La pallina
di
Massimo Nilaz
genere
dominazione
La vidi mentre saliva le scale per raggiungere il salone delle premiazioni. Teneva sollevata con una mano la lunga gonna, mentre il suo accompagnatore le teneva l’altra mano per evitare che perdesse l’equilibrio. Mi scusai con il gruppetto di persone con il quale mi stavo intrattenendo e la raggiunsi.
«Adaline, sei bellissima stasera.»
Lei abbozzò un sorriso puerile, guardandomi negli occhi solo per un brevissimo istante, poi volse lo sguardo al ragazzo al suo fianco.
«Mark, ti presento Alessandro, il presidente di TRQ.»
L’altro scattò quasi sull’attenti.
«È un onore. Mi spiace molto per suo zio. Le faccio le mie condoglianze.»
«Grazie.» Lasciai la mano sudata del giovane e tornai a rivolgermi a lei.
«Allora, sei pronta a ricevere il premio?»
Giunse le mani sul grembo, stringendo la piccola borsetta argentea. Gli occhi azzurri vagavano per la sala, ovunque, ma non sul mio viso.
«Non è detto che lo vinca io. Ci sono altri Ceo in lizza molto più bravi di me.»
I capelli biondi cadevano sulle spalle con una cascata di onde morbide e composte. La scriminatura centrale divideva la chioma biondo cenere, che sfumava in tonalità più calde e dorate verso le punte, incorniciando il viso, di forma ovale e piena, con un volume naturale e curato. Anche in quella circostanza, come ogni volta che la vedevo in pubblico, trasmetteva un senso di pacata solidità. Non riuscii a trattenermi e sistemai un ciuffo leggermente fuori posto, ignorando lo sguardo contrariato del suo accompagnatore.
«L’amministratrice delegata più giovane del paese teme la concorrenza? Mio zio ha forgiato un impero e ha dato a te le redini per guidarlo. Sono certo che non è l’unico ad aver visto le tue potenzialità.»
Lei mi lanciò un secondo timido sguardo, poi si lasciò andare, commettendo un errore imperdonabile.
«Grazie, Signore.»
Lanciai un rapido sguardo a Mark: non sembrava aver dato peso al modo con cui la sua compagna si era rivolta a me. Misi le mani in tasca, giocando con una cosa che tenevo in quella destra. Adaline se ne accorse, la vidi distintamente deglutire, subito dopo stringere le labbra.
«Bene, buon divertimento. A più tardi.»
Mi allontanai, osservando a distanza la ceo della mia azienda che si destreggiava con disinvoltura tra alcune delle persone più influenti del Paese, ottenendo sorrisi di compiacimento e ammirazione. Non l’avevo mai vista indossare sandali con tacco alto, la mia richiesta era stata una sfida, certo che l’avrei messa in difficoltà: per il lavoro preferiva calzature basse e comode, anche per partecipare a riunioni importanti. Fui sorpreso di vederla muoversi con grazia e sicurezza. La sua postura era perfetta.
Prima di entrare nella sala della cerimonia, mi avvicinai per la seconda volta e le sussurrai: «Seguimi.»
Subito dopo camminai verso i servizi. Quando lei mi raggiunse, chiusi la porta a chiave.
«Il vestito ti sta benissimo.»
Fece un cenno di compiacimento.
«Merito tuo, mio Signore.»
La collana d’argento con il ciondolo che arrecava il simbolo della mia famiglia, circondava il collo della giovane donna con delicata discrezione. Era vero, avevo scelto io il lungo vestito color argento, con ampia scollatura che le scopriva gran parte della schiena. Non tutta, ovviamente, per non svelare il suo grande segreto, il marchio indelebile nella carne che sanciva la sua scelta di sottomissione prima a mio zio, adesso a me.
Tesi una mano.
«Dammele.»
Lei appoggiò la borsetta sul piano davanti al lungo specchio, a fianco di un lavandino, poi sollevò lentamente la gonna, scoprendo i sandali. Le unghie dei piedi, come quelle delle mani, erano dipinte con il colore della mia famiglia: il Lavender Purple. Sfilò lentamente l’intimo, dello stesso colore, e me lo consegnò.
«Bene.»
