Le bastarde Capitolo 9
scritto il 2026-11-08 tempo di lettura 15 min
di
NIKI4317
genere
Pulp
cura
A
Per Peter Schmidt e per il suo collega Andy Pratt si prospettava un’altra nottata all’insegna della noia, ma Peter si poteva considerare fortunato per aver trovato quel lavoro di guardiano notturno alla Nichols Consolidate, considerando la sua età non proprio giovanissima. Il problema era che sapeva fare ben poco oltre a quello.
Aveva trascorso oltre quindici anni come guardiano in quell’istituto di correzione e poi, quando chiuse, si era ritrovato senza lavoro e con scarse possibilità di trovarne un altro, avendo già superato da un paio d’anni la cinquantina. Ma per sua fortuna, alla Nichols Consolidate cercavano proprio uno come lui. Certo, non era un lavoro facile. Doveva dormire di giorno e lavorare di notte, ma se lo faceva andar bene.
Era piuttosto robusto e alto, superando di un paio di centimetri il metro e ottanta, e con un lieve accenno di pancia, deciso però ad eliminarla con una drastica dieta. Possedeva inoltre una capigliatura castana ancora quasi miracolosamente intatta, malgrado gli anni nel frattempo fossero diventati cinquantasette.
Un altro problema di quel lavoro era lo scarso tempo che trascorreva con sua moglie, che dormiva sempre da sola e che era sveglia e attiva quando lui dormiva profondamente.
Andy Pratt intanto, sospirò osservando l’orologio. Le due di notte meno cinque minuti.
“A chi tocca il giro di perlustrazione?” domandò sconsolato, ben conoscendo la risposta.
“Tocca a me”, rispose infatti Peter. Fare il giro di perlustrazione significava trascorrere almeno un quarto d’ora camminando e approfittandone per fumarsi una sigaretta senza dover stare in quella guardiola. Peter gli diede una pacca sulla spalla. “Dai, che quando torno ci guardiamo un film. Ho un paio di dvd nuovi di zecca”, disse al suo giovane collega.
Andy non superava infatti i trent’anni. Era di statura media e portava una coda di cavallo che Peter odiava letteralmente, chiedendosi come potesse un maschio andare in giro con una pettinatura del genere. Bah, cose da pazzi.
Le due di notte erano comunque arrivate; il momento della ronda. Peter si alzò dalla sedia, afferrò la sua pistola d’ordinanza e si assicurò che fosse carica per poi mettersela nella cintura. Era una semplice precauzione, ma che comunque andava osservata. Salutò poi Andy e s’incamminò per il suo giro di perlustrazione all’interno dell’edificio. Andy invece diede un’occhiata svogliata ai monitor assicurandosi che tutto fosse in ordine, e poi iniziò a sfogliare il giornale. Altre quattro ore e se ne sarebbe tornato a casa.
La donna aveva tutti i suoi muscoli pronti all’azione. Sospirò nervosamente, ma ormai non poteva più tirarsi indietro. Si toccò il seno stretto nella tuta di lattice, osservò gli stivali che indossava, pregustando il momento in cui sarebbero entrati in azione, e infine si mosse, non prima di aver tirato giù il cappuccio che precludeva la visione del suo viso. Solo gli occhi erano scoperti. Niente altro si doveva vedere.
Osservò la lenta camminata di Peter che si era acceso una sigaretta, attese che lui scomparisse dalla visuale e quindi si mosse.
Andy era intento nella lettura, ma comunque individuare nel buio la sua figura interamente nera non sarebbe stato facile.
La donna scivolò sotto la sbarra di protezione che impediva alle vetture di entrare, e si nascose rannicchiandosi nella parte destra della guardiola, quella nella quale c’era la porta d’entrata. La sua agilità sopperiva alla difficoltà di muoversi con quei tacchi giganteschi, ma tutto doveva rispettare il piano. Sempre nascosta dalla guardiola, attese solamente un’altra manciata di secondi e poi decise di agire. Da adesso in poi, avrebbe dovuto essere di una precisione millimetrica. Aprì infatti la porta, e lo stupefatto Andy non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi cosa stesse accadendo. Il pugno che la donna fece partire lo colse sulla tempia scaraventandolo a terra.
Andy non capiva quasi più nulla. Il colpo era stato da KO e, pur non essendo svenuto, faticava a capire cosa gli stesse capitando. Riusciva a vedere solo quella figura vestita di nero della quale erano visibili soltanto gli occhi chiari, che lo afferrava di peso e che lo girava. Poi sentì le braccia di quella persona che gli afferravano il collo, senza avere minimamente la forza per affrontare qualunque tipo di reazione. Sentì soltanto una nebbia che si impadroniva della sua mente e poi il nulla.
