La donna del caffè

di
genere
tradimenti

È una sera d’inverno, fredda e ventosa, e sto tornando a casa dopo il mio solito giorno di lavoro. Non ho programmi per la serata e decido, quindi, di allungare il giro dal negozio alla stazione degli autobus, passando per il centro ancora abbellito con gli addobbi delle festività appena passate. I sampietrini sono scivolosi, al punto che cammino facendo passi corti e ben piazzati, per non finire gambe all’aria, e stranamente mi torna in mente l’incontro con la mia prof di italiano. Sono passati più di due anni da quando lei mi invitò nello studio di suo marito per farmi vedere la sua foto da giovane. Non l’ho più rivista da quando ho scoperto il suo segreto, e tantomeno sono tornato nella sua alcova. In tutto questo tempo ho provato molti sentimenti nei suoi confronti, che, però, finivano sempre con la voglia di vederla ancora una volta.
Il bar dove la incontrai con suo marito è ancora aperto, decido di entrare per prendere un aperitivo. Ci sono dei tavoli fuori, riscaldati con dei bruciatori a fungo, ma fa troppo freddo, anche con le stufe da esterno accese, così decido di entrare. Il locale è quasi vuoto, do una rapida occhiata, nella speranza di vedere la mia professoressa preferita che sorseggia un caffè, ma non c’è. In compenso vedo una ragazza bionda e riccia, con una faccia familiare, che mi guarda e sorride. È in compagnia, la vedo confidarsi con una ragazza col naso appuntito al suo fianco, e subito dopo girarsi di nuovo verso di me. In altre circostanze mi sarei avvicinato con una scusa qualsiasi e avrei attaccato bottone, ma non stasera.
Mi sono seduto su un tavolino vicino a una vetrata che dà direttamente sulla piazza e bevo uno spritz. Il rivedere quel posto così spoglio e freddo mi mette tristezza, al punto che mi pento di aver fatto quella deviazione. Manca ancora diverso tempo prima del prossimo autobus, ma decido comunque di uscire, per cercare di scrollarmi di dosso la malinconia che mi ha assalito. Mentre esco, la ragazza bionda alza una mano e mi saluta.
«Ciao, ci vediamo più tardi?»
Faccio un cenno senza capire di cosa stia parlando, poi esco guardando a dove metto i piedi. Mentre sono ancora sotto gli ombrelloni, sento una voce femminile.
«Ti sei fatto crescere la barba.»
Alzo lo sguardo e vedo una donna che mi osserva, immobile. Indossa un lungo cappotto, molto elegante, un berretto invernale e una sciarpa intonati al resto. Ha il viso in gran parte coperto ma la voce mi è familiare. Quando, però, abbasso lo sguardo e vedo un paio di scarpe con tacco a spillo, la riconosco.
«Professoressa!»
Lei mi corregge: «Lidia.» L’emozione che il mio desiderio si sia materializzato quasi per miracolo, proprio nel momento in cui stavo per tornare a casa, dissolve in un attimo la mestizia di questa sera. «Cosa ti porta da queste parti?»
Improvvisamente torno davanti alla lavagna, durante una delle sue interrogazioni, la mente si svuota improvvisamente e non so cosa dire. Lei mi incita, ironica: «Dai, non è una domanda difficile. Lavori ancora da queste parti?» Si sfila un guanto e appoggia la mano sulla mia.
«Sì. Mentre passavo mi sono ricordato del nostro ultimo incontro, e sono entrato …»
«Sperando di trovarmi.»
Il calore della sua mano mi infonde coraggio, spazzando via in un attimo lo studente Barra impacciato e pigro.
«Non certo per lo spritz. È pessimo.» Abbassa la sciarpa e la vedo sorridere con sincerità. «Tu cosa fai da queste parti?»
Spalanca gli occhi e mi guarda.
«Lo studio! Non ricordi?»
Annuisco.
«Difficile da dimenticare.» Fa un cenno col capo e capisco che stiamo pensando alla stessa cosa. «Ci vai ancora?»
Risponde quasi come se stesse pensando a voce alta.
«Sì. Stasera sono passata per prendere dei documenti.» Toglie gli occhiali e mi fissa pensierosa, mi ricorda il momento che ho sempre temuto più di tutti, quello in cui doveva decidere il voto dell’interrogazione. Subito dopo rimette il guanto. «Beh, mi ha fatto piacere rivederti, ti lascio andare.»
Si gira e si incammina barcollando pericolosamente sulla pavimentazione ghiacciata.
«Aspetta! Ho ancora tempo, se non ti spiace, ti accompagno.»
