi." Aprì gli occhi e lo fissò direttamente. "Fino a quando non saremo ricchi."
Nicoletta alzò lo sguardo dalla padella dove stava rimestando due uova strapazzate. "Che c'è? Hai trovato lavoro?" Il tono era più speranzoso che convinto.
Lui scosse la testa, poi indicò la sedia di fronte a sé con un gesto che voleva essere teatrale ma finì per sembrare goffo. "Siediti. È importante."
Quando lei obbedì, le gambe della sedia scricchiolarono pericolosamente. Da mesi non compravano più il caffè vero, ma Nicoletta riconobbe quell'espressione sul volto del marito: era la faccia che faceva quando stava per dire qualcosa di scomodo dopo averci pensato troppo a lungo.
Giovanni inspirò profondamente, fissando il tavolo come se le schegge del legno consumato potessero aiutarlo a trovare le parole giuste. "La signora Contini... quella che lavora all'ufficio di collocamento mi ha detto... suo cugino cerca una segretaria." Le dita gli tamburellavano nervose sulla tovaglia macchiata. Nicoletta socchiuse gli occhi, la forchetta sospesa a mezz'aria.
"E quel posto potrebbe essere tuo." aggiunse Giovanni.
"Mio? Mi assumerebbe così, senza nemmeno un colloquio?"
"Non esattamente." Giovanni si passò una mano sulla bocca, rimandando ancora di qualche secondo il momento della verità. "La signora mi ha fatto capire, fra le righe, che il cugino darebbe quel posto una donna carina, discreta e affidabile ma a condizione che la stessa ogni tanto fosse gentile con lui. Mi ha detto che è vedovo e che, dopo la morte della moglie non ha voluto più avere un nuova compagna."
Il silenzio che seguì fu così spesso che si sentì distintamente il gocciolio del rubinetto che non chiudeva mai bene. Nicoletta abbassò lentamente la forchetta, le sopracciglia che si avvicinavano mentre digeriva l'implicazione. Giovanni la osservò mentre il rossore le saliva dal collo alle guance, passando dall'ombra dell'imbarazzo alla luce furiosa di un insulto appena realizzato.
Nicoletta sbatté le palpebre due volte, troppo veloci, come se stesse cercando di cancellare l'immagine che le si era formata nella mente. "Mi stai dicendo," disse con una voce che oscillava tra il sussurro e lo stridore, "Che per avere per posto... dovrei avere contatti fisici con lui?" Le parole caddero nel tavolo come pietre.
Giovanni abbassò lo sguardo, le spalle curve sotto un peso invisibile. "Non l'ho messa così. Ma sì, più o meno. Ma non continuamente, solo ogni tanto" Le sue nocche erano bianche dove stringevano il bordo del tavolo. "Però mi ha detto che per questi gesti di gentilezza avrebbe fatto un regalo extra oltre allo stipendio fisso da segretaria. Poi mi ha dato il suo numero di telefono, per poterlo chiamare e farci specificare meglio le sue richieste anche se in prativa lei mi ha gia spegato tutto."
Lei scoppiò in una risata breve, amara, che non raggiunse gli occhi. "E tu cosa faresti, eh? Se fosse una donna a proporti lo stesso?"
Lui alzò finalmente lo sguardo, e quel che Nicoletta vide nei suoi occhi la fermò di colpo. Non c'era rabbia, né gelosia. Solo una stanchezza così profonda che sembrava aver scavato solchi nel suo viso. "Accetterei," disse piano. "Se fosse l'unico modo per tenerci questo tetto."
Nicoletta rimase immobile, la forchetta ancora stretta tra le dita come un'arma minuscola. Le labbra le tremavano leggermente, ma non per la rabbia—era qualcosa di più sottile, più complesso. Giovanni riconobbe quell'espressione: era la stessa che aveva fatto quando, anni prima, le aveva confessato di aver perso i risparmi in un investimento sbagliato. Disperazione che si trasformava in calcolo, in una strana, dolorosa lucidità.
"Quanto pagherebbe?" chiese alla fine, voce piatta.
Giovanni deglutì. "Il doppio di quello che prendi ora. Più i benefit e ferie pagate" Le parole gli uscivano a fatica, come se ogni sillaba gli graffiasse la gola. "Assunzione a tempo indeterminato e poi ovviamente i regalini extra che dovresti concordare tu in base a quello che sarai disposta a fare."
Un'altra risatina secca, ma questa volta Nicoletta si passò una mano sugli occhi. "Cristo santo." Si alzò, lasciando cadere la forchetta con un tintinnio metallico. Camminò fino alla finestra, dove la pioggia disegnava percorsi capricciosi sul vetro sporco. "E se... se dicessi di sì. Come funzionerebbe?"
Giovanni si alzò lentamente, la sedia che scricchiolò di nuovo sotto il suo peso. Si avvicinò a Nicoletta da dietro, ma si fermò a un passo di distanza, le mani sospese a mezz'aria come se temesse di toccarla. "La signora mi ha detto che... il tipo, sarebbe discreto. Niente pressioni, niente scene. Lui farebbe delle richieste e saresti tu a decidere se accettare e l'entita del regalino." La voce gli si incrinò sull'ultima parola.
Nicoletta continuò a fissare la pioggia, le dita che si stringevano attorno al davanzale fino a farle diventare bianche. "E tu?" sussurrò. "Cosa penseresti di me dopo?"
Lui ci mise un momento a rispondere, il tempo di un respiro profondo. "Penserei che sei la donna più forte che conosco." Le posò finalmente le mani sulle spalle, sentendole tese come corde di violino. "E che farei qualsiasi cosa pur di non perderti."
Lei si voltò di scatto, gli occhi lucidi ma asciutti. "Non è una risposta." Lo studiò per un attimo, poi allungò una mano verso la sua cintura. "Dimmi la verità. Ti ecciterebbe? Sapere che un altro uomo mi tocca?" Il tono era crudo, ma non accusatorio—era una domanda autentica, quasi clinica nella sua brutalità.
Giovanni trattenne il respiro quando le dita di Nicoletta scesero lungo la fibbia della sua cintura. La pelle gli bruciava sotto la camicia sudicia, il cuore che gli martellava così forte da temere che lei potesse sentirlo. "Non lo so," mentì, la voce roca. "Forse sì. Forse no. Non ci ho pensato."
