L'alveare 1

di
genere
dominazione

L’ora di chimica era finita da cinque minuti, ma l’odore acre dei reagenti sembrava rimasto appiccicato ai muri giallastri del corridoio del secondo piano, mescolandosi al sentore di polvere e disinfettante. Michela camminava rasente le bacheche di sughero, stringendo il libro di testo al petto come uno scudo. Era il suo modo di esistere: occupare meno spazio possibile, non offrire angoli d’attacco, essere un’ombra tra le ombre che scivolava silenziosa verso l'uscita.
Stava per svoltare verso i bagni del settore C quando un suono la bloccò, facendole rizzare i peli sulle braccia. Non era un grido, ma una risata bassa, densa, quasi un segreto che prendeva forma fisica nell'aria ferma. Veniva dallo spogliatoio della palestra, la cui porta era rimasta socchiusa, lasciando filtrare una lama di luce artificiale che tagliava il buio del corridoio.
Michela non sapeva perché si fosse fermata. Forse era stato il tono di Sara.
Sara era l'esatto opposto di lei. Era magnetica, solare, una di quelle ragazze che sembrano possedere l’aria che respirano, capaci di attirare ogni sguardo senza sforzo. In quel momento, però, la sua voce non aveva la solita brillantezza pubblica; era roca, sporca di un’eccitazione che Michela non aveva mai sentito in nessun coetaneo. Era una voce che sembrava vibrare di un piacere proibito, intimo, quasi doloroso.
"Vi giuro, all'inizio pensavo fosse un gioco, una sciocchezza per passare il tempo," stava dicendo Sara, e Michela poteva sentire il fruscio dei suoi vestiti mentre si muoveva. Il silenzio delle altre tre compagne intorno a lei era assoluto, quasi religioso, interrotto solo dal respiro pesante di una di loro. "Entri in questa chat e non sai chi c’è dall'altra parte. È solo un monitor, uno schermo nero. Ma lui... lui sapeva già chi ero io. Non nel senso del nome, ma nel senso dei miei desideri più nascosti. Sapeva cosa mi faceva tremare le gambe senza nemmeno toccarmi."
Michela si appiattì contro la parete gelida, sentendo il freddo del muro attraversare la camicetta sottile. Il cuore le batteva contro le costole come un uccello in gabbia, frenetico, mentre un calore improvviso iniziava a diffondersi dal basso ventre. Sapeva che avrebbe dovuto andarsene, che spiare era sbagliato, ma le gambe erano diventate di piombo, inchiodate al pavimento da una curiosità che bruciava come acido.
"E cosa ti ha fatto fare?" chiese la voce sottile di Elena, spezzata da un misto di timore e brama.
"Non è solo quello che ti fa fare," rispose Sara, e Michela poté quasi percepire il sorriso predatore, l'espressione di chi ha scoperto un potere immenso nella propria sottomissione. "È come ti trasforma. L’altra sera mi ha tenuta davanti allo schermo per tre ore. Mi sentivo come se avessi le sue mani ovunque, una pressione costante, un possesso che mi toglieva il fiato anche se era solo testo su uno schermo. Obbedivo a ogni sua richiesta, per quanto assurda o umiliante fosse. E più mi sottomettevo, più sentivo il bisogno di farlo."
Un brivido elettrico partì dalla nuca di Michela e scese lentamente lungo tutta la colonna vertebrale, fermandosi alla base della schiena. La parola "obbedire" risuonò nella sua testa con una vibrazione metallica, eccitante. Per tutta la vita, Michela aveva obbedito per paura, per educazione, per restare invisibile. Ma quella che descriveva Sara era un'obbedienza diversa. Era una sottomissione totale, un abbandono dei sensi nelle mani di un altro che sembrava regalare una libertà paradossale: la libertà di non dover più decidere nulla, di essere solo un oggetto del piacere altrui.
"Si chiama 'The Hive', l'Alveare," continuò Sara, abbassando ulteriormente la voce fino a ridurla a un sussurro umido. Michela dovette sporgersi in avanti, trattenendo il respiro per non perdere una sola sillaba. "Ma non cercatela su Google, non è per tutti. Serve un link d'invito, un codice che ti apre le porte di un mondo parallelo. È un mondo di Padroni, ragazze. Uomini che non chiedono, che non corteggiano. Loro pretendono. E quando ti arrendi e gli dai quello che vogliono... senti un calore che ti svuota il cervello, che ti fa dimenticare chi sei."
Michela sentì le dita formicolare, una sensazione di vertigine che le oscurò la vista per un istante. L'immagine di Sara, la ragazza perfetta e intoccabile, ridotta a tremare di desiderio davanti a un monitor per il volere di uno sconosciuto, era una visione che le scuoteva l'anima. Era scandaloso. Era degradante. Era la cosa più magnetica che avesse mai osato immaginare.
"Io non potrei mai... consegnarmi così," mormorò una delle ragazze, ma il suono del suo respiro tradiva una fame che nessuna parola poteva nascondere.
"È quello che dicevo anche io," concluse Sara con una nota di trionfo crudele. "Poi però ho provato il brivido di non essere più mia. E ora... ora sento la pelle che brucia, non vedo l'ora che arrivi stasera per sapere cosa deciderà di me, come deciderà di usarmi."
Il rumore di passi pesanti che si avvicinavano dal fondo del corridoio riscosse Michela dalla sua trance. Si voltò e quasi corse verso l'uscita, con il respiro corto e le guance incendiate da un rosso violento. Nella sua mente, il nome della chat – The Hive – continuava a ronzare come un mantra ossessivo.
Mentre usciva dal portone della scuola, l'aria esterna le sembrò improvvisamente troppo leggera, troppo finta. Il mondo reale le appariva sbiadito, privo di senso. Tutto ciò che voleva era chiudersi nella sua stanza, al buio, e cercare quel confine invisibile dove la sua timidezza poteva finalmente trasformarsi in una sottomissione totale, in un potere oscuro esercitato da qualcun altro sul suo corpo.
Non sapeva che, proprio in quel momento, Sara stava guardando attraverso lo specchio dello spogliatoio verso la porta socchiusa, un piccolo sorriso d'intesa rivolto al vuoto. Sapeva che Michela era lì. Sapeva che il seme era stato piantato. Il Padrone sarebbe stato soddisfatto del suo lavoro.

p.s.: sono graditi commenti
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scritto il
2026-03-09
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