La Mia Odiosa Gemella Tettona - capitolo 1
di
_ale_
genere
incesti
Il profumo stucchevole di vaniglia di mia sorella mi riempie le narici, ma viene subito coperto dall'odore pungente del nostro sudore. Affondo le mani nelle sue lenzuola chiare e perfettamente stirate, stringendole fino a far sbiancare le nocche, mentre spingo i fianchi in avanti.
Sotto di me, Alice ansima. Il suo viso dolce, incorniciato da quei capelli castani ormai appiccicati alla fronte sudata, è una maschera di puro piacere. È uno spettacolo vederla così, completamente abbandonata. Le mie mani scivolano giù, lungo i suoi fianchi, fino ad afferrare con forza quel culone morbido e burroso che mi fa impazzire. La stringo, affondando le dita nella sua carne, sollevandola appena per spingermi ancora più a fondo.
"Cazzo, Alice..." mormoro a denti stretti, piegandomi su di lei. "Ti piace farlo qui, eh? Sul letto immacolato della tua migliore amica?"
Lei spalanca gli occhi lucidi, mordendosi il labbro inferiore per non urlare. "Gio... ah... sei un bastardo."
"Rispondimi," la incalzo, afferrandole i seni pesanti. Le sfrego i pollici sui capezzoli già duri, sentendola inarcare la schiena contro di me. "Dimmelo che ti fa impazzire sapere che stiamo sporcando il suo santuario."
"Sì..." ansima lei, graffiandomi le spalle. "Sì, cazzo, non fermarti. Spingi di più."
Il suo gemito mi fa perdere del tutto la testa. Aumento il ritmo, lasciandomi guidare dall'istinto. Ogni volta che affondo, i nostri corpi sbattono producendo un rumore umido e osceno che rimbomba in questa stanza fin troppo silenziosa.
"Sei bellissima quando fai la troia per me," le sussurro all'orecchio, la voce roca per lo sforzo.
La sento stringersi intorno a me, le gambe che mi cingono i fianchi costringendomi a un gemito forte. Il ritmo accelera: pelle contro pelle, i suoi gemiti che si mescolano al suono dei nostri corpi che si cercano con violenza.
"Sto per venire, Gio... cazzo, ci sono quasi!" sussurra lei a mezza voce, terrorizzata che qualcuno possa sentirci, ma incapace di trattenersi.
"Vieni per me, Alice. Sporca tutto."
Sto per cedere anche io, i muscoli tesi allo spasmo, pronto a svuotarmi dentro di lei con un grugnito roco, quando un rumore metallico ci gela il sangue nelle vene.
Click.
La serratura della porta d'ingresso che scatta.
Il rumore metallico della serratura non mi blocca. Al contrario, è la fottuta scintilla finale. Il panico puro si mescola all'adrenalina in un cortocircuito che mi fa esplodere. Non riesco a trattenermi. Un grugnito roco mi graffia la gola mentre mi svuoto dentro di lei, sentendo gli spasmi violenti di Alice che mi stringono un'ultima volta.
Ma non c'è tempo per godersela, non c'è tempo per riprendere fiato.
"Cazzo, cazzo, cazzo! Muoviti!" le sibilo, sfilandomi di scatto e barcollando all'indietro.
Il rumore della porta d'ingresso che sbatte rimbomba nel corridoio, seguito dal rumore inconfondibile dei tacchi di mia sorella. Afferro i boxer e i jeans, infilandoli con una goffaggine dettata dal terrore. Alice è un fulmine: si tira su gli slip e si rimette la maglietta, lisciandosi la gonna con le mani che tremano. Do una passata frenetica alle lenzuola chiare, cercando di far sparire le pieghe che i nostri corpi sudati hanno appena lasciato.
Siamo in piedi, distanti un metro l'uno dall'altra, col respiro ancora spezzato, quando la maniglia della camera si abbassa.
La porta si spalanca e sulla soglia si staglia Anna. La mia odiosa, insopportabile metà.
Ci scruta per un secondo, gli occhi scuri che passano da me ad Alice. L'aria in stanza puzza ancora di sesso e vaniglia, e prego che il suo naso da vipera sia tappato.
"Che diavolo ci fate in camera mia?" sbotta, incrociando le braccia sotto il petto.
E a proposito di petto... è impossibile non guardare. Anna è una stronza arrogante, ma madre natura ha deciso di dotarla di un fisico che fa girare la testa a mezzo mondo. Indossa un dolcevita a coste beige stretto da morire, infilato dentro un paio di jeans scuri a vita alta. Quel maglione sembra letteralmente dipinto addosso, teso all'inverosimile sulle sue tette enormi. Le costine chiare del tessuto si allargano e si deformano, enfatizzando la curva esplosiva e pesante dei suoi seni, tanto che sembra che le cuciture possano cedere a ogni respiro rabbioso. È formosa, sfacciata, con quei capelli a caschetto perfetti che le incorniciano un viso che avrei voglia di prendere a sberle un giorno sì e l'altro pure.
"Cercavamo... cercavamo un libro," invento, passandomi una mano tra i capelli spettinati, cercando di sembrare il più annoiato possibile. Il solito disprezzo che ci riserviamo a vicenda è la mia migliore copertura.
Anna alza un sopracciglio perfetto, il suo sguardo che si fa ancora più tagliente. Non sa nulla di me e della sua migliore amica, ma non è stupida. "Un libro. Certo. Sul mio letto, immagino," sibila, facendo un passo avanti. Il seno abbondante sussulta leggermente sotto la stoffa tesa, un dettaglio ipnotico che stride con l'odio viscerale che provo per lei. "Fuori da qui, Gio. E tu, Ali, la prossima volta che ti porta a esplorare casa mia, almeno assicurati che si pettini prima di farsi trovare."
Alice sbianca, annuendo in silenzio, ma riesco a vedere la vena del suo collo pulsare impazzita. Ce la siamo vista brutta. Troppo brutta.
Mi chiudo la porta della mia camera alle spalle e mi ci appoggio contro, buttando fuori un sospiro che non sapevo di trattenere. Il cuore mi batte ancora a mille contro le costole, e nei boxer sento i postumi dell'adrenalina e dell'orgasmo rabbioso che mi sono appena rubato.
Sono due mesi. Due fottuti mesi che mi scopo Alice di nascosto.
