Schiavo Delle Sue Amiche - Capitolo 4

di
genere
tradimenti

Il suono stridulo della sveglia mi perforò il cervello prima ancora che riuscissi ad aprire gli occhi.
Mi voltai a fatica nel letto. Erika era letteralmente incollata a me, una gamba nuda intrecciata alla mia, il viso affondato nell'incavo del mio collo. Profumava di pulito, di lenzuola e di un sonno sereno. Affondare il naso nei suoi capelli castani fu come ingoiare una manciata di schegge di vetro. I flash della notte appena trascorsa, il buio, la luce azzurra, il corpo di Sara violato a sua insaputa, il respiro spezzato di Lara e il mio orgasmo deviato, mi investirono con la violenza di uno schianto. Ero un mostro rannicchiato nel letto di un angelo
«Mmh... buongiorno, amore,» mormorò lei, la voce impastata, lasciandomi un bacio umido sulla mascella prima di stiracchiarsi come una gatta, facendo strusciare il seno contro il mio petto. «Oggi si parte presto.» «Buongiorno a te,» mentii, forzandomi di sorridere e accarezzandole il fianco prima di alzarmi di scatto. Avevo bisogno di aria

La colazione fu un macabro teatro dell'assurdo. Mentre bevevo un caffè nero amaro quanto il mio umore, guardavo le ragazze muoversi per la cucina. Sara si preparava il suo tè ignara di tutto, fresca e sorridente nel suo bikini fluo; non potevo guardarla senza rivedere il mio seme sulla sua pelle. Lara, seduta di fronte a me, mangiava in silenzio, ma quando alzò lo sguardo mi regalò un guizzo oscuro e complice da dietro le lenti degli occhiali. Un promemoria silenzioso del nostro patto vizioso. E poi c'era Sofia. Appoggiata allo stipite della portafinestra, incrociò il mio sguardo e, con calcolata lentezza, si passò la lingua sul labbro inferiore. Il messaggio era chiaro, spietato: ho ricevuto il materiale, bravo cagnolino.
Il viaggio in auto durò quasi un'ora e mezza. Fui grato di dover guidare il fuoristrada a noleggio: mi diede una scusa per fissare i tornanti sardi e non parlare. Chiusi nell'abitacolo, con la musica a palla e l'aria condizionata al massimo, il chiacchiericcio leggero delle ragazze riempiva lo spazio, in netto contrasto con la paranoia tossica che mi divorava dall'interno.
Arrivammo a Cala Nascosta, e il nome era una garanzia. Era una mezzaluna di sabbia bianca accecante, incastonata tra alte scogliere di granito e ricoperta di macchia mediterranea. Un paradiso terrestre isolato dal mondo. Non c'era anima viva, a parte noi. Il mare era una tavola di vetro turchese, così limpida da sembrare un'illusione.
«Ok, questo posto è fottutamente pazzesco!» esclamò Sara, lanciando la borsa mare sulla sabbia e sfilandosi i pantaloncini in un secondo. Rimase in un minuscolo bikini che lasciava ben poco all'immaginazione. «Te l'avevo detto,» sorrise Sofia, stendendo il suo telo con l'eleganza di una regina. «Niente turisti, niente occhi indiscreti. Solo noi e la natura. Se ci va, possiamo anche fare il bagno nudi.»
Lara trasalì leggermente a quella frase, sistemando il suo asciugamano a debita distanza dal bagnasciuga, ma con un'angolazione che le permetteva di tenere d'occhio me.
«Non tentarmi, Sofi!» rise Erika, prendendomi per mano e trascinandomi verso l'acqua. «Franci, mi spalmi la crema prima che mi ustioni?»
Mi inginocchiai sulla sabbia bollente dietro di lei. Erika si slegò i lacci del pezzo di sopra, tenendolo fermo contro il petto per lasciarmi la schiena completamente libera. Versai il fluido freddo sui palmi e iniziai a massaggiarle le spalle dorate, scendendo lungo la curva della spina dorsale fino all'elastico dello slip. Le mie mani si muovevano con cura, intrise di un affetto disperato, ma l'erotismo del momento era inquinato dalla presenza delle altre.
Sentivo gli occhi di Lara puntati addosso, brucianti di una gelosia malata per quel tocco intimo che riservavo alla mia fidanzata ufficiale. E sentivo quelli di Sofia, che da sotto gli occhiali da sole scrutavano ogni mia singola mossa, godendo del mio palese tormento psicologico.