Lei lo fissò, le labbra leggermente dischiuse, mentre i polpastrelli gli sfioravano l'addome attraverso la stoffa logora. "Veramente non ci hai pensato?" sussurrò, e all'improvviso la sua mano si insinuò dentro i pantaloni, afferrandogli il cazzo con una decisione che lo fece trasalire Giovanni emise un suono strozzato, le ginocchia che cedevano leggermente mentre lei lo massaggiava con movimenti esperti, troppo esperti—era la stessa presa che usava quando voeva farlo venire in fretta, dopo una giornata di fatica.
"Vedi?" Nicoletta osservò con una strana calma come il suo corpo rispondeva, le dita che lavoravano con precisione chirurgica. "Sei già duro come un sasso." Una risatina breve, senza gioia. "Quindi la risposta è sì. Ti piace l'idea."
Lui cercò di protestare, ma le parole gli morirono in gola quando lei si inginocchiò davanti a lui, il respiro caldo che gli sfiorava l'inguine attraverso la stoffa. "Aspetta, —"
Nicoletta non aspettò. Con un movimento rapido, gli sbottonò i pantaloni e li fece scivolare sulle anche, insieme agli slip macchiati di sudore. Giovanni emise un gemito soffocato quando le labbra di lei gli avvolsero il cazzo, calde e umide, la lingua che già lo percorreva dalla base alla punta con una familiarità che lo fece tremare. "Cristo, Nicole—" iniziò a dire, ma lei lo interruppe succhiando con forza, le mani che gli affondavano nei fianchi per tenerlo fermo.
Lui le afferrò i capelli, non per fermarla ma per ancorarsi, le dita che si intrecciavano nei suoi ricci scuri mentre la testa di Nicoletta si muoveva su e giù con un ritmo che conosceva fin troppo bene. Era diverso, però—non c'era l'affetto solito, la complicità delle loro notti. Era qualcosa di più brutale, più trasgressivo, e Giovanni sentì un'ondata di vergogna mescolarsi al piacere quando realizzò quanto fosse eccitato da quella scena.
"Ti piace, eh?" Nicoletta si staccò per un attimo, la bava che le colava dal mento mentre lo fissava con occhi sfavillanti. "Immaginare che lo stia succhiando a lui anzichè a te?" Prima che potesse rispondere, gli piantò un dito in bocca, facendogli succhiare mentre con l'altra mano continuava a massaggiargli le palle. "Fai il bravo e vieni, poi parleremo."
Giovanni obbedì, il corpo che si tendeva mentre lei riprendeva a succhiare, stavolta più veloce, più dura, le guance incavate dallo sforzo. Quando venne, fu con un grido strozzato, le dita che le si stringevano nei capelli mentre lo svuotava in quella bocca che conosceva ogni centimetro del suo corpo. Nicoletta inghiottì tutto senza smettere di guardarlo, poi si pulì le labbra con il dorso della mano.
Nicoletta si alzò lentamente, le ginocchia che scricchiolavano sul pavimento di linoleum consumato. Aveva ancora il sapore di Giovanni in bocca, amaro e familiare. Lui rimase immobile, i pantaloni ancora abbassati, il respiro che tornava piano alla normalità mentre la guardava sistemarsi i capelli con gesti meccanici. "Lo farò anche con lui," disse d'un tratto, la voce piatta come il tavolo tra loro. "E quando tornerò a casa, sentirai il suo sapore nella mia bocca."
Giovanni deglutì. "Si lo ammetto, mi eccita molto l'idea di scoparti quando torni a casa col suo sapore in bocca."
Lei annuì, come se avessero appena deciso cosa comprare al mercato. "Domani gli lo chiami e gli dici che accetto e che domani stesso prenderò servizio." Si passò la lingua sugli incisivi, un gesto calcolatore che Giovanni riconobbe troppo bene. "Ma ci saranno regole."
"Quali?" La sua voce suonò strana, come se qualcun altro avesse parlato al suo posto.
Nicoletta si avvicinò, il respiro che gli sfiorava il collo ancora umido di lui. "Primo: solo in ufficio. Mai qui." Le dita gli sbottonarono la camicia con una precisione che faceva male. "Secondo: niente segni. Niente lividi, niente morsi." Il tessuto gli scivolò dalle spalle, rivelando la pelle sudata che rabbrividì all'aria della cucina. "Terzo..." Qui esitò, le dita che gli tracciavano la clavicola come per ricordarsene. "Quando scoperemo, perché sicuramente scoperemo, anche se non subito, mi potrà venirmi solo nel culo o in bocca mai nella fica."
"L'entità dei regalini li deciderò al momento di ogni prestazione."
Giovanni chiuse gli occhi. Il pensiero di quell'uomo che la scopava, che le metteva le mani addosso, gli bruciava la pancia. Eppure, sotto la rabbia, sentiva una nuova erezione incipiente che lo riempiva di vergogna. "Va bene, glielo dirò." mormorò.
Nicoletta lo osservò per un attimo, poi allungò una mano verso il suo panno dei piatti. Lo strappò con un movimento secco e lo appallottolò. "Apri gli occhi," ordinò. Quando obbedì, gli ficcò il panno in bocca. "Mordi." Lo fece senza pensarci, il cotone ruvido che gli riempiva la bocca mentre lei si chinava di nuovo, le labbra che gli serpeggiavano lungo l'addome fino a trovare il suo cazzo di nuovo semiduro. "Voglio vederti soffrire mentre mi immagini con lui," sussurrò contro la sua pelle, e iniziò a succhiare con una lentezza crudele.
Ogni movimento della sua lingua era una tortura deliberata. Giovanni si aggrappò al bordo del tavolo, i tendini delle braccia che si tendevano mentre cercava di non urlare nel panno. Nicoletta lo guardava da sotto le ciglia, gli occhi neri e imperscrutabili mentre lo lavorava con abilità che sapeva lo avrebbero fatto impazzire.
"Immagina mentre mi apre il culo e me lo spinge dentro fino alle palle e poi va su e giù facendomi impazzire dal piacere" Quando finalmente lo sentì irrigidirsi completamente, si fermò con sadica precisione, lasciandolo tremare sul precipizio.
