Aico, real doll. Parte 5
scritto il 2026-10-29 tempo di lettura 11 min
di
Fanto-Gab80
genere
fantascienza
cura
A
Michele fu svegliato dalla notifica sul suo palmare.
«Cristo!» esclamò voltandosi. Si ritrovò la faccia di Boh a un palmo dalla sua, gli occhi sbarrati fissi nei suoi.
«Buongiorno Michele!» sorrise lei a trentadue denti, con un'aria meccanica, per nulla umana, senza battere le ciglia.
«Buongiorno», rispose lui alzandosi, per poi andare a recuperare il dispositivo dalla poltrona.
Erano appena le 5:30 del mattino. Il Ministero della Salute, tramite una videochiamata con le sembianze della funzionaria Samanta, gli dava il buongiorno.
«Signor Fabbri, mi complimento! Vedo con piacere l'avvenuta attivazione di AICO e il consumo della prima interazione notturna con lei!» disse entusiasta, mentre lo schermo si riempiva di emoji e banner festosi.
«Sì… sì… certo», rispose lui, ancora assonnato.
«E per festeggiare, le ho fatto un'altra piccola sorpresa!» gli disse lei ammiccando. Nell’unica altra stanza, il bagno, dalla doccia prese a scorrere l’acqua.
«Mi ha riattivato l’acqua?»
«Certo! Il Ministero ci tiene a lei e vuole renderla felice.»
«Beh, che posso dire… grazie.»
«Ma si figuri! Approfitti per fare una bella doccia e radersi, si sentirà sicuramente meglio», suggerì lei.
«Andrò subito.»
«E chieda a… Boh?» si interruppe un istante la funzionaria. «Beh, di certo è originale», proseguì. «Le chieda di aiutarla. Vedrà, AICO sarà in grado di lavarla in posti insospettabili!» concluse, mentre una flotta di palloncini e coriandoli digitali riempiva lo schermo.
«Sì, credo lo farò.»
«Bene, le auguro allora una buona giornata. A proposito, la settimana di acqua in eccesso, la consulenza del Ministero e le imposte per la pratica di attivazione le verranno naturalmente detratte dal credito sanitario!» aggiunse, un attimo prima di chiudere la comunicazione.
«Aspetti, cosa?!» chiese Michele, tentando invano di dare un senso a quanto appena sentito.
«Facciamo il bagno, Miki?» disse lei abbracciandolo da dietro.
«Miki?»
«Sì, era così che ti chiamava tua nonna Morena», disse lei.
«Sì, era così che mi chiamava», rispose.
«Ti ho forse turbato?» chiese lei; i sensori di AICO rilevarono un cambiamento dell’umore nell’utente.
«No, va bene, aggiungilo come nomignolo, ma da usare solo nei momenti più intimi», disse lui alzandosi dal letto.
«Database aggiornato!» lo informò seguendolo.
Il bagno era un buco di cemento grezzo e pannelli di plastica ingialliti: una tazza, un lavabo, un minuscolo box doccia. Le pareti erano segnate da colature di umidità e vecchie incrostazioni. L'estetica ricordava la meccatronica residenziale di basso livello delle periferie: uno squallore industriale rattoppato alla meglio.
Sopra il lavandino crepato spiccava uno specchio a realtà aumentata, ormai ridotto a un inutile pezzo di vetro rigato che non rifletteva nemmeno più.
«Credo che lo specchio sia da riparare», osservò l’androide.
«Non ha mai funzionato da quando abito qui», le rispose lui.
Lo schermo integrato era spento, a eccezione di un angolo che lampeggiava a intermittenza con una spia rossa, segnalando l'abbonamento ai servizi estetici scaduto da mesi. Accanto, un vecchio dispenser automatico di spazzolini a ultrasuoni pendeva dal muro con i fili scoperti, disattivato per il mancato pagamento della licenza sanitaria trimestrale.
La doccia stessa era una cabina prefabbricata in plastica stampata, con il piatto coperto da una grata di gomma logora. Sul pannello di controllo della cabina, un piccolo display a cristalli liquidi mostrava il contatore idrico della Zona C.
«Muoviamoci, l’acqua scorre», disse Michele entrando sotto il flusso.