Abbiamo tutti e tre vent'anni, ma a volte, quando sono vicino a mia sorella, mi sembra di vivere in un asilo per egocentrici. Anna e io non andiamo d'accordo su niente. Zero assoluto. La detesto visceralmente. Detesto la sua fame costante di apparire, quel suo bisogno patologico di piacere a tutti, di essere sempre al centro dell'attenzione. È una fottuta poser, sempre alla ricerca dell'angolazione giusta per una foto, sempre pronta a strizzare quelle sue tette enormi in maglie troppo strette o ad ancheggiare per farsi sbavare dietro dai morti di figa. È arrogante, superficiale, e questa sua vanità mi fa ribollire il sangue.
Mi stacco dalla porta e mi butto di peso sul letto, passandomi le mani sulla faccia.
Eppure, eccomi qua.
Mi giro a pancia in su, fissando il soffitto bianco della mia camera. Faccio il duro, cerco di convincermi di essere un bastardo cinico, uno che si prende quello che vuole senza rimorsi. Ma la verità, quella che non ammetterei nemmeno sotto tortura, è che sono un fottuto disastro. Sotto questa corazza da stronzo sbruffone, c'è un ragazzo che ogni volta che guarda Alice negli occhi, dopo averla usata in quel modo, sente una morsa di senso di colpa stringergli lo stomaco. Non le voglio male. È dolce, Alice.
Ma il problema è un altro. Il problema è che lei è solo un palliativo.
Torno con la mente ad Anna. La mia odiosa, insopportabile metà. È un pensiero malato, lo so. Non la sopporto, detesto il suo modo di fare, la sua finta perfezione per i social, eppure... cazzo, mi ha sempre eccitato da morire. Forse è proprio tutto quell'odio, quell'attrito costante e viscerale tra noi, a trasformarsi in un cortocircuito, in una tensione sessuale che mi sta letteralmente divorando.
È iniziato tutto due estati fa. Eravamo nella nostra casa vacanze, al mare.
C'è questa finestra del bagno, al piano terra, che dà direttamente sul retro del giardino, mezza nascosta da un vecchio cespuglio di gelsomino. Una sera ero fuori al buio, da solo, a fumare l'ultima sigaretta. La luce del bagno si è accesa, illuminando il vetro che Anna aveva lasciato socchiuso per far uscire il vapore. Poi ho sentito il rumore dell'acqua.
Mi sono avvicinato senza far rumore. Invisibile nell'ombra del giardino, ho guardato attraverso la fessura. E l'ho vista.
Anna era sotto l'acqua, la schiena inarcata e i capelli bagnati appiccicati alla pelle. Il vapore annebbiava i contorni, ma le sue forme esplosive erano inequivocabili. Sono rimasto lì, completamente ipnotizzato, a guardare il sapone scivolare sulla sua pelle. Le sue mani si muovevano lente, insaponando quelle sue tette enormi e pesanti, massaggiando la carne con una flemma che mi faceva mancare l'aria nei polmoni. I capezzoli scuri erano turgidi per l'acqua fredda. L'acqua scrosciava sul suo corpo, accarezzando la curva dei fianchi e quel culo rotondo e sfacciato, mentre lei buttava la testa all'indietro, ignara di tutto.
Non sono riuscito a fermarmi. Nascosto nel buio, con il profumo dolce del gelsomino e quello del suo bagnoschiuma che mi riempivano le narici, mi sono slacciato i pantaloni.
Mi sono segato lì, a due metri da lei, separato solo da una zanzariera e dal buio. Stringevo il cazzo con una foga disperata, sentendomi il peggiore dei pervertiti e allo stesso tempo provando l'eccitazione più cruda e intensa della mia vita. Ogni volta che le sue mani sfioravano i suoi stessi seni, il mio respiro si spezzava. Sono venuto così, gemendo piano nel palmo della mano per non farmi sentire, i muscoli tesi allo spasimo, con l'immagine del corpo nudo di mia sorella gemella incisa a fuoco nel cervello.
E da quella sera, da quel fottuto istante nel giardino, non ho più smesso di desiderarla.
eppure, se devo tracciare una linea di demarcazione, il momento esatto in cui questo fottuto castello di carte ha iniziato a crollare, puntando dritto verso il disastro, è stato a metà luglio.
I nostri genitori erano già partiti per la casa vacanze. Noi li avremmo raggiunti la settimana successiva, ma prima ci era toccata l'ingrata e penosa condanna di fare le pulizie di fondo di tutta la casa. Fuori c'erano trentacinque gradi all'ombra, l'aria condizionata del piano di sopra faceva i capricci e in casa si soffocava.
E poi c'era Anna.
Il problema principale di mia sorella è che, nella sua testa bacata, io non sono un uomo. Sono solo Gio, il suo insopportabile gemello, un elemento d'arredo al pari del divano o della lampada in corridoio. E siccome faceva un caldo infernale, aveva deciso che il pudore era un optional. Girava per casa con un paio di micro-shorts in denim talmente corti e sfilacciati che le entravano letteralmente nel culo, lasciando scoperte le cosce piene e abbronzate. Ma il peggio era sopra. Indossava solo un top a fascia bianco, di cotone leggerissimo. Niente reggiseno. Il tessuto era teso allo spasimo sul suo seno abbondante, la stoffa che si tendeva pericolosamente a ogni respiro, lasciando intravedere l'ombra scura dei capezzoli turgidi ogni volta che si piazzava davanti al ventilatore.
Era uno spettacolo da far perdere la testa a chiunque, ma io dovevo fare finta di niente. Dovevo fare il duro, mentre dentro stavo impazzendo.
"Muoviti a passare quello straccio, Gio," sbuffò lei, passandosi una mano tra i capelli a caschetto appiccicati alla nuca per il sudore. "Non voglio passare tutto il sabato a respirare polvere perché tu sei una lumaca."
Eravamo nella sua tana, la sua camera da letto. L'aria odorava pesantemente di vaniglia, del suo sudore dolce e di detergente per pavimenti.
"Se alzassi quel tuo bel culo principesco dal letto e mi dessi una mano, stronza, avremmo già finito da un pezzo," le ringhiai contro, stringendo il manico della scopa fino a farmi sbiancare le nocche.
