Sorella Sbagliata - Capitolo 4

di
genere
incesti

Il tocco umido e rovente della mia lingua sull’arco plantare del suo piede nudo fu come una scossa da tremila volt nel silenzio della stanza.
Giulia sussultò violentemente, presa totalmente di soprassalto. Con un gemito acuto, ritrasse la gamba di scatto e si girò sulla schiena a una velocità folle, strappandosi le cuffie dalle orecchie. La musica ad alto volume, che fino a un secondo prima la isolava dal mondo, svanì, lasciando spazio solo al suono dei nostri respiri pesanti.
«Franci... ma che cazzo fai?!» sbottò, la voce un'ottava più alta del normale.
Si appoggiò sui gomiti, spingendosi a ritroso contro i cuscini. Nei suoi occhi scuri c'era il panico puro di chi è stato colto di sorpresa nel suo momento più vulnerabile. Eppure, anche in quella situazione, il suo dannato ego cercò di prendere il sopravvento. Provò a raddrizzare le spalle, a inarcare la schiena per far risaltare il seno sotto la maglietta stropicciata, assumendo quell'aria da seduttrice sfrontata. Ma era una farsa che si sgretolava a vista d'occhio: le guance le andavano a fuoco e il respiro le tremava nel petto in modo incontrollabile. Era terrorizzata e fottutamente eccitata.
Non indietreggiai. Rimasi piegato in avanti, sovrastando il bordo del letto. La mia mano destra scattò in avanti e si chiuse saldamente attorno alla sua caviglia sottile, impedendole di scappare.
«Sei una mocciosa infame, Giù,» le dissi, la voce così bassa e roca che sembrava il ringhio di un animale braccato.
Non lasciai la presa. Tirai leggermente la sua gamba verso di me e mi chinai di nuovo. Questa volta non fu un tocco furtivo. Leccai lentamente la curva del suo tallone, per poi far scivolare la bocca sul dorso del piede, lasciando una scia umida sulla sua pelle bollente, fino a morderle con delicatezza l'alluce. Era un gesto di sottomissione assoluta e, al tempo stesso, di dominio totale. Un feticismo oscuro che mi stava fottendo il cervello.
Giulia emise un suono strozzato, un incrocio tra un sospiro e un piagnucolio. Si morse il labbro inferiore, le dita che si conficcavano spasmodicamente nelle lenzuola.
«Franci...» sussurrò, la finta sfrontatezza spazzata via da quell'intimità così estrema e inaspettata.
Lasciai il suo piede e iniziai ad arrampicarmi sul materasso, gattonando letteralmente sopra di lei, come un predatore. Giulia spalancò gli occhi mentre la mia ombra la copriva del tutto. Le ingabbiai i fianchi tra le mie ginocchia, sovrastandola.
«Volevi questo, no?» sibilai, il viso a un palmo dal suo. I miei occhi erano neri di lussuria e di una rabbia cieca per quello che mi stava facendo passare. «Volevi fare la grande. Volevi provocare il fidanzato di tua sorella mentre dorme nella stanza accanto. Volevi essere scopata... volevi essere trattata da donna.»
Lei deglutì a fatica, incapace di distogliere lo sguardo dal mio. Annuì impercettibilmente, il respiro corto che le sollevava la maglietta bianca.
«Complimenti,» le sussurrai a fior di labbra, sfiorandole la guancia con il naso, inalando il suo profumo mescolato al sudore dell'allenamento. «Missione compiuta. Mi hai fatto perdere la testa, Giù. Non capisco più un cazzo per colpa tua.»
Senza darle il tempo di rispondere, mi abbassai su di lei con tutto il peso del mio corpo.
L'impatto fu devastante. Il mio bacino si schiacciò esattamente contro il suo. L'erezione dolorosa e dura come la roccia, coperta solo dal cotone dei miei boxer, andò a sbattere con forza contro la stoffa sottile e umida dei suoi slip neri.
Giulia inarcò la schiena come se avesse preso la scossa, lasciando sfuggire un gemito disperato. Sentire la mia durezza premerle così sfacciatamente contro l'intimità la mandò in frantumi. Le mie mani scivolarono sotto la sua maglietta, accarezzandole i fianchi nudi, bollenti, mentre iniziavo a strusciarmi contro di lei con movimenti lenti, pesanti, carichi di tutto il desiderio represso di quei giorni.