Le icone dei sensori di riciclo dell'acqua erano sbarrate da una croce digitale: il sistema di depurazione avanzato era guasto dal giorno della sua Dismissione, obbligandolo a usare il getto non filtrato della rete municipale secondaria. Solo la piastra radiante a induzione sul soffitto, attivata da remoto dal Ministero per la "sorpresa" di Samanta, funzionava a dovere, ronzando debolmente mentre cercava di scaldare quell'ambiente freddo e saturo di odore di ferro e cloro.
«È bella calda, il sensore segna trentanove gradi costanti», disse Boh entrando con lui.
«Sì… era un secolo che non facevo una doccia calda», sorrise lui. Costerà un occhio della testa, ma almeno si sarebbe lavato per bene.
L'ambiente si riempì rapidamente di un vapore denso e caldo. Michele si mosse sotto il getto dell'acqua, lasciando che il calore gli sciogliesse i muscoli contratti da mesi di apatia. Accanto a lui, Boh lo seguiva con una naturalezza disarmante. I programmatori avevano svolto un lavoro straordinario sull'addestramento della sua intelligenza artificiale: non c'era alcuna rigidità nei suoi gesti, solo una fluidità sinuosa che imitava alla perfezione i movimenti di una donna vera.
La Doll si fece vicina. Nuda, l’androide era uno schianto. Attivò il protocollo di igiene avanzato, felice connu, tra sensualità e tecnica pratica.
«È uno shampoo per cani», gli fece notare lei, mostrandogli il flacone mezzo vuoto che doveva star lì da almeno un paio d'anni.
«Sì, l'ho preso al mercato nero, qui non c’è molto altro. E poi, ha un buon profumo», disse lui, sapendo benissimo che in realtà ci si era solo abituato.
«Se per te va bene, avvio la procedura», disse lei.
«Non usarne troppo», si raccomandò l’utente.
«Non ti preoccupare.»
Versò sulle mani, sulle braccia, sulle proprie spalle e sul proprio petto generoso il detergente gelatinoso; a contatto con l'acqua calda, il liquido si trasformò in un velo incredibilmente schiumoso, vischioso e scivoloso.
«Sei pronto?»
«Sì, certo», rispose Michele.
Subito dopo si accostò, dando inizio a un vero e proprio massaggio Nuru, una danza fatta di pelle su pelle, di corpi fusi l’uno all'altro.
«Ti piace così?» chiese lei, facendo scivolare l'intero corpo contro quello dell'uomo per insaponarlo.
«Sì, e molto», ammise lui.
Il contrasto fisico era netto e potente. Il petto e i fianchi ,sintetici di lei, lisci e caldi, si muovevano con traiettorie continue e avvolgenti sulla schiena ruvida di Michele, segnata dalle vecchie cicatrici del fronte. L'uomo avvertì un brivido intenso corrergli lungo la spina dorsale, quando le sue mani piccole e affusolate si strinsero attorno al suo cazzo. I suoi sensi si destarono di colpo sotto la pressione morbida di quel contatto totale, mentre il profumo pulito del detergente si miscelava agli oli naturali della pelle di lei.
Quando Boh si accovacciò per completare il lavaggio delle gambe e dei piedi, i lunghi capelli rosa confetto, ormai bagnati, le aderirono alla schiena nuda. Michele la osservò dall'alto, turbato da quella devozione così totale, fisica e al contempo del tutto artificiale. Boh non era una donna. Una donna vera era un'altra cosa; lei restava un prodotto, una macchina. E tutte le macchine hanno bug di sistema da sfruttare: bastava solo trovarli.
«Quando sei stata attivata la prima volta?» le chiese.
«Quattro anni fa, il 13 novembre, anno 19 della ricostruzione, festa dell’indipendenza», rispose lei piegandosi.
«Hai avuto… altri utenti prima di me?»
«Sei geloso?»
«No… volevo solo sapere…»
«Otto, tutti con esito positivo.»
L'ingegnere rimasto in lui, stimolato dalla precisione millimetrica con cui l'intelligenza artificiale rispondeva ai suoi spostamenti nello spazio, iniziò a formulare la sua strategia.