Lo strinsi col pugno, passandolo sul viso per annusarlo, subito dopo lo misi nella tasca della giacca. Poi estrassi dalla tasca dei pantaloni un oggetto sferico di gomma, poco più grande di una pallina da golf. Lo feci oscillare, tenendolo per il filo che sbucava da un piccolo foro posto sulla superficie liscia. Lei fissò l’oggetto, tutta la sicurezza con cui poco prima aveva sostenuto discussioni sul futuro dell’economia mondiale, era scomparsa.
«Signore, con rispetto, non mi sembra il momento più opportuno per …»
Aveva paura, lo leggevo nel suo sguardo, sgomento per il rischio che le stavo ordinando di correre.
«Succhialo.»
Lo avvicinai alla bocca, lei la aprì e obbedì. Quando la estrassi, la pallina era umida.
«Brava, adesso girati e solleva la gonna.»
«Signore, con rispetto, se cade a terra sarò rovinata per tutta la vita.»
«Allora devi fare in modo che non accada.»
Sapevo quello che facevo, ero certo che la mia schiava avrebbe assolto al suo compito in modo impeccabile, come faceva con tutto il resto. La mia fermezza riuscì in qualche modo a contagiarla: si girò e obbedì.
L’inserzione non fu difficoltosa, il sesso era umido, deliziosamente schiuso.
«Brava, adesso possiamo tornare dagli altri.»
Aprii il rubinetto per lavarmi le mani, lei era immobile dietro di me, e mi guardava attraverso lo specchio. Mentre le asciugavo sentii un tonfo leggero, subito dopo Adaline disse con un filo di voce: «Non ce la faccio, Signore. Ti supplico, non questo, non proprio questa sera!»
Raccolsi a pallina riversa sul pavimento, e la porsi di nuovo a lei.
«Succhiala.»
Mentre la teneva in bocca, dissi: «Questo è quello che desidero.»
Era la formula convenuta, quella che la poneva davanti a un bivio: assecondare il volere del suo master, o porre il veto, usando la frase di rito. Estrassi la pallina, tenendola per il filo, poi attesi.
Uscimmo alcuni minuti dopo, prima lei, poco dopo io. Mark le venne incontro, preoccupato per la sua scomparsa. Guardai l’orologio, gli invitati stavano iniziando ad accomodarsi sui grandi tavoli tondi nella sala delle cerimonie per le premiazioni. Presi al volo una flûte di champagne dal vassoio di un cameriere di passaggio, guardandomi in giro. Subito dopo sentii alle mie spalle un tonfo, poi un rumore di vetro rotto. Una donna emise un urlo. Tutti i presenti si voltarono a guardare e nella sala calò un gelido silenzio.
«Cazzo.»
Non avevo il coraggio di girarmi. Alcuni mi superarono per avvicinarsi al luogo dove era accaduto l’incidente e il mio primo pensiero fu di uscire e affrettarmi a vendere le azioni della TRQ. Avevo fatto una cazzata, e adesso tremila persone ne avrebbero pagato le conseguenze. Un domino che sarebbe partito dalla Ceo, Adaline, che aveva avuto l’ardire di presentarsi a una serata di gala con addosso un sex toy. Lo scandalo che la caduta a terra di quel piccolo, insignificante oggetto avrebbe presto fatto tabula rasa, atterrando tutte le caselle dell’intricato impero che mio zio aveva costruito con tanta fatica.
Mi girai per prendere atto dell’ineluttabile. Il cameriere, da cui prima avevo preso il bicchiere che tenevo in mano, aveva appoggiato il vassoio per terra e stava raccogliendo i cocci dei bicchieri. Davanti a lui c’era una donna con le braccia aperte, che fissava sbigottita verso il basso. Il vestito era bagnato, una lunga striscia di champagne scorreva dal petto al ventre. Il cameriere si consumava di scuse, un altro, giunto in soccorso, stava porgendo delle salviette per tamponare il vestito. Rimasi di sasso: non c’era nessuna pallina nera sul pavimento, solo un cameriere sbadato che era inciampato versando del vino addosso a una invitata. Il pericolo era scampato, e subito la cercai.
Adaline era sulla soglia dell’altra sala e mi guardava, traendo energia dal panico che il sospetto del suo fallimento mi aveva provocato. Se non avesse portato dentro di sé la pallina fino a mia diversa decisione, avrebbe danneggiato non solo lei, ma anche il suo Signore. Lessi nel suo sguardo la determinazione a superare la prova che le avevo imposto, non tanto per lei, ma per me.