"Ecco come sarà," disse, alzandosi e sfregandosi contro di lui. Sentì il suo cazzo premere contro la coscia attraverso la gonna sottile. "Lui mi farà così, lentamente, finché non gli implorerò di finire." Le mani di Giovanni le afferrarono i fianchi, le dita che sprofondavano nella carne mentre cercava di avvicinarla. Lei gli strappò il panno dalla bocca. "Dimmi che lo vuoi. Dimmi che vuoi che faccia la troia con lui"
"Lo voglio, voglio che diventi la sua troia per il mio e nostro piacere" disse con la voce roca. Ma il suo corpo non mentiva - era duro come un sasso, premeva contro di lei come un animale in trappola. Nicoletta sorrise, quel sorriso stretto che faceva prima di fare qualcosa di cui forse si sarebbe pentita.
Nicoletta si staccò da lui con un movimento fluido, lasciandolo tremare nell'aria umida della cucina. "Allora è deciso," disse, lisciandosi la gonna con un gesto che sapeva lo avrebbe fatto impazzire. Giovanni la fissava, il respiro ancora affannato, il cazzo che pulsava tra le cosce nude. Era ridicolo, in piedi così, mezzo nudo davanti alla padella di uova fredde. Ma in quel momento, nulla aveva più importanza se non lei, e la promessa che aveva appena fatto.
"Prima di tutto," continuò Nicoletta, aprendo il cassetto dei coltelli e tirando fuori un vecchio block notes, "facciamo una lista." Scrisse qualcosa con la matita smussata, il seno che si muoveva sotto la camicetta sottile ogni volta che si chinava. Giovanni cercò di concentrarsi sulle parole, ma il suo sguardo scivolava invariabilmente lungo il collo di lei, giù fino alla scollatura dove intravedeva l'ombra dei capezzoli duri. "Quanto spesso?" chiese, la voce più aspra del solito.
Giovanni si morse il labbro mentre osservava Nicoletta scarabocchiare cifre sul block notes. La matita le scivolò di mano, rotolando sul tavolo fino a fermarsi contro la padella fredda. "Tre volte alla settimana," disse lei senza alzare lo sguardo. "Mercoledì, venerdì e domenica pomeriggio. Orari fissi, niente chiamate dell'ultimo minuto."
"La domenica no," disse Giovanni con una fermezza improvvisa, le mani che si stringevano attorno al bordo del tavolo. "Non devi andare al lavoro quel giorno, quindi niente contatti con lui." Il tono era più duro di quanto avesse voluto, ma la sola idea di interrompere la loro routine domenicale—quelle poche ore in cui ancora fingevano di essere una coppia normale—gli bruciava la gola come acido.
Nicoletta alzò gli occhi dal block notes, la matita sospesa a mezz'aria. "E perché no?" La domanda non era provocatoria, solo curiosa, come se stesse esaminando un campione sotto vetro.
Giovanni si passò una mano sul viso, sentendo la barba di due giorni graffiargli il palmo. "Perché la domenica..." Si interruppe, cercando le parole giuste tra i detriti della loro vita normale. "La domenica è quando facciamo colazione insieme. Quando guardiamo quel programma stupido alla radio. Quando..." La voce gli si incrinò. "Quando ancora sembriamo marito e moglie."
Lei abbassò lo sguardo, le dita che giocherellavano con l'angolo del foglio. Per un attimo, Giovanni credette di averla commossa. Poi Nicoletta alzò di nuovo la testa, e negli occhi scuri vide non tenerezza, ma una lucidità che lo fece rabbrividire. "Va bene," disse con un cenno del capo.
"E ora stabiliamo l'entità del regalino per ogni prestazione," disse Nicoletta, il tono da contabile che strideva con la mano che gli sfiorava l'inguine ancora umido. "Che ne dici di 100 per un pompino, 200 per una scopata normale e 300 per il culo?" La matita puntò verso di lui come un'arma, la punta nera che rifletteva la luce fioca della lampadina.
Giovanni deglutì, la gola improvvisamente secca. Ogni cifra gli batteva nelle tempie come un martello—100 per quelle labbra che conoscevano ogni curva del suo corpo, 200 per quella fica che gli stringeva il cazzo come un guanto, 300 per quel culo che fino a ieri era solo suo. "È... è troppo poco," borbottò, le mani che si stringevano in pugni sulle cosce nude.
Nicoletta alzò un sopracciglio, il seno che si sollevò sotto la camicetta mentre prendeva appunti. "Troppo poco? Hai ragione valgo molto di piu." La matita scricchiolò sul foglio. "Allora facciamo 200, 300 e 500. E puo venirmi solo in bocca o nel culo—mai dentro la fica."
Lui annuì, il collo rigido come se stesse firmando una condanna. "D'accordo." La parola gli uscì come un sibilo, mentre sotto il tavolo il suo cazzo pulsava ancora, tradendolo. Nicoletta annotò i numeri con precisione contabile, la lingua che le spuntava tra le labbra concentrate.
"E poi," continuò lei senza alzare lo sguardo, "se vuole qualcosa di extra—diciamo che mi vuole nuda o con dei vestiti particolari—altri 100." La matita tracciò un altro zero, scavando il foglio fino a farlo quasi bucare. "E se dovesse filmare?"
Giovanni sbatté le palpebre come se lo avessero schiaffeggiato. "No. Mai." Le vene del collo gli si tesarono all'improvviso, le mani che si chiusero a pugno. "Questo è il limite, Nicoletta. Niente foto, niente video."
Lei sollevò appena le spalle, un movimento che fece scivolare la camicetta lungo un braccio, rivelando l'ombra scura di un livido vecchio—quello che si era fatta sbattendo contro lo sportello del forno la settimana prima. "Come vuoi," mormorò, cancellando quella riga con un colpo secco della gomma. "
Nicoletta strappò il foglio dal block notes con un gesto secco, piegandolo in quattro prima di infilarselo nel reggiseno, dove sentì il calore della propria pelle ammorbidire la carta. "Allora è fatto," disse, e per la prima volta quella sera, la voce le tremò leggermente. Si voltò verso il lavello, iniziando a sciacquare la padella delle uova con movimenti meccanici, l'acqua fredda che le scorreva sulle dita senza che sembrasse accorgersene.
Giovanni rimase immobile, ancora seminudo davanti al tavolo, osservando la schiena di sua moglie mentre si irrigidiva sotto il peso di quella decisione. Il silenzio era spesso, interrotto solo dal gocciolio del rubinetto difettoso e dal respiro affannato di lui. Poi, senza voltarsi, Nicoletta disse: "Domani gli telefoni. Digli che inizierò mercoledì."