E mentre i nostri bacini si sfregavano, mi avventai sulla sua bocca.
Il bacio esplose in un istante. Questa volta non c'era la sabbia gelida, c'era il calore soffocante della sua stanza. Giulia mi accolse spalancando le labbra, affamata, stringendomi le braccia attorno al collo con una forza disperata. Era ancora inesperta, goffa. I nostri denti si scontrarono per un secondo, e la sua lingua cercò la mia in modo disordinato, troppo irruento, senza quel ritmo calibrato di una donna vissuta.
Ma cazzo, rispetto alla spiaggia aveva imparato qualcosa. Si sforzava di seguire i miei movimenti, succhiandomi il labbro inferiore, assecondando la pressione della mia bocca con una foga adolescenziale che mi faceva impazzire. Era un bacio bagnato, rumoroso, sporco. Le mie dita si intrecciarono tra i suoi capelli sparsi sul cuscino, tenendole ferma la testa per divorarla meglio, mentre continuavo a macinare il mio bacino contro il suo.
Il contrasto tra l'acerbità del suo bacio e la sfacciataggine del modo in cui spingeva i fianchi verso l'alto, cercando attrito contro il mio cazzo attraverso la biancheria, era la cosa più eccitante e sbagliata del mondo. Eravamo a due porte di distanza da Erika addormentata, e io stavo fottutamente consumando sua sorella minore nel buio della notte.
Mi staccai dalle sue labbra, ansimando, il respiro che mi bruciava in gola. Tenevo il peso del mio corpo sui gomiti per non schiacciarla del tutto, ma i nostri bacini erano ancora incollati. Guardai il suo viso arrossato, i capelli neri sparsi sul cuscino bianco, gli occhi lucidi e dilatati nel buio.
Le presi il viso tra le mani, i pollici che le accarezzavano gli zigomi bollenti. L'adrenalina mi stava spaccando le tempie, ma dovevo essere sicuro che capisse l'enormità di quello che stavamo per fare.
«Da qui non si torna indietro, Giù,» le sussurrai, la voce roca e tagliente. «Guardami. Se andiamo oltre… se scopiamo e tua sorella lo viene a sapere, succede il finimondo. Distruggiamo tutto. La mia vita, la tua, la sua.»
Giulia deglutì, un movimento visibile nel buio della stanza. Le sue mani, ancora aggrappate alle mie spalle, tremarono leggermente. Provò a inarcare un sopracciglio, a rimettersi la maschera da seduttrice intoccabile. «Lo so,» rispose. Cercò di rendere la voce grossa, ferma, da donna che sa esattamente cosa vuole, ma l'ultima sillaba le tremò miseramente sulle labbra. «Non m'importa. Non vedo l'ora, Franci. Ti voglio e basta.»
Quella finta spavalderia, mescolata al terrore e all'eccitazione più pura, fece crollare le mie ultime difese.
Spostai le mani dal suo viso. Scivolai lungo i suoi fianchi, afferrando l'elastico sottile dei suoi slip neri. Giulia sollevò d'istinto il bacino per aiutarmi, e con un movimento fluido e deciso glieli sfilai lungo le gambe nude, buttandoli da qualche parte sul pavimento.
Ora era completamente esposta a me, dalla vita in giù. L'aria fresca della stanza accarezzò la sua intimità, facendola rabbrividire.
Non mi tuffai subito dentro di lei. Era la sua prima volta, era inesperta e tesa come una corda di violino. Feci scivolare la mano aperta tra le sue cosce, premendo il palmo contro di lei. Cazzo. Era fradicia. L'eccitazione l'aveva preparata perfettamente, il calore e l'umidità che mi bagnarono le dita mi fecero gemere a fior di labbra.
«Sei così bagnata per me, mocciosa,» le mormorai all'orecchio.
Giulia diventò letteralmente bordeaux, il rossore che le infiammava il viso e scendeva fino al petto. Chiuse gli occhi, incapace di sostenere il mio sguardo per la vergogna e il piacere accecante. Iniziai a stuzzicarla da fuori. Il mio pollice trovò il suo clitoride, gonfiato e sensibile, e cominciò a massaggiarlo lentamente, tracciando dei piccoli cerchi attraverso il bagnato.
