Tra la mia Ragazza e sua Cugina - Capitolo 2

di
genere
tradimenti

Dormo al fianco di Erika per svariate ore, colpevole di essermi sdraiato accanto a lei che già dormiva, dopo aver provato il calore della bocca di sua cugina sul mio corpo.
La parte peggiore di questa storia, credo sia il fatto che non mi sento tanto in colpa, nonostante ami Erika sinceramente, riesco a dormire accanto a lei, facendo finta di nulla.
Mi sveglio poi, poco dopo di lei che mi guardava riposare, con quella sua dolcezza e quel suo sorriso luminoso. “Ehi dormiglione, si sta facendo tardi, devo tornare a casa ho un sacco di cose da studiare!”
Mi rialzo leggermente sul letto. “Allora salutiamo e andiamo dai, che ci sarà sicuramente traffico.” La voce ancora rauca dal riposino. Inizio ad alzarmi e stiracchiarmi nel mentre.
“Tu inizia ad andare di là, io mi vado a dare una sciacquata e arrivo” dice alzandosi e uscendo dalla camera per andare in bagno, io ancora stonato la seguo fuori e vado in salone e lì trovo solo Giada, legge un libro stesa sul divano, con i piedi nudi in bella vista, piccolini con uno smalto bianco.
“Guarda chi c’è!” Esclama alzando gli occhi dal libro. “Sei venuto per il bis? In salone non mi sembra proprio il caso piccolo traditore!” Ridacchia, una risata leggera ed elegante, nel mentre continua a leggere.
“Non dovresti dirlo ad alta voce e comunque è stato un errore da non ripetere per la cronaca.” Dico prendendo la giacca dall’appendiabiti.
“Certo se tu ci credi, succederà ancora fidanzato di Erika.” Si alza in piedi, mi mette le braccia attorno al collo, alzandosi sulle punte di piedi per arrivare al mio orecchio. “Ora appartieni a me, ricordalo, non vedo l’ora di usarti di nuovo.” Mi sussurra all’orecchio, facendo scendere la mano destra lungo il mio corpo fino al mio posteriore e proprio in quel momento sbuca Erika dal corridoio.
“Franci eccoti! Vi siete già salutati vedo.” Guarda male sua cugina che mi sta appiccicata, uno sguardo assassino, dedicato a chi cerca sempre di entrare in competizione con lei.
Giada mi bacia la guancia, dicendomi alla prossima e poi come se nulla fosse, abbraccia Erika, pian piano anche la nonna e gli zii di Erika sbucano e quando salutiamo tutti andiamo via.
In macchina mentre riaccompagno Erika a casa sono silenzioso, lei canticchia le canzoni alla radio e io penso alle parole di Giada, ha ragione a chi voglio raccontarla, me la sarei sinceramente scopata anche su quel divano davanti a tutti, quella maledetta ragazza riesce a farmi eccitare con uno sguardo.
Arrivati sotto casa di Erika ci fermiamo per salutarci. “Finalmente hai conosciuto Giada, che ne dici, simpatica?” Mi guarda, sorride ma ha anche uno sguardo possessivo.
“Beh è piuttosto snob e altezzosa come l’hai descritto, quello che ti aspetti da una giurista insomma, però è simpatica” mi limito a dire questo, d’altronde non potrei dirle che sua cugina è anche una maga dei pompini.
“Sì però lo sai è sempre stata in competizione con me e odio come prima si sia appiccicata a te.” Mi accarezza la guancia dolcemente, marca il territorio.
“Amore mio, ma lo sai che per me conti solo tu, questa sarà l’unica competizione che non potrà mai vincere!” Che bugiardo che sono. Subito dopo ci baciamo e ci salutiamo, finalmente torno a casa ad elaborare tutto quello che è successo oggi.
Passa un po’ di tempo prima che succeda altro, tempo in cui Giada è sempre al centro dei miei pensieri, confonde tutte le mie idee e quando finalmente arriva l’occasione di vederla, inizio a fremere per l’eccitazione.
L’occasione in questione è il compleanno di Erika, dove la famiglia si sarebbe riunita a pranzo da Eri.
Arrivo da Erika con un regalo in mano e lo stomaco chiuso.
Non per l’ansia della festa.
Perché so che ci sarà lei.
Appena entro, sento voci dalla cucina. La famiglia è già riunita. Giulia mi corre incontro.