"Io sto spolverando le mensole, cieco che non sei altro," ribatté, allungandosi verso lo scaffale più alto. Il movimento le fece sollevare il top di un paio di centimetri, scoprendo la pancia piatta e la curva inferiore di quei due seni pesanti che sembravano voler evadere da un momento all'altro. "Passa bene sotto il letto, è pieno di gatti di polvere."
Deglutii a fatica, distogliendo lo sguardo per non saltarle addosso. "Non darmi ordini. Lo so come si pulisce."
Mi piegai sulle ginocchia, imprecando a mezza voce, e infilai la scopa sotto la struttura del suo letto matrimoniale. Iniziai a tirare verso l'esterno, spazzando via la polvere accumulata.
"Guarda che stai tralasciando l'angolo sinistro," mi punzecchiò ancora, incrociando le braccia sotto il petto, un gesto che non fece altro che spingerle le tette ancora più in su, offrendole alla mia vista in modo sfacciato.
"Vuoi farlo tu? Tieni, fottuta maestrina!" sbottai, dando uno strattone rabbioso con la scopa sotto il letto.
La spazzola urtò contro qualcosa di pesante. Sentii un tonfo sordo, seguito dal rumore di plastica che rotolava sul parquet.
Tirai indietro la scopa. Insieme a un grumo di polvere, da sotto le lenzuola candide, era appena rotolato fuori un cilindro di silicone rosa shocking.
Un vibratore. Bello grosso, per giunta. Con tanto di venature in rilievo, lucido e inequivocabile.
Si fermò esattamente al centro della stanza, tra le mie scarpe da ginnastica e i piedi nudi di Anna.
Il silenzio che calò nella stanza fu assordante. Si sentiva solo il ronzio meccanico del ventilatore. Rimasi bloccato, in ginocchio, gli occhi incollati a quel fottuto giocattolo. La mente mi andò in tilt, bombardata dall'immagine fulminea e violentissima di lei, da sola in quel letto, nuda, che usava quella roba spingendosela dentro mentre si stringeva il seno. Il sangue mi defluì dal cervello per scendere tutto prepotentemente verso il basso.
Alzai lentamente la testa.
Anna era pietrificata. Le sue braccia erano ricadute lungo i fianchi. Il suo viso, di solito coperto da quella maschera di insopportabile arroganza, era andato letteralmente a fuoco, tingendosi di un rosso porpora che le arrivava fino alla scollatura. I suoi occhi scuri erano sgranati, carichi di un panico totale, vulnerabile. Non l'avevo mai vista così.
"Bene," mormorai, la voce improvvisamente un'ottava più bassa e roca, incapace di staccarle gli occhi di dosso. "A quanto pare, la principessa ha degli hobby interessanti."
La mia battuta le arriva addosso come uno schiaffo.
Per un secondo lunghissimo, Anna resta congelata, gli occhi sgranati e le labbra socchiuse. Il rosso porpora che le infiamma il collo e le guance è la cosa più fottutamente reale che le abbia mai visto in faccia. La sua maschera di perfezione arrogante è andata in frantumi sul pavimento, proprio accanto a quel coso di silicone.
Poi, l'imbarazzo si trasforma in pura, cieca furia.
"Fatti gli affari tuoi, stronzo!" sibila, scattando in avanti con la grazia di una pantera rabbiosa. Si piega per afferrare il vibratore, ma il panico la rende goffa.
Mi alzo in piedi di scatto, torreggiando su di lei. L'istinto di farla impazzire è troppo forte. Faccio un passo avanti, costringendola a indietreggiare. I nostri petti arrivano a sfiorarsi. L'aria tra noi è improvvisamente densa, satura del calore asfissiante della stanza e dell'odore dolce e sudato della sua pelle.
"Miei affari?" la provoco, abbassando il tono della voce. Non riesco a staccare gli occhi da lei. La vicinanza è un errore madornale, ma non mi sposto di un millimetro. "Sono io quello che ha appena tirato fuori il tuo amichetto da sotto il letto. A giudicare dalle dimensioni, direi che la sorellina ha un disperato bisogno di attenzioni che i suoi follower non possono darle."
"Chiudi quella cazzo di bocca!" esplode Anna, piantandomi i palmi delle mani contro il petto per spingermi via.
Ma non mi muovo. La sua spinta si trasforma in un contatto prolungato. Le sue mani scottano attraverso il cotone leggero della mia maglietta. Sento il respiro corto e affannoso di mia sorella spezzarsi a pochi centimetri dal mio viso. Il suo petto si alza e si abbassa a un ritmo frenetico, e quel minuscolo top bianco a fascia, già teso all'inverosimile, è diventato una tortura visiva. A ogni respiro rabbioso, la stoffa chiara si tende sui capezzoli duri, offrendomi uno spettacolo che mi fa pulsare il sangue nelle tempie.
Lei se ne accorge. I suoi occhi scendono per un istante, seguendo il mio sguardo incollato alla sua scollatura. Avvampa di nuovo, ma invece di coprirsi, invece di scappare come farebbe chiunque, fa la cosa più pericolosa che potesse fare: solleva il mento e mi sfida.
"Almeno io non ho bisogno di nascondermi in camera per sfigati," mi sputa addosso, gli occhi scuri che mi trapassano. La sua voce trema appena, tradendo l'eccitazione e la vergogna che le stanno incendiando i nervi. "Non guardarmi in quel modo, Gio."
"In quale modo?" sussurro, facendo un altro passo impercettibile verso di lei. La costringo con le spalle contro l'anta dell'armadio. Il calore che emana il suo corpo mi sta letteralmente ubriacando.
"Come se avessi fame," mormora lei, e per la prima volta la sua voce è un soffio roco, privo di tutta l'arroganza di sempre.
Restiamo lì, incastrati l'uno nell'orbita dell'altra. Le sue mani sono ancora premute contro il mio petto, ma ora le dita sono leggermente arricciate sulla mia maglietta. I nostri respiri si mescolano nell'aria bollente della stanza. La sento deglutire. La tensione è una corda di violino tesa fino allo spasimo, pronta a spezzarsi da un momento all'altro.
Le sue parole, sussurrate con quel filo di voce rotta, mi colpiscono come una secchiata d'acqua ghiacciata.
Come se avessi fame.
Cazzo. Mi ha letto dentro. Ha visto esattamente quello che cerco disperatamente di nascondere dietro le mie frecciatine da bastardo.
