Sabato pomeriggio 4
scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 11 min
di
Stella_Ninfa
genere
Prime esperienze, Sadomaso, Saffico
cura
A
Resto seduta, le mani strette sulle ginocchia, e per un momento la mente mi sfugge indietro.
Come era iniziato, questo pomeriggio?
Dovevo solo farmi fare un massaggio. Un massaggio con happy ending, niente di più. Avevo immaginato le mani calde e oleose sulla schiena, il profumo leggero di mandorle dolci, il tessuto del lenzuolo sotto le cosce, un orgasmo lento e controllato alla fine. Ero entrata pensando a qualcosa di semplice, di privato, di sicuro.
Invece sono qui.
L’aria del dungeon odora di cuoio caldo, di sudore, di ferro e di qualcosa di più dolce e umido che viene dalla ragazza ancora impalata sul Sybian. Il ronzio basso e costante della macchina mi entra nelle ossa. Le sue urla, anche se adesso sono solo lamenti rochi e spezzati, mi risuonano ancora nelle orecchie.
Janet è china su di lei, le tiene ancora i capelli con una mano.
“Brava… così. Respira. Non ti ho detto di chiudere gli occhi”
La voce è calma, quasi dolce, ma non c’è pietà.
“Hai fatto la brava ragazza. Hai tenuto duro per mezz’ora. Ora puoi rilassarti.”
Flavia, accanto a lei, sistema le corde sul torace della prigioniera e commenta a bassa voce, ma abbastanza forte da farmi sentire:
“Guarda come trema ancora… “
Poi alza lo sguardo verso di me e sorride di lato.
“E tu, Stella? Bene ? Le mani a posto, spero. Perché se ti beccassi a toccarti adesso…”
Non finisce la frase. Non ne ha bisogno.
Io stringo di più le ginocchia. La pelle mi brucia nei punti dove mi hanno schiaffeggiato. I seni sono ancora sensibili, i capezzoli tirano ogni volta che il tessuto della maglietta li sfiora. Tra le gambe sono calda, gonfia, bagnata. Sento il tessuto delle mutandine appiccicato alla figa, umido e freddo allo stesso tempo.
Janet si volta finalmente verso di me. Gli occhi sono freddi, valutativi.
“Stai guardando, vero?”
Fa un piccolo cenno verso la ragazza ancora legata sul Sybian.
“Ti piace? Ti eccita vederla così?”
Aspetta un secondo, poi aggiunge, più bassa:
“Ricorda. Niente mani. Niente orgasmi. Se ti tocchi senza il mio permesso, la prossima a finire su quella macchina sei tu. Chiaro?”
Annuisco. Non riesco a parlare. La voce mi si spezzerebbe.
Penso, forse lo sta dicendo perchè sa che io lo voglio, mi sta provocando, sfidando.
Flavia ride piano, un suono breve e divertito.
“Ha già gli occhi lucidi, guarda. Poverina. Deve essere dura restare ferma dopo tutto quello che le abbiamo fatto”
Janet non ride. Continua a fissarmi.
“Rispondi, Stella”
“Sì…” riesco a dire, la voce roca.
Il bisogno di toccarmi è quasi impossibile da contrastare.
Le dita mi prudono. Il clitoride mi batte, lento e insistente. Ogni parola di Janet mi arriva dritta tra le gambe ma qualcosa in me scatta, mi sento di accettare la sfida, le parole di Janet mi colpiscono come uno schiaffo.
Per un attimo resto ferma. Poi qualcosa dentro di me si ribella. Alzo lo sguardo e la fisso. Poi, palesemente, infilo una mano tra le gambe e mi tocco davanti a lei. Gemendo. Senza nascondermi.
Janet sorride piano.
“Va bene. Allora facciamolo per bene”
Flavia mi afferra i polsi e me li porta dietro la schiena. Janet prende le corde. Me le avvolgono strette, giro dopo giro, fino a bloccarmi completamente le braccia. Poi le corde scendono sul torace: mi legano i seni, li sollevano e li separano, lasciandoli esposti e compressi. Mai provato niente di simile prima d’ora. Ogni respiro mi fa sentire la corda che morde la pelle. È una posizione umiliante. Non posso coprirmi. Non posso spingere via nessuno. Sono completamente alla loro mercé.
Mi fanno inginocchiare sulla macchina.
Il grosso fallo di silicone è lì, eretto, lucido, troppo grosso. Non ho mai avuto niente dentro di me. L’idea mi schifa. Mi fa venire un brivido di disgusto e di paura. Janet mi tiene ferma per i fianchi mentre Flavia allinea il dildo. Sento la punta premere contro di me, calda e estranea.
“Respira”, dice Janet.
Poi mi abbassano.
Il dolore è acuto, nuovo, invasivo. La testa del fallo forza l’ingresso e io emetto un suono strozzato. Continuano a spingermi giù, centimetro dopo centimetro, finché non sono completamente seduta. Il dildo è dentro. Fino in fondo. Mi sento piena in un modo che non conoscevo, stretta, aperta, invasa. Il disgusto mi sale in gola insieme a un brivido che non voglio ammettere.
La posizione è umiliante oltre ogni limite. Le braccia legate dietro la schiena. I seni offerti e compressi dalle corde. Le gambe aperte. Il fallo conficcato dentro di me. Il clitoride premuto contro la membrana ancora spenta.
Flavia si china e mi tocca, le dita che sfiorano il punto dove il silicone scompare dentro di me, come per controllare che sia tutto a posto. Janet mi guarda dall’alto, soddisfatta.
“Ecco. Così”
La sua voce è calma.