Eravamo isolati dal mondo. Il palcoscenico perfetto per un nuovo disastro.
Il sole di Cala Nascosta era un bacio rovente sulla pelle. Il riverbero accecante dell'acqua cristallina ci costringeva a tenere gli occhiali da sole scuri anche sotto l'ombrellone.
«Io non resisto un secondo di più, sto sudando l'anima,» decretò Sara, alzandosi in piedi e sistemandosi il pezzo di sotto del bikini che le metteva in risalto i glutei perfetti. «Chi viene a fare il bagno?»
Lara si alzò silenziosamente, avvolgendosi l'asciugamano attorno ai fianchi, annuendo. Sofia, invece, si prese il suo tempo. Si stiracchiò come una leonessa sazia, passandosi una mano tra i capelli scuri, poi si voltò verso di noi. «Venite piccioncini?» chiese, togliendosi gli occhiali per piantare i suoi occhi di ghiaccio dritti nei miei. «No, andate voi,» rispose Erika, aprendo il suo libro e sistemandosi meglio sul telo. «Io voglio cuocermi un altro po' e leggere. Franci, tu che fai?»
Ero devastato. La stanchezza fisica della notte insonne si mescolava al crollo nervoso, lasciandomi svuotato. «Resto qui con te,» mormorai, passandomi una mano sul viso. «Ho bisogno di ombra e riposo.»
Sofia sorrise. Un sorriso obliquo, carico di veleno puro, invisibile a Erika ma letale per me. «Fai bene a riposare, Franci,» sussurrò Sofia, la voce suadente e carica di doppi sensi che mi fecero gelare il sangue sotto il sole cocente. «Sembri uno che stanotte ha sudato e faticato parecchio. Recupera le energie... non si sa mai quando potresti dover fare gli straordinari.» Si voltò, sculettando verso l'acqua cristallina seguita da Sara e Lara.
«Ma che cazzo dice?» ridacchiò Erika, ignara, voltando pagina. «Straordinari in vacanza. È tutta scema.» «Già,» deglutii, sentendo la gola secca. «Tutta scema.»
Mi lasciai scivolare sul telo, appoggiando la testa direttamente sul petto di Erika. Lei, con un movimento naturale e istintivo, mi cinse le spalle con un braccio, accogliendomi. La sua pelle era bollente, liscia, profumata di cocco e salsedine. Sentivo la morbidezza piena dei suoi seni cedere sotto il peso della mia guancia, e il battito regolare del suo cuore risuonarmi dritto nell'orecchio.
Era il mio posto sicuro. La mia casa. Chiusi gli occhi, mentre la sua mano con le unghie laccate di rosso iniziava ad accarezzarmi dolcemente i capelli. Come ho potuto fare una cosa del genere?, urlava la mia voce interiore. Come ho potuto inquinare questa purezza con il mio schifo? Sentivo il peso della sborrata sul petto di Sara e il calore della bocca di Lara ancora marchiati a fuoco sulla mia pelle. Avevo mandato a puttane la cosa più bella della mia vita per un momento di debolezza con l'erba. Il senso di colpa era un acido che mi corrodeva lo stomaco.
«Ehi...» sussurrò Erika, la voce morbida come velluto. Chiuse il libro e lo appoggiò sulla sabbia. Spostò la mano dai miei capelli alla mia guancia, accarezzandomela con il pollice. «Tutto bene, amore? È da quando ci siamo svegliati che sei silenzioso.» «Sì, scusami,» mormorai contro la sua pelle calda, inebriandomi del suo profumo. «Sono solo un po' stanco.» «Lo so che questa vacanza può essere intensa,» continuò lei, con una dolcezza che mi spaccò il cuore. «Siamo sempre in cinque, c'è confusione, i caratteri sono forti... ma ci tenevo a ringraziarti. Per essere qui. Per sopportarci. Saperti accanto a me, anche in mezzo a tutto questo casino, è la cosa che mi rende più felice al mondo. Ti amo da impazzire, Franci.»
Le sue parole scesero dentro di me, ma invece di distruggermi per la colpa, innescarono un meccanismo di difesa inaspettato, oscuro e contorto. Sollevai appena la testa per guardarla negli occhi. Erano sinceri, innamorati, limpidi. Non esisteva nessuno al mondo con cui fossi più in sintonia. Lei era la mia anima gemella.
