La Sorellona Si Sposa - Capitolo 3
di
_ale_
genere
incesti
Kekka (POV) – Pochi mesi prima
L'adrenalina del concerto mi scorreva ancora nelle vene, eppure, mentre Andrea guidava verso casa nel silenzio dell'abitacolo, mi sentivo svuotata. Era un periodo maledettamente complicato. La scuola di musica sembrava assorbire ogni mia energia, la crisi professionale mi faceva dubitare del mio talento e, come se non bastasse, lo stress mi aveva fatto prendere qualche chilo di troppo. I miei fianchi si erano arrotondati, il mio seno era diventato ancora più pesante. Non mi sentivo brutta, ma mi sentivo... invisibile. Andrea non mi sfiorava, non mi cercava con lo sguardo. Era fisicamente distante, freddo, chiuso in una sua bolla.
Appena chiusa la porta di casa alle nostre spalle, decisi che non potevo più sopportare quella distanza. Volevo sentirmi desiderata, viva. Lasciai scivolare a terra la giacca, rimanendo solo con il corsetto di scena nero che mi strizzava e sollevava il seno in modo teatrale e provocante, e mi lanciai verso di lui. Gli saltai letteralmente addosso mentre si toglieva le scarpe sul divano, finendo a cavalcioni sulle sue gambe. «Mmh... sei stato bravissimo stasera con quell'assolo,» sussurrai, cercando le sue labbra, iniziando a muovere lentamente il bacino contro di lui, disperatamente pronta a farmi sbattere lì, in salotto, per cancellare ogni insicurezza.
Ma Andrea non ricambiò il bacio. Irrigidì le spalle e mi piantò le mani sui fianchi, non per stringermi, ma per tenermi lontana. «Kekka, per favore. Sono stanco a morte. Ho scaricato l'amplificatore da solo e domani mattina ho una riunione in ufficio,» disse, distogliendo lo sguardo.
«È solo una scusa, Andrea,» sbottai, la voce che iniziava a tremare per la frustrazione. Mi allontanai di qualche centimetro, costringendolo a guardarmi in faccia. Il cuore mi batteva forte per l'ansia. «Cos'hai? Sono settimane che mi eviti. Guardami. Mi trovi ancora attraente? Oppure... oppure ti faccio schifo?»
Lui fece un sospiro pesante, passandosi una mano sul viso con un'espressione esasperata. «Senti, vuoi la verità, visto che insisti?» esordì, gelido. «No, non ti trovo attraente stasera. Ti sei lasciata completamente andare, Kekka. Sei ingrassata in modo evidente, giri per casa trasandata e sembri non curarti più del tuo aspetto. Mi avevi fatto una marea di promesse: i buoni propositi, la dieta rigorosa, l'iscrizione in palestra... e invece molli tutto alla prima difficoltà. Non riesci a seguire una singola regola. E io non ho intenzione di mentirti solo per farti piacere.»
Quelle parole mi squarciarono il petto. In un momento in cui la mia carriera era in bilico e la mia autostima era già sotto i tacchi, sentirmi definire grassa, trasandata e fallimentare dall'uomo che avrei dovuto sposare fu una crudeltà inaudita. Mi sentii uno straccio. Scesi dalle sue gambe in un silenzio tombale, ingoiando le lacrime, raccogliendo i cocci del mio orgoglio femminile.
Matteo (POV) – Presente
La luce calda del mattino filtrava dalle tapparelle, disegnando strisce dorate sulle lenzuola stropicciate. Ero seduto a gambe incrociate sul materasso, una tazza di caffè fumante tra le mani, e osservavo Kekka dormire.
Dopo quello che era successo – o meglio, dopo quello che avevo fatto al suo seno la notte prima, e quello che sentivo fosse accaduto nel buio mentre le davo le spalle – guardarla era una dolce agonia. Aveva il viso affondato nel mio cuscino, i ricci ribelli sparsi ovunque in una nuvola scura. La camicia da notte nera era scivolata pericolosamente, scoprendo una delle sue cosce morbide e burrose.
Mentre la studiavo, come si fa con un'opera d'arte proibita, prese un respiro profondo e si mosse. Si stiracchiò con un gemito pigro, inarcando la schiena. Aprì gli occhi a fessura, mettendo a fuoco la mia figura seduta accanto a lei. «Buongiorno...» borbottò, la voce impastata e meravigliosamente roca.
«Buongiorno un cazzo,» risposi, cercando di mascherare l'affetto con un tono burbero e trattenendo un sorriso. «Ho deciso ufficialmente che questa è l'ultima volta che ti permetto di infilarti nel mio letto. Non dormirò mai più con te.»
Lei sbatté le palpebre, visibilmente confusa. «Perché? Che ho fatto?» «Sei un pericolo per la mia incolumità fisica,» la accusai, bevendo un sorso di caffè. «Tiri calci peggio di un mulo scalciante. Stanotte mi hai tirato due stincate che mi hanno quasi buttato giù dal materasso. Sei un incubo.»
Kekka sbuffò, stropicciandosi gli occhi e mettendosi a sedere. Nel farlo, la seta della camicia da notte cedette ulteriormente, mettendo in mostra una curva generosa e inebriante del suo décolleté. Mi sforzai di mantenere lo sguardo sui suoi occhi, ma era una missione suicida. «Sei il solito esagerato piagnucolone,» ribatté lei, con un sorriso sghembo. «Io dormo come un angioletto incantevole.»
«Un angioletto che distribuisce tibiate sui reni,» precisai.
Il suo sorriso si allargò, riacquistando quella malizia sfrontata che la caratterizzava e mascherando la vulnerabilità della sera precedente. È la magia dell'erotismo: la spontaneità vince sulla complessità e le dinamiche si ribaltano in un istante. «Fai poco lo sbruffone, mostriciattolo,» mi provocò, assottigliando lo sguardo in modo felino. «Guarda che se continui ti faccio quello che ti facevo quando eravamo piccoli e facevi i capricci per alzarti dal letto.»
La guardai con aria di sfida, posando la tazza sul comodino con estrema lentezza. «Non oseresti.»
«Ah, dici?» Fu questione di un decimo di secondo. Kekka scattò in avanti come una pantera, lanciandosi letteralmente su di me. Mi travolse. Finimmo intrecciati sulle coperte disordinate, e le sue dita iniziarono ad affondare implacabili, veloci e spietate sui miei fianchi e sotto le mie costole. Soffrivo il solletico in modo patologico.
«No! Kekka, ferma! Cazzo, ti prego, no!» scoppiai a ridere a crepapelle, contorcendomi sotto di lei come un'anguilla, cercando disperatamente di afferrarle i polsi. «Chiedi pietà! Dì che sono la sorellona più bella e brava del mondo!» rideva lei a pieni polmoni, seduta a cavalcioni sulle mie cosce. I suoi ricci mi solleticavano il viso, il suo profumo di vaniglia mi riempiva la gola.