«Ah... Franci... oh dio...» ansimò lei, la voce che si spezzava. Inarcò la schiena, sollevando il bacino contro la mia mano, alla disperata ricerca di più pressione.
«Piano, piccola. Respira,» la calmai, abbassandomi per baciarle il collo, cercando di farla sentire al sicuro. Le mie labbra morbide sulla sua pelle erano in netto contrasto con l'intensità di ciò che le stava succedendo laggiù. Volevo che si fidasse di me. Volevo che il terrore del tabù svanisse sotto il piacere.
Quando la sentii sciogliersi sotto il mio tocco, feci scivolare delicatamente un dito al suo interno. Era strettissima, un calore avvolgente che mi strinse come una morsa. Giulia emise un sibilo acuto, sgranando gli occhi, le unghie che si conficcavano nella mia schiena. Iniziai a muovere il dito dentro di lei, lentamente, assecondando il suo ritmo, mentre con il pollice continuavo la tortura sul clitoride. Dopo qualche istante, quando la sentii abituarsi, aggiunsi il secondo dito, allargandola piano, aprendola per me.
«Mmh! Franci, sì... ti prego...» piagnucolò, incapace di trattenersi. I suoi gemiti stavano diventando troppo alti. Eravamo a una parete di distanza da Erika.
Mi chinai su di lei e catturai le sue labbra. Le diedi un bacio profondo, avvolgente, lasciando che gemesse direttamente dentro la mia bocca per soffocare i suoni. Le accarezzai i capelli con la mano libera, cullandola, mormorandole parole dolci contro le labbra mentre sotto continuavo a muovere le dita con un ritmo sempre più serrato, implacabile.
«Sei bellissima, Giù. Sei bravissima,» le sussurravo, sentendo i suoi muscoli contrarsi sempre di più attorno alle mie dita. «Lasciati andare.»
Il suo corpo si tese come un arco. Giulia strinse le gambe attorno al mio polso, scuotendo la testa sul cuscino. Il respiro le si mozzò. «Vengo... Franci, vengo!» singhiozzò a fior di labbra.
Il suo climax fu un'esplosione silenziosa e bellissima. La sentii contrarsi violentemente, ondate di calore e spasmi che mi stringevano le dita mentre lei affondava il viso nel mio collo, tremando da capo a piedi, consumata dal suo primo, vero orgasmo.
Rimasi fermo, tenendola stretta, lasciandola fluttuare fino a quando i tremiti non si placarono. Sfilai lentamente le dita, il suono osceno del bagnato che rimbombò nella penombra. Giulia era devastata, ansimante, gli occhi socchiusi e un sorriso stordito, meraviglioso, sulle labbra gonfie.
Mi sollevai appena, mettendomi in ginocchio tra le sue gambe ancora aperte, il fiato corto. L'erezione nei miei boxer era ormai dolorosa da impazzire, una pulsazione continua.
Giulia riaprì gli occhi. Il suo sguardo scese dal mio viso al mio bacino. L'orgasmo le aveva sciolto ogni residuo di paura. Ora era la donna che aveva giocato a fare, e voleva la sua ricompensa.
Si tirò su a fatica, appoggiandosi sui gomiti, e mi guardò dal basso verso l'alto. «Voglio vederlo,» mormorò, la voce roca, carica di una lussuria nuova, arrogante.
Senza chiedere permesso, allungò le mani tremanti. Afferrò l'elastico dei miei boxer e, con una lentezza agonizzante, li tirò giù lungo le mie cosce, liberandomi completamente davanti ai suoi occhi.
Lei sgranò gli occhi, le labbra dischiuse. Il suo respiro si bloccò per un secondo. Fissò la mia erezione dura e pulsante con un misto di genuina meraviglia e puro terrore.
«Cavolo...» sussurrò, la voce che era poco più di un soffio tremante. Alzò lo sguardo verso il mio viso, gli occhi lucidi. «È enorme, Franci... fa quasi paura pensare di doverlo far entrare nella mia fighetta... è così piccola e stretta... non so se ci passa.»
Quella frase, detta con quell'innocenza sporca, mi mandò il sangue al cervello. Giulia allungò le mani. Le sue dita, piccole e fresche, mi sfiorarono timidamente. Sussultai al contatto. Iniziò ad accarezzarmi, ma era evidente che non avesse la minima idea di cosa stesse facendo. I suoi movimenti erano meccanici, rigidi, copiati palesemente da qualche video visto di nascosto. Mi afferrò con troppa forza, stringendo la presa e muovendo la mano a secco, in modo disordinato.