La donna sorrise soddisfatta. La prima parte era andata perfettamente. Si tolse il cappuccio e adesso il suo bel viso era perfettamente visibile, anche se la tuta di lattice che delineava il suo corpo in modo perfetto copriva ancora parzialmente la fronte e interamente i suoi capelli. Si mosse rapidamente. Tolse i dischetti delle telecamere che avevano ripreso probabilmente la scena, e rimise il corpo del guardiano notturno seduto sulla sedia con la testa reclinata sulla sua destra, dopo essersi accertata che il suo respiro fosse regolare. Era stata attenta a non ucciderlo, e gli aveva semplicemente fatto perdere i sensi.
Si diresse quindi nella stessa direzione di Peter Schmidt. Era lui il suo obiettivo. Conosceva perfettamente il suo percorso e, facendo attenzione a non far rumore, camminando quindi sulle suole per non far sentire il rumore dei suoi tacchi, lo attese nascondendosi dietro un muro. L’attesa non fu particolarmente lunga. Schmidt aveva terminato il suo giro di perlustrazione e si trovava ormai a pochi metri dalla guardiola che divideva con Andy quando la figura femminile balzò fuori come una pantera nera alla vista della gazzella da predare, e lo colpi con un calcio micidiale al volto che lo fece cadere di colpo. Anche Schmidt non ebbe il tempo di comprendere ciò che gli era accaduto, e se ne rese conto solamente quando quella splendida figura femminile inguainata nel lattice era sopra di lui che scalciava la sua pistola allontanandola. La donna sorrise e il suo viso stupendo e perfettamente truccato divenne più bello.
“Ciao, Peter. Mi riconosci?” disse la donna all’uomo ancora a terra.
Peter cercò di capire chi fosse quella donna. Aveva un corpo incredibilmente armonioso e il viso gli diceva qualcosa, ma non riusciva a ricordare dove e come avesse potuto incontrare una donna simile.
“Chi diavolo sei? E cosa vuoi?”
“Ma dai, Peter, davvero non riconosci una delle bastarde?”
L’uomo sgranò gli occhi dallo stupore. “Oh, cazzo! Tu sei…”
“E già, io sono proprio una di quelle che tu e gli altri chiamavate bastarde. E vedo pure che non segui i notiziari, altrimenti avresti capito subito. Lo sai che il tuo degno compare Erik Poster adesso è a fare compagnia a Belzebù?”
No, non lo sapeva. La notizia non era stata di considerevole importanza e non l’aveva recepita. Ma un brivido percorse il suo corpo. Quella donna non era venuta di certo a fare una visita di cortesia.
Peter Schmidt guardò la sua pistola che la donna aveva allontanato di qualche metro, cercando repentinamente di raggiungerla. Mossa però che la donna aveva ampiamente previsto. Con un semplice saltello si frappose tra la mano e la pistola e poi, senza pietà, trafisse la mano di Schmidt con il suo tacco a spillo degno di una perfetta arma bianca. Peter urlò dal dolore, con il risultato di farsi arrivare un calcio violentissimo che gli fece sputare sangue e due denti.
“Oh, guarda, puoi urlare quanto vuoi. Sappiamo benissimo entrambi che l ‘unico che ti potrebbe sentire è il tuo collega che adesso dorme profondamente, e che continuerà a farlo per almeno un paio d’ore. Il cambio arriverà solamente alle sei di mattina, e quindi abbiamo tutto il tempo necessario per giocare insieme. Ti va di giocare insieme a me? Come facevi vent’anni fa?”
Peter Schmidt si morse le labbra. Il dolore era tremendo. Quella puttana gli aveva passato da parte a parte la sua mano destra che era ancora attaccata al tacco della donna che sorrise guardando la scena.
“Che cosa vuoi da me?” riuscì infine a dire.
“Che cosa voglio? Voglio mandarti a fare compagnia al tuo compare. Ricordi come eravate uniti vent’anni fa? E ricordi cosa ci facevate?”
“Ti prego, sono passati tanti anni. Non puoi vendicarti di me. Ho moglie e figli, ti scongiuro.”
La donna sorrise soddisfatta. Erano oltre venti anni che avrebbe voluto sentire quelle parole, quelle lamentele da parte dei suoi persecutori. E ora aveva Peter Schmidt proprio sotto di sé, maestoso e meraviglioso angelo della morte. Mise l’altro piede sulla mano ferita dell’uomo, e facendo leva tolse il tacco, facendo zampillare sangue in abbondanza e facendo di nuovo urlare dal dolore l’uomo che indietreggiò di qualche metro aiutandosi coi gomiti. La donna rimase però ferma, aspettando che Schmidt si rialzasse con grande fatica. Si rimise comunque il cappuccio che copriva la sua testa, la fronte e il mento e che lasciava scoperti solamente gli occhi e la bocca, splendidamente disegnata con un rossetto rosso acceso.