La lotta divenne fisica, ravvicinata, serrata. Riuscii ad agganciarle un braccio, poi l'altro. Con uno slancio dei fianchi, sfruttando la mia forza, ribaltai le nostre posizioni. La schiacciai di schiena contro il materasso, bloccandole i polsi sopra la testa.
Mi ritrovai improvvisamente sopra di lei. Le risate si spensero. Il respiro di entrambi si spezzò all'istante, trasformandosi in un ansimare pesante.
La situazione si era capovolta, passando dal livello soft e infantile a una tensione palpabile e densa in un solo respiro. Il suo petto prosperoso, libero sotto la seta, si alzava e si abbassava in modo frenetico, schiacciandosi contro il mio torace nudo a ogni inspirazione. I miei fianchi erano saldamente incastrati in mezzo alle sue gambe spalancate, e le sue cosce, per puro riflesso, avevano iniziato a stringermi. L'aria fresca del mattino era improvvisamente scomparsa, sostituita da un calore asfissiante e da un silenzio carico di promesse che nessuno dei due aveva il coraggio di spezzare.
Passò qualche giorno da quell'incontro ravvicinato sul letto e, in modo quasi surreale, quel momento ad altissima tensione erotica tra noi due sembrò non essere mai accaduto. Kekka era tornata a comportarsi come la solita sorella maggiore, tra battute e faccende di casa, mascherando alla perfezione il fuoco che avevamo acceso. Ma in cuor mio sapevo e speravo disperatamente che non sarebbe finita lì. C'era un filo invisibile e teso che ci legava, pronto a spezzarsi al minimo tocco.
E infatti, l'occasione non tardò ad arrivare.
Era mattina presto. I nostri genitori erano già usciti e la casa era immersa in un silenzio ovattato. Mi ero svegliato prima del solito, con i muscoli indolenziti e la mente affollata dai soliti, torbidi pensieri. Avevo bisogno di un bel bagno caldo per rilassarmi e schiarirmi le idee. Infilai le ciabatte e, ancora mezzo addormentato, abbassai la maniglia della porta del bagno senza nemmeno riflettere, dando per scontato che fosse vuoto.
Mi bloccai sulla soglia, il respiro che mi si incagliava di colpo in gola.
Kekka era lì. Seduta sul bidet, totalmente nuda. Il ronzio del Silk-épil che teneva in mano era l'unico suono nella stanza. La luce bianca del bagno illuminava la sua pelle dorata, facendola sembrare una statua di carne viva e pulsante. Era piegata in avanti per passarsi l'epilatore lungo il polpaccio, e quella posizione le schiacciava il seno abbondante e pesante contro le ginocchia, creando una scollatura naturale mozzafiato. I ricci selvaggi le ricadevano su una spalla, mentre le sue cosce piene e burrose erano spalancate sulla ceramica per permetterle di muoversi meglio.
Appena sentì la porta aprirsi, spense il macchinario. Alzò la testa e, invece di urlare o coprirsi come avrebbe fatto chiunque, mi lanciò un sorriso radioso, sfrontato fino al midollo. «Buongiorno, tigrotto!» cinguettò, scuotendo i capelli.
«C-cazzo... scusa!» balbettai, sentendo il viso prendere letteralmente fuoco. Feci per indietreggiare, aggrappandomi alla maniglia come a un salvagente. «Io... volevo solo farmi un bagno. Non sapevo ci fossi tu, vado via.»
«Ma va', resta!» mi bloccò lei, facendo un gesto noncurante con la mano, i seni che ondeggiarono in modo ipnotico a quel movimento. «E fattelo questo bagno. Così mi fai pure compagnia, mi stavo annoiando da sola.»
«Kekka, sei completamente nuda,» le feci notare, la voce che mi tremava per lo sforzo disumano di guardarla negli occhi e non scendere più giù.
Lei alzò gli occhi al cielo, ridacchiando divertita. «E allora? Mi hai già vista nuda, no? Anzi, mi hai vista fare di peggio l'altra notte, non fare il finto puritano adesso. E poi dai, ti cambiavo il pannolino quando eri un batuffolo urlante, quindi sticazzi. Entra e chiudi la porta, che fai uscire il caldo.»
La conversazione era surreale, imbarazzante oltre ogni limite logico, ma l'aria nel bagno era già diventata elettrica, carica di quel sottotesto che ormai guidava ogni nostra interazione. E, ammettiamolo, il mio corpo aveva già deciso per me. Deglutii a vuoto, entrai e chiusi la porta a chiave alle mie spalle.
Mi avvicinai alla vasca, aprendo l'acqua calda, dandole le spalle per cercare di nascondere l'evidente reazione che si stava già facendo spazio nei miei pantaloni del pigiama. Iniziai a spogliarmi con movimenti goffi, sfilandomi la maglietta e rimanendo solo in mutande.
Mentre l'acqua scrosciava, sentii Kekka sbuffare rumorosamente alle mie spalle. Mi voltai appena. Si era raddrizzata con la schiena e aveva allargato ulteriormente le cosce sul bidet. L'angolazione era letale. I miei occhi caddero inevitabilmente sul suo sesso.
«Mamma mia, faccio proprio schifo,» si lamentò lei, puntando l'indice verso la propria zona intima con un cipiglio contrariato. «Guarda qua. Con tutto questo stress per i preparativi e la storia di Andrea mi sono completamente trascurata. Cazzo, guarda quanti peli... un vero disastro.»
Il mio cervello andò in tilt. Guardai esattamente dove mi stava indicando. La sua intimità era bellissima, incorniciata da una peluria scura e folta che la rendeva ancora più selvaggia, matura e fottutamente eccitante. Vederla così, cruda, imperfetta ma esposta solo per i miei occhi, fu un colpo di grazia. Il mio cazzo scattò contro la stoffa tesa dei boxer, gonfiandosi in un'erezione dura e pulsante che non lasciava il minimo spazio all'immaginazione. Era un'evidenza impossibile da nascondere.
Kekka se ne accorse all'istante. Il suo sguardo scese rapido sul mio inguine, e quel cipiglio contrariato si trasformò in un secondo nel suo solito, letale sorrisetto perverso. Si passò la lingua sulle labbra, godendosi la scena. «Beh...» mormorò, inclinando la testa di lato, gli occhi che brillavano di pura lussuria fraterna. «A quanto pare il disastro non fa schifo proprio a tutti. Qualcuno qui ha già alzato la bandiera, eh?»
«Kekka, smettila,» mormorai, sentendomi un idiota, incapace di coprirmi o di distogliere lo sguardo da lei.
