Aico, real doll.
scritto il 2026-10-14 tempo di lettura 8 min
di
Fanto-Gab80
genere
fantascienza
cura
A−
Parte 1. Caso di priorità 1 nr.6810-fj330.
Il Ministero della Salute Psichiatrica Nazionale non faceva visite di cortesia. Quando i server centrali segnalavano che il P.S.O. (Potenziale di Sopravvivenza Sociale) di un cittadino era sceso sotto la soglia d'allarme, l'intervento era immediato. Per Michele Fabbri, quel punteggio era ormai vicino allo zero, a fronte di un rischio di crisi psicotica valutato come elevatissimo.
Le porte del montacarichi si aprirono con un gemito metallico che rimbombò lungo l'intero corridoio. Samanta fece un passo in avanti, i tacchi d'ordinanza che risuonavano sul linoleum consumato e parzialmente sollevato dal pavimento. L'aria lassù, al trentesimo piano del complesso di edilizia popolare gestito dal Ministero, era densa di un odore stagnante di cibo etnico, urina e sporcizia.
“Da questa parte” disse ai due uomini che la seguivano spingendo un pesante carrello.
“Dio, che posto” disse uno di loro con malcelato disprezzo. Il Palazzone era identico a quello in cui viveva con la moglie e la figlia nell’area B, dove abitavano tutti gli addetti ai servizi come lui. Eppure, allo stesso tempo, appariva completamente diverso.
Consegnato meno di vent’anni prima come il fiore all'occhiello del welfare verticale, l'edificio mostrava già i sintomi di un decadimento precoce: muri scrostati, scritte spray sbiadite che si sovrapponevano a vecchi cartelli istituzionali e una manutenzione statale che ormai faticava a stare dietro sia ai continui vandalismi – a volte autentici atti di sabotaggio – quanto alla normale usura.
«Già, proprio incredibile», disse l’altro con aria distratta. Teneva lo sguardo fisso sulla funzionaria che li precedeva.
Era trasalito ogni volta che la ragazza si era voltata. Il suo viso leggermente ovale, le labbra piccole e lucide, gli occhi neri e grandi messi in risalto da un trucco leggero ma seducente, lo avevano fatto quasi sentire in colpa quando i loro sguardi si erano incrociati; come se lei potesse leggergli nella mente e scoprire i pensieri malati, pieni di fantasie di sesso degradante, che stava facendo su di lei.
Era passato un secolo da quando il Ministero gli aveva assegnato una partner temporanea, una donna vera, non di certo una bambola come quella che stava trasportando. L’uomo era carico di una frustrazione che gli rendeva letteralmente impossibile ignorarla nel suo completo d'ordinanza. La divisa ministeriale aderiva al suo corpo scultoreo come una seconda pelle: un completo nero lucido, simile alla similpelle, realizzato in un materiale tecnico progettato per offrire il massimo del comfort , funzionalità, e dell'adattabilità. Il badge sul bavero della giacca dichiarava l’appartenenza a uno specifico reparto del Ministero: il Dipartimento per la Salute dell’Intimità e della Sessualità.
Il completo era composto da una giacca aderente scollata a V, che metteva in risalto un seno non enorme ma ben tornito, e da una minigonna a tubino vertiginosamente corta e fasciante, che le scopriva le gambe fino a un palmo dall’inguine; gambe su cui indossava dei collant color carne, leggermente lucidi anch'essi. Gli occhi dell’uomo erano incollati alle linee di quel corpo, all'oscillazione dei suoi fianchi a ogni passo, fino ai piedi calzati in un paio di stivaletti neri dal tacco a spillo assassino, che accentuavano la curva della schiena e sollevavano un sedere che già di suo era ben alto e sodo.
“Santissimo cielo”, si era trovato a pensare, sentendo l’eccitazione nascere nei pantaloni della sua tuta.
Quel tessuto ultra-moderno e iper-sensuale catturava le luci fioche del corridoio popolare, creando un contrasto stridente e quasi surreale con lo squallore circostante, tra i graffiti sui muri, i mobili abbandonati e la sporcizia.