Lei è la sorella minore di Erika, poco più piccola di noi eppure la differenza si sente.
“Franci! Finalmente!” mi abbraccia senza pensarci due volte. Indossa un vestitino corto, troppo leggero per una domenica in famiglia. È sempre stata così, moderna, un po’ esibizionista senza rendersene conto. Per me resta la sorellina di Erika, quella che prendevo in giro anni fa.
“Cresci troppo in fretta tu,” le dico sorridendo.
“Non sono più una bambina,” ribatte, facendo finta di offendersi. Si gira su se stessa per farmi strada verso la cucina e, facendolo, la gonna del vestitino le sale pericolosamente su per le cosce. È un istinto primordiale, stupido e prettamente maschile: i miei occhi scivolano lì per un secondo di troppo prima di costringermi a guardare altrove. È la sorellina di Erika, diamine.
Ma quando alzo lo sguardo, incrocio subito un paio di occhi scuri che mi fissano dalla penisola della cucina.
Giada.
È seduta su uno sgabello, un calice di vino bianco già in mano nonostante sia mezzogiorno, e indossa un maglioncino a coste aderente che lascia poco all'immaginazione e un paio di jeans scuri. È casual, casereccia in teoria, ma su di lei tutto sembra un'arma di seduzione di massa. Ha visto esattamente dove era caduto il mio sguardo un attimo fa. Le sue labbra si increspano in un sorriso divertito e complice che mi fa raggelare e avvampare allo stesso tempo.
"Auguri amore!" grido, per distrarmi, andando incontro a Erika che sta spadellando ai fornelli. Ha un grembiule sporco di farina, i capelli raccolti in una coda disordinata. È bellissima nella sua normalità. La stringo da dietro, baciandole il collo, e le porgo il regalo. "Franci! Finalmente, stavo impazzendo con questo sugo," mi dice, girandosi per stamparmi un bacio sulle labbra. "Grazie per il regalo, lo scarto dopo insieme agli altri."
"Hai bisogno di una mano?" chiedo, cercando di fare il fidanzato perfetto. "In realtà sì," si intromette una voce roca alle mie spalle. Giada scende dallo sgabello e si avvicina a noi, invadendo il nostro spazio. "Francesco, saresti così gentile da aprirmi un'altra bottiglia? Erika è troppo indaffarata per dare retta ai suoi ospiti."
Il tono è mieloso, ma la frecciatina è palese. Sento i muscoli di Erika irrigidirsi sotto le mie mani. "Il cavatappi è nel cassetto, Franci," dice Erika, atona, tornando a girare il sugo con un po' troppa forza.
Vado verso il bancone. Giada mi segue da vicino. Mentre faccio leva per estrarre il tappo, lei si appoggia al mobile accanto a me, così vicina che il suo braccio sfiora il mio. "Vedo che hai un debole per la genetica di questa famiglia," mi sussurra Giada, la voce così bassa che può sentirla solo il mio orecchio. "Prima la cugina... poi l'occhietto lungo sulla sorellina. Sei un vero insaziabile."
“Smettila, è una ragazzina, Giada!” sibilo, il cuore che inizia a martellare. "Mai," risponde lei, prendendo la bottiglia dalle mie mani. Le sue dita indugiano volutamente sulle mie, accarezzandole.
Il pranzo si sposta a tavola. È il caos tipico dei compleanni: vassoi che passano, brindisi, Giulia che sta attaccata al telefono ridacchiando e spostandosi i capelli con gesti fin troppo sensuali per la sua età.
Io sono seduto accanto a Erika, ma Giada, con una mossa calcolata, si è piazzata esattamente di fronte a noi. A metà pasto, mentre tutti parlano del più e del meno, Giada appoggia i gomiti sul tavolo, sporgendosi in avanti. La scollatura del maglioncino cede leggermente alla gravità. "Allora, Francesco," dice a voce un po' più alta, catturando l'attenzione della nostra parte di tavolo. "Erika mi diceva che sei un fidanzato modello. Sempre presente, attento ai suoi... bisogni."
Erika smette di masticare. La guarda male. "Giada, che discorsi fai a tavola?" "Oh, andiamo Eri, siamo tra adulti," ribatte lei, candida. "È solo che l'altra volta, a casa di nonna, vi ho visti... sparire in camera per un bel po'. Devo dire che Francesco sembra uno che ci mette molta passione nelle cose che fa. Ha una resistenza invidiabile."