«Ah— cazzo. Ahia, Giù, fottutamente piano...» sibilai a denti stretti, bloccandole il polso prima che potesse farmi davvero male.
Lei sbiancò, ritraendo la mano come se si fosse bruciata. «Scusa! Oddio, scusa Franci, ti ho fatto male? Sono un disastro, io—» Il panico l'aveva invasa. Era terrorizzata all'idea di non essere all'altezza, di non saper fare la "donna" che voleva disperatamente essere.
«Shh, tranquilla, non è niente,» la rassicurai con voce roca. Presi la sua mano tremante e la riportai su di me. «Sei abituata a stringere troppo. Rilassa le dita. Devi usare il bagnato che hai sulle dita per farlo scivolare. Guarda.»
Sovrapposi la mia mano alla sua, guidando i suoi movimenti. Le insegnai la pressione giusta, il ritmo. Quando capì come muoversi, l'attrito della sua mano piccola e morbida su di me divenne una tortura squisita. «Così...» ansimai, chiudendo gli occhi, la mascella contratta. «Cazzo, Giù... sei bravissima, continua così.»
Vedere il suo sorriso orgoglioso mentre mi segava, l'impegno che ci metteva per farmi impazzire, mi portò oltre il limite della sopportazione. Non mi bastava più la sua mano. La volevo tutta.
Le fermai il polso con dolcezza, costringendola a fermarsi. «Basta così. Sdraiati,» ringhiai, spingendola per le spalle contro i cuscini.
Senza darle il tempo di pensare, afferrai l'orlo della sua maglietta bianca e gliela sfilai dalla testa in un unico movimento fluido, gettandola a terra. Il suo petto nudo si offrì alla mia vista. I suoi seni erano piccoli, acerbi, ma assolutamente perfetti, con i capezzoli turgidi che imploravano attenzione. Mi abbassai su di lei, affondando il viso nel suo petto. Presi un capezzolo tra le labbra, succhiandolo con intensità, con una fame che le strappò un gemito lungo e vibrante. Lo stuzzicavo con la lingua, lo mordicchiavo appena, mentre con le dita massaggiavo l'altro seno.
«Franci... oddio...» piagnucolava lei, inarcando la schiena, perdendosi totalmente in quelle sensazioni nuove.
Ero al limite. Scivolai più in basso, posizionandomi esattamente in mezzo alle sue gambe. Mi appoggiai sui gomiti per non schiacciarla e, muovendo il bacino, feci scivolare la mia punta bagnata contro la sua fessura. Era umida, scivolosa grazie all'orgasmo di prima, ma la sentivo chiusa, intatta. Iniziai a strusciarmi lentamente contro le sue labbra, spalancando la sua intimità, stuzzicandola dall'esterno. Giulia respirava a scatti, gli occhi chiusi, le mani aggrappate alle mie braccia.
«Sei pronta?» le sussurrai, posizionandomi all'ingresso. Lei annuì freneticamente, stringendo i denti.
Diedi una spinta in avanti, lenta, cercando di far penetrare solo la punta. L'ostacolo fisico fu immediato. Era strettissima, una resistenza naturale e inviolata. Spinsi un millimetro in più.
Il dolore la trafisse all'improvviso. Giulia spalancò gli occhi e dalla sua gola esplose un urlo stridulo, un grido di puro dolore infantile che avrebbe svegliato chiunque nel raggio di tre stanze.
Il mio istinto di sopravvivenza fu più veloce del pensiero. La mia mano scattò in avanti, schiacciandosi violentemente contro la sua bocca, soffocando l'urlo contro il mio palmo. «Shh! Cazzo, Giù, non urlare!» sibilai, il cuore che mi batteva nelle orecchie come un tamburo di guerra. Tesi l'orecchio nel buio. Niente. Dalla camera di Erika non proveniva alcun suono. Eravamo salvi per miracolo.
Giulia aveva gli occhi sbarrati, pieni di lacrime. Sotto la mia mano, stava piangendo. «Fa male,» mormorò contro le mie dita, la voce impastata.
«Lo so, lo so piccola. Resisti un attimo, è solo l'inizio. Passerà,» le sussurrai, cercando di calmarla. Tolti la mano dalla sua bocca, ma rimasi vicinissimo al suo viso.