Per un secondo infinito, nessuno dei due si muove. Il mio petto è incollato al suo, sento il battito impazzito del suo cuore contro le mie costole e il calore della sua pelle che mi incendia i nervi. Abbasso lo sguardo sulle sue labbra socchiuse, lucide per il sudore, e la tentazione di annullare quei fottuti millimetri che ci separano è così forte da farmi male fisicamente. Voglio assaggiarla. Voglio zittirla nel modo peggiore possibile.
Ma prima che il mio cervello vada completamente in corto circuito, l'istinto di sopravvivenza di Anna prende il sopravvento.
Con uno strattone violento, mi pianta le mani sul petto e mi spinge via con tutta la forza che le rimane. L'incantesimo si spezza, lasciandomi addosso una sensazione di vuoto improvviso.
"Fuori da camera mia!" mi urla addosso, la voce che ora le trema in modo incontrollabile.
Si china con uno scatto felino, afferra il vibratore di silicone dal pavimento e se lo nasconde dietro la schiena, il viso paonazzo e gli occhi scuri che le brillano di rabbia, di vergogna e di qualcosa che assomiglia in modo pericoloso all'eccitazione. Il suo respiro solleva in modo quasi ipnotico quel top bianco ormai fradicio. "Fuori, Gio! E non azzardarti mai più a entrare qui dentro!"
Faccio un passo indietro, alzando le mani in segno di resa, ma il respiro mi esce a fatica e sento i muscoli tesi come corde di violino. "Rilassati, principessa," la provoco un'ultima volta, la voce roca. "Non volevo rubarti il fidanzato."
"Fuori!" strilla lei, indicando la porta con una mano tremante.
Faccio dietrofront ed esco nel corridoio, il sangue che mi pompa nelle orecchie come un tamburo. Appena sento la serratura della sua porta scattare alle mie spalle con un colpo secco, mi appoggio al muro, chiudendo gli occhi e buttando fuori tutta l'aria che avevo nei polmoni.
Mi passo una mano tra i capelli sudati, la mente che viaggia alla velocità della luce. Ho i pantaloni stretti, il cazzo duro come il marmo e un senso di vertigine che mi annebbia la vista.
La odio. La odio da morire. Ma quello che ho appena visto nei suoi occhi, mentre la schiacciavo contro l'armadio, non era solo imbarazzo. Era una fottuta scintilla.
E so, con una certezza che mi terrorizza e mi fa impazzire allo stesso tempo, che la linea è stata superata. La miccia è accesa e non c'è più modo di spegnerla. Ho bisogno di sfogarmi, e so esattamente chi chiamare.
Qualche giorno dopo, la sera prima della partenza.
La casa doveva essere vuota. avevo un disperato bisogno di scaricare l'adrenalina tossica che mi avvelenava il sangue da quel incidente del vibratore. Il ricordo di Anna, rossa in viso e col fiato corto in camera sua, mi stava letteralmente facendo impazzire.
Così ho chiamato Alice.
Eravamo sul mio letto da non so quanto tempo. Le lenzuola erano ormai un groviglio informe sotto di noi. Di solito con lei sono dolce, il classico "patatone", ma stasera non ci riuscivo. C'era un'energia feroce che mi scorreva nelle vene, una rabbia inespressa che stavo riversando completamente sul suo corpo morbido.
Le tenevo i polsi bloccati contro il materasso con una mano sola, stringendo la presa, e mi muovevo con una foga cruda, intensa, quasi violenta nella sua precisione. Non le davo tregua.
"Gio... cazzo..." ansimava Alice, buttando la testa all'indietro. I suoi gemiti erano rumorosi, acuti, disperati e senza alcun freno.
"Zitta," le ho ringhiato, la voce arrochita dallo sforzo. Mi chinai su di lei, implacabile. "Vuoi che ci sentano i vicini?"
Eppure, proprio mentre affondavo in lei con un colpo ancora più deciso, con la coda dell'occhio ho captato un movimento. La porta della mia camera era rimasta socchiusa, lasciando una fessura sul corridoio buio.
Mi sono bloccato per una frazione di secondo. C'era un'ombra. Ho messo a fuoco la fessura e il sangue mi si è gelato per un istante, per poi tornare a scorrere a una velocità spaventosa.
Era Anna. Era tornata prima.
Mi aspettavo che spalancasse la porta, che mi urlasse contro, che facesse la sua solita scenata di superiorità umiliando Alice. Invece era immobile. Pietrificata nel buio. E quando i miei occhi si sono incrociati con i suoi attraverso quello spiraglio, ho visto qualcosa che mi ha fatto saltare il cervello.
Non c'era disgusto. Non c'era rabbia. Il suo petto si alzava e si abbassava freneticamente, il respiro corto. Si stava mordendo il labbro inferiore con una foga tale da farsi male. I suoi occhi scuri, fissi sui miei muscoli contratti e sul modo in cui stavo distruggendo la sua migliore amica, erano dilatati, lucidi e carichi di una fame assoluta.
Cazzo. Le stava piacendo. La stavo eccitando da morire.
Questa consapevolezza mi ha colpito come una scarica elettrica. Sapere che mia sorella gemella, quella stronza arrogante che fa finta che io non esista, era lì fuori a guardare di cosa ero capace... era la fottuta benzina sul fuoco.
Invece di fermarmi, non ho interrotto il contatto visivo con lei. Ho cambiato ritmo. Sono diventato ancora più spietato. Ho usato Alice, costringendola a inarcare la schiena e a gemere ancora più forte, mettendo in scena uno spettacolo crudo e primordiale solo ed esclusivamente per gli occhi di mia sorella. Volevo che vedesse tutto. Volevo che quella stessa fame la divorasse viva.
"Gio, ti prego... sto per..." ha supplicato Alice, perdendo completamente il controllo.
Ho tenuto gli occhi incatenati a quelli di Anna nell'ombra, fino a quando non l'ho vista sussultare, portarsi una mano al petto e indietreggiare nel buio del corridoio, incapace di reggere oltre. Solo allora sono venuto, con un grugnito roco e gutturale che ha rimbombato nella stanza, scaricando tutta la frustrazione accumulata.
Mi sono lasciato cadere di lato sul materasso sudato, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, mentre un sorriso bastardo mi piegava l'angolo della bocca.