«Perché dovrei?» rise lei dolcemente, allungando una gamba nuda per sfiorarmi il polpaccio con l'alluce. «È la biologia, mostriciattolo. E devo ammettere che... mi piace tantissimo farti questo effetto.»
Riempii la vasca con l'acqua più calda che potevo sopportare ed entrai, scivolando sotto la schiuma fino al petto, grato che la coltre bianca nascondesse l'evidenza martellante del mio desiderio.
Kekka, nel frattempo, aveva riacceso il Silk-épil e stava finendo di passarlo con cura sulle caviglie. Il ronzio dell'apparecchio faceva da sottofondo a una chiacchierata che, per assurdo, era tornata a toni quasi normali. Parlammo di cazzate, di aneddoti di quando eravamo piccoli, di vecchi amici in comune. Era un momento di intimità domestica e spontanea.
Tuttavia, quando le chiesi come stessero andando gli ultimi preparativi e come stesse Andrea, la vidi irrigidirsi. Il suo sguardo sfuggì il mio, concentrandosi in modo ossessivo su un punto immaginario della ceramica. «Tutto a posto,» rispose in modo sbrigativo, il tono stranamente piatto. «Lui è sempre incastrato con il lavoro, io faccio il possibile da qui. Solite cose noiosissime da sposi.»
Non aggiunse altro. Spense l'apparecchio, si alzò in piedi e si avvicinò al lavandino per sciacquarsi. Quando si voltò di nuovo verso di me, l'atmosfera cambiò drasticamente. La sfacciataggine era svanita, sostituita da un'insicurezza nuda e cruda, quasi dolorosa da guardare. Rimase in piedi davanti alla vasca, completamente svestita, stringendosi le braccia sotto il seno abbondante come per nascondersi. Il mio cuore perse un battito, mentre sotto il pelo dell'acqua il mio cazzo pulsava a mille, mandandomi il sangue al cervello. Avrei voluto divorarla con gli occhi, ma la sua espressione mi frenò.
«Senti, Matteo...» esordì, mordendosi il labbro inferiore con forza. «Però sii sincero. Non dirmi una cosa solo perché sei mio fratello o per farmi contenta. Tu... tu mi trovi ingrassata? O più brutta rispetto a prima?»
La guardai, con la bava alla bocca per quanto fosse devastantemente sensuale e formosa, e fui investito da un'ondata di tenerezza assoluta. «Kekka, sinceramente, io ti vedo perfetta come sempre,» risposi d'istinto.
Lei abbassò lo sguardo, scuotendo appena la testa, palesemente non convinta. Le parole di Andrea dovevano averla ferita molto più in profondità di quanto volesse ammettere. Presi un respiro profondo. Dovevo farle capire quanto fosse preziosa per me. «Sai, Kekka,» ripresi, la voce che mi tremava un po' per il coraggio che stavo cercando di racimolare. «Io ti trovo perfetta e, sinceramente, non sei affatto ingrassata. Ma sappi che se anche lo fossi... e non è assolutamente il caso... non perderesti un minimo della tua bellezza. Saresti sempre perfetta ai miei occhi.» Feci una pausa, incontrando il suo sguardo stupito. «Sei una ragazza solare, bellissima. Sei come un'opera d'arte complessa, composta da tanti piccoli capolavori che fanno inevitabilmente innamorare di te. Il tuo sorriso dolce, la tua risata, il tuo carattere esplosivo, quelle curve da far girare la testa... e mille altre cose.»
Gli occhi di mia sorella si riempirono di lacrime. Rimasero lucidi per qualche secondo, sospesi in un silenzio carico di un'emozione densissima. Tirò su col naso, cercando di ricomporsi, e un sorriso le illuminò il viso, spazzando via ogni nuvola. «Sei il solito ruffiano smielato,» mi prese in giro con voce incrinata, ma i suoi occhi dicevano l'esatto contrario: ridevano, grati e profondamente toccati.
Prima che potessi aggiungere altro, il suo lato irruente, goffo e imprevedibile prese il sopravvento. Senza alcun preavviso, scavalcò il bordo della vasca e si buttò letteralmente nell'acqua con me, sollevando un'onda di schiuma e calore. «Vieni qua, mostriciattolo!» esclamò, gettandomi le braccia al collo per stritolarmi in un abbraccio.
L'impatto fu disastroso e meraviglioso al tempo stesso. Nel calarsi su di me, il suo bacino nudo franò inesorabilmente contro il mio inguine, urtando in pieno la mia erezione marmorea sotto l'acqua. Trattenni il fiato, chiudendo gli occhi per l'imbarazzo e per il piacere lancinante di quel contatto umido e scivoloso.
Kekka fece la finta tonta, ma sentii i suoi muscoli contrarsi per un istante contro il mio addome. Si allontanò di qualche centimetro, ridacchiando con quella solita sfacciataggine che usava come scudo. «Eddai, non fare quella faccia! Da piccoli ci facevamo sempre il bagno insieme, non fare il difficile!» mi sfotté, passandosi una mano tra i ricci bagnati per tirarli indietro, offrendomi una visuale perfetta del suo collo e del suo décolleté imperituro.
Poi, gli occhi le brillarono di pura malizia. L'aria si fece rovente, e la narrazione iniziò a seguire alla perfezione quel crescendo erotico in cui gli approcci si fanno via via più diretti e intensi. «E comunque... già che sei qui, perché non lavi la tua sorellona?» sussurrò, porgendomi la spugna insaponata con un sorrisetto languido. «Non ci arrivo bene dietro la schiena.»
Deglutii, prendendo la spugna con mani tremanti. «Girati,» riuscii a dire con un filo di voce.
Kekka si voltò, dandomi la schiena e piegando le gambe per rannicchiarsi nella vasca. Iniziai a insaponarle le spalle, massaggiando la pelle morbida e scivolosa con movimenti lenti. La spugna scese lungo la spina dorsale, accarezzando ogni singola vertebra. L'acqua calda e il profumo di bagnoschiuma alla vaniglia saturavano i sensi. «Mmh, bravissimo...» sospirò lei, reclinando la testa all'indietro contro il mio petto. «Ora davanti.»
Mi si bloccò il respiro. Feci scivolare le mani in avanti, cariche di schiuma. I miei palmi incontrarono la carne pesante e abbondante dei suoi seni. Non usai la spugna; usai le mani nude. Iniziai a massaggiarli dolcemente, sentendo la loro morbidezza riempirmi le dita. Kekka chiuse gli occhi, appoggiandosi completamente a me, lasciandosi coccolare. I miei pollici sfiorarono i suoi capezzoli, che si indurirono all'istante sotto la carezza saponata. «Vai piano, Matty,» mi stuzzicò lei, la voce ridotta a un sussurro roco, spingendo impercettibilmente il petto contro i miei palmi. «Così mi vizi.»
