Incontro fortuito
di
Serena Rossi
genere
etero
Era lì, sotto i portici vicino alla stazione di Bologna, con il rumore dei treni che echeggiava in lontananza e l’aria umida di fine pomeriggio che gli accarezzava la pelle. A cinquant’anni, pensava di aver visto tutto: donne affascinanti, sguardi fugaci, promesse svanite nel nulla. Ma poi è arrivata lei, Serena, con i suoi capelli castano rossicci che catturavano la luce fioca dei lampioni, ondulati come onde di un mare tempestoso. Cinquant'anni’, gli aveva detto dopo, ma in quel momento sembrava senza età, una visione che gli ha fermato il cuore per un istante.
Stava appoggiato a una colonna, controllando l’orologio per l’ennesima volta, quando l’ha vista avvicinarsi. Indossava un abito leggero, di quelli che aderiscono appena alle curve, lasciando intravedere la silhouette snella e invitante. I suoi occhi, di un castano profondo, si sono posati sui suoi, e da quel momento è iniziato il gioco. Un sorriso timido, ma con un velo di malizia, che gli ha fatto accelerare il battito. “Scusa, è questa la direzione per il centro?” gli ha chiesto, la voce morbida come seta, con un accento che tradiva origini emiliane.
Ha annuito, ma invece di rispondere subito, ha sostenuto il suo sguardo. I suoi occhi sono scivolati piano sui suoi capelli, poi sul collo esposto, dove una vena pulsava leggermente, tradendo forse lo stesso nervosismo che sentivo lui. “Sì, proprio da qui,” ha detto, la sua voce un po’ più bassa del solito, come se volesse avvolgerla in quel suono. Lei ha inclinato la testa, mordicchiandosi il labbro inferiore – un gesto innocente, ma che ha scatenato in lui un’onda di desiderio. Immaginava già le sue dita tra quei capelli rossicci, a tirarli piano mentre le baciava quel collo.
Si sono spostati un po’ più in là, sotto l’arco di un portico meno affollato, e la conversazione è fluita come un fiume in piena. Parlava di viaggi, di libri, ma erano i silenzi a parlare di più. Ogni volta che i loro sguardi si incrociavano, era come una scarica elettrica: gli occhi scendevano sul suo décolleté, dove il tessuto dell’abito si tendeva sui seni pieni, e lei non distoglieva lo sguardo, anzi, sembrava sfidarlo, inarcando leggermente la schiena. Sentiva il calore del suo corpo vicino, l’odore lieve del suo profumo – qualcosa di floreale e speziato – che lo inebriava. A un certo punto, le loro mani si sono sfiorate per caso, o forse no: le dita di lei sottili contro le sue, ruvide per gli anni, lui ha sentito un brivido salire lungo la schiena. Avrebbe voluto prenderla lì, premere il corpo contro il suo appoggiandola al muro freddo del portico, far scivolare le mani sotto quel vestito per esplorare la pelle calda delle sue cosce.
Ma era un gioco sottile, una seduzione che si costruiva piano. “Hai un’aria misteriosa,” gli ha detto lei, ridendo piano, e i suoi occhi hanno brillato di una promessa non detta. Lui ha sorriso, avvicinandosi quel tanto che bastava per sentire il suo respiro accelerato. “E tu hai uno sguardo che potrebbe far perdere la testa a chiunque,” ha risposto, la mano che sfiorava il suo braccio, un tocco fugace ma elettrico. Lei non si è ritratta; anzi, ha lasciato che le sue dita indugiassero un attimo di troppo, e in quel momento immagina tutto: i suoi gemiti sommessi, il suo corpo che si inarcava sotto quello di lui, i capelli rossicci sparsi sul cuscino mentre la facevo sua.
Il treno è arrivato troppo presto, interrompendo quel momento sospeso. “Devo andare,” ha detto lei, ma i suoi occhi dicevano altro. “Ci rivediamo?” ha chiesto lui, la voce rauca per il desiderio represso. Lei ha annuito, un sorriso complice sulle labbra. “Domani, stesso posto. Non mancare.” E mentre si allontanava, con i fianchi che ondeggiavano in un ritmo ipnotico, lui ha sentito quella promessa echeggiare dentro di se: non era finita, era solo l’inizio di qualcosa di infuocato, di proibito, che lo avrebbe consumato.