Domani partiremo. Saremo nella fottuta casa delle vacanze e i nostri genitori ci costringeranno a condividere la stessa stanza. Soli. Nel pieno dell'afa di luglio. Ho guardato la porta ormai vuota. Chissà cosa succederà, laggiù, ora che so quanto le è piaciuto guardare. Sarà un inferno. E non vedo l'ora di bruciarci dentro.
Sotto di me, Alice ansima. Il suo viso dolce, incorniciato da quei capelli castani ormai appiccicati alla fronte sudata, è una maschera di puro piacere. È uno spettacolo vederla così, completamente abbandonata. Le mie mani scivolano giù, lungo i suoi fianchi, fino ad afferrare con forza quel culone morbido e burroso che mi fa impazzire. La stringo, affondando le dita nella sua carne, sollevandola appena per spingermi ancora più a fondo.
"Cazzo, Alice..." mormoro a denti stretti, piegandomi su di lei. "Ti piace farlo qui, eh? Sul letto immacolato della tua migliore amica?"
Lei spalanca gli occhi lucidi, mordendosi il labbro inferiore per non urlare. "Gio... ah... sei un bastardo."
"Rispondimi," la incalzo, afferrandole i seni pesanti. Le sfrego i pollici sui capezzoli già duri, sentendola inarcare la schiena contro di me. "Dimmelo che ti fa impazzire sapere che stiamo sporcando il suo santuario."
"Sì..." ansima lei, graffiandomi le spalle. "Sì, cazzo, non fermarti. Spingi di più."
Il suo gemito mi fa perdere del tutto la testa. Aumento il ritmo, lasciandomi guidare dall'istinto. Ogni volta che affondo, i nostri corpi sbattono producendo un rumore umido e osceno che rimbomba in questa stanza fin troppo silenziosa.
"Sei bellissima quando fai la troia per me," le sussurro all'orecchio, la voce roca per lo sforzo.
La sento stringersi intorno a me, le gambe che mi cingono i fianchi costringendomi a un gemito forte. Il ritmo accelera: pelle contro pelle, i suoi gemiti che si mescolano al suono dei nostri corpi che si cercano con violenza.
"Sto per venire, Gio... cazzo, ci sono quasi!" sussurra lei a mezza voce, terrorizzata che qualcuno possa sentirci, ma incapace di trattenersi.
"Vieni per me, Alice. Sporca tutto."
Sto per cedere anche io, i muscoli tesi allo spasmo, pronto a svuotarmi dentro di lei con un grugnito roco, quando un rumore metallico ci gela il sangue nelle vene.
Click.
La serratura della porta d'ingresso che scatta.
Il rumore metallico della serratura non mi blocca. Al contrario, è la fottuta scintilla finale. Il panico puro si mescola all'adrenalina in un cortocircuito che mi fa esplodere. Non riesco a trattenermi. Un grugnito roco mi graffia la gola mentre mi svuoto dentro di lei, sentendo gli spasmi violenti di Alice che mi stringono un'ultima volta.
Ma non c'è tempo per godersela, non c'è tempo per riprendere fiato.
"Cazzo, cazzo, cazzo! Muoviti!" le sibilo, sfilandomi di scatto e barcollando all'indietro.
Il rumore della porta d'ingresso che sbatte rimbomba nel corridoio, seguito dal rumore inconfondibile dei tacchi di mia sorella. Afferro i boxer e i jeans, infilandoli con una goffaggine dettata dal terrore. Alice è un fulmine: si tira su gli slip e si rimette la maglietta, lisciandosi la gonna con le mani che tremano. Do una passata frenetica alle lenzuola chiare, cercando di far sparire le pieghe che i nostri corpi sudati hanno appena lasciato.
Siamo in piedi, distanti un metro l'uno dall'altra, col respiro ancora spezzato, quando la maniglia della camera si abbassa.
La porta si spalanca e sulla soglia si staglia Anna. La mia odiosa, insopportabile metà.
Ci scruta per un secondo, gli occhi scuri che passano da me ad Alice. L'aria in stanza puzza ancora di sesso e vaniglia, e prego che il suo naso da vipera sia tappato.
"Che diavolo ci fate in camera mia?" sbotta, incrociando le braccia sotto il petto.
E a proposito di petto... è impossibile non guardare. Anna è una stronza arrogante, ma madre natura ha deciso di dotarla di un fisico che fa girare la testa a mezzo mondo. Indossa un dolcevita a coste beige stretto da morire, infilato dentro un paio di jeans scuri a vita alta. Quel maglione sembra letteralmente dipinto addosso, teso all'inverosimile sulle sue tette enormi. Le costine chiare del tessuto si allargano e si deformano, enfatizzando la curva esplosiva e pesante dei suoi seni, tanto che sembra che le cuciture possano cedere a ogni respiro rabbioso. È formosa, sfacciata, con quei capelli a caschetto perfetti che le incorniciano un viso che avrei voglia di prendere a sberle un giorno sì e l'altro pure.
"Cercavamo... cercavamo un libro," invento, passandomi una mano tra i capelli spettinati, cercando di sembrare il più annoiato possibile. Il solito disprezzo che ci riserviamo a vicenda è la mia migliore copertura.
Anna alza un sopracciglio perfetto, il suo sguardo che si fa ancora più tagliente. Non sa nulla di me e della sua migliore amica, ma non è stupida. "Un libro. Certo. Sul mio letto, immagino," sibila, facendo un passo avanti. Il seno abbondante sussulta leggermente sotto la stoffa tesa, un dettaglio ipnotico che stride con l'odio viscerale che provo per lei. "Fuori da qui, Gio. E tu, Ali, la prossima volta che ti porta a esplorare casa mia, almeno assicurati che si pettini prima di farsi trovare."
Alice sbianca, annuendo in silenzio, ma riesco a vedere la vena del suo collo pulsare impazzita. Ce la siamo vista brutta. Troppo brutta.
Mi chiudo la porta della mia camera alle spalle e mi ci appoggio contro, buttando fuori un sospiro che non sapevo di trattenere. Il cuore mi batte ancora a mille contro le costole, e nei boxer sento i postumi dell'adrenalina e dell'orgasmo rabbioso che mi sono appena rubato.
Sono due mesi. Due fottuti mesi che mi scopo Alice di nascosto.