Se le avessi detto la verità, se le avessi parlato del video e di Sofia, le avrei spezzato il cuore e distrutto la vita. L'avrei persa per sempre. Io lo sto facendo per lei, pensai improvvisamente, mentre un senso di giustificazione malata iniziava a fare breccia nella mia mente. Sopportare i deliri di onnipotenza di Sofia è il prezzo da pagare per mantenere intatta questa perfezione. Sono io che mi prendo il fango per lasciare lei pulita. Ero io a dovermi sporcare le mani, a dover fare il cagnolino, pur di proteggere la nostra relazione. Convincermi di essere una sorta di martire silenzioso fu un balsamo miracoloso per la mia coscienza. Sentii i muscoli del collo e delle spalle rilassarsi per la prima volta in due giorni.
«Ti amo anch'io, Eri,» le risposi, e stavolta la mia voce era ferma, sicura. Mi sollevai sui gomiti e la baciai. Un bacio lento, profondo, assaporando il sale sulle sue labbra, mescolando i nostri respiri. Le sfiorai il fianco scoperto, facendola sorridere contro la mia bocca. «Mmh, vedo che ti stai riprendendo...» sussurrò lei maliziosa, mordicchiandomi il labbro inferiore. «Il potere curativo delle tue tette è sottovalutato,» scherzai, facendola scoppiare in quella sua risata di gola che adoravo. «Sei un cretino!» mi rispose, spingendomi via per finta.
L'atmosfera si era alleggerita. Tornammo a chiacchierare in modo sciolto, parlando di dove saremmo andati a cena, scherzando sul costume fluo di Sara e ritornando a essere la coppia complice e innamorata di sempre.
Ma mentre la ascoltavo, il mio sguardo scivolò inevitabilmente verso l'acqua azzurra, dove le altre tre stavano nuotando. Dopotutto, mi dissi per auto-assolvermi definitivamente, Sofia mi aveva già fatto raschiare il fondo. Sborrare addosso alla sua migliore amica mentre dormiva era l'apice dell'abominio. Peggio di così non poteva fare. E poi, nell'angolo più buio e inconfessabile della mia anima, si fece strada una cruda verità che mi fece pulsare il sangue nel basso ventre. Mentre guardavo Lara emergere dall'acqua, passandosi le mani sui capelli bagnati, ricordai la sensazione della sua bocca impacciata attorno al mio cazzo, il suo bisogno disperato di essere sporcata. Ricordai lo sguardo di Sofia, la sua nudità prepotente e la sua saliva. Sarebbe stato il gioco di questa vacanza e alla fine di essa, tutto sarebbe tornato prima, cosi pensavo ingenuamente.
Era malato, deviato e terribilmente sbagliato. Ma mi eccitava. Mi eccitava da morire. Sarei stato il guardiano del amore con Erika, dolce e puro alla luce del sole. Ma nell'ombra, avrei abbracciato il mio ruolo nel gioco sporco di Sofia. Avrei separato l'amore dal sesso, la luce dal buio.
Sarebbe stato il mio sporco, irrinunciabile segreto.
Restammo per un po’ a fare i fidanzatini, finché presi dal forte caldo, decidemmo di buttarci in acqua. Il sole ci scaldava la pelle mentre, tenendoci per mano, entravamo nelle acque cristalline di Cala Nascosta. L'impatto con l'acqua fresca fu una benedizione dopo il calore asfissiante della spiaggia. Nuotammo a stile libero per qualche decina di metri, raggiungendo il resto del gruppo che si era radunato dove l'acqua arrivava circa al petto.
«Finalmente i piccioncini!» esclamò Sara, schizzandoci addosso un po' d'acqua. Aveva i capelli biondi incollati al viso e un sorriso radioso. «Pensavamo vi foste addormentati.» «Erika leggeva, io mi riprendevo,» risposi, passandomi una mano tra i capelli bagnati. Grazie al mio nuovo, contorto equilibrio mentale, mi sentivo stranamente padrone di me stesso.
Sofia emerse dall'acqua proprio accanto a me, un movimento fluido come quello di una sirena. Si sistemò il pezzo di sopra del bikini, ma nel farlo, in un "incidente" fin troppo calcolato, il triangolo di stoffa scivolò troppo di lato, esponendo per un paio di lunghi secondi il suo capezzolo turgido e scuro proprio davanti ai miei occhi, sotto il pelo dell'acqua. «Sai com'è, Franci,» disse Sofia, ignorando il pezzo di stoffa fuori posto e fissandomi con quegli occhi glaciali, carichi di doppi sensi. «Bisogna saper dosare il fiato per andare a fondo... altrimenti si rischia di affogare. Tu sei uno che va a fondo, vero?» «Me la cavo,» replicai, sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio prima che lei si ricoprisse. Lo avevo accettato. Lei era il demone, l'ombra. Ma non le avrei permesso di rovinare la luce.