Il gelo. Giada ha detto una cosa tecnicamente innocente, riferendosi al nostro 'riposino', ma io e lei sappiamo esattamente a cosa si sta riferendo con la parola 'resistenza'.
Erika è rossa in viso. Sotto il tavolo, la sua mano scatta sulla mia coscia. Le sue unghie si piantano attraverso la stoffa dei pantaloni. Non è una carezza passionale come l'altra volta, è una morsa di pura territorialità e rabbia. "Francesco sa perfettamente come rendermi felice," sibila Erika, guardando la cugina negli occhi, accettando la sfida. "Non ha occhi per nessun'altra."
Giada sorride, prende il suo calice di vino e, guardandomi dritto negli occhi da sopra il bordo del bicchiere, si passa lentamente la lingua sul labbro inferiore. "Ne sono convinta," mormora Giada. "Ma attenta, cugina. A volte gli uomini più affamati sono proprio quelli che sembrano sazi."
Il respiro mi si mozza in gola. Sotto il tavolo, la mano di Erika sale più in alto, stringendomi con possesso.
Sembra una trappola perfetta. Ma è in quel momento che sento un rumore ovattato. Il tonfo leggero di una scarpa col tacco che viene lasciata cadere sul pavimento.
Sbatto le palpebre, confuso per una frazione di secondo, prima di sentire un tocco caldo e liscio sfiorarmi la caviglia. È il piede nudo di Giada.
Mentre di sopra, alla luce del sole, lo zio Roberto inizia a raccontare un aneddoto noiosissimo sul suo nuovo pacchetto per guardare le partite e Giulia continua a scattarsi selfie di nascosto, sotto il tavolo si sta consumando la mia condanna. Le dita del piede di Giada, con quello smalto bianco che avevo notato sul divano, risalgono lentamente lungo il mio polpaccio. Il tocco è leggero, quasi uno sfioramento, ma brucia attraverso il tessuto dei miei pantaloni.
Il mio cervello va in corto circuito. Alla mia destra, la mano di Erika mi stringe la coscia sinistra con forza, marchiando il territorio. Dal lato opposto, il piede di Giada sta risalendo la mia gamba destra, invadendo il campo nemico con una sfacciataggine letale. Prego disperatamente che Erika non si accorga di nulla, che i loro arti non si sfiorino per sbaglio. Basterebbe un millimetro per far crollare tutto.
Giada non guarda in basso, non fa una piega. Continua a sorseggiare il suo vino, annuendo educatamente alle parole dello zio Roberto, ma il suo piede ha un obiettivo preciso. Supera il ginocchio. Sfiora l'interno coscia. E poi, con una precisione chirurgica, l'arco del suo piede si posa esattamente sul mio inguine.
Sussulto, un piccolo scatto incontrollato che fa sbattere il mio ginocchio contro il tavolo. I bicchieri tintinnano. "Tutto bene, Franci?" mi chiede la madre di Erika, interrompendo il brusio. "Sì... sì, scusate," balbetto, sentendo il sudore freddo imperlarmi la fronte. "Ho solo sbattuto la gamba."
Giada mi fissa e l'angolo della sua bocca si piega in un sorrisetto crudele e meraviglioso. Come se non bastasse, inizia a muovere le dita del piede. Preme proprio lì, dove l'eccitazione mi ha già indurito, massaggiando la mia virilità intrappolata nei pantaloni con movimenti lenti e circolari. Il contrasto è folle: l'alluce di Giada affonda contro la cerniera, stuzzicandomi con una pressione esperta, mentre la mano di Erika è a pochi centimetri di distanza, completamente ignara, stringendomi in un gesto di amore possessivo.
Chiudo gli occhi per un istante, respirando a fatica. Il calore che mi irradia dal basso ventre è troppo intenso, troppo sbagliato e troppo eccitante. "Allora, Francesco," interviene all'improvviso il padre di Erika. “Gli esami? Come vanno?"
Apro gli occhi, nel panico. "Gli... esami sì!" La mia voce esce strozzata. Il piede di Giada sta facendo scivolare l'alluce su e giù lungo tutta la lunghezza, aumentando la pressione proprio sulla punta. Sto impazzendo. "Sì, ehm... diritto commerciale mi sta mettendo a dura prova!" Non so nemmeno io cosa sto dicendo.