A ogni suo movimento, lo spostamento d'aria portava con sé una scia di profumo sintetico ai feromoni, generato direttamente dal tessuto e attivato dal calore del corpo della donna: una fragranza calda, densa, dalle note dolci e muschiate che aggrediva le narici e annebbiava i pensieri, studiata nei laboratori della City per indurre un'immediata sottomissione biologica in chiunque la respirasse. Era l'odore pulito del potere esecutivo, sapientemente miscelato a un'aggressiva e stordente carica erotica istituzionale.
Spinto da un bisogno antico, analogico, attivò lo scanner sui suoi occhiali. Un reticolo di dati digitali azzurri si sovrappose alla schiena lucida di Samanta.
Come previsto dal protocollo del Ministero della Salute dell'Intimità — un obbligo per tutti i dipendenti — anche lei aveva un profilo Polygram istituzionale attivo. Nel mondo di Nuova Milano, l'appagamento sessuale della forza lavoro non era un tabù, ma un pilastro del programma di igiene mentale collettiva; e i funzionari sul campo ne erano i primi testimonial.
«Cazzo, dodici milioni di follower!» si sorprese lui, a mezza voce.
Un pop-up semitrasparente si aprì nella periferia del suo campo visivo: l'anteprima olografica mostrava la stessa Samantha all'interno di un set asettico della City, seduta sulla scrivania di quello che doveva essere il suo ufficio, svestita di quella corazza nera e ridotta a una lingerie minimale di pizzo fucsia, mentre fissava l'obiettivo con una posa sfrontata e lasciva. Si muoveva, smaniosa e invitante. Sotto il feed, scorse i dettagli del canone mensile. Una cifra astronomica, espressa in crediti: un autentico salasso per le sue finanze.
Il fattorino esitò. Sapeva di essere già sommerso dai debiti fino al collo; il sussidio dell'Area B bastava a malapena ad andare avanti e le tasse di manutenzione del suo palazzone stavano per raddoppiare. Eppure, l'odore di quella ragazza e la promessa di quel corpo olografico nella sua stanza, la sera, erano un richiamo troppo forte per la sua mente esausta.
Con un singolo, rassegnato battito di ciglia, diede l'impulso di conferma. I server del Ministero registrarono l'abbonamento all'istante, scalando i crediti dal suo fondo previdenziale e proiettando sulla retina il codice di accesso privato. Un altro pezzo del suo futuro venduto in cambio di un po' di dopamina sintetica.
«Cristo, niente carne e verdure vere per un bel po'!» si disse.
“Su, su, ragazzi, datevi una mossa!” li sollecitò Samanta. “Ci sono ancora otto consegne da fare”.
I due fattorini in tuta termica la seguirono a fatica, imprecando a bassa voce mentre facevano manovrare l'enorme cassa di plastica bianca su un carrello a ruote.
La ragazza si fermò un istante davanti a una delle grandi finestre del corridoio. Il vetro era rigato da una patina di smog e polvere, ma la vista da quell'altezza toglieva comunque il fiato. Là fuori, oltre la barriera invisibile dello squallore periferico, si stagliava lo skyline della città-stato di Nuova Milano.
Le centrali di controllo climatico e ambientale dovevano faticare non poco per tenere l’aria pulita e il cielo limpido, eppure il panorama era lì, pronto a farsi ammirare, offrendo un cielo terso sopra una megalopoli che altrimenti sarebbe stata immersa nel grigio dello smog. Trentadue milioni di anime si contorcevano tra palazzoni di cemento e i grattacieli specchiati della City; avvolti da proiezioni olografiche pubblicitarie che danzavano tra le nuvole basse, sembravano un miraggio di opulenza e tecnologia. Pulita, geometrica, spietata. Da quel corridoio fatiscente, la City sembrava lontana anni luce, un mondo a cui le persone come l'uomo che stavano per visitare non avrebbero mai più avuto accesso.
L’alto bastione fortificato di trenta metri, che separava brutalmente il centro della città dalla periferia, si stagliava nel mezzo come un monito perenne per chiunque, da quella parte del muro, provasse anche solo a sognare di arrivarci. Molti, se non tutti, tra coloro che nascevano, vivevano e morivano nella zona C, non avrebbero mai avuto la possibilità di vedere il lusso di quelle strade o di usufruire dei servizi totalmente gratuiti a cui solo i più fortunati e ricchi potevano accedere.