Lara, poco più in là, faceva il morto a galla, ma da sotto le lenti degli occhiali da sole bagnati sentivo il suo sguardo indugiare sul mio addome. L'atmosfera era un campo minato di ormoni e segreti, ma incredibilmente, la cosa mi scivolava addosso.
Dopo una mezz'ora di scherzi, tuffi e qualche battuta al vetriolo di Sofia, lo stomaco di Sara emise un brontolio sonoro. «Ok, ragazzi, ho una fame da lupi,» annunciò, strizzandosi i capelli. «Io vado a saccheggiare la borsa frigo. Chi viene?» «Io,» disse subito Lara, avviandosi verso riva. Sofia ci guardò. «Venite?» «Tra poco,» rispose Erika, stringendosi contro il mio fianco. «Facciamo un'altra nuotata e vi raggiungiamo.» Sofia fece un sorrisetto obliquo. «Fate i bravi. O almeno, provateci.» Poi diede le spalle e nuotò verso la spiaggia.
Rimanemmo soli. Oltrepassammo la secca, nuotando verso il largo, dove il blu si faceva più intenso e il fondale di sabbia bianca sprofondava. Lì, solo io riuscivo a toccare il fondo con le punte dei piedi, tenendo la testa fuori.
Erika, non toccando, mi si avvinghiò letteralmente addosso. Incrociò le gambe attorno alla mia vita e allacciò le braccia dietro il mio collo. L'acqua sosteneva il suo peso, rendendola leggera come una piuma, ma il contatto tra i nostri corpi era elettrico. «Mi usi come salvagente, signorina?» scherzai, stringendola per i glutei sodi sotto la stoffa umida del costume per tenerla a galla. «Sei il mio materassino personale,» ridacchiò lei, strofinando il naso contro il mio collo. «E poi mi piace sentirti così vicino. Sei caldissimo, anche nell'acqua gelida.»
La frizione del suo bacino contro il mio, mossa dal dolce dondolio delle onde, innescò una reazione immediata. Il mio sesso si indurì in un istante, premendo prepotentemente contro il tessuto dei miei boxer da bagno e contro il suo pube. Erika lo sentì perfettamente. Si fermò, il sorriso che si trasformava in un morso sensuale sul labbro inferiore. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò, piantando i suoi occhi nei miei, lucidi di desiderio. «Materassino, eh?» sussurrai, la voce che si faceva roca. «Mmh... un materassino molto attrezzato, a quanto pare,» mormorò lei, muovendo lentamente i fianchi contro di me, una frizione oscena e nascosta sotto il livello dell'acqua.
Non persi tempo. L'isolamento, il sale sulla pelle e quel fottuto senso di protezione che avevo deciso di incarnare esplosero in pura lussuria. Feci scivolare una mano sotto l'acqua, superando l'elastico del suo slip. Spostai di lato il tessuto sottile, trovando subito la sua intimità. Il contrasto era pazzesco: il mare intorno a noi era fresco, ma lei lì in mezzo era rovente. Infilai due dita, scoprendola già bagnata e pronta per me.
Erika emise un gemito strozzato, stringendo la presa attorno al mio collo e affondando le unghie nelle mie spalle. «Cazzo, Franci...» ansimò, piegando la testa all'indietro mentre il mio pollice iniziava a massaggiarle il clitoride sotto l'acqua, con movimenti circolari e decisi. «Ti piace, amore?» le sussurrai all'orecchio, godendomi i suoi tremiti. «Da morire... ma ci vedono dalla spiaggia,» bisbigliò, con quel tono colpevole ed eccitato che accendeva ancora di più la situazione. «Siamo lontani, vedono solo due che si abbracciano,» la rassicurai. Con un movimento rapido, mi abbassai un po' i boxer da mare, liberando il mio cazzo pulsante.
Erika capì al volo. Sollevò leggermente il bacino, aiutata dalla spinta dell'acqua, spostò definitivamente il suo costume e si lasciò scivolare su di me. L'ingresso fu mozzafiato. L'acqua del mare faceva una leggera resistenza, ma il suo calore interno mi avvolse come un guanto di seta, stringendomi alla base. Entrambi chiudemmo gli occhi, emettendo un sospiro profondo.
