Le bastarde Episodio 3
scritto il 2026-10-21 tempo di lettura 11 min
di
NIKI4317
genere
pulp
cura
D
Il sergente Jim Stolkes guidava la vettura osservando di sfuggita la bellissima donna che gli sedeva a fianco. Come dire a un diretto superiore che lui era innamorato pazzamente di lei? No, non c’era un modo, e Stolkes si trovò a pensare che i suoi sentimenti non avrebbero mai potuti essere contraccambiati.
Dal canto suo, il tenente Katherine Bilson sembrava distratta e forse particolarmente indispettita di essere stata svegliata all’alba.
“Ce la farò un giorno a farmi dieci ore di sonno tutte intere?” sbuffò infatti in direzione di Jim.
“Forse quando diventerai capitano, Kate. Per adesso, se ci chiamano alle sei di mattino dobbiamo rispondere presenti.”
“Già. Il problema è che gli omicidi li scoprono sempre all’alba”, disse la giovane poliziotta, sorridendo e stemperando quel poco di nervosismo che sembrava possedere.
“E noi siamo della squadra omicidi. Dai, che fra qualche mese diventerai capitano e potrai regolare i tuoi orari come meglio credi.”
“Ancora? Per adesso sono ancora soltanto il tenente Bilson. E poi non so se voglio davvero diventare capitano.”
Stolkes la guardò stupefatto. “Ma come? Stai per diventare il più giovane capitano della polizia di Los Angeles e tu vorresti tirarti indietro?”
Kate scosse la testa. “Non ho detto questo. E’ che sono un po’ confusa. A me piace l’azione e non so se alla mia età sia giusto mettermi dietro una scrivania a dare ordini.”
“A parte il fatto che gli ordini li dai anche da detective. E poi sarebbe un peccato. Tu sei la poliziotta più in gamba che io conosca, e saresti un perfetto capitano.”
La Bilson sorrise. “Grazie Jim. Sono felice che tu pensi questo di me.”
“Lo pensiamo tutti al distretto. Sei la migliore, e quando il capitano Richards andrà in pensione sei quella più giusta per sederti dietro quella scrivania. E poi, se vuoi un po’ d’azione, ti basterà aggregarti a noi, di tanto in tanto. Non c’è mica una legge che vieti a un capitano di indagare con i suoi uomini. Piuttosto, potrò continuare a chiamarti per nome o dovrò invece chiamarti capitano Bilson?”
Kate osservò il sergente. “Ovviamente dovrai chiamarmi capitano Bilson”, rispose, senza lasciar trapelare se stesse scherzando o se stesse dicendo la verità, e Jim decise di non andare a fondo alla cosa. L’avrebbe scoperto quando si sarebbe ritrovato con la donna che ama addirittura capitano, sicuramente il più bel capitano di tutta la polizia degli Stati Uniti. Alta, snella, con un ovale incantevole incorniciato da due splendidi occhi azzurri e da una bocca assolutamente perfetta. Avrebbe dato chissà cosa per poterla baciare, quella bocca. Ma non c’era niente che non andava in lei. I lunghi capelli neri che spesso, come in quel caso, portava con una sfiziosa coda, sembravano essere di seta. E poi quel corpo armonioso e sinuoso e quelle lunghe gambe che avrebbe voluto vedere almeno una volta, e che lei invece nascondeva perennemente indossando pantaloni. Un look sicuramente più adatto a una poliziotta, ma che gli precludeva la visione di una delle cose più sensuali che lui potesse ammirare in una donna. Ma ciò che aveva fatto innamorare lui e buona parte dei maschi del distretto era la sua capacità, la sua intelligenza. Non era facile prendere ordini da una donna così bella, ma con lei tutto risultava estremamente semplice. Tutti ne riconoscevano l’autorità e le capacità, che le avevano fatto avere una carriera rapidissima, tanto da portarla ormai a un passo dal diventare capitano. Un bel colpo per una donna di appena 34 anni.