Sistemandosi il colletto della giacca blu, Samanta distolse lo sguardo dal panorama. Consultò rapidamente le icone che lampeggiavano nell'angolo della sua retina e imboccò il corridoio a sinistra, superando porte sbiadite fino a fermarsi davanti alla numero 3014.
Registrando il picco di cortisolo e lo stato d'ansia della funzionaria, il tessuto intelligente della divisa reagì in automatico, avviando un micro-rilascio cutaneo. Attraverso l'epidermide di Samantha penetrò una dose infinitesimale di ansiolitici adattivi e stabilizzatori dell'umore. Nel giro di pochi battiti cardiaci, la tensione nelle sue spalle si sciolse e i lineamenti del viso si distesero in un'espressione impeccabile, rilassata e persino più gradevole. Il sistema l'aveva riportata al livello di empatia istituzionale richiesto per l’interazione con il cittadino.
“Pronti?” chiese, voltandosi verso i due uomini. La sua voce era ora un timbro suadente, quasi carezzevole. “Ricordate il protocollo. Io mi occupo dell'interazione primaria. Voi posizionate e attivate. Niente discussioni, niente contatto visivo diretto con il soggetto, se non strettamente necessario. Il vostro compito è il supporto logistico. Capito?”
L'uomo che l'aveva ammirata in precedenza annuì come un automa, sentendo lo stomaco contrarsi per un misto di paura e desiderio. Il collega, meno sensibile al suo fascino ma comunque intimidito, fece un segno affermativo con la testa. Era evidente che la ragazza fosse la responsabile, l’elemento che deteneva il vero potere in quel piccolo squadrone.
Samantha si raddrizzò, premette un campanello visivo sulla porta e attese, tenendo lo sguardo fisso sul piccolo display sul vetro che mostrava l’immagine sfocata dell'interno. Nessuna risposta. Riprovò, mantenendo il contatto visivo con il sensore per l’identificazione retinica.
Il Ministero della Salute Psichiatrica Nazionale non faceva visite di cortesia. Quando i server centrali segnalavano che il P.S.O. (Potenziale di Sopravvivenza Sociale) di un cittadino era sceso sotto la soglia d'allarme, l'intervento era immediato. Per Michele Fabbri, quel punteggio era ormai vicino allo zero, a fronte di un rischio di crisi psicotica valutato come elevatissimo.
Le porte del montacarichi si aprirono con un gemito metallico che rimbombò lungo l'intero corridoio. Samanta fece un passo in avanti, i tacchi d'ordinanza che risuonavano sul linoleum consumato e parzialmente sollevato dal pavimento. L'aria lassù, al trentesimo piano del complesso di edilizia popolare gestito dal Ministero, era densa di un odore stagnante di cibo etnico, urina e sporcizia.
“Da questa parte” disse ai due uomini che la seguivano spingendo un pesante carrello.
“Dio, che posto” disse uno di loro con malcelato disprezzo. Il Palazzone era identico a quello in cui viveva con la moglie e la figlia nell’area B, dove abitavano tutti gli addetti ai servizi come lui. Eppure, allo stesso tempo, appariva completamente diverso.
Consegnato meno di vent’anni prima come il fiore all'occhiello del welfare verticale, l'edificio mostrava già i sintomi di un decadimento precoce: muri scrostati, scritte spray sbiadite che si sovrapponevano a vecchi cartelli istituzionali e una manutenzione statale che ormai faticava a stare dietro sia ai continui vandalismi – a volte autentici atti di sabotaggio – quanto alla normale usura.
«Già, proprio incredibile», disse l’altro con aria distratta. Teneva lo sguardo fisso sulla funzionaria che li precedeva.