Abbiamo tutti e tre vent'anni, ma a volte, quando sono vicino a mia sorella, mi sembra di vivere in un asilo per egocentrici. Anna e io non andiamo d'accordo su niente. Zero assoluto. La detesto visceralmente. Detesto la sua fame costante di apparire, quel suo bisogno patologico di piacere a tutti, di essere sempre al centro dell'attenzione. È una fottuta poser, sempre alla ricerca dell'angolazione giusta per una foto, sempre pronta a strizzare quelle sue tette enormi in maglie troppo strette o ad ancheggiare per farsi sbavare dietro dai morti di figa. È arrogante, superficiale, e questa sua vanità mi fa ribollire il sangue.
Mi stacco dalla porta e mi butto di peso sul letto, passandomi le mani sulla faccia.
Eppure, eccomi qua.
Mi giro a pancia in su, fissando il soffitto bianco della mia camera. Faccio il duro, cerco di convincermi di essere un bastardo cinico, uno che si prende quello che vuole senza rimorsi. Ma la verità, quella che non ammetterei nemmeno sotto tortura, è che sono un fottuto disastro. Sotto questa corazza da stronzo sbruffone, c'è un ragazzo che ogni volta che guarda Alice negli occhi, dopo averla usata in quel modo, sente una morsa di senso di colpa stringergli lo stomaco. Non le voglio male. È dolce, Alice.
Ma il problema è un altro. Il problema è che lei è solo un palliativo.
Torno con la mente ad Anna. La mia odiosa, insopportabile metà. È un pensiero malato, lo so. Non la sopporto, detesto il suo modo di fare, la sua finta perfezione per i social, eppure... cazzo, mi ha sempre eccitato da morire. Forse è proprio tutto quell'odio, quell'attrito costante e viscerale tra noi, a trasformarsi in un cortocircuito, in una tensione sessuale che mi sta letteralmente divorando.
È iniziato tutto due estati fa. Eravamo nella nostra casa vacanze, al mare.
C'è questa finestra del bagno, al piano terra, che dà direttamente sul retro del giardino, mezza nascosta da un vecchio cespuglio di gelsomino. Una sera ero fuori al buio, da solo, a fumare l'ultima sigaretta. La luce del bagno si è accesa, illuminando il vetro che Anna aveva lasciato socchiuso per far uscire il vapore. Poi ho sentito il rumore dell'acqua.
Mi sono avvicinato senza far rumore. Invisibile nell'ombra del giardino, ho guardato attraverso la fessura. E l'ho vista.
Anna era sotto l'acqua, la schiena inarcata e i capelli bagnati appiccicati alla pelle. Il vapore annebbiava i contorni, ma le sue forme esplosive erano inequivocabili. Sono rimasto lì, completamente ipnotizzato, a guardare il sapone scivolare sulla sua pelle. Le sue mani si muovevano lente, insaponando quelle sue tette enormi e pesanti, massaggiando la carne con una flemma che mi faceva mancare l'aria nei polmoni. I capezzoli scuri erano turgidi per l'acqua fredda. L'acqua scrosciava sul suo corpo, accarezzando la curva dei fianchi e quel culo rotondo e sfacciato, mentre lei buttava la testa all'indietro, ignara di tutto.
Non sono riuscito a fermarmi. Nascosto nel buio, con il profumo dolce del gelsomino e quello del suo bagnoschiuma che mi riempivano le narici, mi sono slacciato i pantaloni.
Mi sono segato lì, a due metri da lei, separato solo da una zanzariera e dal buio. Stringevo il cazzo con una foga disperata, sentendomi il peggiore dei pervertiti e allo stesso tempo provando l'eccitazione più cruda e intensa della mia vita. Ogni volta che le sue mani sfioravano i suoi stessi seni, il mio respiro si spezzava. Sono venuto così, gemendo piano nel palmo della mano per non farmi sentire, i muscoli tesi allo spasimo, con l'immagine del corpo nudo di mia sorella gemella incisa a fuoco nel cervello.
E da quella sera, da quel fottuto istante nel giardino, non ho più smesso di desiderarla.
eppure, se devo tracciare una linea di demarcazione, il momento esatto in cui questo fottuto castello di carte ha iniziato a crollare, puntando dritto verso il disastro, è stato a metà luglio.
I nostri genitori erano già partiti per la casa vacanze. Noi li avremmo raggiunti la settimana successiva, ma prima ci era toccata l'ingrata e penosa condanna di fare le pulizie di fondo di tutta la casa. Fuori c'erano trentacinque gradi all'ombra, l'aria condizionata del piano di sopra faceva i capricci e in casa si soffocava.
E poi c'era Anna.
Il problema principale di mia sorella è che, nella sua testa bacata, io non sono un uomo. Sono solo Gio, il suo insopportabile gemello, un elemento d'arredo al pari del divano o della lampada in corridoio. E siccome faceva un caldo infernale, aveva deciso che il pudore era un optional. Girava per casa con un paio di micro-shorts in denim talmente corti e sfilacciati che le entravano letteralmente nel culo, lasciando scoperte le cosce piene e abbronzate. Ma il peggio era sopra. Indossava solo un top a fascia bianco, di cotone leggerissimo. Niente reggiseno. Il tessuto era teso allo spasimo sul suo seno abbondante, la stoffa che si tendeva pericolosamente a ogni respiro, lasciando intravedere l'ombra scura dei capezzoli turgidi ogni volta che si piazzava davanti al ventilatore.
Era uno spettacolo da far perdere la testa a chiunque, ma io dovevo fare finta di niente. Dovevo fare il duro, mentre dentro stavo impazzendo.
"Muoviti a passare quello straccio, Gio," sbuffò lei, passandosi una mano tra i capelli a caschetto appiccicati alla nuca per il sudore. "Non voglio passare tutto il sabato a respirare polvere perché tu sei una lumaca."
Eravamo nella sua tana, la sua camera da letto. L'aria odorava pesantemente di vaniglia, del suo sudore dolce e di detergente per pavimenti.
"Se alzassi quel tuo bel culo principesco dal letto e mi dessi una mano, stronza, avremmo già finito da un pezzo," le ringhiai contro, stringendo il manico della scopa fino a farmi sbiancare le nocche.
"Io sto spolverando le mensole, cieco che non sei altro," ribatté, allungandosi verso lo scaffale più alto. Il movimento le fece sollevare il top di un paio di centimetri, scoprendo la pancia piatta e la curva inferiore di quei due seni pesanti che sembravano voler evadere da un momento all'altro. "Passa bene sotto il letto, è pieno di gatti di polvere."