Cominciai a spingere dentro di lei, usando gli addominali per mantenere l'equilibrio sulle punte dei piedi. Ogni affondo era contrastato dalla densità dell'acqua, rendendo il movimento più lento, carnale, di una profondità assoluta. Erika assecondava le mie spinte, muovendo il bacino a tempo con le onde.
Tirai giù laccetti del suo bikini, liberando i suoi seni. Il sole picchiava forte sulle sue curve bagnate. Mi chinai in avanti e presi un capezzolo in bocca. Il sapore acuto e salato del mare si mescolò alla dolcezza della sua pelle calda, facendomi impazzire. Lo succhiai con foga, mordicchiandolo delicatamente, mentre sotto continuavo a martellarla senza sosta. «Ah... mio dio, Franci...» gemette Erika, la voce spezzata dall'affanno. «Mettimelo tutto... sfondami, cazzo.» Sentire la mia ragazza, dolce e premurosa, trasformarsi in una furia lussuriosa usando parole così sporche mi fece perdere definitivamente la testa. «Sei mia, Eri,» ringhiai contro il suo seno, passando a succhiare l'altro, stringendole i fianchi con le mani per ancorarla a me. «Dimmi che sei mia.» «Sono tua... solo tua, cazzo... spingi più forte!»
I nostri respiri erano pesanti, confusi col rumore della risacca. L'adrenalina di farlo alla luce del sole, in mezzo al mare, pur sapendo che a un centinaio di metri di distanza le altre potevano voltarsi, era un afrodisiaco letale. La scopata si fece brutale, istintiva. Le nostre pance sbattevano sotto l'acqua creando piccoli vortici silenziosi.
La sentii irrigidirsi contro il mio bacino. Le sue pareti si strinsero attorno al mio sesso con spasmi ritmici e violenti. «Vengo... Franci, vengo!» ansimò Erika, mordendomi la spalla per trattenere un urlo mentre il suo corpo veniva scosso dall'orgasmo.
Quel contatto serrato e la sua voce rotta furono la fine. Mi spinsi dentro di lei un'ultima, profondissima volta, e mi svuotai. Il mio seme si perse nel suo calore, denso e pulsante, in netto contrasto con l'acqua fredda del mare. Rimanemmo così, avvinghiati, i respiri corti, i petti che si alzavano e si abbassavano all'unisono sotto il sole a picco, cullati dalle onde, in un momento di perfezione assoluta che apparteneva solo a noi due.
Ma mentre riaprivo gli occhi e baciavo dolcemente la spalla di Erika, il mio sguardo scivolò involontariamente verso la spiaggia bianca. Tre sagome erano sedute sotto l'ombrellone. E sebbene fosse impossibile scorgere i dettagli da quella distanza, ebbi la netta, raggelante sensazione che Sofia stesse guardando dritto verso di noi.
Rimanemmo avvinghiati l'uno all'altra, cullati dal dolce dondolio del mare, mentre il battito dei nostri cuori rallentava all'unisono. Le nostre bocche si cercarono di nuovo, quasi per istinto, unendosi in un bacio profondo e vorace.
Le nostre lingue iniziarono a danzare intrecciandosi con passione, scambiandosi il sapore acuto del sale e quello dolce e crudo del nostro sesso appena consumato. Le mie mani scivolarono dai suoi fianchi fino ad affondare nei suoi capelli bagnati, tenendola stretta contro di me, mentre lei mi mordicchiava il labbro inferiore con una foga che mi fece fremere. Fu un limone intenso, disperato e bellissimo, un tentativo fisico di sigillare quell'attimo di purezza lontano dalle ombre che ci aspettavano a riva.
Dopo qualche minuto, Erika si staccò a malincuore, il fiato ancora un po' corto e le guance arrossate non solo per il sole. Mi sorrise, passandosi il dorso della mano sulle labbra gonfie. «Ok, materassino mio, sei stato fantastico, ma mi hai consumato tutte le energie,» ridacchiò, sistemandosi i laccetti del pezzo di sopra del bikini con un movimento sensuale che mi fece quasi venire voglia di ricominciare. «E ora ho un languorino che non ti dico. Se non metto qualcosa sotto i denti, svengo qui in mezzo al mare.» «Ai tuoi ordini,» le risposi, dandole un ultimo, morbido bacio a stampo. «Torniamo a riva.»
Uscimmo dall'acqua mano nella mano, i corpi madidi che brillavano sotto la luce accecante del mezzogiorno. Sentivo i muscoli piacevolmente indolenziti e un senso di profonda, seppur malata, invincibilità. Avevo Erika. L'avevo appena fatta godere in mezzo al mare, la amavo e lei amava me. Tutto il resto era solo rumore di fondo.