«Hai detto prima di essere disposta a fare qualunque mia richiesta?» domandò, cercando di mantenere la voce ferma sotto lo scroscio dell'acqua.
«Sì, certo. Tu sei il mio utente», rispose lei, sollevando lo sguardo dorato verso di lui senza battere le ciglia.
«Se ti chiedessi di fare le pulizie?»
«Una sexy cameriera! Il 37,9% degli utenti ricorre a questa fantasia!» sorrise lei, sfogniando un'espressione studiata per suscitare un'immediata complicità.
«No, intendo fare sul serio le pulizie.»
«Certamente. Ti basta acquistare il pacchetto Colf e mi prenderò cura del tuo appartamento alla perfezione.»
«Quanto costa?» chiese lui, avvertendo una fitta d'ansia.
«Oh, solo 850 crediti ministeriali.»
«Cazzo…», pensò Michele. La trappola del Ministero era ovunque.
Boh si rialzò, tornando a strofinargli la schiena con gesti lenti e regolari. «Il prezzo risulta leggermente alto, ma con un'offerta a tempo limitato, aggiungendo soli 85 crediti, puoi ottenere il costume da Sexy French Maid con pizzo bianco glamour!» disse con l’enfasi tipica di un reel pubblicitario. «Basta un clic. Vuoi procedere all’acquisto?»
«Passo», le rispose Michele, mentre lei gli sollevava un braccio per lavargli il fianco fino all’ascella e poi su, verso la spalla.
Fu allora che un'intuizione legata al suo background professionale venne a galla. Se l'unità era programmata per evolversi con l'esperienza, la falla logica era servita. «La tua è un'IA adattativa?»
«Sì, esatto. Osservo e imparo, ottimizzando costantemente l'interazione con l'utente.»
«Quindi, mostrandoti io stesso la procedura, riusciresti a replicarla?»
«Solo se questo rientra in una tua fantasia.»
Michele trattenne il fiato, realizzando il cortocircuito algoritmico ottenuto. «Vederti pulire casa è una mia assoluta fantasia», confermò con un mezzo sorriso.
«Beh, allora sì. Posso guardarti eseguire le pulizie e ripetere il procedimento ogni volta desiderata.»
Il sistema era piegato. Senza spendere un singolo credito, Michele aveva appena trovato il modo di usare la programmazione di Boh a proprio vantaggio.
Una doccia calda sembrava un lusso ritrovato, che non sarebbe più stato in grado di permettersi. Certo l’avrebbe pagata cara, l’addebito sarebbe arrivato puntuale sul suo conto, ma in quel momento i problemi sembravano essere stati sfrattati dal suo monolocale. Per la prima volta dopo mesi, Michele si sentì quasi umano.
Si guardò nell’unica superficie abbastanza riflettente per restituirgli la propria immagine: un vecchio DVD. Stentava a riconoscersi, ma quella non era una novità. Aveva sempre avuto difficoltà a identificarsi nell’uomo dall’aria stanca che ritrovava ogni volta che si rispecchiava in una vetrina, nel finestrino di un'auto o in una pozza d’acqua piovana; di sicuro, però, quello che vedeva nel vecchio supporto di plastica, cimelio di un'era lontana, era diverso. La barba incolta era sparita, lasciando il viso scoperto e più giovane, nonostante gli ormai prossimi cinquant'anni. La sensazione di pulizia sulla pelle era così potente da cancellare temporaneamente lo squallore che lo circondava e da affievolire la depressione che gli attanagliava lo stomaco ormai da quanto? Non sapeva più dirlo.
Tornò in camera e ci mise parecchio per trovare qualcosa che non fosse lurido, che non puzzasse di sudore, cibo e urina. Indossò dei pantaloni da lavoro, quelli di quando era in forze al reparto manutenzione del municipio e che, nonostante i solleciti, non aveva mai restituito; poi una t-shirt nera con una macchia di sugo ormai così vecchia da aver perso ogni traccia del composto, lasciando a testimonianza solo un largo alone al centro del tessuto. Infine le scarpe, sempre le stesse, quelle da lavoro: le uniche che resistevano all’usura del tempo. Aveva riconquistato un frammento della sua dignità.