Ma ora dovevano pensare al lavoro e a quel tipo che era stato ritrovato in quel punto così particolare della città. Jim uscì dalla provinciale, che avevano percorso solo per pochi tratti, per immettersi in una specie di viottolo non asfaltato che percorse per circa una decina di minuti, fino ad arrivare al punto dove era stato ritrovato il cadavere. I suoi colleghi sembravano essere già al lavoro, e poteva vedere il corpo di un uomo con la patologa Emily Parker che era chinata su di esso. Scesero entrambi dalla macchina, con Jim a precedere Kate, facendosi largo tra cinque poliziotti attenti a non far intervenire una decina di curiosi che si erano radunati nelle vicinanze, sbucati fuori forse da alcuni casolari sparsi nella zona, ma comunque piuttosto distanti dal luogo del delitto.
“Buongiorno, dottoressa, che abbiamo stavolta?”
La patologa alzò gli occhi verso i due nuovi arrivati. “Buongiorno a voi. Brutta morte. Quest’uomo è stato prima picchiato selvaggiamente e poi forse strangolato, anche se naturalmente potrò essere più chiara soltanto dopo l’autopsia.”
Il sergente osservò l’uomo disteso a terra e poté constatare come, in effetti, lo avevano brutalmente percosso, con ferite vistose in ogni parte del corpo. Doveva essere stato colto di sorpresa nel sonno perché aveva indosso semplicemente un paio di pantaloncini corti e una canottiera unta.
“Sappiamo come si chiamava?”
La dottoressa Parker scosse la testa. “Forse ve lo potranno dire i colleghi della scientifica che stanno lavorando all’interno della roulotte. Il pestaggio prima e l’omicidio poi si devono essere svolti all’interno.” Solo allora Jim osservò il detective Bilson che era rimasta in disparte.
“Andiamo a chiedere ai colleghi, allora.”
“Non ce n’è bisogno, Jim. Quell’uomo si chiama… Si chiamava Erik Poster”, disse infine Kate, quasi tremando. Il sergente si avvicinò al suo superiore.
“Chi era quest’uomo, Kate? Come lo conoscevi?”
Il detective Kate Bilson fece qualche passo indietro, tra lo sguardo smarrito di Jim e della patologa, fino ad appoggiare la sua schiena alla macchina, lontana dalle orecchie indiscrete della dottoressa.
“E’ una storia lunga e vecchia. Vecchia di oltre vent’anni”, disse infine sottovoce, per non farsi ascoltare dalla dottoressa.
“Sono il tuo partner. Ho diritto di sapere. Non ti ho mai chiesto niente della tua vita privata, ma questo hai il dovere di dirmelo prima che cominciamo le indagini per prendere quello che ha ridotto quell’uomo in quella maniera.”
“Il problema è proprio questo, sergente. Io non so se voglio prenderlo l’assassino. E’ un eroe, ha fatto un’opera meritoria, e dovrebbe essere insignito con una medaglia.”
Stolkes spalancò la bocca e ci mise alcuni secondi prima di riuscire a rispondere:
“Cosa diavolo stai dicendo? Ti prego, Kate. Dimmi chi era.”
La Bilson coprì il suo bel volto con le mani che Jim le afferrò delicatamente. “Avanti, Kate. Di me ti puoi fidare. Cosa ha fatto quell’uomo di tanto grave da poter definire il suo assassino un eroe?” proseguì l’uomo, con un tono dolce e suadente.
“Scusami, Jim. E’ stato un momento. Sono una poliziotta, e non devo nemmeno pensare una cosa del genere, ma vedi, lui…“
“Lui?” chiese il sergente. Non aveva mai visto Kate ridotta in quel modo. L’aveva sempre ammirata per la sua sicurezza, per la sua forza, per la sua pacatezza anche nei momenti drammatici che avevano vissuto insieme. Momenti dai quali erano sempre usciti soprattutto grazie alle capacità di Kate, capacità mentali ma anche fisiche. L’aveva vista combattere contro tre o quattro malviventi contemporaneamente e avere la meglio, dando sfoggio di un’abilità nelle arti marziali veramente fuori dal comune, e più volte si era chiesto come avrebbe potuto ridurre lui in un ipotetico scontro. Ma per fortuna Kate era dalla sua parte, quella della giustizia. E ora, gli faceva una strana impressione vederla così sconvolta.