Peter rimase invece per qualche secondo indeciso sul da farsi. La mano destra gocciolava lugubremente sangue, e il dolore sembrava entrargli nella testa per quanto era atroce. Doveva però fare qualcosa. L’aveva colto alla sprovvista, ma non era armata e poteva sopraffarla anche con una mano sola, anche se la sicurezza della giovane lo metteva in difficoltà. Si avventò contro di lei, ma alla donna bastò spostarsi di lato per mandare a vuoto l’attacco.
“Ma bene, Peter. Sta cominciando il divertimento. Ma ti assicuro che sarò solo io a divertirmi.”
Peter rimase di nuovo indeciso. Malgrado quei maledetti tacchi, si muoveva agilmente. Si guardò intorno per cercare qualcosa che potesse aiutarlo, ma quell’ala dell’edificio era completamente sgombra da oggetti contundenti. Quella donna era lì per ucciderlo, ma lui non sarebbe stato una preda facile. Doveva farle pagar cara quella sicurezza che esternava. Si gettò di nuovo verso la donna, che però stavolta non si limitò a scansarsi, ma lo accolse con due straordinari calci di grande efficacia e poi con due pugni tremendi che ridussero il suo volto ad una maschera di sangue. Doveva avergli rotto il naso e la bocca. Sputò un altro dente asciugandosi con il dorso della mano ferita il sangue che gli sgorgava dalla faccia. Quella bastarda sapeva lottare magnificamente, e si rese conto che difficilmente ce l’avrebbe potuta fare contro di lei. La mano destra era inutilizzabile e quei colpi gli avevano tolto gran parte della forza che aveva. Si appoggiò al muro per non cadere.
“Ti prego, dimmi che cosa vuoi per non uccidermi e lo farò”, piagnucolò l’uomo, facendo sorridere la donna nuovamente.
La splendida femmina guardò di nuovo Peter. Avrebbe potuto ucciderlo in quel momento con facilità, ma lui doveva soffrire. Si fece seria.
“Striscia, chiedimi pietà e poi bacia e lecca i miei stivali. Voglio vedere come ti sottometti a me, come implori la mia grazia. Può darsi che non ti uccida.”
Peter Schmidt si fece scivolare in terra sdraiandosi completamente supino e strisciò verso la donna. Al diavolo l’orgoglio. C’era la sua vita in ballo. Leccò e baciò gli stivali della donna obbedendo all’ordine che gli era stato impartito. Gli faceva schifo, aveva voglia di rigettare, ma cercò con tutte le sue forze di trattenersi. Lei lo voleva vedere in suo potere e lui avrebbe fatto del tutto pur di accontentarla, se questo poteva salvargli la vita.
“Ti chiedo pietà. Non uccidermi”, disse di nuovo alla donna, che invece lo guardò con odio.
“E secondo te, io dovrei rinunciare alla mia vendetta soltanto perché tu mi hai chiesto pietà e mi hai baciato le scarpe? Povero illuso”, disse la giovane per poi, sadicamente, far piombare la sua gamba destra armata di tacco a spillo sulla mano intatta, quella sinistra. Ancora una volta, come una lama affilatissima, il tacco dapprima penetrò nella carne del guardiano notturno, e poi ne uscì completamente sporco di sangue. L’uomo urlò con quanto fiato aveva in gola, dopodiché iniziò a singhiozzare senza ritegno, senza sapere che la donna aveva appena iniziato. Lo afferrò quasi di peso per i capelli facendolo alzare e poi lo colpì ripetutamente al volto con dei pugni violentissimi. L’uomo cadde di nuovo come un sacco di patate. La sua mente cominciava ad essere offuscata, e i suoi pensieri quindi poco lucidi. L’unica cosa che riusciva a capire era che doveva fuggire da quella donna. Provò quindi a rialzarsi senza che la femmina inguainata nel lattice provasse ad impedirglielo, stringendo i denti a causa di quel dolore penetrante. Le mani sembravano bruciargli, ma aveva ancora le gambe integre e lei, con quei tacchi non avrebbe certo potuto mettersi a correre. Provò a sprintare in direzione dell’uscita, ma un secondo prima che iniziasse a correre fu colpito di nuovo al volto con un potentissimo calcio circolare dato con maestria. Ancora una volta cadde a terra tra l’ilarità della giovane donna.
L’uomo scoppiò in un pianto irrefrenabile.
“Allora Peter, lo facciamo un salto nel passato? Ti ricordi delle mie lacrime? Delle lacrime delle mie compagne?”
“Perdonami”, farfugliò, a causa della mancanza di alcuni denti che la donna gli aveva fatto saltare.