Ci sedemmo sul tavolo tondo, uno di fronte all’altra. Le sue mani erano sempre sopra il tavolo, come le avevo ordinato, la sua postura eretta, perfetta. Non doveva ricorrere a scorciatoie per trattenerla, e non lo fece.
Quando salì sul palco per ritirare i premio e fare il suo discorso, ogni dubbio che avrebbe fallito era scomparso del tutto. La piccola pallina di gomma, trattenuta dentro la sua vagina con la sola forza di volontà, era diventato il vero premio, il riconoscimento più grande che la mia schiava stava ricevendo. Quando tornò al tavolo, poco dopo, il visto era perlato di sudore, la schiena lucida. Mi passò di fianco con il pretesto di farmi vedere il premio, e sussurrò: «Grazie, Signore.»
Era abbastanza, Adaline aveva superato la prova. Mi aveva stupito, eccitato. Mi allontanai e la attesi in una piccola saletta deserta. Quando mi raggiunse non disse nulla, sollevò la gonna e attese che appoggiassi la mano sul suo sesso. Quando iniziai a tirare il filo, emise un profondo sospiro. Quando poi estrassi la pallina, strinse per un attimo le gambe, quasi le avessi strappato un pezzo del suo corpo, al tempo stesso croce e delizia. La annusai, prima di metterla in tasca. Sapeva di vittoria, di sesso. Le restituii la brasiliana; mentre la indossava, mi chiese: «Se me lo permetti, vorrei avere un rapporto completo con Mark, stanotte.»
«Sei stata brava, te lo meriti. Concesso.»
Aprii la porta per uscire, ma le non si mosse.
«C’è dell’altro?»
Abbassò la testa. Disse con un filo di voce.
«Signore, vorrei farlo pensando a te.»
Tornai sui miei passi, lasciando la porta socchiusa. Il ciuffo di capelli, quello che avevo aggiustato al suo arrivo, non ne voleva sapere di stare al suo posto. Lo presi con una mano e lo spostai dietro l’orecchio.
«Potrei punirti, solo per aver avanzato questa richiesta.»
Lei alzò lo sguardo.
«Correrò il rischio, mio Signore.»
E mi baciò il dorso della mano, quello stesso che il giorno dopo avrebbe potuto applicare la sentenza sulla sua carne.
Passai il resto della serata ignorandola. Di tanto in tanto mettevo la mano in tasca e giocavo con la pallina, certo che lei mi stava osservando.
«Adaline, sei bellissima stasera.»
Lei abbozzò un sorriso puerile, guardandomi negli occhi solo per un brevissimo istante, poi volse lo sguardo al ragazzo al suo fianco.
«Mark, ti presento Alessandro, il presidente di TRQ.»
L’altro scattò quasi sull’attenti.
«È un onore. Mi spiace molto per suo zio. Le faccio le mie condoglianze.»
«Grazie.» Lasciai la mano sudata del giovane e tornai a rivolgermi a lei.
«Allora, sei pronta a ricevere il premio?»
Giunse le mani sul grembo, stringendo la piccola borsetta argentea. Gli occhi azzurri vagavano per la sala, ovunque, ma non sul mio viso.
«Non è detto che lo vinca io. Ci sono altri Ceo in lizza molto più bravi di me.»
I capelli biondi cadevano sulle spalle con una cascata di onde morbide e composte. La scriminatura centrale divideva la chioma biondo cenere, che sfumava in tonalità più calde e dorate verso le punte, incorniciando il viso, di forma ovale e piena, con un volume naturale e curato. Anche in quella circostanza, come ogni volta che la vedevo in pubblico, trasmetteva un senso di pacata solidità. Non riuscii a trattenermi e sistemai un ciuffo leggermente fuori posto, ignorando lo sguardo contrariato del suo accompagnatore.
«L’amministratrice delegata più giovane del paese teme la concorrenza? Mio zio ha forgiato un impero e ha dato a te le redini per guidarlo. Sono certo che non è l’unico ad aver visto le tue potenzialità.»
Lei mi lanciò un secondo timido sguardo, poi si lasciò andare, commettendo un errore imperdonabile.
«Grazie, Signore.»
Lanciai un rapido sguardo a Mark: non sembrava aver dato peso al modo con cui la sua compagna si era rivolta a me. Misi le mani in tasca, giocando con una cosa che tenevo in quella destra. Adaline se ne accorse, la vidi distintamente deglutire, subito dopo stringere le labbra.