Kate Bilson intanto respirò profondamente. “Io ho un passato… Un passato particolare, sergente.”
“Non ne sapevo niente. Non hai mai parlato volentieri dei tuoi trascorsi.”
“Mio padre è morto in un incidente stradale quando avevo dodici anni. Rimasi sola con mia madre alcolizzata e senza un soldo. Mi dovevo arrangiare e provai a rubare delle cose per poter mangiare.”
“Oh, mio Dio, Kate. Io… Io non potevo immaginare.”
“Già, nessuno avrebbe potuto.”
“E poi tu che stai dall’altra parte della barricata. Tu che sembri la portabandiera dell’onestà.”
Kate scosse la testa. “Io sono onesta, Jim. E il fatto di esser voluta diventare poliziotta a tutti i costi lo dimostra. Ma dovevo mangiare e far mangiare mia madre, e quindi tentai di rubare qualcosa in un supermercato.”
“E ti presero?”
La Bilson fece un sorriso amaro. “Non feci nemmeno un metro. Mi presero e mi portarono in un istituto, dopo aver appurato che mia madre non poteva prendersi cura di me. Avevo appena tredici anni.”
“In un riformatorio?”
“Ma sì, chiamiamolo pure col suo nome giusto. Feci amicizia con un altro paio di ragazzine mie coetanee, con problemi simili ai miei e alle quali, qualche mese dopo, se ne aggiunsero altre due. Malgrado fossimo tra le più piccole, formammo un bel gruppo che si faceva rispettare anche da quelle più grandi. Eravamo più svelte rispetto alle altre, già tutte sviluppate e tutte di aspetto gradevole, ma soprattutto eravamo un problema per il direttore per il nostro modo di fare e per l’insofferenza alla disciplina.”
Il sergente Stolkes fece un sorriso. “Tu insofferente alla disciplina? Tu che non ti fai scrupolo di dare ordini perentori a uomini più grandi di te?”
“E’ un’altra cosa, sergente. Eravamo ragazzine. Ci chiamavano “le bastarde”, e già questo nomignolo la dice tutta su come eravamo considerate.”
Stolkes ritornò serio. Aveva già una mezza idea di dove il detective Bilson sarebbe andata a parare e la cosa non gli piaceva per niente
“Cosa faceste? E soprattutto cosa ti fece quell’uomo?” le chiese, indicando il morto a pochi metri da loro.
“Rubammo del cibo. Era una costante di quel periodo. Avevamo fame e ci davano della brodaglia insapore mentre loro…”
“Loro chi?”
“Tutti. Il direttore, il suo vice, il medico con gli infermieri, le guardie. Tutti. E tutti mangiavano come in un ristorante a quattro stelle.”
“E Poster era uno di loro?”
“Sì. Lui era una specie di tuttofare. Si occupava di sistemare le cose che si rompevano ed era sempre a disposizione. Ma dicevo che decidemmo di rubare qualcosa da mangiare ma ci beccarono. Evidentemente, come ladra non dovevo valere granché. Dicevo quindi che ci presero e ci punirono mettendoci in isolamento. E poi…”
“E poi?”
“Dopo un paio di giorni di isolamento ci venne a trovare il direttore. Si chiamava Franklin Vaughan. Insieme a lui c’era Poster, il dottor Mark Jefferson, il suo infermiere Adam Mc Coy e la guardia Peter Schmidt. Ordinò proprio a Poster di fare in modo che ci pentissimo amaramente del furto. Poster si tolse la cinghia dei pantaloni, si spogliò e si diresse da una delle mie amiche che si chiamava Abigail. E ognuno di loro si avvicinò a una mia compagna. Io rimasi a disposizione del direttore. Ci violentarono. E poi si diedero il cambio. Cominciò un’odissea. Ogni tanto portavano via una di noi e la violentavano in gruppo mentre altre volte ci portavano via tutte assieme. Durò fino a quando Vaughan venne promosso, almeno così dicevano, e venne trasferito a fare il direttore in un istituto carcerario vero e proprio.”
