Le bastarde Episodio 2
scritto il 2026-10-18 tempo di lettura 9 min
di
NIKI4317
genere
pulp
cura
A−
La ragazza osservò l’uomo con un sorriso sicuro. “Allora Erik, cosa si prova a stare dalla parte opposta senza poter far niente per potersi difendere?”
Poster faticò un po’ per comprendere quale fosse la situazione, talmente preso alla sprovvista dall’azione della bella e giovane donna. Un’azione che non si aspettava minimamente e che lo aveva messo in una scomoda posizione, con quel tacco che poteva assomigliare a un affilato coltello che gli premeva sulla guancia sinistra. Aveva però le mani libere e quella puttana si sarebbe pentita di quello che aveva fatto. Afferrò infatti la gamba della giovane e riuscì a spostarla da sopra il suo corpo. Ebbe anche il tempo di potersi rialzare in quanto la donna non cercò minimamente di ostacolarlo. Digrignò i denti ferocemente, con odio.
“Ti sei cacciata in un brutto guaio, puttana. Ti farò pentire di esserti presentata qui con l’intenzione di vendicarti. E come volevi vendicarti? Con due mosse di karate? Lo sai dove te lo puoi ficcare il karate?”
“Sentiamo. Dove?” fece la ragazza, ostentando una calma olimpica
“Nello stesso punto dove io ti infilerò il mio cazzo”, rispose Poster, avventandosi contro la giovane e mulinando le sue braccia nel tentativo, reso vano dalla straordinaria agilità della donna, di colpirla. Dopo alcuni secondi, la giovane scoppiò a ridere.
“Tutto qui? E io che stavo cominciando a preoccuparmi”, lo irrise, per poi passare al contrattacco con esiti diametralmente opposti. Ancora un calcio e poi due violenti pugni che colpirono di nuovo Poster, che stramazzò ancora a terra sputando sangue. L’uomo provò a rialzarsi, ma stavolta la donna non gliene diede il tempo, colpendolo ancora con due calci tremendi, dati con tutta la rabbia che aveva in corpo, e che lo colpirono a un fianco causandogli lancinanti dolori. Non contenta, sferrò con violenza un altro calcio, dato stavolta dall’alto in basso, che fece conficcare il suo stiletto nella gamba destra dell’uomo che gridò lugubremente. Il dolore sembrava essere insopportabile, e Poster si portò la gamba vicino a sé quasi per proteggerla da altri attacchi. Adesso era terrorizzato. Quella ragazza lo aveva ridotto all’impotenza con poche mosse facendo svanire tutta la sua spavalderia.
“Ferma, ferma. Ok, ho capito. Vuoi vendicarti, ma io non sono colpevole. Non tanto, almeno, credimi. Erano altri che comandavano, e che quasi ci obbligavano ad abusare di voi. Il direttore. Ecco, era lui che ci diceva cosa fare e poi partecipava anche lui. Ti prego, non puoi uccidermi”, fece, lamentandosi e piangendo contemporaneamente. La donna sorrise respirando a fondo il dolce sapore della vittoria.
“D’accordo, Erik, non ti ucciderò. Se però tu striscerai ai miei piedi chiedendo la mia pietà e il mio perdono. E soprattutto se riconoscerai che la tua vita dipende da me.”
Poster rimase quasi sconcertato da quella richiesta ma aveva compreso come lottare contro quella donna potesse essere un suicidio per lui. Troppo allenata, veloce e preparata per uno come lui. E soprattutto troppo motivata.
“Ti chiedo perdono. Abbi pietà di me”, disse dopo alcuni secondi alla donna, che invece lo colpì di nuovo all’altra gamba, con il tacco che penetrò nella carne dell’uomo per diversi centimetri. Il sangue schizzò inesorabilmente in diversi punti della roulotte, insozzando anche la sensuale tuta di lattice della ragazza. Poster gridò di nuovo. Il dolore era tremendo. Non tanto nel momento dell’entrata del tacco quanto in quello della sua uscita effettuata in modo lento, appositamente per aumentare il dolore. E quel dolore gli penetrava nel cervello mentre sentiva la carne bruciargli.
“Erik, mio caro. Pensi davvero che mi accontenterò di una richiesta di perdono così misera? Dai, so che puoi fare di meglio. Ti ricordi come piangevo, come supplicavo te e tutti gli altri? Beh, voglio vedere sul tuo viso quello stesso terrore. Devi supplicarmi, Erik. Devi strisciare come quel verme che sei nel chiedere il mio perdono e la mia pietà.”