Deglutii a fatica, distogliendo lo sguardo per non saltarle addosso. "Non darmi ordini. Lo so come si pulisce."
Mi piegai sulle ginocchia, imprecando a mezza voce, e infilai la scopa sotto la struttura del suo letto matrimoniale. Iniziai a tirare verso l'esterno, spazzando via la polvere accumulata.
"Guarda che stai tralasciando l'angolo sinistro," mi punzecchiò ancora, incrociando le braccia sotto il petto, un gesto che non fece altro che spingerle le tette ancora più in su, offrendole alla mia vista in modo sfacciato.
"Vuoi farlo tu? Tieni, fottuta maestrina!" sbottai, dando uno strattone rabbioso con la scopa sotto il letto.
La spazzola urtò contro qualcosa di pesante. Sentii un tonfo sordo, seguito dal rumore di plastica che rotolava sul parquet.
Tirai indietro la scopa. Insieme a un grumo di polvere, da sotto le lenzuola candide, era appena rotolato fuori un cilindro di silicone rosa shocking.
Un vibratore. Bello grosso, per giunta. Con tanto di venature in rilievo, lucido e inequivocabile.
Si fermò esattamente al centro della stanza, tra le mie scarpe da ginnastica e i piedi nudi di Anna.
Il silenzio che calò nella stanza fu assordante. Si sentiva solo il ronzio meccanico del ventilatore. Rimasi bloccato, in ginocchio, gli occhi incollati a quel fottuto giocattolo. La mente mi andò in tilt, bombardata dall'immagine fulminea e violentissima di lei, da sola in quel letto, nuda, che usava quella roba spingendosela dentro mentre si stringeva il seno. Il sangue mi defluì dal cervello per scendere tutto prepotentemente verso il basso.
Alzai lentamente la testa.
Anna era pietrificata. Le sue braccia erano ricadute lungo i fianchi. Il suo viso, di solito coperto da quella maschera di insopportabile arroganza, era andato letteralmente a fuoco, tingendosi di un rosso porpora che le arrivava fino alla scollatura. I suoi occhi scuri erano sgranati, carichi di un panico totale, vulnerabile. Non l'avevo mai vista così.
"Bene," mormorai, la voce improvvisamente un'ottava più bassa e roca, incapace di staccarle gli occhi di dosso. "A quanto pare, la principessa ha degli hobby interessanti."
La mia battuta le arriva addosso come uno schiaffo.
Per un secondo lunghissimo, Anna resta congelata, gli occhi sgranati e le labbra socchiuse. Il rosso porpora che le infiamma il collo e le guance è la cosa più fottutamente reale che le abbia mai visto in faccia. La sua maschera di perfezione arrogante è andata in frantumi sul pavimento, proprio accanto a quel coso di silicone.
Poi, l'imbarazzo si trasforma in pura, cieca furia.
"Fatti gli affari tuoi, stronzo!" sibila, scattando in avanti con la grazia di una pantera rabbiosa. Si piega per afferrare il vibratore, ma il panico la rende goffa.
Mi alzo in piedi di scatto, torreggiando su di lei. L'istinto di farla impazzire è troppo forte. Faccio un passo avanti, costringendola a indietreggiare. I nostri petti arrivano a sfiorarsi. L'aria tra noi è improvvisamente densa, satura del calore asfissiante della stanza e dell'odore dolce e sudato della sua pelle.
"Miei affari?" la provoco, abbassando il tono della voce. Non riesco a staccare gli occhi da lei. La vicinanza è un errore madornale, ma non mi sposto di un millimetro. "Sono io quello che ha appena tirato fuori il tuo amichetto da sotto il letto. A giudicare dalle dimensioni, direi che la sorellina ha un disperato bisogno di attenzioni che i suoi follower non possono darle."
"Chiudi quella cazzo di bocca!" esplode Anna, piantandomi i palmi delle mani contro il petto per spingermi via.
Ma non mi muovo. La sua spinta si trasforma in un contatto prolungato. Le sue mani scottano attraverso il cotone leggero della mia maglietta. Sento il respiro corto e affannoso di mia sorella spezzarsi a pochi centimetri dal mio viso. Il suo petto si alza e si abbassa a un ritmo frenetico, e quel minuscolo top bianco a fascia, già teso all'inverosimile, è diventato una tortura visiva. A ogni respiro rabbioso, la stoffa chiara si tende sui capezzoli duri, offrendomi uno spettacolo che mi fa pulsare il sangue nelle tempie.
Lei se ne accorge. I suoi occhi scendono per un istante, seguendo il mio sguardo incollato alla sua scollatura. Avvampa di nuovo, ma invece di coprirsi, invece di scappare come farebbe chiunque, fa la cosa più pericolosa che potesse fare: solleva il mento e mi sfida.
"Almeno io non ho bisogno di nascondermi in camera per sfigati," mi sputa addosso, gli occhi scuri che mi trapassano. La sua voce trema appena, tradendo l'eccitazione e la vergogna che le stanno incendiando i nervi. "Non guardarmi in quel modo, Gio."
"In quale modo?" sussurro, facendo un altro passo impercettibile verso di lei. La costringo con le spalle contro l'anta dell'armadio. Il calore che emana il suo corpo mi sta letteralmente ubriacando.
"Come se avessi fame," mormora lei, e per la prima volta la sua voce è un soffio roco, privo di tutta l'arroganza di sempre.
Restiamo lì, incastrati l'uno nell'orbita dell'altra. Le sue mani sono ancora premute contro il mio petto, ma ora le dita sono leggermente arricciate sulla mia maglietta. I nostri respiri si mescolano nell'aria bollente della stanza. La sento deglutire. La tensione è una corda di violino tesa fino allo spasimo, pronta a spezzarsi da un momento all'altro.
Le sue parole, sussurrate con quel filo di voce rotta, mi colpiscono come una secchiata d'acqua ghiacciata.
Come se avessi fame.
Cazzo. Mi ha letto dentro. Ha visto esattamente quello che cerco disperatamente di nascondere dietro le mie frecciatine da bastardo.
Per un secondo infinito, nessuno dei due si muove. Il mio petto è incollato al suo, sento il battito impazzito del suo cuore contro le mie costole e il calore della sua pelle che mi incendia i nervi. Abbasso lo sguardo sulle sue labbra socchiuse, lucide per il sudore, e la tentazione di annullare quei fottuti millimetri che ci separano è così forte da farmi male fisicamente. Voglio assaggiarla. Voglio zittirla nel modo peggiore possibile.