Il sergente Stolkes accarezzò i capelli della donna che amava. Dio, quanto aveva sofferto.
“Quanto durò tutto questo?”
“Per circa un anno e mezzo. Poi, come ti ho detto, Vaughan venne trasferito, e con un nuovo direttore gli altri non si azzardarono più a metterci le loro mani addosso. Io rimasi al riformatorio per un paio d’anni complessivamente. Potevo finalmente studiare e lo feci con passione. Quando uscii dall’istituto, mia madre aveva trovato un lavoro come donna delle pulizie e poteva prendersi cura di me, che continuai negli studi laureandomi col massimo dei voti. E poi è storia di adesso. Sono entrata in accademia ed eccomi qua.”
“E le altre ragazze?”
“Non ne ho saputo più niente. Due andarono via pochi mesi prima di me, e seppi che le altre due lo fecero poco dopo.”
“Quindi, non sai che fine abbiano fatto?”
“No, assolutamente. Rivederci avrebbe riaperto quelle ferite profonde, quelle ferite che condividevamo e che nessuna di noi voleva riaprire, evidentemente. Infatti, nessuna ha mai cercato di mettersi in contatto con le altre, anche se personalmente avrei voluto farlo un migliaio di volte. Spero per loro che ce l’abbiano fatta. Erano belle e intelligenti, e non mi sorprenderebbe che siano riuscite a tirarsi fuori da quella situazione e che adesso vivano tranquille e realizzate. Proprio come me.”
Il sergente Jim Stolkes abbracciò la donna stringendola forte a sé. Avrebbe voluto baciarla, dirle quanto l’amasse, ma dovette trattenersi. L’unica cosa che poteva fare era quel gesto di amicizia.
“Tu sei veramente bella e intelligente, Kate.”
“Grazie, sergente. Dai, è passata. Andiamo a fare il nostro lavoro.”
“Te la senti, Kate? O vuoi essere sostituita?”
“Vediamo cosa dirà il capitano e se mi concederà di occuparmi di quest’omicidio. Per adesso vorrei continuare.”
Stolkes fece un cenno di assenso e si riavvicinarono alla dottoressa Emily Parker. Dovevano iniziare la loro indagine su quel brutale omicidio.
Continua...
Dal canto suo, il tenente Katherine Bilson sembrava distratta e forse particolarmente indispettita di essere stata svegliata all’alba.
“Ce la farò un giorno a farmi dieci ore di sonno tutte intere?” sbuffò infatti in direzione di Jim.
“Forse quando diventerai capitano, Kate. Per adesso, se ci chiamano alle sei di mattino dobbiamo rispondere presenti.”
“Già. Il problema è che gli omicidi li scoprono sempre all’alba”, disse la giovane poliziotta, sorridendo e stemperando quel poco di nervosismo che sembrava possedere.
“E noi siamo della squadra omicidi. Dai, che fra qualche mese diventerai capitano e potrai regolare i tuoi orari come meglio credi.”
“Ancora? Per adesso sono ancora soltanto il tenente Bilson. E poi non so se voglio davvero diventare capitano.”
Stolkes la guardò stupefatto. “Ma come? Stai per diventare il più giovane capitano della polizia di Los Angeles e tu vorresti tirarti indietro?”
Kate scosse la testa. “Non ho detto questo. E’ che sono un po’ confusa. A me piace l’azione e non so se alla mia età sia giusto mettermi dietro una scrivania a dare ordini.”
“A parte il fatto che gli ordini li dai anche da detective. E poi sarebbe un peccato. Tu sei la poliziotta più in gamba che io conosca, e saresti un perfetto capitano.”
La Bilson sorrise. “Grazie Jim. Sono felice che tu pensi questo di me.”
“Lo pensiamo tutti al distretto. Sei la migliore, e quando il capitano Richards andrà in pensione sei quella più giusta per sederti dietro quella scrivania. E poi, se vuoi un po’ d’azione, ti basterà aggregarti a noi, di tanto in tanto. Non c’è mica una legge che vieti a un capitano di indagare con i suoi uomini. Piuttosto, potrò continuare a chiamarti per nome o dovrò invece chiamarti capitano Bilson?”