“Perdonarti? E’ l’ultima cosa che potrei fare. Tu stai per morire, Peter, e io ti ucciderò facendoti soffrire. Aspetterò prima di farlo perché voglio che tu, in questi ultimi momenti che ti sono rimasti, possa pensare a tua moglie, ai tuoi figli, sapendo che non li rivedrai mai più. Ti sono rimasti cinque minuti da adesso. Contiamo fino a trecento e poi morrai.”
La donna iniziò a contare, quindi si chinò, afferrò l’uomo e lo rialzò quasi di peso per colpirlo con calci e pugni al volto e al corpo. Ogni colpo era un macigno che si abbatteva su Schmidt. Quelli al volto, facevano schizzare sangue dappertutto, ma anche quelli al corpo non erano meno dolorosi per il guardiano notturno, che ogni volta scivolava a terra privo ormai di forze, sempre rialzato dall’atletica giovane che sorrideva proseguendo a contare.
“Centodiciotto, centodiciannove…” Lo afferrò quindi per un braccio torcendoglielo dolorosamente. “Centoventi, centoventuno…” Il crac che segnalava la rottura del braccio fu accompagnato dall’ennesimo, lugubre urlo dell’uomo. La donna ripeté l’operazione anche con l’altro braccio, “Centoquarantacinque, centoquarantasei…”
La giovane fermò per un istante la sua furia distruttrice e osservò la sua preda ormai agonizzante. Continuava meccanicamente a contare, ma la sua mente era occupata da altri pensieri. Era questo ciò che voleva? Sì, era proprio questo. Vedere il suo aguzzino alla sua mercé, indifeso, a pochi istanti ormai dalla morte. Meritava di morire? Sì, per lei Peter Schmidt era meritevole di porre fine alla sua squallida vita. Per ciò che le aveva fatto, per ciò che le aveva costretto a subire, per le lacrime che le aveva fatto scorrere, per il terrore che aveva accompagnato la sua vita nel prosieguo. Ancora sentiva su di sé le sue mani che le facevano schifo, il suo alito, il ribrezzo che le faceva ogni qualvolta lui e gli altri si avvicinavano a lei. Sì, Peter Schmidt doveva morire, e doveva farlo in modo doloroso. Lo afferrò di nuovo e poi altri pugni, altri calci. Schmidt sarebbe morto comunque, ma lei decise per farlo morire in modo più teatrale. Lo lasciò a terra, dopo l’ennesima caduta, e quindi alzò la sua gamba. Il tacco di metallo ormai pregno del sangue della sua vittima, sembrò quasi brillare per uno strano riflesso, e quindi cercò il collo dell’uomo che osservò la sua carnefice con gli occhi colmi di lacrime.
“Duecentonovantanove, trecento. Addio, Peter.” La bellissima donna spinse la sua gamba destra sul collo di Schmidt, e Il tacco penetrò dapprima con un po’ di difficoltà ma poi sempre più profondamente, facendo zampillare il sangue a volontà e ponendo fine alla vita di Peter.
La donna sospirò. Non era ancora finita. C’era la parte forse più complicata. Afferrò la borsa che aveva con sé quando era arrivata per compiere la sua vendetta e si cambiò velocemente, mettendo gli abiti che aveva usato per l’omicidio nella sacca e vestendosi con un anonimo jeans. Aggirò quindi la sbarra che delimitava l’ingresso, attenta a non toccare nulla adesso che aveva tolto i suoi guanti di lattice, e s’incamminò verso l’uscita dell’edificio. Non c’era nessuno, per sua fortuna. Fece il giro dell’isolato e quindi, parcheggiata già da diverse ore, c’era la macchina con la quale doveva tornare a casa. Aveva memorizzato il percorso per evitare le telecamere e lo fece con scrupolosa attenzione, fermandosi solamente in un posto isolato per bruciare i suoi abiti, i dischetti della telecamera che aveva portato via dalla Nichols Consolidate, gli stivali con i quali aveva trapassato il collo di Schmidt e persino le scarpe che aveva indossato dopo, mettendosi un altro paio di scarpe che c’erano nella vettura. Niente era stato lasciato al caso.
Rientrò nella sua macchina dirigendosi quindi finalmente verso casa sua. Solamente pochissime macchine in circolazione, vista l’ora. Nei dintorni della sua abitazione c’era il buio più assoluto, e osservò con soddisfazione che nessuna finestra fosse illuminata. Era fatta.
La sua abitazione l’accolse col suo tepore, e la donna si mise seduta su una poltrona allargando sia le braccia che le gambe, e infine scoppiò a piangere, intervallando i singhiozzi con risate isteriche. Trascorsero oltre dieci minuti prima che riuscisse a calmarsi del tutto. Quando ci riuscì, si trascinò nella sua camera gettandosi sul letto quasi a peso morto, addormentandosi quindi in pochissimi secondi, ancora completamente vestita, soddisfatta della sua opera vendicatrice. Molto soddisfatta.