Fa un cenno di assenso, poi mi porge il braccio.
Nei dieci minuti successivi parlo di me, di cosa sto facendo. Lei ascolta interessata, mi chiede se ho una ragazza, i progetti per il futuro. Non sento più freddo e l’atmosfera cupa e invernale è diventata brillante e calda, quasi come se i festoni del Natale fossero tornati magicamente ad illuminarsi per una notte, solo per noi. Quando passiamo davanti al vecchio portone del palazzo in cui c’è lo studio di suo marito, mi fermo. Lei si gira e mi guarda.
«Cosa c’è?»
«Pensavo entrassimo dentro.»
La sua voce si fa bassa, mi guarda e sussurra: «Non penso sia il caso, Flavio.»
Ho il respiro pesante, vedo il fumo del suo alito uscire dalla sciarpa e spandersi nell’aria.
«Non ci vedo niente di male. Ci ho messo un poco ma ho capito, e non mi importa ...»
Lei fa un cenno con il capo.
«Non puoi capire, cono cambiate molte cose dal nostro ultimo incontro.»
Mi metto davanti a lei e le abbasso la sciarpa fino a sotto il mento e, per la prima volta da quando la conosco, la scopro fragile e indifesa. Lidia Grassi Cicognini, la tanto temuta quanto affascinante professoressa di italiano, gioia e dolore di intere generazioni di studenti, è davanti a me e mi prega di non farlo, di non superare il muro delle convenzioni sociali tra di noi: la differenza di età, quella sociale, il rapporto studente-insegnante. Appoggio le labbra alle sue e tutto finisce in mille frantumi, come se avessi rotto il vetro del treno con il martelletto di emergenza, costringendolo a fermarsi, prima che sia troppo tardi.
Lei mi richiama all’ordine.
«No, che fai. Barra!»
A questo punto la avvinghio e torno a baciarla, e questa volta lei cede.
A mano a mano che le nostre lingue si intrecciano, sento il suo corpo che si scioglie, al punto che sembra rimpicciolirsi tra le mie braccia. Abbiamo fatto sesso, ma solo in questo momento sento di essere entrato in intimità con lei. Sussurro, galvanizzato: «Andiamo, ti prego.»
Lei tira fuori un fazzoletto di carta e pulisce il rossetto intorno alla mia bocca, poi si dirige verso la porta.

L’odore nauseabondo da sigaro che ricordavo non c’è più, è stato sostituito da un profumo piacevole che richiama quello di un fiore di cui non ricordo il nome. Tutto è in perfetto ordine, non c’è un filo di polvere, anche se l’assenza di una sola cosa fuori posto mi dà l’impressione che non sia abitato da molto tempo.
Lidia non perde tempo: appende il cappotto e, dandomi sempre le spalle, toglie la sciarpa e il cappello. Riconosco il casco di capelli che mi fece tremare, ogni volta che lo vedevo avviarsi verso la porta della mia classe. Il tempo non sembra averla scalfita, è esattamente come la ricordavo. La seguo mentre si avvia lungo il corridoio, muovendo l’aria col suo ancheggio che mi ha fatto sempre impazzire, un misto di eleganza e provocazione, classe e depravazione. Una volta nell’ufficio di suo marito, appoggia le mani sulla scrivania e rimane immobile. Sono a meno di un metro da lei, sento il profumo dei suoi capelli, ammirando la postura perfetta. È in perfetto equilibrio sui tacchi a spillo, risalgo lentamente lungo il polpaccio teso, il ginocchio, la coscia che scompare sotto la gonna, e solo allora noto che indossa un paio delle sue proverbiali calze di nylon. A quanto pare Lidia non ha perso la sua passione per i capi vintage.
«Si diceva che il preside Zamboni impazziva quando ti vedeva con le calze di nylon.»
Alcuni collaboratori scolastici vociavano di una relazione con il dirigente, notoriamente feticista delle calze di quel tipo. Altri si spingevano a giurare di averla vista nel suo ufficio con la gonna sollevata, mentre si aggiustava il reggicalze.
«Fandonie. Roberto è un marito fedele e un ottimo amico.»
Vere o false che fossero quelle voci, mi assale la voglia di sollevare la gonna e guardare cosa si nasconde sotto. Per questo mi avvicino e appoggio le mani sul lembo dell’indumento, poi lo faccio salire lentamente, come se non l’avessi mai posseduta prima. Lei rimane immobile, vedo il petto che si gonfia ripetutamente per immettere ossigeno nei polmoni, segno che non è indifferente a quello che sto facendo. L’adrenalina mi scorre nelle vene, mi sento come un appassionato d’auto sportive che sta per aprire il cofano motore di una Lamborghini. Quando finisco l’operazione faccio un passo indietro e rimango sospeso in ammirazione: è perfetto, molto meglio di come la ricordavo.