«Cosa faremo oggi?» gli chiese Boh, apparsa all'improvviso nella stanza, avvolta in un asciugamano di carta umido che le copriva appena i seni, il cui tessuto sembrava quasi sul punto di dissolversi al contatto con la sua pelle ,sintetica. Non era una domanda, era un’apertura, la richiesta di un ordine. Il flusso di dati proveniente dai suoi sensori interni confermò a Michele l'aumento del suo livello di fiducia: una lieve ma misurabile contrazione dei muscoli facciali che simulava un'espressione attenta. Era pronta ad agire.
«Oggi,» disse lui con un tono nuovo, quasi sicuro di sé, «cominciamo a dare una sistemata a questo posto», indicando con un gesto ampio il monolocale. Non fu solo l'impulso di un uomo che non ne poteva più della sporcizia. Era una mossa strategica. Doveva prima fare ordine nel mondo esterno per poter poi fare ordine in quello interno. Aveva bisogno di spazio, aria pulita, un ambiente che non lo schiacciasse.
Michele annuì, poi si passò le mani tra i capelli bagnati. La battaglia contro lo squallore avrebbe richiesto munizioni. Aprì un cassetto della cucina, tirò fuori una scatoletta di ferro ammaccata e la sbatté sul piano di lavoro. Dentro, un po' di spiccioli e tre banconote sfilacciate: quarantasette crediti. Il suo piccolo tesoro.
Guardò fuori dalla finestra. La pioggia continuava a cadere, incessante, lavando le strade di cemento della Zona C e lasciando che le luci al neon dei bar e dei mercati neri si riflettessero in mille pozze nere. Il mondo là fuori era un mercato, tutto aveva un prezzo. Doveva trovare qualcosa da barattare, qualcosa che avesse un valore per gli altri, ma non per lui. I suoi occhi si posarono sulla piccola credenza accanto al letto. Lì, dentro una scatola di legno scuro, c'erano le cose di prima, di quando era ancora qualcuno.
«Per prima cosa, andiamo a fare un po' di spesa.»
*commenti, idee, per amanti di fantascienza sesso e cyberpunk fanto-gab80@tiscali.it
«Cristo!» esclamò voltandosi. Si ritrovò la faccia di Boh a un palmo dalla sua, gli occhi sbarrati fissi nei suoi.
«Buongiorno Michele!» sorrise lei a trentadue denti, con un'aria meccanica, per nulla umana, senza battere le ciglia.
«Buongiorno», rispose lui alzandosi, per poi andare a recuperare il dispositivo dalla poltrona.
Erano appena le 5:30 del mattino. Il Ministero della Salute, tramite una videochiamata con le sembianze della funzionaria Samanta, gli dava il buongiorno.
«Signor Fabbri, mi complimento! Vedo con piacere l'avvenuta attivazione di AICO e il consumo della prima interazione notturna con lei!» disse entusiasta, mentre lo schermo si riempiva di emoji e banner festosi.
«Sì… sì… certo», rispose lui, ancora assonnato.
«E per festeggiare, le ho fatto un'altra piccola sorpresa!» gli disse lei ammiccando. Nell’unica altra stanza, il bagno, dalla doccia prese a scorrere l’acqua.
«Mi ha riattivato l’acqua?»
«Certo! Il Ministero ci tiene a lei e vuole renderla felice.»
«Beh, che posso dire… grazie.»
«Ma si figuri! Approfitti per fare una bella doccia e radersi, si sentirà sicuramente meglio», suggerì lei.
«Andrò subito.»
«E chieda a… Boh?» si interruppe un istante la funzionaria. «Beh, di certo è originale», proseguì. «Le chieda di aiutarla. Vedrà, AICO sarà in grado di lavarla in posti insospettabili!» concluse, mentre una flotta di palloncini e coriandoli digitali riempiva lo schermo.
«Sì, credo lo farò.»
«Bene, le auguro allora una buona giornata. A proposito, la settimana di acqua in eccesso, la consulenza del Ministero e le imposte per la pratica di attivazione le verranno naturalmente detratte dal credito sanitario!» aggiunse, un attimo prima di chiudere la comunicazione.