Era trasalito ogni volta che la ragazza si era voltata. Il suo viso leggermente ovale, le labbra piccole e lucide, gli occhi neri e grandi messi in risalto da un trucco leggero ma seducente, lo avevano fatto quasi sentire in colpa quando i loro sguardi si erano incrociati; come se lei potesse leggergli nella mente e scoprire i pensieri malati, pieni di fantasie di sesso degradante, che stava facendo su di lei.
Era passato un secolo da quando il Ministero gli aveva assegnato una partner temporanea, una donna vera, non di certo una bambola come quella che stava trasportando. L’uomo era carico di una frustrazione che gli rendeva letteralmente impossibile ignorarla nel suo completo d'ordinanza. La divisa ministeriale aderiva al suo corpo scultoreo come una seconda pelle: un completo nero lucido, simile alla similpelle, realizzato in un materiale tecnico progettato per offrire il massimo del comfort , funzionalità, e dell'adattabilità. Il badge sul bavero della giacca dichiarava l’appartenenza a uno specifico reparto del Ministero: il Dipartimento per la Salute dell’Intimità e della Sessualità.
Il completo era composto da una giacca aderente scollata a V, che metteva in risalto un seno non enorme ma ben tornito, e da una minigonna a tubino vertiginosamente corta e fasciante, che le scopriva le gambe fino a un palmo dall’inguine; gambe su cui indossava dei collant color carne, leggermente lucidi anch'essi. Gli occhi dell’uomo erano incollati alle linee di quel corpo, all'oscillazione dei suoi fianchi a ogni passo, fino ai piedi calzati in un paio di stivaletti neri dal tacco a spillo assassino, che accentuavano la curva della schiena e sollevavano un sedere che già di suo era ben alto e sodo.
“Santissimo cielo”, si era trovato a pensare, sentendo l’eccitazione nascere nei pantaloni della sua tuta.
Quel tessuto ultra-moderno e iper-sensuale catturava le luci fioche del corridoio popolare, creando un contrasto stridente e quasi surreale con lo squallore circostante, tra i graffiti sui muri, i mobili abbandonati e la sporcizia.
A ogni suo movimento, lo spostamento d'aria portava con sé una scia di profumo sintetico ai feromoni, generato direttamente dal tessuto e attivato dal calore del corpo della donna: una fragranza calda, densa, dalle note dolci e muschiate che aggrediva le narici e annebbiava i pensieri, studiata nei laboratori della City per indurre un'immediata sottomissione biologica in chiunque la respirasse. Era l'odore pulito del potere esecutivo, sapientemente miscelato a un'aggressiva e stordente carica erotica istituzionale.
Spinto da un bisogno antico, analogico, attivò lo scanner sui suoi occhiali. Un reticolo di dati digitali azzurri si sovrappose alla schiena lucida di Samanta.
Come previsto dal protocollo del Ministero della Salute dell'Intimità — un obbligo per tutti i dipendenti — anche lei aveva un profilo Polygram istituzionale attivo. Nel mondo di Nuova Milano, l'appagamento sessuale della forza lavoro non era un tabù, ma un pilastro del programma di igiene mentale collettiva; e i funzionari sul campo ne erano i primi testimonial.
«Cazzo, dodici milioni di follower!» si sorprese lui, a mezza voce.
Un pop-up semitrasparente si aprì nella periferia del suo campo visivo: l'anteprima olografica mostrava la stessa Samantha all'interno di un set asettico della City, seduta sulla scrivania di quello che doveva essere il suo ufficio, svestita di quella corazza nera e ridotta a una lingerie minimale di pizzo fucsia, mentre fissava l'obiettivo con una posa sfrontata e lasciva. Si muoveva, smaniosa e invitante. Sotto il feed, scorse i dettagli del canone mensile. Una cifra astronomica, espressa in crediti: un autentico salasso per le sue finanze.
Il fattorino esitò. Sapeva di essere già sommerso dai debiti fino al collo; il sussidio dell'Area B bastava a malapena ad andare avanti e le tasse di manutenzione del suo palazzone stavano per raddoppiare. Eppure, l'odore di quella ragazza e la promessa di quel corpo olografico nella sua stanza, la sera, erano un richiamo troppo forte per la sua mente esausta.