Lui annuì, anche se sapeva che non poteva vederlo. "Lo farò," sussurrò, poi si chinò a raccogliere i pantaloni da terra, sentendo il tessuto ruvido sotto le dita. Mentre si rivestiva, i suoi occhi caddero sulla forchetta che Nicoletta aveva lasciato cadere prima—ora giaceva sul linoleum consumato, le punte che riflettevano la luce fioca della cucina.
"E stasera?" chiese all'improvviso, la voce più bassa di un soffio. Nicoletta si irrigidì, ma non si voltò. "Che c'è stasera?"
Nicoletta chiuse l'acqua con un movimento brusco, le dita ancora umide che si posarono sul bordo del lavello. "Stasera," disse lentamente, voltandosi, "tu mi prendi come se fossi già sua sua troia." La gonna le scivolò sui fianchi con un fruscio, cadendo ai piedi in un cerchio perfetto.
Giovanni la fissò, la gola così secca da non riuscire a deglutire. Il reggiseno di cotone sbiadito le sollevava i seni, i capezzoli duri che premevano contro la stoffa sottile. "Non..." iniziò, ma lei lo interruppe con un gesto della mano.
"Non parlare." Nicoletta avanzò, i piedi nudi che scricchiolavano sul linoleum. "Fammi vedere come mi tratteresti se mi trovassi nel suo letto." Le dita le sbottonarono la camicetta con movimenti teatrali, lasciandola cadere dietro di sé come un sipario.
Giovanni sentì il sangue pulsargli nelle orecchie mentre guardava sua moglie spogliarsi davanti a lui con movimenti esagerati, le braccia che si arcuavano sopra la testa mentre si liberava della camicetta. Non era il solito modo in cui si spogliava per lui—era più lento, più calcolato, come se stesse recitando una parte che solo ora stava imparando. Il reggiseno sbiadito le sollevava i seni, lasciando intravedere l'ombra scura dei capezzoli duri. "Allora?" sussurrò Nicoletta, le dita che giocherellavano con l'elastico delle mutandine. "Come mi vuoi?"
Lui la afferrò per i polsi con una forza che la fece trasalire, spingendola contro il tavolo della cucina con un tonfo sordo. Le uova strapazzate fredde si rovesciarono dal piatto, macchiando il linoleum. "Così," ringhiò contro il suo collo, i denti che le affondavano nella pelle mentre le strappava via il reggiseno. Nicoletta emise un gemito strozzato, le gambe che si aprivano istintivamente quando lui le infilò un ginocchio tra le cosce.
"Più forte," ordinò lei, le unghie che gli scavavano la schiena attraverso la camicia. Giovanni obbedì, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa fino a scoprirle completamente la gola. La baciò con una ferocia che non le riservava da anni—non un bacio d'amore, ma il morso affamato di un uomo che sa di dover condividere il suo pasto. Nicoletta rispose allo stesso modo, le labbra che gli si schiacciavano contro con una violenza che gli fece sanguinare il labbro inferiore.
Con un movimento brusco, Giovanni la sollevò e la gettò sul tavolo, i piatti sporchi che caddero a terra in un fragore di metallo. Le strappò via le mutandine con uno strappo secco, il tessuto che si lacerò tra le sue dita come carta bagnata. "Ecco come sarai con lui," sibilò, le dita che le spalancavano la fica davanti agli occhi, "tutta aperta e pronta per essere usata." Nicoletta emise un suono tra il gemito e il risolino, le dita che si aggrappavano al bordo del tavolo mentre lui le scopava con due dita, duro e veloce, senza la solita pazienza.
"Di' che vuoi il suo cazzo," ordinò Giovanni, torcendole un capezzolo tra le dita mentre l'altra mano continuava a lavorarle la figa con movimenti brutali. Nicoletta tossì, il respiro che le si spezzava in gola. "Dimmi che gli chiederai di sfondarti il culo come una troia da strada."
Lei si morse il labbro, ma quando lui aumentò la pressione, le parole le uscirono in un sibilo: "Gli chiederò... di sfondarmi il culo... come una troia da strada." Giovanni estrasse le dita bagnate e le sbatté contro le labbra, facendole leccare il proprio succo. "E quando tornerai a casa," sussurrò mentre si slacciava la cintura, "ti riempirò di nuovo io, mentre mi racconti com'è stato."
Nicoletta annuì freneticamente, gli occhi vitrei di eccitazione mentre lo guardava infilarsi un dito nel culo, asciutto e crudele. "Aspetta—" gemette, ma lui non si fermò, lavorandole lo sfintere con movimenti circolari che la facevano contorcere. "È così che ti piacerà," le ricordò, "senza pietà e senza preparazione." Le afferrò i polsi e li bloccò sopra la testa con una mano, mentre con l'altra si spalmava la sua stessa umidità sul cazzo durissimo.
Quando entrò, fu con un solo spintone brutale che la fece urlare contro il suo braccio. "Zitta," ringhiò, mordendole l'orecchio mentre iniziava a pompare, ogni colpo che la faceva scivolare sul tavolo unto. "Devi abituarti a prenderlo così." Nicoletta ansimava, le lacrime che le rigavano il viso mentre il suo corpo si adattava alla violenza del rapporto. Giovanni sentiva la sua fica contrarsi intorno al suo cazzo, calda e stretta come un guanto, ma era il pensiero di un altro uomo che la possedeva così che lo faceva impazzire.
Nicoletta si morse il labbro fino a farlo sanguinare quando Giovanni le affondò tutto dentro con un colpo secco, il tavolo che scricchiolò sotto il loro peso. Le sue unghie gli graffiarono la schiena attraverso la camicia strappata, ma lui non rallentò—anzi, afferrò i suoi fianchi con una forza che le avrebbe lasciato lividi e la spinse ancora più duramente contro di sé. "Ecco come ti sfonderà," le sussurrò nella nuca, il respiro roco contro la sua pelle sudata. "Ma io sarò l'unico a sentirti tremare dopo."