“Ah sì, diritto commerciale è davvero tosto” interviene Giada, la voce suadente. E mentre parla, preme il tallone con decisione contro di me, strappandomi un mezzo gemito che riesco a camuffare con un colpo di tosse. "Bisogna solo saperlo stimolare nel modo giusto, vero Francesco?"
Erika mi guarda, accigliata, notando la mia fronte sudata e il respiro corto. "Amore, sicuro di stare bene? Sei caldissimo." "Sto bene," riesco a sussurrare, incapace di muovermi. "È solo... fa molto caldo qui dentro."
Giada sorride, vittoriosa. Continua a tormentarmi sotto il tavolo, portandomi pericolosamente vicino al limite in mezzo a dieci persone, dimostrandomi, senza dire una parola, che ormai il mio corpo obbedisce solo a lei.
Poi decide che è il momento di chiudere la partita. L'alluce preme esattamente sul punto di massima sensibilità attraverso la stoffa tesa dei miei pantaloni, mentre la pianta del suo piede nudo scivola su e giù con una foga silenziosa, spietata e micidiale.
Mi aggrappo ai bordi della sedia con entrambe le mani. Le nocche diventano bianche. La mano di Erika è ancora lì, appoggiata sulla mia coscia sinistra, ma la mia mente non riesce più a registrarla. Sento solo l'attrito bruciante del piede di Giada sulla mia virilità ormai dolorosamente eretta e pulsante.
Erika si volta verso sua madre all'altro capo della tavola: "Mamma, la torta la portiamo adesso?" È la mia fine. Senza lo sguardo vigile della mia ragazza addosso, Giada affonda il colpo. Aumenta il ritmo, piegando le dita del piede per massaggiarmi con una precisione che mi fa sgranare gli occhi. Fisso il piatto sporco davanti a me. Il respiro mi si incastra nei polmoni, il petto si blocca. Non posso ansimare. Non posso muovermi. Non posso fermarla.
Giada prende il suo calice di vino, mi fissa sfacciatamente, con gli occhi scuri che brillano di una lussuria trionfante. Beve un piccolo sorso proprio nel momento in cui io... mi spezzo.
L'orgasmo mi investe con una violenza inaudita. È un'onda d'urto silenziosa che mi fa inarcare impercettibilmente contro lo schienale. Stringo i denti fino a farmi male alla mandibola, serrando le labbra per soffocare il gemito che minaccia di lacerarmi la gola. I miei muscoli si contraggono in uno spasmo totale sotto il tavolo, mentre il piacere esplode caldo, intenso e assoluto, macchiando irrimediabilmente l'interno dei miei pantaloni in una serie di pulsazioni che mi tolgono ogni briciolo di lucidità.
Tutto questo succede in una manciata di secondi, mentre la madre di Erika risponde placidamente: "Sì tesoro, vado a prenderla."
Sono svuotato. Tremante. Distrutto. Sotto il tavolo, il piede di Giada rallenta, accarezzandomi un'ultima volta con una lentezza crudele, assaporando la mia resa totale, prima di scivolare via. Pochi istanti dopo, sento il tonfo sordo, quasi impercettibile, del suo tacco che ritocca il pavimento.
Giada appoggia il bicchiere, si passa un tovagliolo sulle labbra umide e mi sorride con una dolcezza finta e velenosa. "Francesco, sei un po' pallido," dice ad alta voce, attirando l'attenzione di tutti. "Sicuro di non aver mangiato troppo?"
Erika si volta subito verso di me, la territorialità sostituita da una sincera preoccupazione. Mi passa una mano sulla schiena madida di sudore freddo. "Amore? Sei bianco come un lenzuolo. Vuoi andare in bagno a sciacquarti la faccia?"
La guardo con un senso di colpa che mi schiaccia lo stomaco, misto a un terrore puro. Il bagno. Devo correre in bagno prima di alzarmi e mostrare a tutta la sua famiglia la prova umida e inequivocabile di ciò che sua cugina mi ha appena fatto davanti ai loro occhi.
“Porca troia”, dico arrivato in bagno, mi pulisco velocemente e cerco di ricompormi il più possibile. Proprio quando finisco e inizio a sciacquarmi le mani, qualcuno bussa e apre la porta, è Erika. “Amore tutto bene? Ti è salita la febbre?” Mi abbraccia da dietro, baciandomi la tempia per sentire la temperatura.
“Amore sì, non so cosa sia stato ma è passato!” Dico sorridendole attraverso lo specchio, fingo indifferenza.
