L'alveare 3

di
genere
dominazione

La mattina a scuola aveva un sapore metallico, denso di un’ansia che Michela non aveva mai provato prima. Il nastro di raso nero, stretto con ferocia intorno alla parte alta della coscia sinistra, era diventato il nuovo centro di gravità del suo intero corpo. Ogni singolo passo lungo i corridoi affollati, ogni minimo sfregamento dei jeans contro quel nodo lucido e sporgente, inviava scosse elettriche che le risalivano lungo la schiena, mozzandole il respiro e costringendola a stringere i denti.
Si sentiva come se portasse addosso una bomba a orologeria pronta a esplodere al minimo contatto. Entrò in classe a testa bassa, nascondendo il viso dietro la frangia, cercando rifugio nel suo solito posto nell'ultima fila. Era convinta che il suo segreto fosse al sicuro, sepolto sotto strati di vestiti banali e la sua storica timidezza, ma il calore che irradiava da quel punto della gamba le faceva temere che la pelle potesse bruciare visibilmente attraverso il tessuto.
Ma la percezione di Michela era già alterata dal possesso psicologico di Ares. Non si accorse che, mentre si sedeva con cautela per non far premere troppo il nastro, Sara la stava già fissando.
Sara non faceva parte della sua cerchia; non si parlavano quasi mai. Eppure, quella mattina, Sara sembrava possedere dei radar puntati esclusivamente su di lei. Con la grazia predatrice di chi sa esattamente cosa cercare, Sara si alzò con la scusa di recuperare un evidenziatore caduto. Passò accanto al banco di Michela proprio mentre quest'ultima, in un riflesso nervoso, accavallava le gambe. Per un istante fatale, la tensione del jeans rivelò la sagoma netta, circolare e innaturale del nastro sottostante.
Sara non disse nulla. Non ci fu bisogno di parole. Si limitò a un sorriso impercettibile, un guizzo di trionfo quasi crudele negli occhi che Michela, troppo impegnata a fissare il suo libro di testo per evitare di incrociare sguardi, non colse.
Appena tornata al suo posto, Sara tirò fuori il telefono con una naturalezza magistrale, nascondendolo nell'incavo delle gambe. Sotto il banco, le sue dita volarono esperte sulla tastiera di quell'app dalle icone scure.
[Sara]: Michela è marchiata. Il nastro nero è al suo posto, esattamente dove avevi ordinato. È nervosa, Padrone. Continua a toccarsi la gamba come se la pelle scottasse. È deliziosa nel suo terrore.
Dall'altra parte di quel filo invisibile che teneva unite le loro vite segrete, la risposta di Ares non si fece attendere.
[Ares]: Bene. Lascia che la sua paranoia cresca fino a soffocarla. Non avvicinarti a lei, non parlarle. Voglio che si senta sola nel suo peccato, convinta che il mondo intero possa vedere attraverso i suoi vestiti. La preda è più dolce quando crede di essere l'unica a conoscere il cacciatore, mentre io la osservo attraverso i tuoi occhi.
Michela, totalmente ignara di quella triangolazione crudele, sentì il telefono vibrarle contro l'anca. Un sussulto violento le attraversò il petto. Estrasse il cellulare con una lentezza agonizzante, nascondendolo dietro la copertina rigida del diario.
[Ares]: Ti senti osservata, Miele? Senti come il mio nastro ti morde la carne mentre cerchi disperatamente di sembrare una brava studentessa? Scommetto che riesci a pensare solo a quel nodo che preme contro la tua pelle nuda.
Michela gelò. Un brivido di puro terrore erotico le paralizzò le dita. Come faceva a saperlo? Era come se lui fosse lì, un'ombra seduta accanto a lei, capace di leggere ogni singolo brivido che le percorreva la pelle. Guardò freneticamente intorno a sé, con gli occhi sbarrati. I compagni ridevano, il professore spiegava la rivoluzione industriale alla lavagna. Tutto sembrava normale. Tranne Sara. Sara era girata di profilo, apparentemente assorta, ma c'era qualcosa nella sua postura, una tensione felina, che emanava una strana, insopportabile elettricità.
[Miele]: Sì... lo sento, ho paura. Mi sembra che tutti possano vedere il segno che porto. Mi sento nuda sotto questi vestiti.
[Ares]: Nessuno vede nulla, Miele. Nessuno tranne chi sa dove guardare. Ma ora ho bisogno di una prova della tua sottomissione, qui, adesso. Alzati. Vai in bagno. Entra nell'ultima cabina e chiuditi a chiave. Voglio che abbassi i jeans e fotografi il mio marchio stretto su di te. Renditi oscena. Voglio che senti il sapore della tua sottomissione. Muoviti.
Michela sentì le gambe cedere, le ginocchia che sembravano fatte d'acqua. Il comando era assurdo, rischioso, una follia che avrebbe potuto distruggere la sua reputazione per sempre. Eppure, la parte di lei che per anni era rimasta spenta, soffocata dalla timidezza, ora chiedeva solo di bruciare tra le fiamme di quel controllo.
Si alzò bruscamente, facendo stridere la sedia sul pavimento. Chiese il permesso di uscire con una voce così sottile e incrinata che il professore dovette chiederle di ripetere. Mentre attraversava l'aula sotto lo sguardo di trenta persone, sentì il nastro premere contro la sua pelle con una forza nuova, quasi possessiva. Non sapeva che, dietro di lei, Sara stava seguendo ogni oscillazione dei suoi fianchi con lo sguardo di chi osserva una preda che si posa esattamente al centro della ragnatela, pronta per essere consumata.


p.s.: sono graditi commenti
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scritto il
2026-03-09
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