Lei annuì freneticamente, i capelli che le si attaccavano alla fronte bagnata mentre cercava di reggere il ritmo brutale. Ogni spinta la faceva scivolare sul tavolo, il bordo che le segnava la pancia, ma era il vuoto nello sguardo di Giovanni a ferirla più del dolore fisico. Lui la stava usando come un oggetto, esattamente come avrebbe fatto quell’altro uomo, e la parte più malata era che a entrambi eccitava.
"Gira," le ordinò improvvisamente, tirandola su per i capelli. Nicoletta obbedì, voltandosi a pancia in giù con un gemito, le cosce che tremavano mentre lui le sollevava i fianchi. Sentì la punta del suo cazzo sfiorarle il culo ancora stretto e si irrigidì. "No, aspetta—"
"È così che inizierà con lui, no?" Giovanni le sibilò all’orecchio, sputandole un dito bagnato prima di infilarglielo nel culo senza pietà. Nicoletta urlò, le dita che artigliavano il tavolo mentre la dilatazione bruciava. "Devi abituarti."
Nicoletta ansimò, il corpo che si tendeva come una corda di violino mentre Giovanni lavorava il suo culo con durezza metodica. "Aspetta—" cercò di dire, ma la voce le si spezzò quando lui estratto il dito e sostituì con la punta del cazzo, premendo senza infilarlo. "Non... non ancora," sussurrò, ma le sue parole erano contraddette dal modo in cui le anche si muovevano all'indietro, cercando quel contatto proibito.
"Troia bugiarda," ringhiò Giovanni, afferrandole i fianchi con forza tale da lasciare segni rossi sulla pelle. Con un movimento fluido, le abbassò la schiena fino a farla poggiare sul tavolo, il viso schiacciato contro il legno mentre le sollevava il culo in aria. "Ti piace sentirti sporca, eh?" Le diede uno schiaffo violento su una natica, il suono secco che riempì la cucina.
Nicoletta gemette, la figa che stillava sul tavolo mentre si spalancava ancora di più. "Sì," ammise con voce roca, le dita che cercavano di aggrapparsi alla superficie scivolosa. "Voglio che mi faccia sentire come una puttana."
Giovanni non rispose. Con un colpo brutale, le ficcò dentro la punta del cazzo, fermandosi appena oltre lo sfintere. Nicoletta urlò, mentre il dolore si mescolava a un piacere perverso. "Ecco come ti prenderà," le sussurrò mentre iniziava a muoversi, lentamente, ogni centimetro che entrava una tortura deliziosa.
"Spingimelo tutto dentro come farà lui," gemette Nicoletta, le parole che le uscivano a scatti mentre Giovanni le affondava il cazzo nel culo a piccoli colpi brutali. "Scopami più forte... più veloce..." Le sue unghie graffiarono il legno del tavolo, lasciando segni bianchi sulla superficie consumata. "Aprimi il culo... fammi godere più di quanto mi farà godere lui..."
"Sto venendo," ansimò Giovanni, la voce rotta dallo sforzo mentre affondava tutto il cazzo nel culo stretto di Nicoletta. La sensazione era elettrica, il calore che lo avvolgeva mentre lei si contraeva attorno a lui, il corpo che tremava sotto la forza del suo orgasmo imminente.
Nicoletta gemette, le dita che si aggrappavano al bordo del tavolo mentre sentiva Giovanni perdere il controllo. "Sborrami dentro," sussurrò con voce roca, voltando la testa per guardarlo mentre la scopava con movimenti sempre più sconnessi. "Riempimi il culo come farà lui."
Giovanni non ebbe bisogno di altre incitazioni. Con un ringhio animale, le affondò le dita nei fianchi e le scaricò dentro tutto il suo seme, onda dopo onda che riempiva il culo di Nicoletta in un torrente caldo. Lei urlò, il corpo che si inarcava all'indietro mentre l'orgasmo la travolgeva, un piacere infinito che le bruciava le vene e le faceva perdere il controllo dei muscoli.
"Ecco... ecco come sarà," sibilò Giovanni tra un respiro affannoso e l'altro, ancora immerso in lei mentre le ultime gocce di sborra gli uscivano dal cazzo. Nicoletta annuì, incapace di parlare, il corpo ancora scosso da piccoli spasmi mentre il seme le colava lungo le cosce.
Nicoletta si contorse sotto di lui, le unghie che affondavano nel legno del tavolo mentre il getto caldo di Giovanni le riempiva il culo in modo quasi doloroso. "Sì... sì, tutto dentro," ansimò, le parole che le si spezzavano in gola mentre il corpo veniva attraversato da onde di piacere. Sentiva il suo cazzo pulsare dentro di lei, ogni spruzzo che la riempiva un po' di più, finché non ne ebbe abbastanza e lo spinse via con un gemito. Giovanni barcollò all'indietro, il cazzo ancora gocciolante mentre il seme gli colava lungo le cosce.
"Ecco come sarà," ripeté Nicoletta, voltandosi a fatica sul tavolo, il respiro ancora affannoso mentre osservava Giovanni con uno sguardo che era un misto di sfida e desiderio. Lui la fissò, incapace di parlare, mentre lei si puliva con un tovagliolo sporco, il gesto così casuale da sembrare quasi irriverente. Poi si alzò, raccolse i vestiti da terra e si avviò verso la camera da letto senza aggiungere altro.
La mattina dopo, Nicoletta si svegliò prima dell'alba, il corpo ancora indolenzito dalla notte precedente. Si voltò verso Giovanni, che russava pesantemente accanto a lei, il volto contratto in un'espressione che non riusciva a decifrare. Rabbia? Vergogna? Desiderio represso? Si alzò in silenzio, evitando di svegliarlo, e si diresse verso il bagno.
L'acqua della doccia era fredda, ma Nicoletta non si lamentò. Lasciò che il getto le scorresse lungo il corpo, lavando via ogni traccia di Giovanni e della notte precedente. Si insaponò con cura, passando le mani su ogni centimetro della sua pelle come per assicurarsi di essere pulita, pronta. Si soffermò sul culo ancora dolorante, massaggiandolo delicatamente sotto l'acqua, immaginando già le mani dell'altro uomo su di lei più tardi.