«Fai in fretta, prima che cambi idea.»
Non me lo faccio ripetere due volte. Con le mani che tremano, abbasso le mutande e affondo un dito tra le natiche. Il reggicalze mi fa impazzire, nel complesso sembra la scena di uno dei vecchi film di Tinto Brass, il regista erotico che aveva la fissazione per il fondo schiena. Il sesso della professoressa Cicognini è cambiato. Adesso è coperto di pelo castano, ma, come allora, il medio non fatica ad affondare tra le labbra: sono fradice di umori. Lidia emette un mugolio soffocato, lungo, poi si abbassa per porgere il suo dono onorando il mio desiderio.
Per fortuna ho un preservativo nel portafogli. Lo scarto ma, a causa delle mani che non smettono di tremare, fatico a indossarlo.
«Non lo rompere, conosco la tua passione per i buchi. Prenditi il tempo che ti serve.»
Non dice altro, ma il suo è un chiaro riferimento alla prima volta, il profilattico gusto fragola, il calzino bucato. Cazzo, che memoria! La sua voce è calda e tranquillizzante, mi ricorda quella volta che mi bloccai durante il compito di letteratura. Lei si avvicinò e mi disse la stessa cosa. Allora non servì a farmi arrivare alla sufficienza, adesso, invece, mi permettono di incappucciare il fulcro del mio piacere.
Lo facciamo, come se fosse una cosa normale, come se fosse la prima volta. Lidia è molto più calda di allora, la sento fremere, dalla sua splendida bocca escono sospiri e mugolii di piacere. Chissà quanti amanti l’hanno posseduta dall’ultima volta che ho fatto sesso con lei: studenti, professori, amici hanno avuto il privilegio di fare quello che io sto facendo in questo momento. Le sue mani piene di anelli preziosi stringono il bordo opposto della scrivania, mentre le guardo mi accorgo che la cornice con la foto che mi aveva fatto vedere la prima volta che sono stato qui non c’è più. Tutta la stanza, in realtà, ha perso la personalità di allora, diventando grigia e anonima.
Non ho più la voglia di fare un video, non ha più senso mostrare agli amici che ho vinto io, probabilmente nessuno si ricorda più di lei. È passato troppo tempo e, in ogni caso, non sarebbe la verità: sono solo uno di tanti.
Scopiamo in quella posizione, lei immobile e piegata sulla scrivania, io in piedi, dietro di lei, con i pantaloni alle caviglie. Tutto intorno a noi regna un silenzio siderale, quasi fossimo gli unici due inquilini del palazzo, una pace che mi mette in soggezione e mi spinge ad aumentare il ritmo: quella cosa iniziata con tanto fervore inizia a sembrarmi sbagliata, e non vedo l’ora di finire. Lei lo capisce, sente la tensione che sale, il ritmo che incalza, e si prepara per il mio orgasmo. Quando infine vengo dentro di lei, Lidia volge la testa per guardarmi per la prima volta e mi sorride con orgoglio.
«Come ai vecchi tempi?»
Obbedisco, intontito dalle troppe emozioni contrastanti. Faccio il nodo al preservativo e lo ripongo sul posa cenere vuoto.
Ci rivestiamo, lei prende un plico e poi scendiamo.
Mentre ci salutiamo, dandoci un bacio sulla guancia, lei mi saluta.
«Grazie Barra, ne avevo bisogno.»
Rimango qualche istante a guardarla mentre cammina verso le piazze, poi mi avvio in direzione opposta.
Entro nell’autobus e prendo in mano lo smartphone ripensando alla sua ultima frase enigmatica.
Una ragazza si siede sul lato opposto del corridoio.
«Eccoti, temevo perdessi l’autobus.»
La guardo e riconosco la tipa che mi guardava prima al bar.
«Ciao.»
«Sono Erica.»
«Flavio. Ci siamo visti prima al bar, giusto?»
«Sì … in realtà prendiamo spesso lo stesso autobus la sera. Oggi mi sono fermata con degli amici.» Ecco spiegato perché il viso mi sembrava familiare. «Quella con cui sei uscito era tua madre?»
«Una zia.»
Nel frattempo, ricevo un messaggio da Luca. Gli scrivo del mio incontro, senza specificare che ci ho fatto sesso, nel frattempo Erica parla. Annuisco senza ascoltarla, i miei pensieri sono tutti rivolti alla mia ex professoressa di italiano.
scritto il
2026-01-31
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