«Bene, buon divertimento. A più tardi.»
Mi allontanai, osservando a distanza la ceo della mia azienda che si destreggiava con disinvoltura tra alcune delle persone più influenti del Paese, ottenendo sorrisi di compiacimento e ammirazione. Non l’avevo mai vista indossare sandali con tacco alto, la mia richiesta era stata una sfida, certo che l’avrei messa in difficoltà: per il lavoro preferiva calzature basse e comode, anche per partecipare a riunioni importanti. Fui sorpreso di vederla muoversi con grazia e sicurezza. La sua postura era perfetta.
Prima di entrare nella sala della cerimonia, mi avvicinai per la seconda volta e le sussurrai: «Seguimi.»
Subito dopo camminai verso i servizi. Quando lei mi raggiunse, chiusi la porta a chiave.
«Il vestito ti sta benissimo.»
Fece un cenno di compiacimento.
«Merito tuo, mio Signore.»
La collana d’argento con il ciondolo che arrecava il simbolo della mia famiglia, circondava il collo della giovane donna con delicata discrezione. Era vero, avevo scelto io il lungo vestito color argento, con ampia scollatura che le scopriva gran parte della schiena. Non tutta, ovviamente, per non svelare il suo grande segreto, il marchio indelebile nella carne che sanciva la sua scelta di sottomissione prima a mio zio, adesso a me.
Tesi una mano.
«Dammele.»
Lei appoggiò la borsetta sul piano davanti al lungo specchio, a fianco di un lavandino, poi sollevò lentamente la gonna, scoprendo i sandali. Le unghie dei piedi, come quelle delle mani, erano dipinte con il colore della mia famiglia: il Lavender Purple. Sfilò lentamente l’intimo, dello stesso colore, e me lo consegnò.
«Bene.»
Lo strinsi col pugno, passandolo sul viso per annusarlo, subito dopo lo misi nella tasca della giacca. Poi estrassi dalla tasca dei pantaloni un oggetto sferico di gomma, poco più grande di una pallina da golf. Lo feci oscillare, tenendolo per il filo che sbucava da un piccolo foro posto sulla superficie liscia. Lei fissò l’oggetto, tutta la sicurezza con cui poco prima aveva sostenuto discussioni sul futuro dell’economia mondiale, era scomparsa.
«Signore, con rispetto, non mi sembra il momento più opportuno per …»
Aveva paura, lo leggevo nel suo sguardo, sgomento per il rischio che le stavo ordinando di correre.
«Succhialo.»
Lo avvicinai alla bocca, lei la aprì e obbedì. Quando la estrassi, la pallina era umida.
«Brava, adesso girati e solleva la gonna.»
«Signore, con rispetto, se cade a terra sarò rovinata per tutta la vita.»
«Allora devi fare in modo che non accada.»
Sapevo quello che facevo, ero certo che la mia schiava avrebbe assolto al suo compito in modo impeccabile, come faceva con tutto il resto. La mia fermezza riuscì in qualche modo a contagiarla: si girò e obbedì.
L’inserzione non fu difficoltosa, il sesso era umido, deliziosamente schiuso.
«Brava, adesso possiamo tornare dagli altri.»
Aprii il rubinetto per lavarmi le mani, lei era immobile dietro di me, e mi guardava attraverso lo specchio. Mentre le asciugavo sentii un tonfo leggero, subito dopo Adaline disse con un filo di voce: «Non ce la faccio, Signore. Ti supplico, non questo, non proprio questa sera!»
Raccolsi a pallina riversa sul pavimento, e la porsi di nuovo a lei.
«Succhiala.»
Mentre la teneva in bocca, dissi: «Questo è quello che desidero.»
Era la formula convenuta, quella che la poneva davanti a un bivio: assecondare il volere del suo master, o porre il veto, usando la frase di rito. Estrassi la pallina, tenendola per il filo, poi attesi.
Uscimmo alcuni minuti dopo, prima lei, poco dopo io. Mark le venne incontro, preoccupato per la sua scomparsa. Guardai l’orologio, gli invitati stavano iniziando ad accomodarsi sui grandi tavoli tondi nella sala delle cerimonie per le premiazioni. Presi al volo una flûte di champagne dal vassoio di un cameriere di passaggio, guardandomi in giro. Subito dopo sentii alle mie spalle un tonfo, poi un rumore di vetro rotto. Una donna emise un urlo. Tutti i presenti si voltarono a guardare e nella sala calò un gelido silenzio.