Raggiungemmo l'ombrellone dove le altre avevano già allestito un piccolo banchetto improvvisato sulla sabbia: focacce farcite, tranci di pizza e contenitori di insalata di riso estratti dalla borsa termica. «Era ora! Stavamo per divorare anche la vostra parte,» esclamò Sara, addentando un pezzo di focaccia. Lara mi lanciò un'occhiata fugace da dietro i suoi occhiali da sole, un misto di sottomissione e curiosità, ma la ignorai deliberatamente.
Mangiammo tutti insieme, seduti in cerchio sui teli mare. Il pranzo scivolò via tra chiacchiere leggere, aneddoti del liceo e risate. Io ed Erika eravamo seduti vicinissimi, le nostre cosce nude che si sfioravano costantemente. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, c'era una scintilla di complicità inequivocabile. Le passai un tovagliolo, lei mi imboccò con un pomodorino, ridendo quando feci finta di morderle le dita. Eravamo radiosi, racchiusi in una bolla di affetto e tenerezza che sembrava impermeabile a tutto.
Il primo pomeriggio portò con sé quella tipica pigrizia post-pranzo, amplificata dal calore del sole e dal rumore ipnotico della risacca. Sara si mise le cuffiette, sdraiandosi a pancia in giù per abbronzarsi la schiena, mentre Lara prese un e-reader, isolandosi nel suo mondo.
Erika si rannicchiò accanto a me. Io ero sdraiato a pancia in su e lei appoggiò la testa esattamente nell'incavo della mia spalla, stendendo un braccio sul mio petto. «Sei bellissimo con i capelli tutti arruffati dal sale,» mi sussurrò all'orecchio, sfiorandomi il collo con la punta del naso in un gesto di una dolcezza disarmante. «E tu sei la creatura più sexy che abbia mai messo piede su quest'isola,» le risposi a bassa voce, iniziando ad accarezzarle la schiena nuda. Tracciavo linee invisibili lungo la sua spina dorsale, sfiorando la pelle dorata e bollente, scendendo fino a lambire l'elastico del costume. Lei emise un piccolo sospiro di benessere, stringendosi ancora di più a me. C'era un feeling perfetto, una connessione emotiva e fisica che vibrava in ogni nostro piccolo tocco.
Ma quella bolla di felicità incontaminata non passò inosservata.
Poco più in là, seduta a gambe incrociate sul suo telo, Sofia ci stava fissando. Teneva in mano una mezza mela, ma non la stava mangiando. Il suo sguardo, privo della solita maschera di fredda superiorità, tradiva un fastidio viscerale. Le sue labbra perfette erano strette in una linea dura, e i muscoli della mascella erano contratti.
Sofia prosperava nel caos, nella sottomissione e nella distruzione psicologica. Vedermi distrutto, paranoico e colpevole le dava potere. Ma vedermi così sereno, rinvigorito, fottutamente innamorato e unito alla mia ragazza dopo aver eseguito i suoi ordini malati era un insulto al suo ego. Non stava funzionando come voleva lei. Non ero un cucciolo tremante, ma un uomo che aveva appena scopato la sua fidanzata e ora la coccolava con una dolcezza che la faceva sentire tagliata fuori, impotente di fronte a un amore reale.
Piantò le unghie smaltate nella polpa della mela, incrinando la buccia con un rumore sordo. «Che scena diabetica,» sputò fuori Sofia, la voce carica di un sarcasmo affilato, progettato per rompere quell'incanto. «Attenti a non sciogliervi al sole, voi due. L'amore eterno fa sudare.»
Erika sollevò appena la testa, guardandola con un sorriso indulgente, totalmente ignara del veleno reale che si celava dietro quelle parole. «Sei solo invidiosa perché ross non è qui, Sofi,» ribatté Erika, scherzando e tornando a posare la guancia sul mio petto.«non prendertela perché la mia relazione va bene!»
I miei occhi incrociarono quelli di Sofia. Il suo sguardo si fece letale, un abisso di oscurità e promesse di vendetta. Aveva incassato il colpo della sua amica, ma la rabbia fredda che le leggevo in faccia era una sentenza chiara. Non avrebbe tollerato quella mia ribellione silenziosa ancora per molto. L'illusione di aver toccato il fondo stava per scontrarsi con la creatività sadica di una mente che odiava perdere il controllo.