Le mie mani scivolarono più giù, sul suo ventre piatto, accarezzandole i fianchi larghi e femminili. Scesi verso il fondoschiena, impastando le natiche sode e rotonde che affioravano a pelo d'acqua. Le strinsi con decisione, godendo della scivolosità della pelle bagnata. Kekka inarcò la schiena in avanti, offrendosi ancora di più al mio tocco, un gemito debole e umido che le scappò dalle labbra socchiuse.
Mi sentivo come se stessi per esplodere. Avere il suo corpo nudo, caldo e scivoloso completamente abbandonato tra le mie mani, mentre la mia erezione pulsava a pochi millimetri dalla sua schiena, era l'apoteosi della fantasia trasformata in realtà. Kekka sorrise, gli occhi ancora chiusi, assaporando ogni secondo di quelle attenzioni così cariche di desiderio e devozione. Finalmente si sentiva di nuovo bellissima, apprezzata e viva... e il fatto che a farla sentire così fosse il suo fratellino rendeva tutto incredibilmente più intenso e proibito.
Il silenzio avvolgente del bagno, rotto solo dallo sciabordio dell'acqua e dai nostri respiri irregolari, fu improvvisamente squarciato da un suo movimento inaspettato.
Kekka si scostò leggermente dal mio petto, scivolando più in basso nell'acqua insaponata. Prima ancora che potessi chiederle cosa stesse facendo, sentii la sua mano scendere sotto il livello della schiuma, esplorando il mio bacino con una disinvoltura disarmante. Le sue dita calde e scivolose di bagnoschiuma trovarono senza esitazione la mia erezione, afferrandola alla base con una presa salda e decisa.
Trattenni il fiato, inarcando la schiena per lo shock e per la scarica elettrica che mi attraversò la spina dorsale. «Kekka...» ansimai, la voce che non era altro che un sussurro roco. «Che... che fai?»
Lei si voltò a guardarmi da sopra la spalla. I suoi occhi scuri brillavano di una malizia irresistibile, mentre l'acqua le accarezzava la curva del seno. «Tranquillo, mostriciattolo,» mormorò, con una nonchalance che mi fece girare la testa. «Devo pur ricambiare il favore, no? Tocca a me lavare te, adesso.»
La sua mano iniziò a muoversi. Avvolta dalla schiuma setosa e dall'acqua bollente, la stretta delle sue dita morbide scivolò lungo tutta la mia lunghezza, su e giù, con un ritmo lento e calcolato. Il contrasto tra il calore della vasca e l'attrito lussurioso della sua mano mi fece chiudere gli occhi. Un gemito soffocato, impossibile da trattenere, mi sfuggì dalle labbra.
Eravamo passati da un'attrazione sottile a un approccio diretto e inequivocabile, seguendo alla perfezione la regola del crescendo erotico. «Kekka, è sbagliato...» mormorai cieco di piacere, le mani aggrappate ai bordi della vasca per non perdere l'equilibrio. «Sicura che... ah... sicura che va bene?»
Invece di farsi prendere dai sensi di colpa, Kekka scelse di rifugiarsi nel suo scudo preferito: l'ironia sfrontata. Non voleva fare la seria, preferiva prendermi in giro per sdrammatizzare l'enormità di quello che stavamo facendo. Ridacchiò dolcemente, il suono che si mescolava all'acqua. «Mamma mia, sei tanto sporco, Matteo. Non c'è assolutamente niente di male nel lavare per bene il proprio fratellino, ammettiamolo. È solo una questione di igiene... lo faccio per la tua salute.»
Le sue parole giocose erano in totale contrasto con la foga che stava iniziando a metterci. Intensificò il movimento, stringendo la presa. Il suo pollice accarezzò la punta sensibile, facendomi tremare da capo a piedi. Gemevo sottovoce, incapace di contenere l'eccitazione divorante che mi stava consumando. Riaprii gli occhi e la guardai. Anche se continuava a fare battute, Kekka ci stava mettendo tutta se stessa. Mi guardava divertita, ma le sue guance erano imporporate e il suo respiro si era fatto incredibilmente affannoso. Stava godendo del potere assoluto che aveva sul mio corpo. La spontaneità di quel momento stava vincendo su ogni regola o tabù.
«Kekka... sto... sto per...» balbettai, i muscoli dell'addome contratti allo spasimo.
«Lasciati andare, Matty,» sussurrò lei, abbandonando del tutto le battute, la voce che si incrinava per l'eccitazione. Aumentò il ritmo in modo vertiginoso, portandomi rapidamente oltre il punto di non ritorno.
L'apoteosi dei sensi mi travolse con una forza devastante. Rovesciai la testa all'indietro con un gemito lungo e roco, mentre l'orgasmo mi squassava il bacino, esplodendo contro il palmo della sua mano sotto il pelo dell'acqua. Kekka sentì i miei spasmi violenti e non riuscì a trattenere un piccolo urletto strozzato, un suono acuto e carico di una lussuria che non mi aspettavo. Rimase immobile per qualche istante, la mano ancora avvolta attorno a me, aspettando che il mio respiro si regolarizzasse.
Poi, con un ultimo, letale sorriso sbieco, ritirò la mano dall'acqua. «Ora sì che sei pulito, fratellino,» sussurrò.
Si alzò in piedi, incurante dell'acqua che le scivolava addosso e della mia espressione completamente rimbambita, e uscì dalla vasca con la grazia di una dea. «Su, asciughiamoci, altrimenti diventiamo due prugne,» disse, prendendo un asciugamano. Si avvolse nella spugna, poi si voltò verso di me. L'aria maliziosa era svanita, lasciando il posto a uno sguardo di una dolcezza disarmante. I suoi occhi scuri mi accarezzarono il viso. «E... grazie per prima. Per le cose che mi hai detto. Ne avevo davvero bisogno.»
Il mio cuore si sciolse. Uscii dall'acqua anche io, le gambe che mi tremavano ancora leggermente per la scossa dell'orgasmo. Indossai il mio accappatoio, legandolo in vita, e mi avvicinai a lei. Eravamo l'uno di fronte all'altra, umidi, accaldati e legati da un segreto ormai impossibile da ignorare.
Kekka si strinse l'asciugamano al petto, mordendosi il labbro inferiore in modo pensieroso. Poi alzò lo sguardo, e una scintilla ribelle le illuminò le iridi. «Senti, mostriciattolo,» esordì, con un tono complice. «Che ne dici se stasera mi accompagni a ritirare le scarpe per il matrimonio e poi... usciamo a fare un po' di follie? Mi manca morire dal ridere, divertirmi la sera e bere un po'. Ci stai?»
La guardai, conscio che quella era una promessa esplosiva, l'esca perfetta per spingere la nostra dinamica ancora più oltre i limiti. «Ci sto,» risposi.