Erik Poster scoppiò in un irrefrenabile pianto, interrotto da un altro calcio della donna al fianco, ancora più violento di quelli precedenti, che gli costò due costole rotte e altre grida di dolore che riecheggiarono all’interno della roulotte.
“Lo faccio, lo faccio ma basta, ti scongiuro. Ti chiedo perdono. Non uccidermi. Abbi pietà”, ripeté l’uomo, usando stavolta un tono straziante, e cercando con estrema difficoltà di voltarsi per strisciare come lei pretendeva. Iniziò a farlo, e più lui strisciava e più la ragazza si allontanava per rendergli la meta sempre più lontana. Dopo alcuni secondi, la porta della roulotte fermò l’indietreggiamento della giovane.
“Ci siamo. Vedi che con le buone maniere riesci a capire? Bene, ora bacia i miei stivali. Tira fuori quella linguaccia lurida che possiedi e leccali.”
Poster spalancò gli occhi dallo stupore.
“C… Cosa?” domandò esterrefatto, ma tanto bastò alla donna per afferrarlo per un braccio, facendogli soffrire le pene dell’inferno a causa delle ossa rotte che gli facevano sentire un dolore immenso, e per alzarlo, sbattendolo contro un ripiano dove erano posizionati alcuni oggetti che caddero inevitabilmente in terra. Poi lo colpì con tre pugni devastanti. Il primo lo prese sulla tempia sinistra e in parte nell’occhio, il secondo, sulla guancia destra e il terzo a metà esatta tra la bocca ed il naso, che simultaneamente iniziarono a sanguinare copiosamente. Non contenta, la giovane femmina lo afferrò da dietro la nuca e lo costrinse a piegarsi fin quasi a giungere a terra. Infine spinse la sua testa con violenza a terra per due volte. Adesso Erik Poster era immobile. Le forze lo avevano quasi completamente abbandonato, anche se era ancora vivo e cosciente.
“Non te lo ripeterò un’altra volta. Tu adesso leccherai i miei stivali. Sono io che comando, Erik. Le posizioni si sono invertite rispetto a vent’anni fa. Leccali e avrai salva la vita.”
L’uomo, con immensa fatica, iniziò a obbedire alla giovane. Non aveva altra scelta se voleva portare a casa la pelle. Per alcuni interminabili minuti Poster si dedicò a quell’opera umiliante e schifosa, fino a quando la donna si scansò soddisfatta.
“Bene Erik, hai dimostrato che io posso fare qualunque cosa con te.”
“Si, ti prego, basta”, disse lentamente Erik Poster. Il dolore che provava era allucinante, e le costole rotte gli rendevano difficile la respirazione.
“D’accordo, basta. Credo che la tua sofferenza sia giunta al termine”, gli disse, soddisfatta della piega che aveva preso la situazione.
“Grazie. Grazie di non avermi ucciso”, farfugliò l’uomo, con sempre maggiore difficoltà. La giovane aguzzina scoppiò invece in una risata nervosa.
“Cosa hai capito, Erik? Ho detto che le tue sofferenze sono quasi terminate perché sto per ucciderti.”
Poster scosse la testa, forse una delle poche parti del corpo che ancora poteva muovere.
“No, no, ti scongiuro. Mi avevi promesso...” disse, con un tono di voce rotto dal pianto e quindi appena percettibile.
La giovane però lo guardò con odio, con un odio accresciuto giorno dopo giorno per venti lunghissimi anni. Poi si chinò su di lui, ormai impossibilitato a muoversi, gli afferrò la testa inserendosela tra le cosce e poi iniziò a stringere il collo dell’uomo. Prima piano, poi sempre più forte, mentre sentiva sulle sue cosce le mani dell’uomo che cercavano inutilmente di liberarsi da quella presa. Si era allenata per tanti anni per rendere le sue gambe letali, e finalmente era giunto il momento di mettere in pratica il frutto di quegli allenamenti estenuanti. Il respiro di Erik Poster divenne sempre più flebile, e anche le braccia ormai erano prive di forza tanto che abbandonò la speranza di potersi liberare adagiandole a fianco al corpo. Ancora lacrime che proseguirono a sgorgare dal viso rugoso di Erik Poster, e la difficoltà di respirazione che aumentava secondo dopo secondo, mentre le gambe forti e allenate della donna stringevano senza pietà il suo collo, fino a quando quel respiro non si interruppe definitivamente. La donna allargò le gambe facendo cadere la testa di Poster da un lato, come un burattino non sorretto più dai fili del burattinaio.