Il sole calante del tardo pomeriggio aveva avvolto la spiaggia in una luce dorata e densa. Il ritmo ipnotico delle onde e il calore avevano fatto il loro dovere: Erika si era addormentata profondamente al mio fianco, il petto che si alzava e si abbassava con regolarità. Più in là, Sara e Lara giocavano a carte sotto l'ombrellone, mentre Sofia sembrava completamente assorbita dal suo telefono, probabilmente intenta a chattare con Ross.
Mi sollevai piano per non svegliare Erika. Avevo bisogno di sgranchirmi le gambe e di svuotare la vescica. Feci un cenno distratto alle ragazze e mi incamminai verso la scogliera di granito che chiudeva la caletta, cercando un po' di privacy dietro gli enormi massi chiari, lontano da sguardi indiscreti.
Raggiunsi un anfratto nascosto, dove l'ombra offriva un po' di tregua dal caldo asfissiante. Slacciai il costume e, con un sospiro di sollievo, iniziai a urinare contro la roccia. La mia mente era ancora avvolta in quella falsa bolla di sicurezza che mi ero costruito. Ero quasi rilassato.
Finché non sentii un fruscio sulla sabbia dietro di me. Non feci in tempo a voltarmi. Una mano dalle unghie lunghe e laccate scivolò da dietro la mia schiena e si chiuse con fermezza attorno al mio sesso, ancora fuori dai boxer e vulnerabile. Il sangue mi si gelò nelle vene.
«Non avevo intenzione di darti la tua ricompensa adesso, cucciolo,» sussurrò la voce vellutata e gelida di Sofia, il fiato caldo contro il mio orecchio. Il suo profumo di vaniglia e salsedine mi invase le narici. «Volevo godermi la spiaggia. Ma devo ammettere che la scenetta da diabete di prima mi ha nauseata. E la tua fidanzatina ha la lingua un po' troppo lunga.»
Provai a divincolarmi, a girarmi, ma lei strinse la presa sul mio cazzo, bloccandomi. «Gioca a fare la donna vissuta,» sibilò Sofia, la voce carica di un disprezzo acido. «La ragazza perfetta con la relazione perfetta. L'amore eterno. Cazzo, Franci, pensa se sapesse la verità. Pensa se sapesse che fa così schifo a letto, che è così noiosa da costringere il suo amato e perfetto fidanzato a scoparsi le altre di nascosto. A segarsi sull'amica normie pur di provare qualcosa.»
L'insulto diretto a Erika, unito al ricordo della nostra intimità di poche ore prima, frantumò la mia pazienza. La rabbia esplose, cancellando per un attimo la paura. «Lavati la bocca quando parli di lei,» ringhiai a denti stretti, afferrandole il polso per allontanare la sua mano. «Tu non sai un cazzo di noi. Erika è mille volte meglio di te. E il fatto che tu sia arrabbiata per una battuta su Ross dimostra solo quanto sei patetica.»
Fu un errore madornale. La mano libera di Sofia scattò verso il basso come una morsa d'acciaio. Le sue dita si chiusero attorno ai miei testicoli, stringendoli con una forza improvvisa e crudele. Un dolore acuto e paralizzante mi irradiò il basso ventre, mozzandomi il respiro. Caddi in ginocchio sulla sabbia rovente con un gemito strozzato, piegato in due, impotente.
«Non tirare la corda, cagnolino,» sibilò lei, torreggiando su di me. La sua maschera di indifferenza era caduta, rivelando un sadismo spietato. «Io ti ho in pugno. Letteralmente. Ricordati chi comanda.»
Mi lasciò le palle, dandomi una spinta sulla spalla che mi fece ritrovare seduto a terra, con la schiena contro la roccia calda. Ero senza fiato, umiliato e dolorante. Sofia si inginocchiò di fronte a me, tra le mie gambe aperte. Non c'era traccia di lussuria nei suoi occhi glaciali. C'era solo potere.
Senza dire una parola, afferrò di nuovo il mio sesso, che nonostante il dolore e il terrore stava già reagendo a quel contatto proibito, gonfiandosi sotto il suo tocco. Iniziò a segarmi. Non era un gesto d'amore, e nemmeno di passione. Era una sega inesperta, meccanica, quasi punitiva. Sofia, essendo lesbica, maneggiava la mia carne con un distacco clinico e un palese disgusto. Le sue unghie mi sfioravano pericolosamente la pelle sensibile, e la sua mano si muoveva su e giù senza lubrificazione, con un attrito secco e fastidioso che rasentava il dolore.
