Le bastarde Capitolo 7

scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 11 min

di
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Pulp
cura
A−

La Kilmore constructions aveva alcuni cantieri aperti a Los Angeles. Non era stato complicato per gli investigatori trovare quello dove aveva lavorato saltuariamente Erik Poster, e che si trovava nella periferia nord della città.
Kate e Jim ci misero oltre un’ora per arrivarci, a causa del traffico caotico di quel lunedì. Stolkes pensò che non sapevano nemmeno loro cosa cercare esattamente, e scesero dalla macchina guardandosi intorno. Alcune informazioni, e soprattutto i loro tesserini da poliziotti, li portarono verso un gabbiotto, all’esterno del quale un uomo sui quarant’anni con il classico copricapo usato dagli operai stava redarguendo un altro uomo che sembrava di qualche anno più giovane.
Kate avanzò verso di lui.
“Polizia di Los Angeles. Sono il tenente Katherine Bilson e lui è il sergente Jim Stolkes. E’ lei che comanda qui?”
L’uomo osservò la giovane e bella poliziotta, tendendo poi la mano sia a lei che a Stolkes.
“Sono Matthew Dickson. In cosa posso esservi utile?”
“Abbiamo telefonato circa un’ora fa per sapere se un certo Erik Poster aveva lavorato in questo cantiere. Chi ci ha risposto ha confermato questa indiscrezione. Pertanto vorremmo farle alcune domande in proposito. Possiamo sapere quando Poster ha lavorato qui l'ultima volta?”
Dickson sorrise. Non sembrava in difficoltà.
“Prego, accomodatevi. Deve aver risposto qualche altro collega che poi non mi ha comunicato che stavate arrivando. Vediamo comunque se riesco ad aiutarvi,” disse, prendendo il libro nel quale erano annotate le presenze saltuarie e iniziando a sfogliarlo. Dopo alcuni secondi il suo viso si illuminò “Ecco, vede, in questo libro segniamo tutti gli operai saltuari che lavorano per la Kilmore, e c’è anche il vostro Poster.”
“Come mai tutta questa gente? Non avete dei dipendenti fissi?” chiese Stolkes, osservando la, moltitudine di nomi scritti su quel libro
“Abbiamo anche dipendenti fissi che non troverete su questo libro perché hanno una normale busta paga, e per loro dovrete recarvi dai nostri commercialisti. Ma siccome il nostro lavoro dipende molto dal momento e dalle proposte che riceviamo, siamo costretti a ricorrere a manovalanza giornaliera. Chi è bravo, ha comunque l’opportunità di lavorare per tutta la durata dei lavori, e quindi anche per parecchio tempo.”
I due poliziotti sfogliarono il libro. L’ultima volta che il nome di Poster vi era segnato risaliva ad oltre dieci giorni prima.
“Posso sapere per quale motivo Poster non è stato chiamato in seguito?” chiese stavolta la Bilson.
Dickson aprì le braccia e scosse la testa. “Non sono la persona adatta. Io non mi occupo dei rapporti con gli operai”, rispose l’uomo tranquillamente.
“E chi è che si occupa di queste cose?” insistette Jim nei confronti di Dickson.
L’uomo fece cenno ai poliziotti di seguirlo. Il cantiere era di notevoli dimensioni ed erano tanti gli operai in quel momento al lavoro. Dickson ne chiamò uno.
“Ecco, lui è Frank Mc Cain”, disse, indicando un tipo sui cinquant’anni quasi completamente calvo e di media statura. “Frank, questi due signori sono della polizia e vorrebbero sapere per quale motivo uno dei nostri operai saltuari, un certo Poster, non è stato chiamato più a lavorare nel nostro cantiere.”
Mc Cain ignorò quasi completamente i due agenti della squadra omicidi e si rivolse al suo capo:
“Si ricorda, signor Dickson, di quell’operaio che si è azzuffato con il suo collega? Ecco, quello era Poster. Per di più, tutti si lamentavano per il fatto che fosse mezzo ubriaco fin dalla mattina, e quindi ho preferito dirgli di non presentarsi più perché non l’avremmo preso in considerazione. Peccato perché era bravo, ma lavorare con un uomo in quelle condizioni in un cantiere è pericoloso.”
Dickson diede una pacca sulle spalle a Mc Cain. “Ben fatto. La sicurezza degli operai viene prima di tutto.”
Kate guardò l’operaio che stava per ritornare al lavoro e lo richiamò: “Aspetti, Mc Cain. Ho altre domande da farle. Chi era l’operaio col quale Poster ha litigato? E per quale motivo?”
“Glielo chiederà lei stessa”, troncò Mc Cain, andando a chiamare a sua volta un altro operaio che si trovava intento a lavorare a una decina di metri di altezza. Era evidente che l’uomo non aveva una gran simpatia per la polizia, ma Kate ritenne che non fosse il caso di farglielo notare.