Uscita dalla doccia, si asciugò con cura, osservando il proprio riflesso nello specchio appannato. Il suo corpo non era più quello di una ragazza, ma conservava ancora delle curve che potevano far girare la testa a un uomo. Si passò le mani sui fianchi, poi sui seni, valutandoli con uno sguardo critico da professionista. "Devo essere perfetta, ora finalmente anche io avrò un amante come quasi tutte le mie amiche, ma a differenza di loro io non dovrò nascondermi." mormorò, strofinando via un'ultima goccia d'acqua dal capezzolo destro.
Giovanni la trovò in cucina, già vestita con un tailleur stretto che le modellava il corpo senza essere volgare. Si fermò sulla soglia, osservando come il tessuto aderiva alle curve dei suoi fianchi, come la gonna corta ma non troppo lasciava intravedere solo un accenno di coscia quando si muoveva. "Hai già chiamato?" chiese lei, senza voltarsi, mentre versava il caffè in due tazze sbeccate.
"No," ammise Giovanni, la voce ancora rauca dal sonno. "Chiamo ora." Tirò fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni del pigiama e compose il numero che aveva memorizzato dopo averlo visto sul foglietto che Nicoletta gli aveva lasciato sul comodino. "Pronto? Sono Giovanni Santi. Sì, parlo per mio... per Nicoletta. Ha accettato la sua offerta." Poi gli disse le condizioni che Nicoletta aveva stabilito.
Nicoletta sorseggiò il caffè amaro, osservando la schiena tesa di Giovanni mentre parlava al telefono. Vide le sue spalle irrigidirsi quando l'uomo dall'altra parte della cornetta disse qualcosa che lei non poteva sentire. "Si prenderà servizio stamattina, come mi aveva chiesto, sta uscendo ora di casa per venire da lei.
Il telefono scivolò dalle dita di Giovanni e atterrò sul tavolo con un tonfo sordo. Nicoletta non alzò lo sguardo, ma le dita che stringevano la tazzina si irrigidirono impercettibilmente. "Ti eccita l'idea," iniziò lei, posando la tazza con precisione chirurgica, "che da oggi ho un amante e diventerò la sua troia?" Le labbra le si incurvarono in un sorriso che non raggiunse gli occhi. "E che ogni sera ti porterò le mie mutandine sporche del suo seme?"
Giovanni sentì il sangue defluirgli dal viso mentre il cazzo gli si rizzava violentemente contro il pigiama. La contraddizione lo lacerava—la rabbia che gli stringeva la gola era la stessa che gli faceva desiderare di prenderla lì, contro il frigorifero, mentre gli descriveva nei dettagli cosa le avrebbe fatto quell’uomo. "Si," ammise con voce strozzata. "E voglio che te le tenga addosso tutto il giorno. Che senta il suo odore sulle tue cosce quando torni a casa."
Nicoletta annuì, lentamente, come se stesse registrando un dato contabile. Poi, con movimenti studiati, infilò una mano sotto la gonna e si sfilò le mutandine di pizzo nero, lasciandole scivolare lungo le gambe fino ai piedi. Le raccolse con due dita, come se fossero un campione da laboratorio, e le appoggiò sul tavolo davanti a Giovanni. "Ecco," sussurrò. "Saranno ancora calde quando tornerò stasera. Piene."
Lui afferrò il tessuto bagnato con mano tremante, portandoselo al naso con un movimento istintivo. L'odore di Nicoletta—muschio e sale—si mescolava al profumo artificiale del suo detergente intimo. "Sei già eccitata," osservò con voce roca, gli occhi che si abbassarono verso il triangolo biondo appena visibile sotto la gonna aderente. "Prima ancora di vederlo."
Nicoletta incrociò le gambe con studiata nonchalance, il tacco che scricchiolò sul linoleum. "Ho sognato la sua bocca su di me tutta la notte," confessò, la voce bassa e carnosa come se stesse parlando a se stessa. "Mentre tu russavi, io mi toccavo pensando alle sue dita dentro di me."
Giovanni sbatté le palpebre come se lo avessero colpito. Il pugno che stringeva le mutandine si serrò fino a far scricchiolare le nocche. "Vattene," ringhiò all'improvviso, voltandole le spalle. "O ti scopo di nuovo sul tavolo e arrivi in ritardo."
Lei rise, un suono liquido che gocciolò lungo la sua schiena mentre raccoglieva la borsa. "Stasera, alle otto precise," gli ricordò sulla porta, il profilo tagliente contro la luce del mattino. "E porta il vino che piace a me. Voglio essere ubriaca quando ti racconto come mi ha scopato."
Nicoletta chiuse la porta alle spalle con un click preciso, lasciando Giovanni solo nella cucina impregnata dell'odore del loro sesso e del caffè rancido. Le mutandine nere erano ancora strette nel suo pugno, il tessuto umido che gli aderiva alla pelle. Le portò alle labbra senza pensare, inalando profondamente mentre la porta dell'ascensore cigolava nel corridoio. Il suono lo fece trasalirere.
Si vestì in fretta, i pantaloni ancora umidi di sudore che gli si attaccavano alle cosce. Il telefono vibrò sul tavolo—un messaggio da Nicoletta: *"L'ascensore è rotto. Scendo le scale. Mi guardano tutti."* Allegata, una foto scattata dall'alto che mostrava le sue cosce nude sotto la gonna rialzata, le labbra ancora gonfie del loro amplesso. Giovanni deglutì a vuoto.
In ufficio, i colleghi notarono subito il suo comportamento anomalo. Rispondeva a monosillabi, le dita che tamburellavano sul tavolo mentre il suo sguardo sfuggente tornava sempre all'orologio. Alle undici e ventitré, il telefono vibrò di nuovo. *"È più grosso di te"*, diceva il messaggio. Niente foto questa volta, solo quelle quattro parole che gli bruciarono la gola come acido.
Si chiuse nel bagno degli uomini, il cazzo già duro contro la cerniera dei pantaloni. Si liberò con movimenti meccanici, strofinandosi con furia mentre immaginava Nicoletta piegata sulla scrivania di quell'uomo, le natiche scosse da ogni spinta. Quando venne, lo fece in silenzio, i denti affondati nel labbro inferiore fino a farlo sanguinare.
Il sole del tardo pomeriggio si infilava tra le persiane della cucina quando Giovanni udì il rumore della chiave nella serratura. Le sue dita strinsero la bottiglia di vino ancora sigillata—lo stesso rosso che Nicoletta amava bere quando voleva sentirsi sofisticata, quando fingevano di essere una coppia normale che discuteva di politica e cinema invece di soldi e sesso pagato.