«Guarda che roba orribile,» mormorò, storcendo le labbra perfette mentre osservava il mio cazzo turgido scorrere nella sua mano. «È solo un pezzo di carne inutile, grottesco. Non capirò mai cosa ci trovino le etero in questa cosa. Ringrazio Dio ogni giorno di essere lesbica e di non dover elemosinare piacere da un coso del genere.»
Era un'umiliazione totale. Mi stava masturbando, mi stava oggettificando nel peggiore dei modi, parlandomi come se fossi un insetto. Eppure, quel mix contorto di dolore, sottomissione e la sua vicinanza prepotente stava creando in me un'erezione furiosa, dolorosa nella sua intensità. Chiusi gli occhi, serrando la mascella per non farmi sfuggire alcun suono. Erika era a poche decine di metri di distanza.
«Fai il bravo,» mi schernì lei, aumentando il ritmo, stringendo la presa fino a farmi sbiancare le nocche mentre mi aggrappavo alla sabbia. «Goditi la tua ricompensa. Te la sei meritata per aver profanato la tua amichetta bionda stanotte.»
La sua mano andava su e giù con forza bruta. «Pensi che non sappia chi è Erika?» continuò, la voce che si abbassava in un sussurro carico di vecchi rancori. «Siamo sempre state migliori amiche. Inseparabili. Ma lei doveva fare la brava bambina, no? Doveva omologarsi, trovare il ragazzino perfetto, costruire la famigliola del mulino bianco. Mi ha scaricata per la sua stupida relazione e ora sofia è in fondo alla lista.»
Strinse più forte, tirando la pelle del mio sesso in modo doloroso, facendomi inarcare la schiena. «Ahi, cazzo... Sofia, piano...» ansimai, cercando di fermare il suo braccio.
«Zitto!» sibilò lei, scacciando la mia mano. «Io non sono Erika. Io non sono delicata. Voleva fare la maestrina con me oggi? D'altronde, ci siamo perse per colpa sua e della sua fottuta arroganza. E ora, guarda un po'. Il suo principe azzurro è qui, nascosto come un ratto, a farsi segare da me.»
Il dolore e il piacere si fusero in un cortocircuito insopportabile. Il battito del cuore mi rimbombava nel cranio. L'attrito asciutto e sgarbato della sua mano, unito all'offesa verbale continua, mi stava spingendo verso il baratro con una rapidità spaventosa. Combattevo per non sembrare eccitato, per reprimere i gemiti, ma la natura animale stava vincendo. Il mio bacino iniziò a spingere involontariamente contro il suo pugno chiuso, disperato per trovare una via di fuga a quella tensione esplosiva.
«Ci siamo, eh?» ridacchiò Sofia, sentendo i miei muscoli contrarsi sotto di lei. «Vieni, cagnolino. Vieni.»
Il limite si spezzò. Trattenni il respiro, spalancando gli occhi e piantando le unghie nella sabbia mentre un orgasmo violento e per niente piacevole mi squassò il corpo. Venni in silenzio, spasimando in modo patetico. Schizzi di sperma caldo volarono, imbrattando la pelle chiara e le dita di Sofia, sporcandole la mano in modo osceno.
Ansimavo, svuotato, devastato psicologicamente e fisicamente, mentre l'ombra della scogliera sembrava schiacciarmi.
Sofia si alzò in piedi con lentezza, senza staccare gli occhi dalla sua mano. Sollevò il palmo imbrattato di sborra, osservandolo sotto la luce del sole filtrata dalle rocce. Il suo viso non esprimeva disgusto per il liquido, ma un trionfo malato e assoluto. Spostò lo sguardo su di me, rannicchiato e umiliato ai suoi piedi.
«Guardalo,» sussurrò, con una freddezza che mi gelò l'anima. «Il suo fidanzato perfetto. L'uomo della sua vita, che le ha appena giurato amore eterno in mare, che sborra sulla mano della sua migliore amica senza nemmeno saper ribellarsi.» Si pulì distrattamente la mano su un fazzoletto che estrasse dalla borsa da mare, per poi gettarmelo addosso con disprezzo. «Osa parlare di me, osare giudicarmi,» concluse Sofia, sistemandosi i capelli perfetti come se niente fosse. «Ma gliela farò pagare per avermi abbandonata. E userò te, Franci, per distruggerla fino all'ultimo pezzo. Ripulisciti e torna da lei, amore mio. La vacanza è appena cominciata.»
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2026-05-12
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