Provai a muovermi. Iniziai a scoparla con una delicatezza estrema, millimetro per millimetro. Cazzo, la sua figa mi strozzava. Era una morsa bollente, così stretta che quasi mi faceva male, ma la sensazione era la cosa più sconvolgente che avessi mai provato. Ero dentro di lei. Stavo prendendo la sua verginità.
Feci una, due, tre spinte lente e cortissime.
Ma Giulia non si abituava. Al contrario, si irrigidì come un pezzo di legno. Le lacrime iniziarono a rigarle le guance, cadendo silenziose sul cuscino. Le sue mani scattarono sul mio petto, spingendomi indietro con una forza dettata dalla disperazione.
«No... no, Franci, ti prego...» singhiozzò a voce bassa, scuotendo la testa. «Fermati. Fa troppo male... mi brucia tutto. Non ce la faccio.» «Giù, aspetta, cerca di rilassarti—» «No!» piagnucolò, il panico che riprendeva il controllo, misto al senso di colpa e alla realtà che le stava crollando addosso. «Mi fa male! Smettila, ti prego... me ne pento, non voglio farlo, fermati!»
Sentire quella parola “pentimento”, vedere il suo viso da bambina distrutto dal dolore e dalla paura, ruppe l'incantesimo malato in cui eravamo immersi. L'eccitazione evaporò, sostituita da una doccia ghiacciata di senso di colpa e vergogna. Che cazzo stavo facendo a questa ragazzina?
Mi fermai all'istante. Con un movimento lento per non farle ancora più male, mi sfilai completamente da lei.
L'aria fredda colpì entrambi. Giulia si rannicchiò su se stessa in posizione fetale, tirandosi le ginocchia al petto, coprendosi il viso con le mani per soffocare i singhiozzi disperati.
Mi buttai di lato, tirandomi su i boxer in fretta e furia. Il petto mi faceva male per come batteva il cuore. Mi avvicinai a lei, avvolgendole le braccia intorno alle spalle nude e tremanti, tirandola contro il mio petto.
«Ehi, ehi... shhh... è finita. Sono uscito. Sono qui,» le mormorai contro i capelli, cullandola, cercando di essere il conforto di cui aveva bisogno e non il mostro che l'aveva appena ferita.
«Scusa... scusami...» piangeva lei, aggrappandosi a me come una bambina spaventata, nascondendo il viso nell'incavo del mio collo. «Sono una stupida. Volevo fare la grande... volevo farti impazzire... ma fa malissimo. Ho avuto paura. Scusami, Franci, ho rovinato tutto.»
«Non hai rovinato niente, Giulia. È colpa mia,» le baciai la fronte, stringendola forte. Le sue lacrime mi stavano bagnando la pelle. «Sono stato uno stronzo egoista. Non dovevo spingerti a fare una cosa del genere. Non piangere, ti prego. Cerca di fare piano, o Erika ci sentirà.»
Rimanemmo così, intrecciati nel buio della sua stanza. La seduttrice sfrontata era scomparsa del tutto, lasciando il posto a una ragazza terrorizzata che aveva fatto il passo più lungo della gamba. E io ero lì, con l'inguine dolorante e l'anima sporca, a stringere la sorellina della mia fidanzata nel suo letto, sapendo che da quella notte, niente sarebbe stato mai più come prima.
I suoi singhiozzi iniziarono a calmarsi a poco a poco, trasformandosi in respiri lunghi e tremanti contro la mia spalla. La tenevo stretta contro il petto, accarezzandole i capelli spettinati, immersi in un silenzio rotto solo dal battito impazzito dei nostri cuori.
Ero convinto che fosse finita. Credevo che il dolore l'avesse spaventata al punto da farle chiudere quella parentesi malata una volta per tutte. Invece, Giulia tirò su col naso, spostò appena il viso dal mio collo e mi guardò.
I suoi occhi erano gonfi, il trucco sbavato la faceva sembrare ancora più piccola, ma c'era una luce ostinata, quasi disperata, in fondo al suo sguardo. «Franci...» sussurrò, la voce ancora incrinata. «Io però non voglio smettere.»