Con un singolo, rassegnato battito di ciglia, diede l'impulso di conferma. I server del Ministero registrarono l'abbonamento all'istante, scalando i crediti dal suo fondo previdenziale e proiettando sulla retina il codice di accesso privato. Un altro pezzo del suo futuro venduto in cambio di un po' di dopamina sintetica.
«Cristo, niente carne e verdure vere per un bel po'!» si disse.
“Su, su, ragazzi, datevi una mossa!” li sollecitò Samanta. “Ci sono ancora otto consegne da fare”.
I due fattorini in tuta termica la seguirono a fatica, imprecando a bassa voce mentre facevano manovrare l'enorme cassa di plastica bianca su un carrello a ruote.
La ragazza si fermò un istante davanti a una delle grandi finestre del corridoio. Il vetro era rigato da una patina di smog e polvere, ma la vista da quell'altezza toglieva comunque il fiato. Là fuori, oltre la barriera invisibile dello squallore periferico, si stagliava lo skyline della città-stato di Nuova Milano.
Le centrali di controllo climatico e ambientale dovevano faticare non poco per tenere l’aria pulita e il cielo limpido, eppure il panorama era lì, pronto a farsi ammirare, offrendo un cielo terso sopra una megalopoli che altrimenti sarebbe stata immersa nel grigio dello smog. Trentadue milioni di anime si contorcevano tra palazzoni di cemento e i grattacieli specchiati della City; avvolti da proiezioni olografiche pubblicitarie che danzavano tra le nuvole basse, sembravano un miraggio di opulenza e tecnologia. Pulita, geometrica, spietata. Da quel corridoio fatiscente, la City sembrava lontana anni luce, un mondo a cui le persone come l'uomo che stavano per visitare non avrebbero mai più avuto accesso.
L’alto bastione fortificato di trenta metri, che separava brutalmente il centro della città dalla periferia, si stagliava nel mezzo come un monito perenne per chiunque, da quella parte del muro, provasse anche solo a sognare di arrivarci. Molti, se non tutti, tra coloro che nascevano, vivevano e morivano nella zona C, non avrebbero mai avuto la possibilità di vedere il lusso di quelle strade o di usufruire dei servizi totalmente gratuiti a cui solo i più fortunati e ricchi potevano accedere.
Sistemandosi il colletto della giacca blu, Samanta distolse lo sguardo dal panorama. Consultò rapidamente le icone che lampeggiavano nell'angolo della sua retina e imboccò il corridoio a sinistra, superando porte sbiadite fino a fermarsi davanti alla numero 3014.
Registrando il picco di cortisolo e lo stato d'ansia della funzionaria, il tessuto intelligente della divisa reagì in automatico, avviando un micro-rilascio cutaneo. Attraverso l'epidermide di Samantha penetrò una dose infinitesimale di ansiolitici adattivi e stabilizzatori dell'umore. Nel giro di pochi battiti cardiaci, la tensione nelle sue spalle si sciolse e i lineamenti del viso si distesero in un'espressione impeccabile, rilassata e persino più gradevole. Il sistema l'aveva riportata al livello di empatia istituzionale richiesto per l’interazione con il cittadino.
“Pronti?” chiese, voltandosi verso i due uomini. La sua voce era ora un timbro suadente, quasi carezzevole. “Ricordate il protocollo. Io mi occupo dell'interazione primaria. Voi posizionate e attivate. Niente discussioni, niente contatto visivo diretto con il soggetto, se non strettamente necessario. Il vostro compito è il supporto logistico. Capito?”
L'uomo che l'aveva ammirata in precedenza annuì come un automa, sentendo lo stomaco contrarsi per un misto di paura e desiderio. Il collega, meno sensibile al suo fascino ma comunque intimidito, fece un segno affermativo con la testa. Era evidente che la ragazza fosse la responsabile, l’elemento che deteneva il vero potere in quel piccolo squadrone.
Samantha si raddrizzò, premette un campanello visivo sulla porta e attese, tenendo lo sguardo fisso sul piccolo display sul vetro che mostrava l’immagine sfocata dell'interno. Nessuna risposta. Riprovò, mantenendo il contatto visivo con il sensore per l’identificazione retinica.
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