L'adrenalina del concerto mi scorreva ancora nelle vene, eppure, mentre Andrea guidava verso casa nel silenzio dell'abitacolo, mi sentivo svuotata. Era un periodo maledettamente complicato. La scuola di musica sembrava assorbire ogni mia energia, la crisi professionale mi faceva dubitare del mio talento e, come se non bastasse, lo stress mi aveva fatto prendere qualche chilo di troppo. I miei fianchi si erano arrotondati, il mio seno era diventato ancora più pesante. Non mi sentivo brutta, ma mi sentivo... invisibile. Andrea non mi sfiorava, non mi cercava con lo sguardo. Era fisicamente distante, freddo, chiuso in una sua bolla.
Appena chiusa la porta di casa alle nostre spalle, decisi che non potevo più sopportare quella distanza. Volevo sentirmi desiderata, viva. Lasciai scivolare a terra la giacca, rimanendo solo con il corsetto di scena nero che mi strizzava e sollevava il seno in modo teatrale e provocante, e mi lanciai verso di lui. Gli saltai letteralmente addosso mentre si toglieva le scarpe sul divano, finendo a cavalcioni sulle sue gambe. «Mmh... sei stato bravissimo stasera con quell'assolo,» sussurrai, cercando le sue labbra, iniziando a muovere lentamente il bacino contro di lui, disperatamente pronta a farmi sbattere lì, in salotto, per cancellare ogni insicurezza.
Ma Andrea non ricambiò il bacio. Irrigidì le spalle e mi piantò le mani sui fianchi, non per stringermi, ma per tenermi lontana. «Kekka, per favore. Sono stanco a morte. Ho scaricato l'amplificatore da solo e domani mattina ho una riunione in ufficio,» disse, distogliendo lo sguardo.
«È solo una scusa, Andrea,» sbottai, la voce che iniziava a tremare per la frustrazione. Mi allontanai di qualche centimetro, costringendolo a guardarmi in faccia. Il cuore mi batteva forte per l'ansia. «Cos'hai? Sono settimane che mi eviti. Guardami. Mi trovi ancora attraente? Oppure... oppure ti faccio schifo?»
Lui fece un sospiro pesante, passandosi una mano sul viso con un'espressione esasperata. «Senti, vuoi la verità, visto che insisti?» esordì, gelido. «No, non ti trovo attraente stasera. Ti sei lasciata completamente andare, Kekka. Sei ingrassata in modo evidente, giri per casa trasandata e sembri non curarti più del tuo aspetto. Mi avevi fatto una marea di promesse: i buoni propositi, la dieta rigorosa, l'iscrizione in palestra... e invece molli tutto alla prima difficoltà. Non riesci a seguire una singola regola. E io non ho intenzione di mentirti solo per farti piacere.»
Quelle parole mi squarciarono il petto. In un momento in cui la mia carriera era in bilico e la mia autostima era già sotto i tacchi, sentirmi definire grassa, trasandata e fallimentare dall'uomo che avrei dovuto sposare fu una crudeltà inaudita. Mi sentii uno straccio. Scesi dalle sue gambe in un silenzio tombale, ingoiando le lacrime, raccogliendo i cocci del mio orgoglio femminile.
Matteo (POV) – Presente
La luce calda del mattino filtrava dalle tapparelle, disegnando strisce dorate sulle lenzuola stropicciate. Ero seduto a gambe incrociate sul materasso, una tazza di caffè fumante tra le mani, e osservavo Kekka dormire.
Dopo quello che era successo – o meglio, dopo quello che avevo fatto al suo seno la notte prima, e quello che sentivo fosse accaduto nel buio mentre le davo le spalle – guardarla era una dolce agonia. Aveva il viso affondato nel mio cuscino, i ricci ribelli sparsi ovunque in una nuvola scura. La camicia da notte nera era scivolata pericolosamente, scoprendo una delle sue cosce morbide e burrose.
Mentre la studiavo, come si fa con un'opera d'arte proibita, prese un respiro profondo e si mosse. Si stiracchiò con un gemito pigro, inarcando la schiena. Aprì gli occhi a fessura, mettendo a fuoco la mia figura seduta accanto a lei. «Buongiorno...» borbottò, la voce impastata e meravigliosamente roca.
«Buongiorno un cazzo,» risposi, cercando di mascherare l'affetto con un tono burbero e trattenendo un sorriso. «Ho deciso ufficialmente che questa è l'ultima volta che ti permetto di infilarti nel mio letto. Non dormirò mai più con te.»
Lei sbatté le palpebre, visibilmente confusa. «Perché? Che ho fatto?» «Sei un pericolo per la mia incolumità fisica,» la accusai, bevendo un sorso di caffè. «Tiri calci peggio di un mulo scalciante. Stanotte mi hai tirato due stincate che mi hanno quasi buttato giù dal materasso. Sei un incubo.»
Kekka sbuffò, stropicciandosi gli occhi e mettendosi a sedere. Nel farlo, la seta della camicia da notte cedette ulteriormente, mettendo in mostra una curva generosa e inebriante del suo décolleté. Mi sforzai di mantenere lo sguardo sui suoi occhi, ma era una missione suicida. «Sei il solito esagerato piagnucolone,» ribatté lei, con un sorriso sghembo. «Io dormo come un angioletto incantevole.»
«Un angioletto che distribuisce tibiate sui reni,» precisai.
Il suo sorriso si allargò, riacquistando quella malizia sfrontata che la caratterizzava e mascherando la vulnerabilità della sera precedente. È la magia dell'erotismo: la spontaneità vince sulla complessità e le dinamiche si ribaltano in un istante. «Fai poco lo sbruffone, mostriciattolo,» mi provocò, assottigliando lo sguardo in modo felino. «Guarda che se continui ti faccio quello che ti facevo quando eravamo piccoli e facevi i capricci per alzarti dal letto.»
La guardai con aria di sfida, posando la tazza sul comodino con estrema lentezza. «Non oseresti.»
«Ah, dici?» Fu questione di un decimo di secondo. Kekka scattò in avanti come una pantera, lanciandosi letteralmente su di me. Mi travolse. Finimmo intrecciati sulle coperte disordinate, e le sue dita iniziarono ad affondare implacabili, veloci e spietate sui miei fianchi e sotto le mie costole. Soffrivo il solletico in modo patologico.
«No! Kekka, ferma! Cazzo, ti prego, no!» scoppiai a ridere a crepapelle, contorcendomi sotto di lei come un'anguilla, cercando disperatamente di afferrarle i polsi. «Chiedi pietà! Dì che sono la sorellona più bella e brava del mondo!» rideva lei a pieni polmoni, seduta a cavalcioni sulle mie cosce. I suoi ricci mi solleticavano il viso, il suo profumo di vaniglia mi riempiva la gola.