Kate osservò il sergente. “Ovviamente dovrai chiamarmi capitano Bilson”, rispose, senza lasciar trapelare se stesse scherzando o se stesse dicendo la verità, e Jim decise di non andare a fondo alla cosa. L’avrebbe scoperto quando si sarebbe ritrovato con la donna che ama addirittura capitano, sicuramente il più bel capitano di tutta la polizia degli Stati Uniti. Alta, snella, con un ovale incantevole incorniciato da due splendidi occhi azzurri e da una bocca assolutamente perfetta. Avrebbe dato chissà cosa per poterla baciare, quella bocca. Ma non c’era niente che non andava in lei. I lunghi capelli neri che spesso, come in quel caso, portava con una sfiziosa coda, sembravano essere di seta. E poi quel corpo armonioso e sinuoso e quelle lunghe gambe che avrebbe voluto vedere almeno una volta, e che lei invece nascondeva perennemente indossando pantaloni. Un look sicuramente più adatto a una poliziotta, ma che gli precludeva la visione di una delle cose più sensuali che lui potesse ammirare in una donna. Ma ciò che aveva fatto innamorare lui e buona parte dei maschi del distretto era la sua capacità, la sua intelligenza. Non era facile prendere ordini da una donna così bella, ma con lei tutto risultava estremamente semplice. Tutti ne riconoscevano l’autorità e le capacità, che le avevano fatto avere una carriera rapidissima, tanto da portarla ormai a un passo dal diventare capitano. Un bel colpo per una donna di appena 34 anni.
Ma ora dovevano pensare al lavoro e a quel tipo che era stato ritrovato in quel punto così particolare della città. Jim uscì dalla provinciale, che avevano percorso solo per pochi tratti, per immettersi in una specie di viottolo non asfaltato che percorse per circa una decina di minuti, fino ad arrivare al punto dove era stato ritrovato il cadavere. I suoi colleghi sembravano essere già al lavoro, e poteva vedere il corpo di un uomo con la patologa Emily Parker che era chinata su di esso. Scesero entrambi dalla macchina, con Jim a precedere Kate, facendosi largo tra cinque poliziotti attenti a non far intervenire una decina di curiosi che si erano radunati nelle vicinanze, sbucati fuori forse da alcuni casolari sparsi nella zona, ma comunque piuttosto distanti dal luogo del delitto.
“Buongiorno, dottoressa, che abbiamo stavolta?”
La patologa alzò gli occhi verso i due nuovi arrivati. “Buongiorno a voi. Brutta morte. Quest’uomo è stato prima picchiato selvaggiamente e poi forse strangolato, anche se naturalmente potrò essere più chiara soltanto dopo l’autopsia.”
Il sergente osservò l’uomo disteso a terra e poté constatare come, in effetti, lo avevano brutalmente percosso, con ferite vistose in ogni parte del corpo. Doveva essere stato colto di sorpresa nel sonno perché aveva indosso semplicemente un paio di pantaloncini corti e una canottiera unta.
“Sappiamo come si chiamava?”
La dottoressa Parker scosse la testa. “Forse ve lo potranno dire i colleghi della scientifica che stanno lavorando all’interno della roulotte. Il pestaggio prima e l’omicidio poi si devono essere svolti all’interno.” Solo allora Jim osservò il detective Bilson che era rimasta in disparte.
“Andiamo a chiedere ai colleghi, allora.”
“Non ce n’è bisogno, Jim. Quell’uomo si chiama… Si chiamava Erik Poster”, disse infine Kate, quasi tremando. Il sergente si avvicinò al suo superiore.
“Chi era quest’uomo, Kate? Come lo conoscevi?”
Il detective Kate Bilson fece qualche passo indietro, tra lo sguardo smarrito di Jim e della patologa, fino ad appoggiare la sua schiena alla macchina, lontana dalle orecchie indiscrete della dottoressa.