“Se ne fanno tante di promesse che poi non si mantengono”, disse infine con lugubre ironia. Respirò profondamente chiudendo gli occhi e poi afferrò il corpo ormai senza vita di Erik Poster trascinandolo fuori dalla roulotte per diversi metri, lungo il viottolo che conduceva sulla strada non asfaltata dove aveva lasciato la sua vettura. Doveva essere ben visibile appena si fosse fatta l’alba. Il posto era praticamente deserto, ma sapeva che alle prime luci dell’alba qualche essere umano lo avrebbe percorso, e lei voleva che il corpo fosse scoperto quasi subito mentre, lasciandolo all’interno della roulotte, ci poteva essere il rischio che fosse ritrovato solo diversi giorni dopo visto che la scomparsa di Erik Poster sarebbe passata quasi inosservata per tutti. Prima di rientrare nella sua macchina, la giovane donna si tolse la tuta di lattice, i guanti e gli stivali mettendoli dentro una capiente busta di plastica, per indossare di nuovo gli abiti che aveva prima di iniziare la sua opera di vendetta, dopodiché salì sull’automobile. Solo allora si rimise le sue scarpe, che non dovevano sporcarsi con il terreno circostante, e accese quindi il motore. Nessuno in giro. Partì piano, e dopo dieci minuti era nel pieno della città ancora completamente deserta a causa dell’orario notturno. Dopo altri dieci minuti, approfittando di un luogo completamente deserto già individuato in precedenza e appositamente studiato, incendiò gli abiti di lattice usati per compiere l’omicidio, compresi gli stivali, attendendo pazientemente che l’operazione si concludesse. Infine rimontò in macchina. Se anche i resti fossero stati ritrovati, il fuoco avrebbe già cancellato ogni traccia del suo DNA. Per tornare a casa usò un tragitto, anche questo studiato minuziosamente in precedenza, che le impedisse di passare dove fossero posizionate le telecamere, e dopo circa un’ora si trovò finalmente a casa sua. Tutto era stato studiato perfettamente, e tutto sembrava essere stato svolto nel miglior modo possibile. Non aveva portato con sé telefonini che potessero agganciarla al luogo del delitto, aveva usato una macchina presa a noleggio in un’altra città e non dotata di alcun dispositivo elettronico come ad esempio il navigatore satellitare o il G.P.S., ed era sicura di non aver lasciato alcun tipo di traccia ematica o del suo DNA. Si tolse di nuovo tutti i suoi abiti e si infilò nella doccia dove ne sarebbe uscita solamente un’ora dopo, felice e soddisfatta del suo operato.
Continua...
Poster faticò un po’ per comprendere quale fosse la situazione, talmente preso alla sprovvista dall’azione della bella e giovane donna. Un’azione che non si aspettava minimamente e che lo aveva messo in una scomoda posizione, con quel tacco che poteva assomigliare a un affilato coltello che gli premeva sulla guancia sinistra. Aveva però le mani libere e quella puttana si sarebbe pentita di quello che aveva fatto. Afferrò infatti la gamba della giovane e riuscì a spostarla da sopra il suo corpo. Ebbe anche il tempo di potersi rialzare in quanto la donna non cercò minimamente di ostacolarlo. Digrignò i denti ferocemente, con odio.
“Ti sei cacciata in un brutto guaio, puttana. Ti farò pentire di esserti presentata qui con l’intenzione di vendicarti. E come volevi vendicarti? Con due mosse di karate? Lo sai dove te lo puoi ficcare il karate?”
“Sentiamo. Dove?” fece la ragazza, ostentando una calma olimpica
“Nello stesso punto dove io ti infilerò il mio cazzo”, rispose Poster, avventandosi contro la giovane e mulinando le sue braccia nel tentativo, reso vano dalla straordinaria agilità della donna, di colpirla. Dopo alcuni secondi, la giovane scoppiò a ridere.
“Tutto qui? E io che stavo cominciando a preoccuparmi”, lo irrise, per poi passare al contrattacco con esiti diametralmente opposti. Ancora un calcio e poi due violenti pugni che colpirono di nuovo Poster, che stramazzò ancora a terra sputando sangue. L’uomo provò a rialzarsi, ma stavolta la donna non gliene diede il tempo, colpendolo ancora con due calci tremendi, dati con tutta la rabbia che aveva in corpo, e che lo colpirono a un fianco causandogli lancinanti dolori. Non contenta, sferrò con violenza un altro calcio, dato stavolta dall’alto in basso, che fece conficcare il suo stiletto nella gamba destra dell’uomo che gridò lugubremente. Il dolore sembrava essere insopportabile, e Poster si portò la gamba vicino a sé quasi per proteggerla da altri attacchi. Adesso era terrorizzato. Quella ragazza lo aveva ridotto all’impotenza con poche mosse facendo svanire tutta la sua spavalderia.