La porta si aprì con un cigolio studiato, come se Nicoletta volesse farsi annunciare. Quando apparve sulla soglia, Giovanni trattenne il fiato. Aveva i capelli leggermente arruffati, il rossetto sbiadito agli angoli della bocca. La sua gonna era la stessa della mattina, ma adesso le si attorcigliava attorno alle cosce come se fosse stata tirata e riposizionata più volte.
"Ho fame," annunciò senza preamboli, lasciando cadere la borsa sul divano con un tonfo sordo. Il profumo di un colonia maschile troppo costosa la precedeva, mescolato al sudore e a qualcos'altro—qualcosa di metallico che Giovanni riconobbe immediatamente.
Si versò un bicchiere d'acqua con movimenti esageratamente lenti, la gola che si muoveva a ogni sorso mentre Giovanni la osservava dalla soglia della cucina. Poi, senza voltarsi, allungò una mano dietro la schiena e sbottonò la gonna, lasciandola cadere a terra in un cerchio perfetto di stoffa sgualcita.
Giovanni osservò la gonna che si ammucchiava ai piedi di Nicoletta, notando le impronte di mani maschili ancora impresse sulle sue cosce nude. "Ha lasciato il segno," sussurrò, la voce più roca del solito. Nicoletta si voltò, le braccia che si incrociavano sotto i seni mentre si appoggiava al lavandino.
"Ha lasciato molto di più," rispose, la voce calma ma gli occhi che brillavano di una luce strana. "Ha voluto pagare il doppio per farmi urlare il suo nome." Si passò una mano tra i capelli, tirandoli all'indietro in un gesto che Giovanni riconobbe—era quello che faceva quando era particolarmente soddisfatta di qualcosa.
Giovanni chiuse gli occhi per un attimo, sentendo il sangue pulsargli nelle tempie. "Dimmi tutto," ordinò, aprendo gli occhi e fissandola con uno sguardo che bruciava. "Voglio sapere cosa ti ha fatto."
Nicoletta sorrise, un sorriso lento e carnale che non le aveva mai visto prima. "Prima mi ha fatto inginocchiare sul tappeto del suo ufficio," iniziò, le dita che giocherellavano con l'orlo della camicetta. "Mi ha detto che voleva assaggiarmi prima di pagare."
Nicoletta si staccò dal lavandino con un movimento fluido, la camicetta che si apriva gradualmente mentre camminava verso Giovanni. "Mi ha costretta a leccargli il cazzo e le palle." continuò, la voce bassa e grezza come se le parole le bruciassero la gola. Diceva che dovevo dimostrargli quanto volevo quei soldi."
Giovanni digrignò i denti, il pugno che stringeva il vino talmente forte da far scricchiolare il vetro. Nicoletta gli sfiorò il polso con un dito, facendogli allentare la presa prima che la bottiglia esplodesse. "E tu?" chiese lui, la voce spezzata. "L'hai fatto?"
"Come una cagna affamata," sussurrò lei, aprendogli la camicia con gesti deliberatamente lenti. "Ho leccato ogni centimetro del suo cazzo finche non e diventato duro come il marmo."
Giovanni la spinse contro il tavolo, i piatti che tremavano per l'urto. "E poi?" La sua voce era un ruggito soffocato mentre le strappava via la camicetta, i bottoni che volavano via come proiettili.
Nicoletta sbatté contro il tavolo con un gemito, i seni che rimbalzavano mentre Giovanni le sbottonava la camicetta con gesti brutali. "Poi mi ha fatto girare," ansimò, le unghie che gli affondavano nelle spalle mentre lui le strappava i vestiti di dosso. "Mi ha piegata sulla scrivania e mi ha alzato la gonna e abbassato le mutandine alle caviglie e mi ha sbattuta come una troia da strada."
Giovanni le affondò i denti nella spalla, il sapore del sudore e del profumo dell'altro uomo che gli bruciava la lingua. "Dettagli," ringhiò, le dita che le serravano i fianchi con forza tale da lasciare lividi. "Voglio sapere esattamente come ti ha scopato."
Lei rise, un suono roco e spezzato mentre slacciava la cintura di Giovanni con mani tremanti. "Prima mi ha sfondato la figa," sussurrò, tirandogli giù i pantaloni fino a scoprirgli il cazzo già durissimo. "Poi mi ha rivoltata e mi ha aperto il culo senza chiedere."
Giovanni la sollevò di peso e la scaraventò sul tavolo, il legno che scricchiolò sotto l'impatto. Le afferrò le caviglie e gliele divaricò con un movimento brutale, esponendola completamente. "E tu?" le chiese, strofinando la punta del cazzo contro la sua fica bagnata. "Gli hai chiesto di più?" certo gli ho chiesto mille euro.
" E lui?"
"Lui ha preso dal cassetto duemila euro e mi ha detto: sono tuoi se mi fai una cosa che non hai mai fatto con tuo marito."
Nicoletta si morse il labbro, gli occhi che brillavano di una luce perversa mentre si arcuava contro il tavolo.
" E cosa hai fatto di diverso? Noi abbiamo fatto sempre tutto"
"Gli ho chiesto di pisciarmi in bocca," sussurrò, le parole che le uscivano a scatti mentre Giovanni le affondava il cazzo dentro con un colpo secco. "E l'ha fatto—un getto caldo che mi riempiva la gola mentre mi tirava i capelli."
Giovanni imprecò, le dita che le affondavano nelle cosce mentre la scopava con movimenti sempre più sconnessi. Il tavolo scricchiolava sotto il loro peso, i piatti che tremavano ai bordi. "Che troia che sei stata...E dopo?" le ringhiò all'orecchio, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa.
"Mi ha detto che dovevo dimostrargli quanto valevano i suoi soldi. Ho leccato ogni centimetro di quel cazzo finché non mi ha riempita di sborra." Le unghie le graffiarono il legno quando Giovanni aumentò il ritmo, ogni spinta che la faceva scivolare sul tavolo.
"Hai pensato a me mentre facevi la troia?"
Nicoletta rise, un suono roco e spezzato mentre il tavolo scricchiolava sotto le spinte sempre più violente di Giovanni. "Ho urlato il tuo nome mentre mi veniva nel culo, ho ancora la sua sborra dentro di me".