Erika a quel punto mi gira di scatto, mi guarda negli occhi esaltati con quella sua dolcezza e simpatia. “Bene perché appena si ritireranno tutti a dormire, ho bisogno di farmi una scopata!” Inizia a toccarmi di sotto attraverso i pantaloni, cazzo ed è bellissimo perché sono così sensibile ora. “Giada mi fa salire il nervoso, con tutte quelle sue cazzate e tutti quei modi di attirare l’attenzione, sento proprio il bisogno di far capire chi comanda!”
“Ehi amore che vuoi fare per affermare il comando, scoparmi di là mentre mangiamo la torta?” Ironizzo sulla cosa, anche se a ogni suo movimento mi ribolle il sangue.
“Ma no scemo, è più una cosa mia mentale, a dopo piccolo, ora torno di là!” Mi lascia in bagno con un bacio sulla guancia e, quando torno in sala, il pranzo sta finalmente volgendo al termine e arriva il momento della torta. Siamo tutti inevitabilmente vicini a guardare Eri dietro la torta e Giada, con ancora il suo vino in mano, si appiccica di nuovo a me.
"Esprimi un desiderio, Eri!" trilla Giulia, sporgendosi in avanti con il telefono già puntato per fare un video, offrendomi un'altra inquadratura della sua scollatura che cerco disperatamente di ignorare.
Erika chiude gli occhi, stringe le mani a pugno, sorride e soffia. Applausi. "Foto, foto! Tutti vicini!" ordina Giulia, gesticolando frenetica. "Franci, mettiti in mezzo con le cugine!"
È una trappola mortale, ma non posso tirarmi indietro. Mi alzo, rigido come un pezzo di legno. Erika mi si stringe al fianco sinistro, passandomi un braccio attorno alla vita, appoggiando la testa sulla mia spalla. Un secondo dopo, sento il calore del corpo di Giada premere contro il mio fianco destro. Il suo profumo speziato mi investe i sensi, azzerando l'odore di zucchero della torta.
Giulia alza il telefono. "Tutti dicono cheese!" Mentre tutti guardano l'obiettivo, la mano di Giada, nascosta dietro la mia schiena, scivola pericolosamente verso il basso, sfiorando l'elastico dei miei pantaloni. Mi si mozza il fiato.
E proprio mentre scatta il flash, Giada si inclina appena verso di me, sfiorandomi l'orecchio con le labbra in un gesto che agli occhi di tutti sembra un innocente sussurro complice tra futuri parenti.
"Ti vedo... rassicurato, Franci," sussurra, la voce un graffio caldo sulla mia pelle. "Spero tu ti sia pulito bene. Sarebbe un vero peccato se la mia dolce cuginetta trovasse il mio disastro nei tuoi pantaloni più tardi... o se scoprisse che hai già dato il meglio di te."
Il flash mi acceca. Deglutisco a vuoto, il cuore che mi rimbomba nelle orecchie. Lei sa. Forse ci ha sentiti in corridoio, o forse ha semplicemente intuito l'eccitazione di Erika. Mi allontano non appena la foto è fatta, sentendomi letteralmente braccato.
Il taglio della torta passa in una nebbia di chiacchiere. Mangio senza sentire i sapori. Sento solo il tessuto umido contro l'inguine e lo sguardo insistente di Giada che mi brucia addosso da sopra la forchetta. Erika, ignara di tutto, mi stringe di nuovo la coscia sotto il tavolo. Questa volta è una carezza inequivocabile, un promemoria di quello che mi aspetta appena saremo soli.
"Mamma, noi andiamo a riposarci un po' di là," annuncia Erika una mezz'ora dopo, alzandosi e tirandomi per la mano. "Tanto la festa vera la facciamo stasera con gli amici." "Andate, andate," risponde la madre, iniziando a sparecchiare.
Mentre seguo Erika verso la camera, sento lo sguardo di Giada trapanarmi la schiena. Mi volto solo per un istante, sulla soglia del corridoio. Giada è appoggiata allo stipite della porta della cucina. Non sorride più. Mi guarda con un'espressione indecifrabile, famelica, come se stesse calcolando la sua prossima mossa. Chiudo la porta della camera alle mie spalle, sapendo benissimo che, chiunque sia a "comandare" ora, io sono fottuto in entrambi i casi.
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scritto il
2026-02-28
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