La lotta divenne fisica, ravvicinata, serrata. Riuscii ad agganciarle un braccio, poi l'altro. Con uno slancio dei fianchi, sfruttando la mia forza, ribaltai le nostre posizioni. La schiacciai di schiena contro il materasso, bloccandole i polsi sopra la testa.
Mi ritrovai improvvisamente sopra di lei. Le risate si spensero. Il respiro di entrambi si spezzò all'istante, trasformandosi in un ansimare pesante.
La situazione si era capovolta, passando dal livello soft e infantile a una tensione palpabile e densa in un solo respiro. Il suo petto prosperoso, libero sotto la seta, si alzava e si abbassava in modo frenetico, schiacciandosi contro il mio torace nudo a ogni inspirazione. I miei fianchi erano saldamente incastrati in mezzo alle sue gambe spalancate, e le sue cosce, per puro riflesso, avevano iniziato a stringermi. L'aria fresca del mattino era improvvisamente scomparsa, sostituita da un calore asfissiante e da un silenzio carico di promesse che nessuno dei due aveva il coraggio di spezzare.
Passò qualche giorno da quell'incontro ravvicinato sul letto e, in modo quasi surreale, quel momento ad altissima tensione erotica tra noi due sembrò non essere mai accaduto. Kekka era tornata a comportarsi come la solita sorella maggiore, tra battute e faccende di casa, mascherando alla perfezione il fuoco che avevamo acceso. Ma in cuor mio sapevo e speravo disperatamente che non sarebbe finita lì. C'era un filo invisibile e teso che ci legava, pronto a spezzarsi al minimo tocco.
E infatti, l'occasione non tardò ad arrivare.
Era mattina presto. I nostri genitori erano già usciti e la casa era immersa in un silenzio ovattato. Mi ero svegliato prima del solito, con i muscoli indolenziti e la mente affollata dai soliti, torbidi pensieri. Avevo bisogno di un bel bagno caldo per rilassarmi e schiarirmi le idee. Infilai le ciabatte e, ancora mezzo addormentato, abbassai la maniglia della porta del bagno senza nemmeno riflettere, dando per scontato che fosse vuoto.
Mi bloccai sulla soglia, il respiro che mi si incagliava di colpo in gola.
Kekka era lì. Seduta sul bidet, totalmente nuda. Il ronzio del Silk-épil che teneva in mano era l'unico suono nella stanza. La luce bianca del bagno illuminava la sua pelle dorata, facendola sembrare una statua di carne viva e pulsante. Era piegata in avanti per passarsi l'epilatore lungo il polpaccio, e quella posizione le schiacciava il seno abbondante e pesante contro le ginocchia, creando una scollatura naturale mozzafiato. I ricci selvaggi le ricadevano su una spalla, mentre le sue cosce piene e burrose erano spalancate sulla ceramica per permetterle di muoversi meglio.
Appena sentì la porta aprirsi, spense il macchinario. Alzò la testa e, invece di urlare o coprirsi come avrebbe fatto chiunque, mi lanciò un sorriso radioso, sfrontato fino al midollo. «Buongiorno, tigrotto!» cinguettò, scuotendo i capelli.
«C-cazzo... scusa!» balbettai, sentendo il viso prendere letteralmente fuoco. Feci per indietreggiare, aggrappandomi alla maniglia come a un salvagente. «Io... volevo solo farmi un bagno. Non sapevo ci fossi tu, vado via.»
«Ma va', resta!» mi bloccò lei, facendo un gesto noncurante con la mano, i seni che ondeggiarono in modo ipnotico a quel movimento. «E fattelo questo bagno. Così mi fai pure compagnia, mi stavo annoiando da sola.»
«Kekka, sei completamente nuda,» le feci notare, la voce che mi tremava per lo sforzo disumano di guardarla negli occhi e non scendere più giù.
Lei alzò gli occhi al cielo, ridacchiando divertita. «E allora? Mi hai già vista nuda, no? Anzi, mi hai vista fare di peggio l'altra notte, non fare il finto puritano adesso. E poi dai, ti cambiavo il pannolino quando eri un batuffolo urlante, quindi sticazzi. Entra e chiudi la porta, che fai uscire il caldo.»
La conversazione era surreale, imbarazzante oltre ogni limite logico, ma l'aria nel bagno era già diventata elettrica, carica di quel sottotesto che ormai guidava ogni nostra interazione. E, ammettiamolo, il mio corpo aveva già deciso per me. Deglutii a vuoto, entrai e chiusi la porta a chiave alle mie spalle.
Mi avvicinai alla vasca, aprendo l'acqua calda, dandole le spalle per cercare di nascondere l'evidente reazione che si stava già facendo spazio nei miei pantaloni del pigiama. Iniziai a spogliarmi con movimenti goffi, sfilandomi la maglietta e rimanendo solo in mutande.
Mentre l'acqua scrosciava, sentii Kekka sbuffare rumorosamente alle mie spalle. Mi voltai appena. Si era raddrizzata con la schiena e aveva allargato ulteriormente le cosce sul bidet. L'angolazione era letale. I miei occhi caddero inevitabilmente sul suo sesso.
«Mamma mia, faccio proprio schifo,» si lamentò lei, puntando l'indice verso la propria zona intima con un cipiglio contrariato. «Guarda qua. Con tutto questo stress per i preparativi e la storia di Andrea mi sono completamente trascurata. Cazzo, guarda quanti peli... un vero disastro.»
Il mio cervello andò in tilt. Guardai esattamente dove mi stava indicando. La sua intimità era bellissima, incorniciata da una peluria scura e folta che la rendeva ancora più selvaggia, matura e fottutamente eccitante. Vederla così, cruda, imperfetta ma esposta solo per i miei occhi, fu un colpo di grazia. Il mio cazzo scattò contro la stoffa tesa dei boxer, gonfiandosi in un'erezione dura e pulsante che non lasciava il minimo spazio all'immaginazione. Era un'evidenza impossibile da nascondere.
Kekka se ne accorse all'istante. Il suo sguardo scese rapido sul mio inguine, e quel cipiglio contrariato si trasformò in un secondo nel suo solito, letale sorrisetto perverso. Si passò la lingua sulle labbra, godendosi la scena. «Beh...» mormorò, inclinando la testa di lato, gli occhi che brillavano di pura lussuria fraterna. «A quanto pare il disastro non fa schifo proprio a tutti. Qualcuno qui ha già alzato la bandiera, eh?»
«Kekka, smettila,» mormorai, sentendomi un idiota, incapace di coprirmi o di distogliere lo sguardo da lei.
«Perché dovrei?» rise lei dolcemente, allungando una gamba nuda per sfiorarmi il polpaccio con l'alluce. «È la biologia, mostriciattolo. E devo ammettere che... mi piace tantissimo farti questo effetto.»