Continua...
Aveva trascorso oltre quindici anni come guardiano in quell’istituto di correzione e poi, quando chiuse, si era ritrovato senza lavoro e con scarse possibilità di trovarne un altro, avendo già superato da un paio d’anni la cinquantina. Ma per sua fortuna, alla Nichols Consolidate cercavano proprio uno come lui. Certo, non era un lavoro facile. Doveva dormire di giorno e lavorare di notte, ma se lo faceva andar bene.
Era piuttosto robusto e alto, superando di un paio di centimetri il metro e ottanta, e con un lieve accenno di pancia, deciso però ad eliminarla con una drastica dieta. Possedeva inoltre una capigliatura castana ancora quasi miracolosamente intatta, malgrado gli anni nel frattempo fossero diventati cinquantasette.
Un altro problema di quel lavoro era lo scarso tempo che trascorreva con sua moglie, che dormiva sempre da sola e che era sveglia e attiva quando lui dormiva profondamente.
Andy Pratt intanto, sospirò osservando l’orologio. Le due di notte meno cinque minuti.
“A chi tocca il giro di perlustrazione?” domandò sconsolato, ben conoscendo la risposta.
“Tocca a me”, rispose infatti Peter. Fare il giro di perlustrazione significava trascorrere almeno un quarto d’ora camminando e approfittandone per fumarsi una sigaretta senza dover stare in quella guardiola. Peter gli diede una pacca sulla spalla. “Dai, che quando torno ci guardiamo un film. Ho un paio di dvd nuovi di zecca”, disse al suo giovane collega.
Andy non superava infatti i trent’anni. Era di statura media e portava una coda di cavallo che Peter odiava letteralmente, chiedendosi come potesse un maschio andare in giro con una pettinatura del genere. Bah, cose da pazzi.
Le due di notte erano comunque arrivate; il momento della ronda. Peter si alzò dalla sedia, afferrò la sua pistola d’ordinanza e si assicurò che fosse carica per poi mettersela nella cintura. Era una semplice precauzione, ma che comunque andava osservata. Salutò poi Andy e s’incamminò per il suo giro di perlustrazione all’interno dell’edificio. Andy invece diede un’occhiata svogliata ai monitor assicurandosi che tutto fosse in ordine, e poi iniziò a sfogliare il giornale. Altre quattro ore e se ne sarebbe tornato a casa.
La donna aveva tutti i suoi muscoli pronti all’azione. Sospirò nervosamente, ma ormai non poteva più tirarsi indietro. Si toccò il seno stretto nella tuta di lattice, osservò gli stivali che indossava, pregustando il momento in cui sarebbero entrati in azione, e infine si mosse, non prima di aver tirato giù il cappuccio che precludeva la visione del suo viso. Solo gli occhi erano scoperti. Niente altro si doveva vedere.
Osservò la lenta camminata di Peter che si era acceso una sigaretta, attese che lui scomparisse dalla visuale e quindi si mosse.
Andy era intento nella lettura, ma comunque individuare nel buio la sua figura interamente nera non sarebbe stato facile.
La donna scivolò sotto la sbarra di protezione che impediva alle vetture di entrare, e si nascose rannicchiandosi nella parte destra della guardiola, quella nella quale c’era la porta d’entrata. La sua agilità sopperiva alla difficoltà di muoversi con quei tacchi giganteschi, ma tutto doveva rispettare il piano. Sempre nascosta dalla guardiola, attese solamente un’altra manciata di secondi e poi decise di agire. Da adesso in poi, avrebbe dovuto essere di una precisione millimetrica. Aprì infatti la porta, e lo stupefatto Andy non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi cosa stesse accadendo. Il pugno che la donna fece partire lo colse sulla tempia scaraventandolo a terra.
Andy non capiva quasi più nulla. Il colpo era stato da KO e, pur non essendo svenuto, faticava a capire cosa gli stesse capitando. Riusciva a vedere solo quella figura vestita di nero della quale erano visibili soltanto gli occhi chiari, che lo afferrava di peso e che lo girava. Poi sentì le braccia di quella persona che gli afferravano il collo, senza avere minimamente la forza per affrontare qualunque tipo di reazione. Sentì soltanto una nebbia che si impadroniva della sua mente e poi il nulla.