“Ferma, ferma. Ok, ho capito. Vuoi vendicarti, ma io non sono colpevole. Non tanto, almeno, credimi. Erano altri che comandavano, e che quasi ci obbligavano ad abusare di voi. Il direttore. Ecco, era lui che ci diceva cosa fare e poi partecipava anche lui. Ti prego, non puoi uccidermi”, fece, lamentandosi e piangendo contemporaneamente. La donna sorrise respirando a fondo il dolce sapore della vittoria.
“D’accordo, Erik, non ti ucciderò. Se però tu striscerai ai miei piedi chiedendo la mia pietà e il mio perdono. E soprattutto se riconoscerai che la tua vita dipende da me.”
Poster rimase quasi sconcertato da quella richiesta ma aveva compreso come lottare contro quella donna potesse essere un suicidio per lui. Troppo allenata, veloce e preparata per uno come lui. E soprattutto troppo motivata.
“Ti chiedo perdono. Abbi pietà di me”, disse dopo alcuni secondi alla donna, che invece lo colpì di nuovo all’altra gamba, con il tacco che penetrò nella carne dell’uomo per diversi centimetri. Il sangue schizzò inesorabilmente in diversi punti della roulotte, insozzando anche la sensuale tuta di lattice della ragazza. Poster gridò di nuovo. Il dolore era tremendo. Non tanto nel momento dell’entrata del tacco quanto in quello della sua uscita effettuata in modo lento, appositamente per aumentare il dolore. E quel dolore gli penetrava nel cervello mentre sentiva la carne bruciargli.
“Erik, mio caro. Pensi davvero che mi accontenterò di una richiesta di perdono così misera? Dai, so che puoi fare di meglio. Ti ricordi come piangevo, come supplicavo te e tutti gli altri? Beh, voglio vedere sul tuo viso quello stesso terrore. Devi supplicarmi, Erik. Devi strisciare come quel verme che sei nel chiedere il mio perdono e la mia pietà.”
Erik Poster scoppiò in un irrefrenabile pianto, interrotto da un altro calcio della donna al fianco, ancora più violento di quelli precedenti, che gli costò due costole rotte e altre grida di dolore che riecheggiarono all’interno della roulotte.
“Lo faccio, lo faccio ma basta, ti scongiuro. Ti chiedo perdono. Non uccidermi. Abbi pietà”, ripeté l’uomo, usando stavolta un tono straziante, e cercando con estrema difficoltà di voltarsi per strisciare come lei pretendeva. Iniziò a farlo, e più lui strisciava e più la ragazza si allontanava per rendergli la meta sempre più lontana. Dopo alcuni secondi, la porta della roulotte fermò l’indietreggiamento della giovane.
“Ci siamo. Vedi che con le buone maniere riesci a capire? Bene, ora bacia i miei stivali. Tira fuori quella linguaccia lurida che possiedi e leccali.”
Poster spalancò gli occhi dallo stupore.
“C… Cosa?” domandò esterrefatto, ma tanto bastò alla donna per afferrarlo per un braccio, facendogli soffrire le pene dell’inferno a causa delle ossa rotte che gli facevano sentire un dolore immenso, e per alzarlo, sbattendolo contro un ripiano dove erano posizionati alcuni oggetti che caddero inevitabilmente in terra. Poi lo colpì con tre pugni devastanti. Il primo lo prese sulla tempia sinistra e in parte nell’occhio, il secondo, sulla guancia destra e il terzo a metà esatta tra la bocca ed il naso, che simultaneamente iniziarono a sanguinare copiosamente. Non contenta, la giovane femmina lo afferrò da dietro la nuca e lo costrinse a piegarsi fin quasi a giungere a terra. Infine spinse la sua testa con violenza a terra per due volte. Adesso Erik Poster era immobile. Le forze lo avevano quasi completamente abbandonato, anche se era ancora vivo e cosciente.
“Non te lo ripeterò un’altra volta. Tu adesso leccherai i miei stivali. Sono io che comando, Erik. Le posizioni si sono invertite rispetto a vent’anni fa. Leccali e avrai salva la vita.”
L’uomo, con immensa fatica, iniziò a obbedire alla giovane. Non aveva altra scelta se voleva portare a casa la pelle. Per alcuni interminabili minuti Poster si dedicò a quell’opera umiliante e schifosa, fino a quando la donna si scansò soddisfatta.
“Bene Erik, hai dimostrato che io posso fare qualunque cosa con te.”