“E’ una storia lunga e vecchia. Vecchia di oltre vent’anni”, disse infine sottovoce, per non farsi ascoltare dalla dottoressa.
“Sono il tuo partner. Ho diritto di sapere. Non ti ho mai chiesto niente della tua vita privata, ma questo hai il dovere di dirmelo prima che cominciamo le indagini per prendere quello che ha ridotto quell’uomo in quella maniera.”
“Il problema è proprio questo, sergente. Io non so se voglio prenderlo l’assassino. E’ un eroe, ha fatto un’opera meritoria, e dovrebbe essere insignito con una medaglia.”
Stolkes spalancò la bocca e ci mise alcuni secondi prima di riuscire a rispondere:
“Cosa diavolo stai dicendo? Ti prego, Kate. Dimmi chi era.”
La Bilson coprì il suo bel volto con le mani che Jim le afferrò delicatamente. “Avanti, Kate. Di me ti puoi fidare. Cosa ha fatto quell’uomo di tanto grave da poter definire il suo assassino un eroe?” proseguì l’uomo, con un tono dolce e suadente.
“Scusami, Jim. E’ stato un momento. Sono una poliziotta, e non devo nemmeno pensare una cosa del genere, ma vedi, lui…“
“Lui?” chiese il sergente. Non aveva mai visto Kate ridotta in quel modo. L’aveva sempre ammirata per la sua sicurezza, per la sua forza, per la sua pacatezza anche nei momenti drammatici che avevano vissuto insieme. Momenti dai quali erano sempre usciti soprattutto grazie alle capacità di Kate, capacità mentali ma anche fisiche. L’aveva vista combattere contro tre o quattro malviventi contemporaneamente e avere la meglio, dando sfoggio di un’abilità nelle arti marziali veramente fuori dal comune, e più volte si era chiesto come avrebbe potuto ridurre lui in un ipotetico scontro. Ma per fortuna Kate era dalla sua parte, quella della giustizia. E ora, gli faceva una strana impressione vederla così sconvolta.
Kate Bilson intanto respirò profondamente. “Io ho un passato… Un passato particolare, sergente.”
“Non ne sapevo niente. Non hai mai parlato volentieri dei tuoi trascorsi.”
“Mio padre è morto in un incidente stradale quando avevo dodici anni. Rimasi sola con mia madre alcolizzata e senza un soldo. Mi dovevo arrangiare e provai a rubare delle cose per poter mangiare.”
“Oh, mio Dio, Kate. Io… Io non potevo immaginare.”
“Già, nessuno avrebbe potuto.”
“E poi tu che stai dall’altra parte della barricata. Tu che sembri la portabandiera dell’onestà.”
Kate scosse la testa. “Io sono onesta, Jim. E il fatto di esser voluta diventare poliziotta a tutti i costi lo dimostra. Ma dovevo mangiare e far mangiare mia madre, e quindi tentai di rubare qualcosa in un supermercato.”
“E ti presero?”
La Bilson fece un sorriso amaro. “Non feci nemmeno un metro. Mi presero e mi portarono in un istituto, dopo aver appurato che mia madre non poteva prendersi cura di me. Avevo appena tredici anni.”
“In un riformatorio?”
“Ma sì, chiamiamolo pure col suo nome giusto. Feci amicizia con un altro paio di ragazzine mie coetanee, con problemi simili ai miei e alle quali, qualche mese dopo, se ne aggiunsero altre due. Malgrado fossimo tra le più piccole, formammo un bel gruppo che si faceva rispettare anche da quelle più grandi. Eravamo più svelte rispetto alle altre, già tutte sviluppate e tutte di aspetto gradevole, ma soprattutto eravamo un problema per il direttore per il nostro modo di fare e per l’insofferenza alla disciplina.”
Il sergente Stolkes fece un sorriso. “Tu insofferente alla disciplina? Tu che non ti fai scrupolo di dare ordini perentori a uomini più grandi di te?”
“E’ un’altra cosa, sergente. Eravamo ragazzine. Ci chiamavano “le bastarde”, e già questo nomignolo la dice tutta su come eravamo considerate.”