Aggrottai la fronte, fermando la mano che le accarezzava la schiena. «Giù, ti ho appena fatto male. Hai pianto. Non devi dimostrare niente a—» «Non è per questo,» mi interruppe dolcemente, stringendo il tessuto della mia felpa tra le dita, avvicinandosi ancora di più al mio viso. «Mi ha fatto male perché ho voluto correre. Perché volevo fare la donna vissuta che non sono. Ma... quello che mi hai fatto prima... le tue dita, la tua bocca... mi è piaciuto da morire, Franci.»
Si morse il labbro inferiore, esitando un secondo, abbassando lo sguardo sul mio petto prima di trovare il coraggio di rialzarlo. «Sarebbe troppo chiederti di continuare a esplorare con me? Solo noi due. Pian piano. Voglio imparare, Franci, ma voglio farlo con te. Sarà il nostro segreto. Nessuno lo saprà mai.»
Le sue parole furono come una fiala di veleno dolce iniettata dritta nelle vene. Mi stava chiedendo di diventare il suo maestro, il suo iniziatore. Mi stava offrendo la sua intimità su un piatto d'argento, avvolta nel brivido del tabù. La guardai. Il suo petto nudo e acerbo che sfiorava la mia felpa, la vulnerabilità totale con cui si stava affidando a me... Sentirla così vicina, così spogliata di ogni arroganza e totalmente mia da plasmare, fece scattare qualcosa di oscuro e definitivo dentro di me. Non era più solo attrazione fisica o lussuria passeggera. Quello che provavo in quel momento per la sorella della mia ragazza era un senso di protezione malato, un'ossessione possessiva che mi divorava lo stomaco.
Mi chinai in avanti e le diedi un bacio lungo, lento e delicatissimo sulla guancia umida di lacrime. Inspirai a fondo il suo odore.
«Sì,» le sussurrai all'orecchio, la voce che vibrava di una gravità assoluta. «Va bene, Giù. Ti insegno io. Esploriamo.»
Lei fece un piccolo sorriso di sollievo, chiudendo gli occhi e stringendosi al mio petto. Ma prima che potesse rilassarsi del tutto, le afferrai il mento con due dita, sollevandole il viso per costringerla a guardarmi, indurendo lo sguardo.
«Ma a due condizioni,» scandii lentamente, con un tono che non ammetteva repliche. «La prima è che dovremo essere fottutamente discreti. Niente più provocazioni da ragazzina esibizionista in cucina mentre c'è tua sorella. Niente più giochetti con il piede sotto la coperta davanti a lei. Se ci scoprono, è la fine di tutto. Lo facciamo solo quando te lo dico io, alle mie regole.»
Giulia annuì freneticamente, palesemente eccitata da quel tono autoritario che tanto la faceva impazzire. «Va bene. Prometto. E la seconda?»
Il mio sguardo si abbassò sulle sue labbra, per poi tornare a piantarsi nei suoi occhi. «La seconda è che niente più app di merda. Niente più finti imprenditori o coglioni del bar. Se io rischio tutto questo per te... se ti tocco, se ti svesto e ti insegno come si fa... tu resti solo mia. Non voglio che nessun altro ti guardi, Giulia. Sono stato chiaro?»
Gli occhi di Giulia brillarono nel buio. L'idea di appartenermi in segreto, di essere l'oggetto della gelosia feroce del fidanzato di sua sorella maggiore, le diede il brivido definitivo. «Chiarissimo,» sussurrò, con un sorriso complice e peccaminoso, prima di sollevarsi e premere le labbra contro le mie per un bacio lento, bagnato e carico di promesse.
Quella notte, quando la lasciai addormentata nel suo letto e tornai a infilarmi sotto le lenzuola accanto a Erika, che si girò nel sonno cercando il mio calore, fissai il soffitto con il cuore che mi batteva a un ritmo disumano. L'odore della pelle di Giulia e il sapore della sua intimità mi impregnavano ancora le dita e la mente.
Mi ero illuso di poter tenere tutto sotto controllo. Credevo di poter gestire la situazione, di poter giocare col fuoco senza bruciarmi. Ma quella promessa sussurrata al buio, quel patto segreto stretto tra le lenzuola della sua stanza, non era un compromesso. Era l'inizio della fine. Avevamo appena staccato i freni su una discesa ripidissima, e da lì in avanti, la situazione sarebbe solo potuta degenerare in modo splendido, inarrestabile e fottutamente distruttivo.
di
scritto il
2026-05-17
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