Ma prima che il mio cervello vada completamente in corto circuito, l'istinto di sopravvivenza di Anna prende il sopravvento.
Con uno strattone violento, mi pianta le mani sul petto e mi spinge via con tutta la forza che le rimane. L'incantesimo si spezza, lasciandomi addosso una sensazione di vuoto improvviso.
"Fuori da camera mia!" mi urla addosso, la voce che ora le trema in modo incontrollabile.
Si china con uno scatto felino, afferra il vibratore di silicone dal pavimento e se lo nasconde dietro la schiena, il viso paonazzo e gli occhi scuri che le brillano di rabbia, di vergogna e di qualcosa che assomiglia in modo pericoloso all'eccitazione. Il suo respiro solleva in modo quasi ipnotico quel top bianco ormai fradicio. "Fuori, Gio! E non azzardarti mai più a entrare qui dentro!"
Faccio un passo indietro, alzando le mani in segno di resa, ma il respiro mi esce a fatica e sento i muscoli tesi come corde di violino. "Rilassati, principessa," la provoco un'ultima volta, la voce roca. "Non volevo rubarti il fidanzato."
"Fuori!" strilla lei, indicando la porta con una mano tremante.
Faccio dietrofront ed esco nel corridoio, il sangue che mi pompa nelle orecchie come un tamburo. Appena sento la serratura della sua porta scattare alle mie spalle con un colpo secco, mi appoggio al muro, chiudendo gli occhi e buttando fuori tutta l'aria che avevo nei polmoni.
Mi passo una mano tra i capelli sudati, la mente che viaggia alla velocità della luce. Ho i pantaloni stretti, il cazzo duro come il marmo e un senso di vertigine che mi annebbia la vista.
La odio. La odio da morire. Ma quello che ho appena visto nei suoi occhi, mentre la schiacciavo contro l'armadio, non era solo imbarazzo. Era una fottuta scintilla.
E so, con una certezza che mi terrorizza e mi fa impazzire allo stesso tempo, che la linea è stata superata. La miccia è accesa e non c'è più modo di spegnerla. Ho bisogno di sfogarmi, e so esattamente chi chiamare.
Qualche giorno dopo, la sera prima della partenza.
La casa doveva essere vuota. avevo un disperato bisogno di scaricare l'adrenalina tossica che mi avvelenava il sangue da quel incidente del vibratore. Il ricordo di Anna, rossa in viso e col fiato corto in camera sua, mi stava letteralmente facendo impazzire.
Così ho chiamato Alice.
Eravamo sul mio letto da non so quanto tempo. Le lenzuola erano ormai un groviglio informe sotto di noi. Di solito con lei sono dolce, il classico "patatone", ma stasera non ci riuscivo. C'era un'energia feroce che mi scorreva nelle vene, una rabbia inespressa che stavo riversando completamente sul suo corpo morbido.
Le tenevo i polsi bloccati contro il materasso con una mano sola, stringendo la presa, e mi muovevo con una foga cruda, intensa, quasi violenta nella sua precisione. Non le davo tregua.
"Gio... cazzo..." ansimava Alice, buttando la testa all'indietro. I suoi gemiti erano rumorosi, acuti, disperati e senza alcun freno.
"Zitta," le ho ringhiato, la voce arrochita dallo sforzo. Mi chinai su di lei, implacabile. "Vuoi che ci sentano i vicini?"
Eppure, proprio mentre affondavo in lei con un colpo ancora più deciso, con la coda dell'occhio ho captato un movimento. La porta della mia camera era rimasta socchiusa, lasciando una fessura sul corridoio buio.
Mi sono bloccato per una frazione di secondo. C'era un'ombra. Ho messo a fuoco la fessura e il sangue mi si è gelato per un istante, per poi tornare a scorrere a una velocità spaventosa.
Era Anna. Era tornata prima.
Mi aspettavo che spalancasse la porta, che mi urlasse contro, che facesse la sua solita scenata di superiorità umiliando Alice. Invece era immobile. Pietrificata nel buio. E quando i miei occhi si sono incrociati con i suoi attraverso quello spiraglio, ho visto qualcosa che mi ha fatto saltare il cervello.
Non c'era disgusto. Non c'era rabbia. Il suo petto si alzava e si abbassava freneticamente, il respiro corto. Si stava mordendo il labbro inferiore con una foga tale da farsi male. I suoi occhi scuri, fissi sui miei muscoli contratti e sul modo in cui stavo distruggendo la sua migliore amica, erano dilatati, lucidi e carichi di una fame assoluta.
Cazzo. Le stava piacendo. La stavo eccitando da morire.
Questa consapevolezza mi ha colpito come una scarica elettrica. Sapere che mia sorella gemella, quella stronza arrogante che fa finta che io non esista, era lì fuori a guardare di cosa ero capace... era la fottuta benzina sul fuoco.
Invece di fermarmi, non ho interrotto il contatto visivo con lei. Ho cambiato ritmo. Sono diventato ancora più spietato. Ho usato Alice, costringendola a inarcare la schiena e a gemere ancora più forte, mettendo in scena uno spettacolo crudo e primordiale solo ed esclusivamente per gli occhi di mia sorella. Volevo che vedesse tutto. Volevo che quella stessa fame la divorasse viva.
"Gio, ti prego... sto per..." ha supplicato Alice, perdendo completamente il controllo.
Ho tenuto gli occhi incatenati a quelli di Anna nell'ombra, fino a quando non l'ho vista sussultare, portarsi una mano al petto e indietreggiare nel buio del corridoio, incapace di reggere oltre. Solo allora sono venuto, con un grugnito roco e gutturale che ha rimbombato nella stanza, scaricando tutta la frustrazione accumulata.
Mi sono lasciato cadere di lato sul materasso sudato, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, mentre un sorriso bastardo mi piegava l'angolo della bocca.
Domani partiremo. Saremo nella fottuta casa delle vacanze e i nostri genitori ci costringeranno a condividere la stessa stanza. Soli. Nel pieno dell'afa di luglio. Ho guardato la porta ormai vuota. Chissà cosa succederà, laggiù, ora che so quanto le è piaciuto guardare. Sarà un inferno. E non vedo l'ora di bruciarci dentro.
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