«Cazzo.»
Non avevo il coraggio di girarmi. Alcuni mi superarono per avvicinarsi al luogo dove era accaduto l’incidente e il mio primo pensiero fu di uscire e affrettarmi a vendere le azioni della TRQ. Avevo fatto una cazzata, e adesso tremila persone ne avrebbero pagato le conseguenze. Un domino che sarebbe partito dalla Ceo, Adaline, che aveva avuto l’ardire di presentarsi a una serata di gala con addosso un sex toy. Lo scandalo che la caduta a terra di quel piccolo, insignificante oggetto avrebbe presto fatto tabula rasa, atterrando tutte le caselle dell’intricato impero che mio zio aveva costruito con tanta fatica.
Mi girai per prendere atto dell’ineluttabile. Il cameriere, da cui prima avevo preso il bicchiere che tenevo in mano, aveva appoggiato il vassoio per terra e stava raccogliendo i cocci dei bicchieri. Davanti a lui c’era una donna con le braccia aperte, che fissava sbigottita verso il basso. Il vestito era bagnato, una lunga striscia di champagne scorreva dal petto al ventre. Il cameriere si consumava di scuse, un altro, giunto in soccorso, stava porgendo delle salviette per tamponare il vestito. Rimasi di sasso: non c’era nessuna pallina nera sul pavimento, solo un cameriere sbadato che era inciampato versando del vino addosso a una invitata. Il pericolo era scampato, e subito la cercai.
Adaline era sulla soglia dell’altra sala e mi guardava, traendo energia dal panico che il sospetto del suo fallimento mi aveva provocato. Se non avesse portato dentro di sé la pallina fino a mia diversa decisione, avrebbe danneggiato non solo lei, ma anche il suo Signore. Lessi nel suo sguardo la determinazione a superare la prova che le avevo imposto, non tanto per lei, ma per me.
Ci sedemmo sul tavolo tondo, uno di fronte all’altra. Le sue mani erano sempre sopra il tavolo, come le avevo ordinato, la sua postura eretta, perfetta. Non doveva ricorrere a scorciatoie per trattenerla, e non lo fece.
Quando salì sul palco per ritirare i premio e fare il suo discorso, ogni dubbio che avrebbe fallito era scomparso del tutto. La piccola pallina di gomma, trattenuta dentro la sua vagina con la sola forza di volontà, era diventato il vero premio, il riconoscimento più grande che la mia schiava stava ricevendo. Quando tornò al tavolo, poco dopo, il visto era perlato di sudore, la schiena lucida. Mi passò di fianco con il pretesto di farmi vedere il premio, e sussurrò: «Grazie, Signore.»
Era abbastanza, Adaline aveva superato la prova. Mi aveva stupito, eccitato. Mi allontanai e la attesi in una piccola saletta deserta. Quando mi raggiunse non disse nulla, sollevò la gonna e attese che appoggiassi la mano sul suo sesso. Quando iniziai a tirare il filo, emise un profondo sospiro. Quando poi estrassi la pallina, strinse per un attimo le gambe, quasi le avessi strappato un pezzo del suo corpo, al tempo stesso croce e delizia. La annusai, prima di metterla in tasca. Sapeva di vittoria, di sesso. Le restituii la brasiliana; mentre la indossava, mi chiese: «Se me lo permetti, vorrei avere un rapporto completo con Mark, stanotte.»
«Sei stata brava, te lo meriti. Concesso.»
Aprii la porta per uscire, ma le non si mosse.
«C’è dell’altro?»
Abbassò la testa. Disse con un filo di voce.
«Signore, vorrei farlo pensando a te.»
Tornai sui miei passi, lasciando la porta socchiusa. Il ciuffo di capelli, quello che avevo aggiustato al suo arrivo, non ne voleva sapere di stare al suo posto. Lo presi con una mano e lo spostai dietro l’orecchio.
«Potrei punirti, solo per aver avanzato questa richiesta.»
Lei alzò lo sguardo.
«Correrò il rischio, mio Signore.»
E mi baciò il dorso della mano, quello stesso che il giorno dopo avrebbe potuto applicare la sentenza sulla sua carne.
Passai il resto della serata ignorandola. Di tanto in tanto mettevo la mano in tasca e giocavo con la pallina, certo che lei mi stava osservando.
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