Stolkes ritornò serio. Aveva già una mezza idea di dove il detective Bilson sarebbe andata a parare e la cosa non gli piaceva per niente
“Cosa faceste? E soprattutto cosa ti fece quell’uomo?” le chiese, indicando il morto a pochi metri da loro.
“Rubammo del cibo. Era una costante di quel periodo. Avevamo fame e ci davano della brodaglia insapore mentre loro…”
“Loro chi?”
“Tutti. Il direttore, il suo vice, il medico con gli infermieri, le guardie. Tutti. E tutti mangiavano come in un ristorante a quattro stelle.”
“E Poster era uno di loro?”
“Sì. Lui era una specie di tuttofare. Si occupava di sistemare le cose che si rompevano ed era sempre a disposizione. Ma dicevo che decidemmo di rubare qualcosa da mangiare ma ci beccarono. Evidentemente, come ladra non dovevo valere granché. Dicevo quindi che ci presero e ci punirono mettendoci in isolamento. E poi…”
“E poi?”
“Dopo un paio di giorni di isolamento ci venne a trovare il direttore. Si chiamava Franklin Vaughan. Insieme a lui c’era Poster, il dottor Mark Jefferson, il suo infermiere Adam Mc Coy e la guardia Peter Schmidt. Ordinò proprio a Poster di fare in modo che ci pentissimo amaramente del furto. Poster si tolse la cinghia dei pantaloni, si spogliò e si diresse da una delle mie amiche che si chiamava Abigail. E ognuno di loro si avvicinò a una mia compagna. Io rimasi a disposizione del direttore. Ci violentarono. E poi si diedero il cambio. Cominciò un’odissea. Ogni tanto portavano via una di noi e la violentavano in gruppo mentre altre volte ci portavano via tutte assieme. Durò fino a quando Vaughan venne promosso, almeno così dicevano, e venne trasferito a fare il direttore in un istituto carcerario vero e proprio.”
Il sergente Stolkes accarezzò i capelli della donna che amava. Dio, quanto aveva sofferto.
“Quanto durò tutto questo?”
“Per circa un anno e mezzo. Poi, come ti ho detto, Vaughan venne trasferito, e con un nuovo direttore gli altri non si azzardarono più a metterci le loro mani addosso. Io rimasi al riformatorio per un paio d’anni complessivamente. Potevo finalmente studiare e lo feci con passione. Quando uscii dall’istituto, mia madre aveva trovato un lavoro come donna delle pulizie e poteva prendersi cura di me, che continuai negli studi laureandomi col massimo dei voti. E poi è storia di adesso. Sono entrata in accademia ed eccomi qua.”
“E le altre ragazze?”
“Non ne ho saputo più niente. Due andarono via pochi mesi prima di me, e seppi che le altre due lo fecero poco dopo.”
“Quindi, non sai che fine abbiano fatto?”
“No, assolutamente. Rivederci avrebbe riaperto quelle ferite profonde, quelle ferite che condividevamo e che nessuna di noi voleva riaprire, evidentemente. Infatti, nessuna ha mai cercato di mettersi in contatto con le altre, anche se personalmente avrei voluto farlo un migliaio di volte. Spero per loro che ce l’abbiano fatta. Erano belle e intelligenti, e non mi sorprenderebbe che siano riuscite a tirarsi fuori da quella situazione e che adesso vivano tranquille e realizzate. Proprio come me.”
Il sergente Jim Stolkes abbracciò la donna stringendola forte a sé. Avrebbe voluto baciarla, dirle quanto l’amasse, ma dovette trattenersi. L’unica cosa che poteva fare era quel gesto di amicizia.
“Tu sei veramente bella e intelligente, Kate.”
“Grazie, sergente. Dai, è passata. Andiamo a fare il nostro lavoro.”
“Te la senti, Kate? O vuoi essere sostituita?”
“Vediamo cosa dirà il capitano e se mi concederà di occuparmi di quest’omicidio. Per adesso vorrei continuare.”
Stolkes fece un cenno di assenso e si riavvicinarono alla dottoressa Emily Parker. Dovevano iniziare la loro indagine su quel brutale omicidio.
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