L’uomo chiamato da McCain intanto scese dopo un paio di minuti, parlottò con lui e poi si diresse verso Dickson e verso i due poliziotti. Si trattava di un uomo ben strutturato sui trent’anni che, togliendosi l’elmetto per asciugarsi la fronte madida di sudore, mise in mostra una capigliatura mora e folta. Era alto, forse intorno al metro e ottantacinque e, mentre si avvicinava al terzetto, osservò Kate ammirandone la bellezza estetica con un sorriso che voleva essere di apprezzamento.
Il detective Bilson osservò quel sorriso e scosse per una frazione di secondo la sua testa. Odiava quegli sguardi da parte degli uomini. Ad ogni modo, l’uomo, presentatosi come Alex Hudson, diede la mano ai due uomini e alla donna, soffermandosi proprio con Kate. Era una stretta di mano forte, molto virile, ma che la Bilson non gradì eccessivamente. Trovava una bella stretta di mano decisa molto apprezzabile, sia in un uomo che in una donna, ma non le piaceva quando quella stretta era eccessiva, quasi come per mettersi in mostra.
Dickson ordinò comunque ad Hudson di raccontare la sua discussione con Poster, e l’operaio raccontò di averlo rimproverato per averlo trovato mezzo ubriaco sul lavoro, e che Poster l’aveva spintonato, lui aveva fatto altrettanto, ma poi erano intervenuti dei colleghi che li avevano divisi.
“Quindi, non siete mai venuti per le mani?” chiese la poliziotta.
“No, per sua fortuna, perché lo avrei ammazzato di botte. Mi creda.”
Kate Bilson sorrise. “E allora hai voluto proseguire l’opera stanotte. Non è così?”
Hudson osservò i due poliziotti, e solo allora si chiese come mai cercassero delle notizie su quell’ubriacone.
“Che cosa stai dicendo, bellezza?”
Il detective Bilson andò di fronte all’uomo. “Per te, sono il tenente Bilson della squadra omicidi. Intesi, Hudson?”
Il giovane operaio fece invece due passi indietro per poi guardarsi intorno, quasi a cercare aiuto e comprensione.
“Ehi, ragazzi, ma che sta succedendo? La squadra omicidi? Non mi direte mica che quel tipo, Poster, è stato ammazzato davvero?” chiese Hudson meravigliato.
“E invece sì,” proseguì la poliziotta. “E guarda caso, è stato ammazzato di botte.”
Hudson stavolta sgranò gli occhi. “Voi siete pazzi. Io non lo vedo dall’ultima volta che è venuto a lavorare qui.”
“E dov’eri stanotte?” insistette Kate.
“Dove cazzo pensi che possa stare la notte? A letto, bellezza. E smettila di tirarmi in mezzo per forza. Vai a cercare l’assassino da qualche altra parte e non prendertela con me, capito?”
Per Kate era abbastanza. Non sopportava quando qualcuno le mancava di rispetto e si rivolgeva a lei dimenticandosi che aveva di fronte, non solo una donna, ma una detective della squadra omicidi di Los Angeles. E pensò che fosse il caso di ricordarglielo. Afferrò il braccio destro dell’uomo che fece roteare poi sulla sua spalla sinistra proiettandolo a terra. Quindi, si avventò su di lui prima che potesse rendersi conto di ciò che era successo, torcendogli dolorosamente il bracco, mentre con la mano libera lo prese da dietro per il collo mettendogli contemporaneamente un ginocchio sulla schiena. L’uomo era praticamente bloccato. E a Kate erano bastati un paio di secondi per trovarsi in quella situazione di predominio.
Tutti gli operai erano rimasti a bocca aperta nell’assistere a una scena del genere. Alex Hudson era alto e robusto, ma quella bella donna lo aveva neutralizzato in un batter di ciglia.
“Ti avevo avvertito, Hudson. Quando ti rivolgi a me lo fai col rispetto dovuto al fatto che rappresento la polizia di Los Angeles. Potrei denunciarti per averti sentito dire che voglio per forza trovarti colpevole della morte di Poster, frase lesiva nei confronti di un poliziotto, ma non lo farò. Tu però non ti azzardi più a dire quelle cose. E “bellezza” lo dici alla tua ragazza e non a me. Infine, sono convinta anche che tu mi debba delle scuse. Sono stata chiara o ricomincio un’altra volta?” concluse la poliziotta, torcendo un po’ di più il braccio di Hudson che urlò dal dolore.
L’operaio non ci pensò due volte. Si trovava in una posizione dalla quale era impossibile riuscire a uscirne fuori, e più si muoveva e più il dolore per la torsione e per il ginocchio sulla schiena, aumentavano.
“Ok, ok, ma mi lasci. Mi sta spezzando il braccio.”