La donna sorrise soddisfatta. La prima parte era andata perfettamente. Si tolse il cappuccio e adesso il suo bel viso era perfettamente visibile, anche se la tuta di lattice che delineava il suo corpo in modo perfetto copriva ancora parzialmente la fronte e interamente i suoi capelli. Si mosse rapidamente. Tolse i dischetti delle telecamere che avevano ripreso probabilmente la scena, e rimise il corpo del guardiano notturno seduto sulla sedia con la testa reclinata sulla sua destra, dopo essersi accertata che il suo respiro fosse regolare. Era stata attenta a non ucciderlo, e gli aveva semplicemente fatto perdere i sensi.
Si diresse quindi nella stessa direzione di Peter Schmidt. Era lui il suo obiettivo. Conosceva perfettamente il suo percorso e, facendo attenzione a non far rumore, camminando quindi sulle suole per non far sentire il rumore dei suoi tacchi, lo attese nascondendosi dietro un muro. L’attesa non fu particolarmente lunga. Schmidt aveva terminato il suo giro di perlustrazione e si trovava ormai a pochi metri dalla guardiola che divideva con Andy quando la figura femminile balzò fuori come una pantera nera alla vista della gazzella da predare, e lo colpi con un calcio micidiale al volto che lo fece cadere di colpo. Anche Schmidt non ebbe il tempo di comprendere ciò che gli era accaduto, e se ne rese conto solamente quando quella splendida figura femminile inguainata nel lattice era sopra di lui che scalciava la sua pistola allontanandola. La donna sorrise e il suo viso stupendo e perfettamente truccato divenne più bello.
“Ciao, Peter. Mi riconosci?” disse la donna all’uomo ancora a terra.
Peter cercò di capire chi fosse quella donna. Aveva un corpo incredibilmente armonioso e il viso gli diceva qualcosa, ma non riusciva a ricordare dove e come avesse potuto incontrare una donna simile.
“Chi diavolo sei? E cosa vuoi?”
“Ma dai, Peter, davvero non riconosci una delle bastarde?”
L’uomo sgranò gli occhi dallo stupore. “Oh, cazzo! Tu sei…”
“E già, io sono proprio una di quelle che tu e gli altri chiamavate bastarde. E vedo pure che non segui i notiziari, altrimenti avresti capito subito. Lo sai che il tuo degno compare Erik Poster adesso è a fare compagnia a Belzebù?”
No, non lo sapeva. La notizia non era stata di considerevole importanza e non l’aveva recepita. Ma un brivido percorse il suo corpo. Quella donna non era venuta di certo a fare una visita di cortesia.
Peter Schmidt guardò la sua pistola che la donna aveva allontanato di qualche metro, cercando repentinamente di raggiungerla. Mossa però che la donna aveva ampiamente previsto. Con un semplice saltello si frappose tra la mano e la pistola e poi, senza pietà, trafisse la mano di Schmidt con il suo tacco a spillo degno di una perfetta arma bianca. Peter urlò dal dolore, con il risultato di farsi arrivare un calcio violentissimo che gli fece sputare sangue e due denti.
“Oh, guarda, puoi urlare quanto vuoi. Sappiamo benissimo entrambi che l ‘unico che ti potrebbe sentire è il tuo collega che adesso dorme profondamente, e che continuerà a farlo per almeno un paio d’ore. Il cambio arriverà solamente alle sei di mattina, e quindi abbiamo tutto il tempo necessario per giocare insieme. Ti va di giocare insieme a me? Come facevi vent’anni fa?”
Peter Schmidt si morse le labbra. Il dolore era tremendo. Quella puttana gli aveva passato da parte a parte la sua mano destra che era ancora attaccata al tacco della donna che sorrise guardando la scena.
“Che cosa vuoi da me?” riuscì infine a dire.
“Che cosa voglio? Voglio mandarti a fare compagnia al tuo compare. Ricordi come eravate uniti vent’anni fa? E ricordi cosa ci facevate?”
“Ti prego, sono passati tanti anni. Non puoi vendicarti di me. Ho moglie e figli, ti scongiuro.”
La donna sorrise soddisfatta. Erano oltre venti anni che avrebbe voluto sentire quelle parole, quelle lamentele da parte dei suoi persecutori. E ora aveva Peter Schmidt proprio sotto di sé, maestoso e meraviglioso angelo della morte. Mise l’altro piede sulla mano ferita dell’uomo, e facendo leva tolse il tacco, facendo zampillare sangue in abbondanza e facendo di nuovo urlare dal dolore l’uomo che indietreggiò di qualche metro aiutandosi coi gomiti. La donna rimase però ferma, aspettando che Schmidt si rialzasse con grande fatica. Si rimise comunque il cappuccio che copriva la sua testa, la fronte e il mento e che lasciava scoperti solamente gli occhi e la bocca, splendidamente disegnata con un rossetto rosso acceso.
