L'alveare 2

di
genere
dominazione

La camera di Michela era sempre stata il suo guscio, un santuario di ordine immacolato e prevedibilità rassicurante. I libri scolastici erano allineati per altezza sul ripiano della scrivania, il copriletto color pastello non presentava una singola piega, e l’aria profumava di quella lavanda sintetica che sua madre spruzzava con regolarità ogni martedì. Ma quella sera, l'atmosfera era cambiata. L’aria sembrava carica di elettricità statica, pesante, quasi che le pareti stesse stessero trattenendo il respiro insieme a lei.
Michela si sedette alla scrivania, sentendo il freddo della sedia attraverso i jeans. Le dita sfioravano il trackpad del portatile con un’esitazione che era quasi dolore fisico. Le parole di Sara nello spogliatoio — The Hive — continuavano a ronzarle in testa come un insetto intrappolato, un rumore di fondo che copriva persino il ticchettio metodico dell'orologio a muro.
Cercarla fu una discesa lenta in un labirinto. Come aveva avvertito Sara, non c’era traccia di quel nome sui motori di ricerca comuni. Michela dovette scavare, scivolando tra forum oscuri e thread criptici, finché un link anonimo non la proiettò in un altro mondo. L’interfaccia era minimalista, elegante e gelida: uno schermo nero come l'inchiostro, su cui iniziarono a scorrere stringhe di testo bianco.
BENVENUTA NELL'ALVEARE. Qui, la tua volontà non è un peso. È un dono che offri. Scegli un nome. Non il tuo. Lascia fuori la ragazza che conosci.
Michela fissò il cursore lampeggiante. Chi voleva essere? In quel momento, sentiva che la "Michela" che tutti conoscevano — quella che chiedeva scusa per occupare spazio, quella che arrossiva se interpellata — stava svanendo, liquefatta dal calore di una curiosità malata. Digitò: Miele. Un nome dolce, viscoso, pronto a essere consumato. Una sostanza che si adatta a qualsiasi contenitore.
Un istante dopo, la schermata cambiò. Si aprì una chat privata. Non dovette cercare nessuno; qualcuno aveva già avvertito la sua presenza. Qualcuno la stava già osservando.
[Ares]: Ti aspettavo, Miele. Sapevo che saresti arrivata.
Il cuore di Michela perse un battito, colpendole il petto con una forza tale da mozzarle il fiato. Ares. Un nome che sapeva di metallo, guerra e comando assoluto. Come faceva a sapere che era appena entrata? Come faceva a percepire la sua presenza dall'altra parte di uno schermo?
[Miele]: Come... come fai a sapere chi sono? Mi vedi?
[Ares]: Non ho bisogno di vederti per conoscerti. Non mi interessa chi sei nel mondo là fuori, quel teatro fatto di maschere, regole e rumore inutile. Io so chi sei qui dentro, nel buio Sei quella che ha avuto il coraggio di scavalcare il muro. Sei quella che ha sentito il proprio corpo accendersi per un'idea.
Michela sentì una vampata di calore violento risalire dalle cosce fino alle guance. Si sentiva improvvisamente nuda, esposta, come se Ares potesse leggere non solo le sue parole, ma anche il ritmo del suo respiro accelerato. La scrittura di lui era chirurgica, priva di esitazioni o inutili cortesie. Ogni parola era un ordine camuffato da constatazione.
[Ares]: Dimmi la verità, Miele. Cosa provi in questo istante? Sii onesta fino in fondo. In questo luogo, la menzogna è l'unico peccato che non perdono.
[Miele]: Ho... ho paura. Mi tremano le mani. Ma ho anche una voglia disperata di restare. Di sapere cosa succede.
[Ares]: La paura è solo il tributo che l'istinto paga a qualcosa di più grande. È un buon inizio. Ma sappi che se decidi di restare, le regole del tuo mondo non valgono più. Qui non sei tu a decidere quando andare via, cosa dire o come muoverti. Sei pronta a rinunciare alla tua voce per ascoltare solo la mia? Sei pronta a diventare mia?
Michela lanciò un'occhiata alla porta della sua camera. Era chiusa a chiave, ma le sembrava di carta velina. Fuori, la vita ordinaria scorreva come un film sbiadito: il rumore ovattato del telegiornale che suo padre guardava in salotto, il tintinnio dei piatti che sua madre sistemava in cucina. Due mondi separati da pochi centimetri di legno. Lì, in quel rettangolo di luce bluastra, c’era un uomo che le stava offrendo l’unica cosa che non aveva mai osato chiedere: un confine entro cui smettere di combattere, un luogo dove sentirsi al sicuro semplicemente sottomettendosi.
Con un respiro profondo, che le fece sollevare il petto contro il bordo della scrivania, le dita di Michela volarono sui tasti.
[Miele]: Sì. Voglio essere tua.