“Non ho sentito le scuse.”
“Le chiedo scusa, agente.”
“Tenente, prego. Sai, ci tengo particolarmente al mio grado.”
“D’accordo. Scusi, tenente, ma davvero io non c’entro niente con la morte di quell’ubriacone.”
Kate lasciò andare l’uomo che si rialzò barcollando e schiumando rabbia. Pensò che se non fosse stata una poliziotta si sarebbe avventato contro di lei per farle pagare cara il fatto che l’avesse preso alla sprovvista, senza sapere quanto invece l’impossibilità di reagire lo stesse salvando da una lezione ben più dura da parte di Kate, che comunque guardò l’uomo.
“Ok, scuse accettate. Dunque, chi può confermare che tu eri a casa a dormire stanotte?”
“Nessuno. Sono solo in questo momento e nessuno può confermarlo, ma io non c’entro niente.”
Kate e Jim si guardarono e fu stavolta Stolkes ad intervenire:
“D’accordo, Hudson. Per il momento è tutto. Non lasci la città e si tenga a nostra disposizione.”
I due poliziotti rientrarono in macchina. Avevano un nuovo potenziale colpevole, ma Stolkes non sembrava affatto soddisfatto.
“Si può sapere come diavolo ti è passato per la mente di mettere le mani addosso a quell’operaio?” disse, sgommando e uscendo dal cantiere.
Kate guardò il suo compagno scuotendo la testa. “E che dovevo fare, secondo te? Continuare a farmi insultare da quel tipo? Da adesso in poi si relazionerà in modo diverso quando avrà a che fare con una poliziotta.”
“Non ti ha insultato, Kate. E la denuncia corri il rischio di prenderla te per averlo picchiato.”
Stavolta la detective sorrise ironicamente. “Non l’ho picchiato. Se avessi voluto farlo adesso staremmo aspettando l’ambulanza. L’ho soltanto voluto mettere in riga.”
“Non è da te, Kate. La morte di quel Poster ti ha evidentemente scossa. Ti ho visto diverse volte mettere le mani addosso a degli uomini, ma era per difendere te o qualcuno di noi, della tua squadra, e mai in questo modo gratuito. Comunque, capisco il tuo stato d’animo, ma vorrei che evitassi in seguito di mettere in mostra il tuo repertorio di mosse di arti marziali. Non mi va di passare qualche guaio e soprattutto non voglio che lo passi tu.”
“Ok, Jim, me ne starò buona. Possiamo parlare di lavoro?”
“Te lo dico subito. Questo tipo non c’entra niente, Kate.” rispose il sergente.
La bella poliziotta aggrottò le sopracciglia. “Sarebbe stato troppo bello, infatti. Questo secondo me è un idiota. Se veramente lo avesse voluto uccidere, l’avrebbe fatto immediatamente. Non ce lo vedo a progettare un omicidio e realizzarlo dopo dieci giorni.”
“Esatto, Kate. E scusa se ti ho redarguita. Di solito, sei tu a farlo con me, ma c’è in gioco la tua carriera. Stai per diventare capitano, e anche una sciocchezza del genere può farti perdere quest’occasione. E io ti vorrei come capitano.”
Kate si avvicinò al sergente accarezzandogli lievemente la sua guancia destra, facendo venire un brivido di piacere all’uomo. “No, hai ragione tu, Jim,” ammise la ragazza. “Ho esagerato con lui e potevo evitare di mettergli le mani addosso. Mi dispiace, Jim. Mi dispiace veramente, ma odio i maschi sbruffoni, e quello lo era. Spero solo che adesso si rapporterà con una donna vedendola in modo diverso. Ma comunque ancora mi prudono le mani, e quel tipo deve ringraziare il suo santo protettore che mi sono dovuta limitare. Avevo una gran voglia di prenderlo a calci nel culo.”
Stolkes fece un sorriso amaro ed evitò di risponderle. Quella era Kate Bilson, e guai a farla arrabbiare. E forse, uno dei tanti motivi per cui l’amava era proprio quel suo caratterino. Beh, la mattinata era quasi terminata e il suo stomaco brontolava. Forse era il caso di fermarsi per una pausa e mettere qualcosa sotto i denti. Tanto, non sarebbe stata quella mezz’ora che avrebbe cambiato le sorti di quell’indagine. Erano in alto mare e l’unica vera sospettata in fondo era proprio la sua partner. No, ancora quel maledetto pensiero. Doveva estirparlo dalla propria mente. Erik Poster sembrava essere odiato da tutti, e sicuramente tra quelle persone c’era anche quello che l’aveva ucciso in quel modo così brutale. Ma chi era in grado di ridurre un uomo in quel modo oltre a Kate? Era questa la domanda che continuava a ronzargli nella mente, e alla quale doveva al più presto dare una risposta.

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