Peter rimase invece per qualche secondo indeciso sul da farsi. La mano destra gocciolava lugubremente sangue, e il dolore sembrava entrargli nella testa per quanto era atroce. Doveva però fare qualcosa. L’aveva colto alla sprovvista, ma non era armata e poteva sopraffarla anche con una mano sola, anche se la sicurezza della giovane lo metteva in difficoltà. Si avventò contro di lei, ma alla donna bastò spostarsi di lato per mandare a vuoto l’attacco.
“Ma bene, Peter. Sta cominciando il divertimento. Ma ti assicuro che sarò solo io a divertirmi.”
Peter rimase di nuovo indeciso. Malgrado quei maledetti tacchi, si muoveva agilmente. Si guardò intorno per cercare qualcosa che potesse aiutarlo, ma quell’ala dell’edificio era completamente sgombra da oggetti contundenti. Quella donna era lì per ucciderlo, ma lui non sarebbe stato una preda facile. Doveva farle pagar cara quella sicurezza che esternava. Si gettò di nuovo verso la donna, che però stavolta non si limitò a scansarsi, ma lo accolse con due straordinari calci di grande efficacia e poi con due pugni tremendi che ridussero il suo volto ad una maschera di sangue. Doveva avergli rotto il naso e la bocca. Sputò un altro dente asciugandosi con il dorso della mano ferita il sangue che gli sgorgava dalla faccia. Quella bastarda sapeva lottare magnificamente, e si rese conto che difficilmente ce l’avrebbe potuta fare contro di lei. La mano destra era inutilizzabile e quei colpi gli avevano tolto gran parte della forza che aveva. Si appoggiò al muro per non cadere.
“Ti prego, dimmi che cosa vuoi per non uccidermi e lo farò”, piagnucolò l’uomo, facendo sorridere la donna nuovamente.
La splendida femmina guardò di nuovo Peter. Avrebbe potuto ucciderlo in quel momento con facilità, ma lui doveva soffrire. Si fece seria.
“Striscia, chiedimi pietà e poi bacia e lecca i miei stivali. Voglio vedere come ti sottometti a me, come implori la mia grazia. Può darsi che non ti uccida.”
Peter Schmidt si fece scivolare in terra sdraiandosi completamente supino e strisciò verso la donna. Al diavolo l’orgoglio. C’era la sua vita in ballo. Leccò e baciò gli stivali della donna obbedendo all’ordine che gli era stato impartito. Gli faceva schifo, aveva voglia di rigettare, ma cercò con tutte le sue forze di trattenersi. Lei lo voleva vedere in suo potere e lui avrebbe fatto del tutto pur di accontentarla, se questo poteva salvargli la vita.
“Ti chiedo pietà. Non uccidermi”, disse di nuovo alla donna, che invece lo guardò con odio.
“E secondo te, io dovrei rinunciare alla mia vendetta soltanto perché tu mi hai chiesto pietà e mi hai baciato le scarpe? Povero illuso”, disse la giovane per poi, sadicamente, far piombare la sua gamba destra armata di tacco a spillo sulla mano intatta, quella sinistra. Ancora una volta, come una lama affilatissima, il tacco dapprima penetrò nella carne del guardiano notturno, e poi ne uscì completamente sporco di sangue. L’uomo urlò con quanto fiato aveva in gola, dopodiché iniziò a singhiozzare senza ritegno, senza sapere che la donna aveva appena iniziato. Lo afferrò quasi di peso per i capelli facendolo alzare e poi lo colpì ripetutamente al volto con dei pugni violentissimi. L’uomo cadde di nuovo come un sacco di patate. La sua mente cominciava ad essere offuscata, e i suoi pensieri quindi poco lucidi. L’unica cosa che riusciva a capire era che doveva fuggire da quella donna. Provò quindi a rialzarsi senza che la femmina inguainata nel lattice provasse ad impedirglielo, stringendo i denti a causa di quel dolore penetrante. Le mani sembravano bruciargli, ma aveva ancora le gambe integre e lei, con quei tacchi non avrebbe certo potuto mettersi a correre. Provò a sprintare in direzione dell’uscita, ma un secondo prima che iniziasse a correre fu colpito di nuovo al volto con un potentissimo calcio circolare dato con maestria. Ancora una volta cadde a terra tra l’ilarità della giovane donna.
L’uomo scoppiò in un pianto irrefrenabile.
“Allora Peter, lo facciamo un salto nel passato? Ti ricordi delle mie lacrime? Delle lacrime delle mie compagne?”
“Perdonami”, farfugliò, a causa della mancanza di alcuni denti che la donna gli aveva fatto saltare.
“Perdonarti? E’ l’ultima cosa che potrei fare. Tu stai per morire, Peter, e io ti ucciderò facendoti soffrire. Aspetterò prima di farlo perché voglio che tu, in questi ultimi momenti che ti sono rimasti, possa pensare a tua moglie, ai tuoi figli, sapendo che non li rivedrai mai più. Ti sono rimasti cinque minuti da adesso. Contiamo fino a trecento e poi morrai.”