“Si, ti prego, basta”, disse lentamente Erik Poster. Il dolore che provava era allucinante, e le costole rotte gli rendevano difficile la respirazione.
“D’accordo, basta. Credo che la tua sofferenza sia giunta al termine”, gli disse, soddisfatta della piega che aveva preso la situazione.
“Grazie. Grazie di non avermi ucciso”, farfugliò l’uomo, con sempre maggiore difficoltà. La giovane aguzzina scoppiò invece in una risata nervosa.
“Cosa hai capito, Erik? Ho detto che le tue sofferenze sono quasi terminate perché sto per ucciderti.”
Poster scosse la testa, forse una delle poche parti del corpo che ancora poteva muovere.
“No, no, ti scongiuro. Mi avevi promesso...” disse, con un tono di voce rotto dal pianto e quindi appena percettibile.
La giovane però lo guardò con odio, con un odio accresciuto giorno dopo giorno per venti lunghissimi anni. Poi si chinò su di lui, ormai impossibilitato a muoversi, gli afferrò la testa inserendosela tra le cosce e poi iniziò a stringere il collo dell’uomo. Prima piano, poi sempre più forte, mentre sentiva sulle sue cosce le mani dell’uomo che cercavano inutilmente di liberarsi da quella presa. Si era allenata per tanti anni per rendere le sue gambe letali, e finalmente era giunto il momento di mettere in pratica il frutto di quegli allenamenti estenuanti. Il respiro di Erik Poster divenne sempre più flebile, e anche le braccia ormai erano prive di forza tanto che abbandonò la speranza di potersi liberare adagiandole a fianco al corpo. Ancora lacrime che proseguirono a sgorgare dal viso rugoso di Erik Poster, e la difficoltà di respirazione che aumentava secondo dopo secondo, mentre le gambe forti e allenate della donna stringevano senza pietà il suo collo, fino a quando quel respiro non si interruppe definitivamente. La donna allargò le gambe facendo cadere la testa di Poster da un lato, come un burattino non sorretto più dai fili del burattinaio.
“Se ne fanno tante di promesse che poi non si mantengono”, disse infine con lugubre ironia. Respirò profondamente chiudendo gli occhi e poi afferrò il corpo ormai senza vita di Erik Poster trascinandolo fuori dalla roulotte per diversi metri, lungo il viottolo che conduceva sulla strada non asfaltata dove aveva lasciato la sua vettura. Doveva essere ben visibile appena si fosse fatta l’alba. Il posto era praticamente deserto, ma sapeva che alle prime luci dell’alba qualche essere umano lo avrebbe percorso, e lei voleva che il corpo fosse scoperto quasi subito mentre, lasciandolo all’interno della roulotte, ci poteva essere il rischio che fosse ritrovato solo diversi giorni dopo visto che la scomparsa di Erik Poster sarebbe passata quasi inosservata per tutti. Prima di rientrare nella sua macchina, la giovane donna si tolse la tuta di lattice, i guanti e gli stivali mettendoli dentro una capiente busta di plastica, per indossare di nuovo gli abiti che aveva prima di iniziare la sua opera di vendetta, dopodiché salì sull’automobile. Solo allora si rimise le sue scarpe, che non dovevano sporcarsi con il terreno circostante, e accese quindi il motore. Nessuno in giro. Partì piano, e dopo dieci minuti era nel pieno della città ancora completamente deserta a causa dell’orario notturno. Dopo altri dieci minuti, approfittando di un luogo completamente deserto già individuato in precedenza e appositamente studiato, incendiò gli abiti di lattice usati per compiere l’omicidio, compresi gli stivali, attendendo pazientemente che l’operazione si concludesse. Infine rimontò in macchina. Se anche i resti fossero stati ritrovati, il fuoco avrebbe già cancellato ogni traccia del suo DNA. Per tornare a casa usò un tragitto, anche questo studiato minuziosamente in precedenza, che le impedisse di passare dove fossero posizionate le telecamere, e dopo circa un’ora si trovò finalmente a casa sua. Tutto era stato studiato perfettamente, e tutto sembrava essere stato svolto nel miglior modo possibile. Non aveva portato con sé telefonini che potessero agganciarla al luogo del delitto, aveva usato una macchina presa a noleggio in un’altra città e non dotata di alcun dispositivo elettronico come ad esempio il navigatore satellitare o il G.P.S., ed era sicura di non aver lasciato alcun tipo di traccia ematica o del suo DNA. Si tolse di nuovo tutti i suoi abiti e si infilò nella doccia dove ne sarebbe uscita solamente un’ora dopo, felice e soddisfatta del suo operato.
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