Riempii la vasca con l'acqua più calda che potevo sopportare ed entrai, scivolando sotto la schiuma fino al petto, grato che la coltre bianca nascondesse l'evidenza martellante del mio desiderio.
Kekka, nel frattempo, aveva riacceso il Silk-épil e stava finendo di passarlo con cura sulle caviglie. Il ronzio dell'apparecchio faceva da sottofondo a una chiacchierata che, per assurdo, era tornata a toni quasi normali. Parlammo di cazzate, di aneddoti di quando eravamo piccoli, di vecchi amici in comune. Era un momento di intimità domestica e spontanea.
Tuttavia, quando le chiesi come stessero andando gli ultimi preparativi e come stesse Andrea, la vidi irrigidirsi. Il suo sguardo sfuggì il mio, concentrandosi in modo ossessivo su un punto immaginario della ceramica. «Tutto a posto,» rispose in modo sbrigativo, il tono stranamente piatto. «Lui è sempre incastrato con il lavoro, io faccio il possibile da qui. Solite cose noiosissime da sposi.»
Non aggiunse altro. Spense l'apparecchio, si alzò in piedi e si avvicinò al lavandino per sciacquarsi. Quando si voltò di nuovo verso di me, l'atmosfera cambiò drasticamente. La sfacciataggine era svanita, sostituita da un'insicurezza nuda e cruda, quasi dolorosa da guardare. Rimase in piedi davanti alla vasca, completamente svestita, stringendosi le braccia sotto il seno abbondante come per nascondersi. Il mio cuore perse un battito, mentre sotto il pelo dell'acqua il mio cazzo pulsava a mille, mandandomi il sangue al cervello. Avrei voluto divorarla con gli occhi, ma la sua espressione mi frenò.
«Senti, Matteo...» esordì, mordendosi il labbro inferiore con forza. «Però sii sincero. Non dirmi una cosa solo perché sei mio fratello o per farmi contenta. Tu... tu mi trovi ingrassata? O più brutta rispetto a prima?»
La guardai, con la bava alla bocca per quanto fosse devastantemente sensuale e formosa, e fui investito da un'ondata di tenerezza assoluta. «Kekka, sinceramente, io ti vedo perfetta come sempre,» risposi d'istinto.
Lei abbassò lo sguardo, scuotendo appena la testa, palesemente non convinta. Le parole di Andrea dovevano averla ferita molto più in profondità di quanto volesse ammettere. Presi un respiro profondo. Dovevo farle capire quanto fosse preziosa per me. «Sai, Kekka,» ripresi, la voce che mi tremava un po' per il coraggio che stavo cercando di racimolare. «Io ti trovo perfetta e, sinceramente, non sei affatto ingrassata. Ma sappi che se anche lo fossi... e non è assolutamente il caso... non perderesti un minimo della tua bellezza. Saresti sempre perfetta ai miei occhi.» Feci una pausa, incontrando il suo sguardo stupito. «Sei una ragazza solare, bellissima. Sei come un'opera d'arte complessa, composta da tanti piccoli capolavori che fanno inevitabilmente innamorare di te. Il tuo sorriso dolce, la tua risata, il tuo carattere esplosivo, quelle curve da far girare la testa... e mille altre cose.»
Gli occhi di mia sorella si riempirono di lacrime. Rimasero lucidi per qualche secondo, sospesi in un silenzio carico di un'emozione densissima. Tirò su col naso, cercando di ricomporsi, e un sorriso le illuminò il viso, spazzando via ogni nuvola. «Sei il solito ruffiano smielato,» mi prese in giro con voce incrinata, ma i suoi occhi dicevano l'esatto contrario: ridevano, grati e profondamente toccati.
Prima che potessi aggiungere altro, il suo lato irruente, goffo e imprevedibile prese il sopravvento. Senza alcun preavviso, scavalcò il bordo della vasca e si buttò letteralmente nell'acqua con me, sollevando un'onda di schiuma e calore. «Vieni qua, mostriciattolo!» esclamò, gettandomi le braccia al collo per stritolarmi in un abbraccio.
L'impatto fu disastroso e meraviglioso al tempo stesso. Nel calarsi su di me, il suo bacino nudo franò inesorabilmente contro il mio inguine, urtando in pieno la mia erezione marmorea sotto l'acqua. Trattenni il fiato, chiudendo gli occhi per l'imbarazzo e per il piacere lancinante di quel contatto umido e scivoloso.
Kekka fece la finta tonta, ma sentii i suoi muscoli contrarsi per un istante contro il mio addome. Si allontanò di qualche centimetro, ridacchiando con quella solita sfacciataggine che usava come scudo. «Eddai, non fare quella faccia! Da piccoli ci facevamo sempre il bagno insieme, non fare il difficile!» mi sfotté, passandosi una mano tra i ricci bagnati per tirarli indietro, offrendomi una visuale perfetta del suo collo e del suo décolleté imperituro.
Poi, gli occhi le brillarono di pura malizia. L'aria si fece rovente, e la narrazione iniziò a seguire alla perfezione quel crescendo erotico in cui gli approcci si fanno via via più diretti e intensi. «E comunque... già che sei qui, perché non lavi la tua sorellona?» sussurrò, porgendomi la spugna insaponata con un sorrisetto languido. «Non ci arrivo bene dietro la schiena.»
Deglutii, prendendo la spugna con mani tremanti. «Girati,» riuscii a dire con un filo di voce.
Kekka si voltò, dandomi la schiena e piegando le gambe per rannicchiarsi nella vasca. Iniziai a insaponarle le spalle, massaggiando la pelle morbida e scivolosa con movimenti lenti. La spugna scese lungo la spina dorsale, accarezzando ogni singola vertebra. L'acqua calda e il profumo di bagnoschiuma alla vaniglia saturavano i sensi. «Mmh, bravissimo...» sospirò lei, reclinando la testa all'indietro contro il mio petto. «Ora davanti.»
Mi si bloccò il respiro. Feci scivolare le mani in avanti, cariche di schiuma. I miei palmi incontrarono la carne pesante e abbondante dei suoi seni. Non usai la spugna; usai le mani nude. Iniziai a massaggiarli dolcemente, sentendo la loro morbidezza riempirmi le dita. Kekka chiuse gli occhi, appoggiandosi completamente a me, lasciandosi coccolare. I miei pollici sfiorarono i suoi capezzoli, che si indurirono all'istante sotto la carezza saponata. «Vai piano, Matty,» mi stuzzicò lei, la voce ridotta a un sussurro roco, spingendo impercettibilmente il petto contro i miei palmi. «Così mi vizi.»