Giovanni la ribaltò bruscamente a pancia in giù, afferrandole i capelli e costringendola ad inarcare la schiena. Il cazzo le scivolò fuori con uno schiaffo umido prima che glielo rinfilasse nel culo senza preavviso. Nicoletta urlò, il corpo che si tendeva come una corda di violino mentre lui le affondava dentro tutta la lunghezza in un solo colpo brutale.
"Voglio sentire il suo seme che cola dal tuo culo mentre ti riempio io."
Nicoletta annuì freneticamente, le mani che cercavano appiglio sul tavolo mentre lui la scopava con una furia che non aveva mai mostrato prima. Ogni spinta la faceva sobbalzare in avanti, il seno che sfrecciava contro il legno verniciato. Sentiva il liquido dell'altro uomo che stillava lungo le sue cosce, mescolandosi al sudore e al proprio succo.
Nicoletta si contorse sotto di lui, il culo che si stringeva attorno al cazzo di Giovanni mentre il seme dell'altro uomo colava lungo le sue cosce. "Ecco, così," ansimò, la voce rotta dal piacere mentre le sue dita artigliavano la superficie del tavolo. "Fottimi come se volessi cancellarlo."
Giovanni affondò le dita nei suoi fianchi, lasciando segni violacei sulla pelle già segnata. Ogni spinta era un'affermazione di possesso, un tentativo brutale di sovrascrivere la memoria dell'altro uomo con la propria. Il tavolo scricchiolava sotto il loro peso, i piatti che tremavano ai bordi come se stessero per cadere.
Nicoletta alzò il bacino incontro a lui, il corpo che rispondeva con una ferocia che non aveva mai mostrato prima. "Più forte," lo sfidò, voltando la testa per fissarlo con occhi che bruciavano di una luce selvaggia. "Mostrami che sei ancora il mio padrone."
Con un ringhio, Giovanni le afferrò i capelli e le tirò indietro la testa, esponendo la gola mentre aumentava il ritmo. Il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempiva la cucina, mescolato ai gemiti rotti di Nicoletta. Sentiva il suo cazzo scivolare dentro e fuori dal suo culo stretto, il calore che lo avvolgeva mentre il seme dell'altro uomo veniva spinto fuori a piccole ondate.
Nicoletta si piegò in avanti con un gemito strozzato, il viso premuto contro il tavolo mentre Giovanni le martellava il culo con una furia che sembrava non conoscere limiti. Le sue unghie lasciarono nuovi solchi nel legno, accanto a quelli della notte precedente, mentre il corpo si contraeva in risposta a ogni spinta brutale. "Ti... ti prego..." ansimò, la voce che le tremava mentre le parole le si spezzavano in bocca. "Non... fermarti..."
Giovanni le afferrò i capelli con una mano, usando l'altra per palparle il seno con forza quasi dolorosa. "Vuoi davvero che continui?" le sibilò all'orecchio, le labbra che le sfioravano la pelle sudata mentre rallentava apposta per torturarla. "O preferisci che ti lasci come ha fatto lui? Mezza vestita e piena del suo seme?"
Nicoletta rispose con un movimento improvviso—si girò sotto di lui con una torsione fluida, sfuggendo alla sua presa per ritrovarsi seduta sul tavolo, le gambe che gli cingevano i fianchi. Le sue dita gli affondarono nei capelli mentre lo attirava a sé, le labbra che si univano alle sue in un bacio feroce, pieno del sapore del sangue e della rabbia. "Voglio che mi distrugga," sussurrò contro la sua bocca, il respiro che le usciva a scatti. "Fino a non ricordare neanche il suo nome."
Giovanni la spinse di nuovo sul tavolo, questa time con le gambe aperte e i piedi che gli premevano contro il petto. Il suo cazzo scivolò fuori dal suo culo con un suono umido, lasciandola vuota e tremante mentre lui si spostava tra le sue cosce. "Allora dimenticalo ora," ordinò, la voce un ruggito soffocato mentre le affondava dentro la figa con un solo colpo brutale.
Nicoletta urlò, il suono che si spezzò in un gemito quando Giovanni le affondò tutto il cazzo dentro con un colpo solo. Le gambe gli tremavano contro il petto mentre lui iniziava a martellarla con una furia che sembrava non conoscere limiti, ogni spinta che la faceva scivolare sul tavolo. Sentiva il seme dell'altro uomo che colava dal suo culo, mescolandosi al loro sudore mentre Giovanni la riempiva della sua rabbia e del suo desiderio.
Il getto di Giovanni le esplose dentro con la violenza di una condanna, riempiendola fino all'orlo mentre Nicoletta si contorceva sotto di lui, le unghie che gli graffiavano la schiena attraverso la camicia strappata. Quando finalmente si staccò da lei, il respiro affannoso e il cazzo ancora gocciolante, Nicoletta rimase distesa sul tavolo come un trofeo di guerra—la gonna strappata, le cosce sporche del loro misto di fluidi, il corpo che tremava per l'intensità dell'orgasmo.
"Ti senti ancora sua?" le chiese Giovanni, la voce più un ringhio che una domanda mentre si aggiustava i pantaloni con movimenti bruschi.
Nicoletta sollevò un braccio tremante per coprirsi gli occhi, il petto che si alzava e abbassava in modo irregolare. "Non sono mai stata sua," ansimò, la voce rotta ma stranamente calma. "Sono la tua troia. La tua moglie. La tua puttana."
Giovanni la osservò per un lungo momento, il viso contratto in un'espressione indecifrabile. Poi, con un movimento inaspettatamente tenero, le passò una mano sui capelli sudati, spostandoli dal viso. "E i soldi?" chiese, la voce che perdeva parte della sua asprezza.
Nicoletta indicò con un cenno del mento la borsa abbandonata sul divano. "Tutti lì. Duemila oggi.
Giovanni annuì lentamente, gli occhi che scrutavano il suo viso come cercando risposte a domande non dette. "Domani torni da lui?" le chiese, le dita che le sfioravano il seno ancora rosso per le manomissioni.
Nicoletta chiuse gli occhi per un istante, le palpebre che tremavano. "Domani torno da lui," confermò, la voce più ferma di quanto si aspettasse. "E poi io torno da te. E noi ricominciamo come oggi." Aprì gli occhi e lo fissò direttamente. "Fino a quando non saremo ricchi."
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