«Aspetti, cosa?!» chiese Michele, tentando invano di dare un senso a quanto appena sentito.
«Facciamo il bagno, Miki?» disse lei abbracciandolo da dietro.
«Miki?»
«Sì, era così che ti chiamava tua nonna Morena», disse lei.
«Sì, era così che mi chiamava», rispose.
«Ti ho forse turbato?» chiese lei; i sensori di AICO rilevarono un cambiamento dell’umore nell’utente.
«No, va bene, aggiungilo come nomignolo, ma da usare solo nei momenti più intimi», disse lui alzandosi dal letto.
«Database aggiornato!» lo informò seguendolo.
Il bagno era un buco di cemento grezzo e pannelli di plastica ingialliti: una tazza, un lavabo, un minuscolo box doccia. Le pareti erano segnate da colature di umidità e vecchie incrostazioni. L'estetica ricordava la meccatronica residenziale di basso livello delle periferie: uno squallore industriale rattoppato alla meglio.
Sopra il lavandino crepato spiccava uno specchio a realtà aumentata, ormai ridotto a un inutile pezzo di vetro rigato che non rifletteva nemmeno più.
«Credo che lo specchio sia da riparare», osservò l’androide.
«Non ha mai funzionato da quando abito qui», le rispose lui.
Lo schermo integrato era spento, a eccezione di un angolo che lampeggiava a intermittenza con una spia rossa, segnalando l'abbonamento ai servizi estetici scaduto da mesi. Accanto, un vecchio dispenser automatico di spazzolini a ultrasuoni pendeva dal muro con i fili scoperti, disattivato per il mancato pagamento della licenza sanitaria trimestrale.
La doccia stessa era una cabina prefabbricata in plastica stampata, con il piatto coperto da una grata di gomma logora. Sul pannello di controllo della cabina, un piccolo display a cristalli liquidi mostrava il contatore idrico della Zona C.
«Muoviamoci, l’acqua scorre», disse Michele entrando sotto il flusso.
Le icone dei sensori di riciclo dell'acqua erano sbarrate da una croce digitale: il sistema di depurazione avanzato era guasto dal giorno della sua Dismissione, obbligandolo a usare il getto non filtrato della rete municipale secondaria. Solo la piastra radiante a induzione sul soffitto, attivata da remoto dal Ministero per la "sorpresa" di Samanta, funzionava a dovere, ronzando debolmente mentre cercava di scaldare quell'ambiente freddo e saturo di odore di ferro e cloro.
«È bella calda, il sensore segna trentanove gradi costanti», disse Boh entrando con lui.
«Sì… era un secolo che non facevo una doccia calda», sorrise lui. Costerà un occhio della testa, ma almeno si sarebbe lavato per bene.
L'ambiente si riempì rapidamente di un vapore denso e caldo. Michele si mosse sotto il getto dell'acqua, lasciando che il calore gli sciogliesse i muscoli contratti da mesi di apatia. Accanto a lui, Boh lo seguiva con una naturalezza disarmante. I programmatori avevano svolto un lavoro straordinario sull'addestramento della sua intelligenza artificiale: non c'era alcuna rigidità nei suoi gesti, solo una fluidità sinuosa che imitava alla perfezione i movimenti di una donna vera.
La Doll si fece vicina. Nuda, l’androide era uno schianto. Attivò il protocollo di igiene avanzato, felice connu, tra sensualità e tecnica pratica.
«È uno shampoo per cani», gli fece notare lei, mostrandogli il flacone mezzo vuoto che doveva star lì da almeno un paio d'anni.
«Sì, l'ho preso al mercato nero, qui non c’è molto altro. E poi, ha un buon profumo», disse lui, sapendo benissimo che in realtà ci si era solo abituato.
«Se per te va bene, avvio la procedura», disse lei.
«Non usarne troppo», si raccomandò l’utente.
«Non ti preoccupare.»
Versò sulle mani, sulle braccia, sulle proprie spalle e sul proprio petto generoso il detergente gelatinoso; a contatto con l'acqua calda, il liquido si trasformò in un velo incredibilmente schiumoso, vischioso e scivoloso.