Stava appoggiato a una colonna, controllando l’orologio per l’ennesima volta, quando l’ha vista avvicinarsi. Indossava un abito leggero, di quelli che aderiscono appena alle curve, lasciando intravedere la silhouette snella e invitante. I suoi occhi, di un castano profondo, si sono posati sui suoi, e da quel momento è iniziato il gioco. Un sorriso timido, ma con un velo di malizia, che gli ha fatto accelerare il battito. “Scusa, è questa la direzione per il centro?” gli ha chiesto, la voce morbida come seta, con un accento che tradiva origini emiliane.
Ha annuito, ma invece di rispondere subito, ha sostenuto il suo sguardo. I suoi occhi sono scivolati piano sui suoi capelli, poi sul collo esposto, dove una vena pulsava leggermente, tradendo forse lo stesso nervosismo che sentivo lui. “Sì, proprio da qui,” ha detto, la sua voce un po’ più bassa del solito, come se volesse avvolgerla in quel suono. Lei ha inclinato la testa, mordicchiandosi il labbro inferiore – un gesto innocente, ma che ha scatenato in lui un’onda di desiderio. Immaginava già le sue dita tra quei capelli rossicci, a tirarli piano mentre le baciava quel collo.
Si sono spostati un po’ più in là, sotto l’arco di un portico meno affollato, e la conversazione è fluita come un fiume in piena. Parlava di viaggi, di libri, ma erano i silenzi a parlare di più. Ogni volta che i loro sguardi si incrociavano, era come una scarica elettrica: gli occhi scendevano sul suo décolleté, dove il tessuto dell’abito si tendeva sui seni pieni, e lei non distoglieva lo sguardo, anzi, sembrava sfidarlo, inarcando leggermente la schiena. Sentiva il calore del suo corpo vicino, l’odore lieve del suo profumo – qualcosa di floreale e speziato – che lo inebriava. A un certo punto, le loro mani si sono sfiorate per caso, o forse no: le dita di lei sottili contro le sue, ruvide per gli anni, lui ha sentito un brivido salire lungo la schiena. Avrebbe voluto prenderla lì, premere il corpo contro il suo appoggiandola al muro freddo del portico, far scivolare le mani sotto quel vestito per esplorare la pelle calda delle sue cosce.
Ma era un gioco sottile, una seduzione che si costruiva piano. “Hai un’aria misteriosa,” gli ha detto lei, ridendo piano, e i suoi occhi hanno brillato di una promessa non detta. Lui ha sorriso, avvicinandosi quel tanto che bastava per sentire il suo respiro accelerato. “E tu hai uno sguardo che potrebbe far perdere la testa a chiunque,” ha risposto, la mano che sfiorava il suo braccio, un tocco fugace ma elettrico. Lei non si è ritratta; anzi, ha lasciato che le sue dita indugiassero un attimo di troppo, e in quel momento immagina tutto: i suoi gemiti sommessi, il suo corpo che si inarcava sotto quello di lui, i capelli rossicci sparsi sul cuscino mentre la facevo sua.
Il treno è arrivato troppo presto, interrompendo quel momento sospeso. “Devo andare,” ha detto lei, ma i suoi occhi dicevano altro. “Ci rivediamo?” ha chiesto lui, la voce rauca per il desiderio represso. Lei ha annuito, un sorriso complice sulle labbra. “Domani, stesso posto. Non mancare.” E mentre si allontanava, con i fianchi che ondeggiavano in un ritmo ipnotico, lui ha sentito quella promessa echeggiare dentro di se: non era finita, era solo l’inizio di qualcosa di infuocato, di proibito, che lo avrebbe consumato.
2
voti
voti
valutazione
6
6
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Stanza 106
Commenti dei lettori al racconto erotico