La donna iniziò a contare, quindi si chinò, afferrò l’uomo e lo rialzò quasi di peso per colpirlo con calci e pugni al volto e al corpo. Ogni colpo era un macigno che si abbatteva su Schmidt. Quelli al volto, facevano schizzare sangue dappertutto, ma anche quelli al corpo non erano meno dolorosi per il guardiano notturno, che ogni volta scivolava a terra privo ormai di forze, sempre rialzato dall’atletica giovane che sorrideva proseguendo a contare.
“Centodiciotto, centodiciannove…” Lo afferrò quindi per un braccio torcendoglielo dolorosamente. “Centoventi, centoventuno…” Il crac che segnalava la rottura del braccio fu accompagnato dall’ennesimo, lugubre urlo dell’uomo. La donna ripeté l’operazione anche con l’altro braccio, “Centoquarantacinque, centoquarantasei…”
La giovane fermò per un istante la sua furia distruttrice e osservò la sua preda ormai agonizzante. Continuava meccanicamente a contare, ma la sua mente era occupata da altri pensieri. Era questo ciò che voleva? Sì, era proprio questo. Vedere il suo aguzzino alla sua mercé, indifeso, a pochi istanti ormai dalla morte. Meritava di morire? Sì, per lei Peter Schmidt era meritevole di porre fine alla sua squallida vita. Per ciò che le aveva fatto, per ciò che le aveva costretto a subire, per le lacrime che le aveva fatto scorrere, per il terrore che aveva accompagnato la sua vita nel prosieguo. Ancora sentiva su di sé le sue mani che le facevano schifo, il suo alito, il ribrezzo che le faceva ogni qualvolta lui e gli altri si avvicinavano a lei. Sì, Peter Schmidt doveva morire, e doveva farlo in modo doloroso. Lo afferrò di nuovo e poi altri pugni, altri calci. Schmidt sarebbe morto comunque, ma lei decise per farlo morire in modo più teatrale. Lo lasciò a terra, dopo l’ennesima caduta, e quindi alzò la sua gamba. Il tacco di metallo ormai pregno del sangue della sua vittima, sembrò quasi brillare per uno strano riflesso, e quindi cercò il collo dell’uomo che osservò la sua carnefice con gli occhi colmi di lacrime.
“Duecentonovantanove, trecento. Addio, Peter.” La bellissima donna spinse la sua gamba destra sul collo di Schmidt, e Il tacco penetrò dapprima con un po’ di difficoltà ma poi sempre più profondamente, facendo zampillare il sangue a volontà e ponendo fine alla vita di Peter.
La donna sospirò. Non era ancora finita. C’era la parte forse più complicata. Afferrò la borsa che aveva con sé quando era arrivata per compiere la sua vendetta e si cambiò velocemente, mettendo gli abiti che aveva usato per l’omicidio nella sacca e vestendosi con un anonimo jeans. Aggirò quindi la sbarra che delimitava l’ingresso, attenta a non toccare nulla adesso che aveva tolto i suoi guanti di lattice, e s’incamminò verso l’uscita dell’edificio. Non c’era nessuno, per sua fortuna. Fece il giro dell’isolato e quindi, parcheggiata già da diverse ore, c’era la macchina con la quale doveva tornare a casa. Aveva memorizzato il percorso per evitare le telecamere e lo fece con scrupolosa attenzione, fermandosi solamente in un posto isolato per bruciare i suoi abiti, i dischetti della telecamera che aveva portato via dalla Nichols Consolidate, gli stivali con i quali aveva trapassato il collo di Schmidt e persino le scarpe che aveva indossato dopo, mettendosi un altro paio di scarpe che c’erano nella vettura. Niente era stato lasciato al caso.
Rientrò nella sua macchina dirigendosi quindi finalmente verso casa sua. Solamente pochissime macchine in circolazione, vista l’ora. Nei dintorni della sua abitazione c’era il buio più assoluto, e osservò con soddisfazione che nessuna finestra fosse illuminata. Era fatta.
La sua abitazione l’accolse col suo tepore, e la donna si mise seduta su una poltrona allargando sia le braccia che le gambe, e infine scoppiò a piangere, intervallando i singhiozzi con risate isteriche. Trascorsero oltre dieci minuti prima che riuscisse a calmarsi del tutto. Quando ci riuscì, si trascinò nella sua camera gettandosi sul letto quasi a peso morto, addormentandosi quindi in pochissimi secondi, ancora completamente vestita, soddisfatta della sua opera vendicatrice. Molto soddisfatta.
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