«Sei pronto?»
«Sì, certo», rispose Michele.
Subito dopo si accostò, dando inizio a un vero e proprio massaggio Nuru, una danza fatta di pelle su pelle, di corpi fusi l’uno all'altro.
«Ti piace così?» chiese lei, facendo scivolare l'intero corpo contro quello dell'uomo per insaponarlo.
«Sì, e molto», ammise lui.
Il contrasto fisico era netto e potente. Il petto e i fianchi ,sintetici di lei, lisci e caldi, si muovevano con traiettorie continue e avvolgenti sulla schiena ruvida di Michele, segnata dalle vecchie cicatrici del fronte. L'uomo avvertì un brivido intenso corrergli lungo la spina dorsale, quando le sue mani piccole e affusolate si strinsero attorno al suo cazzo. I suoi sensi si destarono di colpo sotto la pressione morbida di quel contatto totale, mentre il profumo pulito del detergente si miscelava agli oli naturali della pelle di lei.
Quando Boh si accovacciò per completare il lavaggio delle gambe e dei piedi, i lunghi capelli rosa confetto, ormai bagnati, le aderirono alla schiena nuda. Michele la osservò dall'alto, turbato da quella devozione così totale, fisica e al contempo del tutto artificiale. Boh non era una donna. Una donna vera era un'altra cosa; lei restava un prodotto, una macchina. E tutte le macchine hanno bug di sistema da sfruttare: bastava solo trovarli.
«Quando sei stata attivata la prima volta?» le chiese.
«Quattro anni fa, il 13 novembre, anno 19 della ricostruzione, festa dell’indipendenza», rispose lei piegandosi.
«Hai avuto… altri utenti prima di me?»
«Sei geloso?»
«No… volevo solo sapere…»
«Otto, tutti con esito positivo.»
L'ingegnere rimasto in lui, stimolato dalla precisione millimetrica con cui l'intelligenza artificiale rispondeva ai suoi spostamenti nello spazio, iniziò a formulare la sua strategia.
«Hai detto prima di essere disposta a fare qualunque mia richiesta?» domandò, cercando di mantenere la voce ferma sotto lo scroscio dell'acqua.
«Sì, certo. Tu sei il mio utente», rispose lei, sollevando lo sguardo dorato verso di lui senza battere le ciglia.
«Se ti chiedessi di fare le pulizie?»
«Una sexy cameriera! Il 37,9% degli utenti ricorre a questa fantasia!» sorrise lei, sfogniando un'espressione studiata per suscitare un'immediata complicità.
«No, intendo fare sul serio le pulizie.»
«Certamente. Ti basta acquistare il pacchetto Colf e mi prenderò cura del tuo appartamento alla perfezione.»
«Quanto costa?» chiese lui, avvertendo una fitta d'ansia.
«Oh, solo 850 crediti ministeriali.»
«Cazzo…», pensò Michele. La trappola del Ministero era ovunque.
Boh si rialzò, tornando a strofinargli la schiena con gesti lenti e regolari. «Il prezzo risulta leggermente alto, ma con un'offerta a tempo limitato, aggiungendo soli 85 crediti, puoi ottenere il costume da Sexy French Maid con pizzo bianco glamour!» disse con l’enfasi tipica di un reel pubblicitario. «Basta un clic. Vuoi procedere all’acquisto?»
«Passo», le rispose Michele, mentre lei gli sollevava un braccio per lavargli il fianco fino all’ascella e poi su, verso la spalla.
Fu allora che un'intuizione legata al suo background professionale venne a galla. Se l'unità era programmata per evolversi con l'esperienza, la falla logica era servita. «La tua è un'IA adattativa?»
«Sì, esatto. Osservo e imparo, ottimizzando costantemente l'interazione con l'utente.»
«Quindi, mostrandoti io stesso la procedura, riusciresti a replicarla?»
«Solo se questo rientra in una tua fantasia.»
Michele trattenne il fiato, realizzando il cortocircuito algoritmico ottenuto. «Vederti pulire casa è una mia assoluta fantasia», confermò con un mezzo sorriso.
«Beh, allora sì. Posso guardarti eseguire le pulizie e ripetere il procedimento ogni volta desiderata.»