Le mie mani scivolarono più giù, sul suo ventre piatto, accarezzandole i fianchi larghi e femminili. Scesi verso il fondoschiena, impastando le natiche sode e rotonde che affioravano a pelo d'acqua. Le strinsi con decisione, godendo della scivolosità della pelle bagnata. Kekka inarcò la schiena in avanti, offrendosi ancora di più al mio tocco, un gemito debole e umido che le scappò dalle labbra socchiuse.
Mi sentivo come se stessi per esplodere. Avere il suo corpo nudo, caldo e scivoloso completamente abbandonato tra le mie mani, mentre la mia erezione pulsava a pochi millimetri dalla sua schiena, era l'apoteosi della fantasia trasformata in realtà. Kekka sorrise, gli occhi ancora chiusi, assaporando ogni secondo di quelle attenzioni così cariche di desiderio e devozione. Finalmente si sentiva di nuovo bellissima, apprezzata e viva... e il fatto che a farla sentire così fosse il suo fratellino rendeva tutto incredibilmente più intenso e proibito.
Il silenzio avvolgente del bagno, rotto solo dallo sciabordio dell'acqua e dai nostri respiri irregolari, fu improvvisamente squarciato da un suo movimento inaspettato.
Kekka si scostò leggermente dal mio petto, scivolando più in basso nell'acqua insaponata. Prima ancora che potessi chiederle cosa stesse facendo, sentii la sua mano scendere sotto il livello della schiuma, esplorando il mio bacino con una disinvoltura disarmante. Le sue dita calde e scivolose di bagnoschiuma trovarono senza esitazione la mia erezione, afferrandola alla base con una presa salda e decisa.
Trattenni il fiato, inarcando la schiena per lo shock e per la scarica elettrica che mi attraversò la spina dorsale. «Kekka...» ansimai, la voce che non era altro che un sussurro roco. «Che... che fai?»
Lei si voltò a guardarmi da sopra la spalla. I suoi occhi scuri brillavano di una malizia irresistibile, mentre l'acqua le accarezzava la curva del seno. «Tranquillo, mostriciattolo,» mormorò, con una nonchalance che mi fece girare la testa. «Devo pur ricambiare il favore, no? Tocca a me lavare te, adesso.»
La sua mano iniziò a muoversi. Avvolta dalla schiuma setosa e dall'acqua bollente, la stretta delle sue dita morbide scivolò lungo tutta la mia lunghezza, su e giù, con un ritmo lento e calcolato. Il contrasto tra il calore della vasca e l'attrito lussurioso della sua mano mi fece chiudere gli occhi. Un gemito soffocato, impossibile da trattenere, mi sfuggì dalle labbra.
Eravamo passati da un'attrazione sottile a un approccio diretto e inequivocabile, seguendo alla perfezione la regola del crescendo erotico. «Kekka, è sbagliato...» mormorai cieco di piacere, le mani aggrappate ai bordi della vasca per non perdere l'equilibrio. «Sicura che... ah... sicura che va bene?»
Invece di farsi prendere dai sensi di colpa, Kekka scelse di rifugiarsi nel suo scudo preferito: l'ironia sfrontata. Non voleva fare la seria, preferiva prendermi in giro per sdrammatizzare l'enormità di quello che stavamo facendo. Ridacchiò dolcemente, il suono che si mescolava all'acqua. «Mamma mia, sei tanto sporco, Matteo. Non c'è assolutamente niente di male nel lavare per bene il proprio fratellino, ammettiamolo. È solo una questione di igiene... lo faccio per la tua salute.»
Le sue parole giocose erano in totale contrasto con la foga che stava iniziando a metterci. Intensificò il movimento, stringendo la presa. Il suo pollice accarezzò la punta sensibile, facendomi tremare da capo a piedi. Gemevo sottovoce, incapace di contenere l'eccitazione divorante che mi stava consumando. Riaprii gli occhi e la guardai. Anche se continuava a fare battute, Kekka ci stava mettendo tutta se stessa. Mi guardava divertita, ma le sue guance erano imporporate e il suo respiro si era fatto incredibilmente affannoso. Stava godendo del potere assoluto che aveva sul mio corpo. La spontaneità di quel momento stava vincendo su ogni regola o tabù.
«Kekka... sto... sto per...» balbettai, i muscoli dell'addome contratti allo spasimo.
«Lasciati andare, Matty,» sussurrò lei, abbandonando del tutto le battute, la voce che si incrinava per l'eccitazione. Aumentò il ritmo in modo vertiginoso, portandomi rapidamente oltre il punto di non ritorno.
L'apoteosi dei sensi mi travolse con una forza devastante. Rovesciai la testa all'indietro con un gemito lungo e roco, mentre l'orgasmo mi squassava il bacino, esplodendo contro il palmo della sua mano sotto il pelo dell'acqua. Kekka sentì i miei spasmi violenti e non riuscì a trattenere un piccolo urletto strozzato, un suono acuto e carico di una lussuria che non mi aspettavo. Rimase immobile per qualche istante, la mano ancora avvolta attorno a me, aspettando che il mio respiro si regolarizzasse.
Poi, con un ultimo, letale sorriso sbieco, ritirò la mano dall'acqua. «Ora sì che sei pulito, fratellino,» sussurrò.
Si alzò in piedi, incurante dell'acqua che le scivolava addosso e della mia espressione completamente rimbambita, e uscì dalla vasca con la grazia di una dea. «Su, asciughiamoci, altrimenti diventiamo due prugne,» disse, prendendo un asciugamano. Si avvolse nella spugna, poi si voltò verso di me. L'aria maliziosa era svanita, lasciando il posto a uno sguardo di una dolcezza disarmante. I suoi occhi scuri mi accarezzarono il viso. «E... grazie per prima. Per le cose che mi hai detto. Ne avevo davvero bisogno.»
Il mio cuore si sciolse. Uscii dall'acqua anche io, le gambe che mi tremavano ancora leggermente per la scossa dell'orgasmo. Indossai il mio accappatoio, legandolo in vita, e mi avvicinai a lei. Eravamo l'uno di fronte all'altra, umidi, accaldati e legati da un segreto ormai impossibile da ignorare.
Kekka si strinse l'asciugamano al petto, mordendosi il labbro inferiore in modo pensieroso. Poi alzò lo sguardo, e una scintilla ribelle le illuminò le iridi. «Senti, mostriciattolo,» esordì, con un tono complice. «Che ne dici se stasera mi accompagni a ritirare le scarpe per il matrimonio e poi... usciamo a fare un po' di follie? Mi manca morire dal ridere, divertirmi la sera e bere un po'. Ci stai?»
La guardai, conscio che quella era una promessa esplosiva, l'esca perfetta per spingere la nostra dinamica ancora più oltre i limiti. «Ci sto,» risposi.
2
voti
voti
valutazione
6.5
6.5
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
La Sorellona Si Sposa - Capitolo 2
Commenti dei lettori al racconto erotico