[Ares]: Bene. Allora iniziamo subito a testare la tua obbedienza. Toglie le scarpe. Fallo lentamente. Poi mettiti seduta con la schiena dritta, le spalle indietro e le mani piatte sulle ginocchia. Voglio che fissi lo schermo senza sbattere le palpebre più del necessario. Non muoverti finché non te lo dico io. Voglio che senti il silenzio della tua stanza finché non diventerà il mio silenzio. Voglio che ogni tuo muscolo urli per la tensione di servirmi.
Michela obbedì all'istante, come mossa da un impulso elettrico. Si sfilò le scarpe da ginnastica, sentendo il freddo del pavimento calzino dopo calzino, e le allineò con una cura maniacale sotto la sedia. Raddrizzò la schiena, sentendo la stoffa della camicetta tendersi sul petto. Le sue mani, appoggiate sulle ginocchia, iniziarono a formicolare quasi subito.
Il silenzio nella stanza divenne solido, opprimente. Restò immobile per minuti che sembrarono ore, con gli occhi fissi su quel nome — Ares — che ora sembrava aver occupato ogni angolo della sua camera, ogni centimetro della sua pelle. L'idea stessa di disobbedire, di sciogliere quella posizione rigida, le provocava un brivido di terrore misto a un'adrenalina così intensa da farle girare la testa.
Dopo quelli che sembrarono secoli, il monitor si illuminò di nuovo, squarciando l'oscurità.
[Ares]: Brava, Miele. Sei immobile come una statua, vero? Riesco quasi a sentire il tuo respiro. Mi piace come cerchi di essere perfetta per me. Ti piace non dover decidere nemmeno come stare seduta, vero? Ti piace sentire che il tuo corpo non è più un tuo problema, ma un mio possesso.
Michela deglutì a fatica, la gola secca. Era la verità. Tutta la pressione sociale, la fatica di essere "Michela", era svanita. C’era solo il piacere bruciante di essere diretta.
[Miele]: Sì. Mi sento... leggera. E tua.
[Ares]: Dimmi, cosa vedi se guardi fuori dalla tua finestra? Senza muovere la testa.
Michela esitò, gli occhi che cercavano di cogliere l'angolo di mondo oltre il vetro.
[Miele]: Vedo i lampioni... vedo le ombre degli alberi. Vedo le luci delle altre case... persone normali che non sanno cosa sto facendo.
[Ares]: Esatto. Loro dormono il sonno dei mediocri. Tu stai uscendo dal gregge, Miele. Ma uscire ha un prezzo fisico. Domani, a scuola, voglio che indossi qualcosa che ti ricordi di me ogni istante. Qualcosa di nascosto, che nessuno possa vedere, ma che tu sentirai bruciare contro la pelle a ogni passo, a ogni respiro.
Il cuore di Michela accelerò selvaggiamente. L'idea di portare quel segreto sporco tra i banchi, sotto gli occhi ignari dei professori e dei compagni, la faceva sentire potente e disperatamente vulnerabile.
[Miele]: Cosa devo indossare?
[Ares]: Un nastro di raso nero. Voglio che tu lo leghi stretto intorno alla coscia sinistra, molto in alto, proprio dove la pelle è più sensibile. Ogni volta che camminerai, ogni volta che ti siederai, sentirai il nodo che morde la carne. Sarà il mio marchio invisibile su di te. Mi manderai una foto non appena l'avrai fatto. Non voglio vedere il tuo viso, mi interessa solo il nastro sulla tua pelle. Voglio vedere se sai eseguire un ordine con precisione chirurgica.
[Miele]: Lo farò. Lo farò subito.
[Ares]: Ora andrai a dormire, se ci riesci. Ma non spegnerai il computer. Lascerai la nostra chat aperta. Voglio che la mia luce bluastra sia l'ultima cosa che i tuoi occhi vedono prima di chiudersi e la prima cosa che vedrai al risveglio. Sognami, Miele. Sogna l'Alveare. Sogna di appartenermi.
La chat si silenziò. Michela rimase immobile per altri lunghi minuti, incapace di muovere un solo muscolo senza il suo permesso, finché la tensione non divenne insopportabile. Si alzò lentamente, sentendo le gambe pesanti come se avesse corso per chilometri.
Andò verso l'armadio e cercò freneticamente tra i suoi ricordi, finché non trovò un nastro di raso nero, lucido e freddo. Lo strinse tra le dita, sentendo la sua consistenza scivolosa. Mentre si preparava per il letto, lasciando il portatile acceso come un altare sacrilego sulla scrivania, un pensiero la colse: Sara. Chissà se anche lei, in quel momento, stava fissando un nastro identico. O se il suo legame con Ares era già diventato qualcosa di molto più profondo e oscuro.
Michela si infilò sotto le coperte, fissando la luce del monitor che tagliava il buio della stanza. Si sentiva come se fosse stata inghiottita da un'onda anomala e, per la prima volta nella sua vita, non aveva alcuna intenzione di lottare per tornare a galla.
di
scritto il
2026-03-09
4 1
visite
1
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

L'alveare 1

racconto sucessivo

L'alveare 3

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.