Il sistema era piegato. Senza spendere un singolo credito, Michele aveva appena trovato il modo di usare la programmazione di Boh a proprio vantaggio.
Una doccia calda sembrava un lusso ritrovato, che non sarebbe più stato in grado di permettersi. Certo l’avrebbe pagata cara, l’addebito sarebbe arrivato puntuale sul suo conto, ma in quel momento i problemi sembravano essere stati sfrattati dal suo monolocale. Per la prima volta dopo mesi, Michele si sentì quasi umano.
Si guardò nell’unica superficie abbastanza riflettente per restituirgli la propria immagine: un vecchio DVD. Stentava a riconoscersi, ma quella non era una novità. Aveva sempre avuto difficoltà a identificarsi nell’uomo dall’aria stanca che ritrovava ogni volta che si rispecchiava in una vetrina, nel finestrino di un'auto o in una pozza d’acqua piovana; di sicuro, però, quello che vedeva nel vecchio supporto di plastica, cimelio di un'era lontana, era diverso. La barba incolta era sparita, lasciando il viso scoperto e più giovane, nonostante gli ormai prossimi cinquant'anni. La sensazione di pulizia sulla pelle era così potente da cancellare temporaneamente lo squallore che lo circondava e da affievolire la depressione che gli attanagliava lo stomaco ormai da quanto? Non sapeva più dirlo.
Tornò in camera e ci mise parecchio per trovare qualcosa che non fosse lurido, che non puzzasse di sudore, cibo e urina. Indossò dei pantaloni da lavoro, quelli di quando era in forze al reparto manutenzione del municipio e che, nonostante i solleciti, non aveva mai restituito; poi una t-shirt nera con una macchia di sugo ormai così vecchia da aver perso ogni traccia del composto, lasciando a testimonianza solo un largo alone al centro del tessuto. Infine le scarpe, sempre le stesse, quelle da lavoro: le uniche che resistevano all’usura del tempo. Aveva riconquistato un frammento della sua dignità.
«Cosa faremo oggi?» gli chiese Boh, apparsa all'improvviso nella stanza, avvolta in un asciugamano di carta umido che le copriva appena i seni, il cui tessuto sembrava quasi sul punto di dissolversi al contatto con la sua pelle ,sintetica. Non era una domanda, era un’apertura, la richiesta di un ordine. Il flusso di dati proveniente dai suoi sensori interni confermò a Michele l'aumento del suo livello di fiducia: una lieve ma misurabile contrazione dei muscoli facciali che simulava un'espressione attenta. Era pronta ad agire.
«Oggi,» disse lui con un tono nuovo, quasi sicuro di sé, «cominciamo a dare una sistemata a questo posto», indicando con un gesto ampio il monolocale. Non fu solo l'impulso di un uomo che non ne poteva più della sporcizia. Era una mossa strategica. Doveva prima fare ordine nel mondo esterno per poter poi fare ordine in quello interno. Aveva bisogno di spazio, aria pulita, un ambiente che non lo schiacciasse.
Michele annuì, poi si passò le mani tra i capelli bagnati. La battaglia contro lo squallore avrebbe richiesto munizioni. Aprì un cassetto della cucina, tirò fuori una scatoletta di ferro ammaccata e la sbatté sul piano di lavoro. Dentro, un po' di spiccioli e tre banconote sfilacciate: quarantasette crediti. Il suo piccolo tesoro.
Guardò fuori dalla finestra. La pioggia continuava a cadere, incessante, lavando le strade di cemento della Zona C e lasciando che le luci al neon dei bar e dei mercati neri si riflettessero in mille pozze nere. Il mondo là fuori era un mercato, tutto aveva un prezzo. Doveva trovare qualcosa da barattare, qualcosa che avesse un valore per gli altri, ma non per lui. I suoi occhi si posarono sulla piccola credenza accanto al letto. Lì, dentro una scatola di legno scuro, c'erano le cose di prima, di quando era ancora qualcuno.
«Per prima cosa, andiamo a fare un po' di spesa.»
*commenti, idee, per amanti di fantascienza sesso e cyberpunk fanto-gab80@tiscali.it
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