“Ora sei esattamente dove volevo tu fossi appena hai messo piede qui, oggi pomeriggio”
Mi accovaccio lì, legata, impalata, esposta, mentre il disgusto e l’eccitazione si mescolano in qualcosa di caldo e confuso.
E aspetto che accendano la macchina.
Janet e Flavia mi inclinano in avanti.
Le corde che mi tengono le braccia dietro la schiena vengono tirate verso l’alto, abbastanza da sollevarmi quasi dal peso delle ginocchia. Rimango sospesa, il busto piegato, il bacino spinto in avanti. In questa posizione il clitoride viene premuto con forza contro la membrana del Sybian. Non posso raddrizzarmi. Non posso scostarmi. Ogni tentativo di muovermi fa solo stringere di più le corde e premere il dildo ancora più a fondo dentro di me.
“Così”, dice Janet. “Adesso lo senti tutto”
Poi accendono la macchina.
Il ronzio parte basso e costante, poi aumenta. La membrana inizia a vibrare sotto di me, diretta, precisa, spietata. Il clitoride viene stimolato senza interruzione, mentre il grosso fallo resta conficcato fino in fondo e si muove appena a ogni oscillazione. Il dolore della penetrazione, la prima della mia vita, si mescola subito a un piacere acuto, elettrico, quasi insopportabile. Non riesco a distinguere dove finisce uno e dove inizia l’altro. È tutto insieme: bruciore, pienezza, vibrazione, umiliazione.
Le due donne mi stanno accanto.
Flavia mi prende un capezzolo tra le dita e lo stringe forte, poi lo tira. Janet fa lo stesso con l’altro. Parlano mentre mi toccano.
“Guarda come sei aperta…”
“La prima volta ed è già impalata”
“Ti piace, vero? Si vede da come tremi.”
“Non puoi scappare. Non puoi chiudere le gambe. Puoi solo prendere.”
Ogni parola mi entra più a fondo del dildo. Ogni strizzata ai capezzoli mi fa contrarre intorno al fallo e premere ancora di più il clitoride contro la membrana. Gemiti mi escono dalla gola senza che possa trattenerli. La testa mi cade in avanti, i capelli mi coprono il viso, ma loro me li tirano indietro per obbligarmi a restare esposta.
E allora succede.
Qualcosa dentro di me cede. Non è solo il corpo. È la testa. Entro in una dimensione nuova. Una dimensione da sottomessa. Dove non devo più decidere. Dove posso solo ricevere. Dove l’umiliazione, il dolore e il piacere diventano la stessa cosa.
E mi piace. Mi piace in un modo che non sapevo fosse possibile. Mi eccita oltre ogni misura.
Il Sybian continua a vibrare. Le loro mani continuano a tormentarmi i seni. Le loro voci continuano a umiliarmi.
Io, legata, inclinata, impalata, sospesa, mi abbandono del tutto. Il Sybian continua a vibrare sotto di me, spietato. Il clitoride è premuto contro la membrana, il fallo grosso e invadente mi riempie in un modo che non conoscevo, e il piacere sale veloce, troppo veloce. Sento l’orgasmo arrivare. I muscoli si tendono, il respiro si spezza, un gemito lungo mi esce dalla gola…
Poi Janet spegne la macchina.
Il ronzio muore all’improvviso. La vibrazione cessa. Rimango sospesa sulle corde, piena, aperta, a un soffio dal venire.
“No ! No, no, no…”
Janet mi afferra i capelli e mi solleva il viso.
“No cosa, Stella? Non ti ho detto di venire. Hai trattenuto bene… ma non abbastanza”
La sua voce è calma, quasi dolce.
“Ancora un po’. Devi imparare a stare sull’orlo senza crollare”
Flavia, accanto a lei, mi stringe un capezzolo e ride piano.
“Senti come urla… gliene basta poco per perdere la testa. Poverina. È la sua prima volta e già piange perché non può venire”
Janet riaccende la macchina.
La vibrazione torna, più forte. Il piacere sale di nuovo, ancora più intenso. Di nuovo arrivo al limite, di nuovo il corpo si prepara a esplodere…
E di nuovo spegne.
“Aaaaah ! Ti prego…”
“Ti prego cosa?” chiede Janet, chinandosi verso il mio volto.
“Dillo bene. Ti prego di cosa?”
“Di… di venire…” riesco a soffiare, la voce rotta.
Flavia scuote la testa, divertita.
“Troppo presto. Guarda come trema. Se la lasciamo venire adesso si scarica subito. Meglio tenerla così ancora un po’”
Janet annuisce e mi lascia i capelli.
“Esatto. Ancora”
Riaccende. Intanto la ragazza è inginocchiata tra di loro. Janet si toglie le mutandine con un gesto deciso e si posiziona sul suo volto.
“Lecca. E fallo bene”
La ragazza obbedisce. Si sente il suono umido della sua lingua. Flavia intanto mi tormenta i seni, strizzandomi i capezzoli a ritmo con le mie urla.
“Brava… così”, mormora Janet sopra la ragazza.
“Più a fondo. Sì. Proprio lì”
Poi spegne di nuovo il Sybian.
Io urlo.
Il corpo si contrae a vuoto. Le lacrime mi scendono sulle guance.
“Perché… perché mi fai così…”
Janet mi guarda dall’alto, un sorriso sottile sulle labbra.
“Perché ti piace. Perché sei venuta qui a guardare e invece sei finita impalata come una puttanella. E perché ogni volta che ti nego l’orgasmo… ti bagni di più.”
Flavia ride e si avvicina al mio orecchio.
“Si sente dal suono. Sei tutta succosa intorno a quel cazzo di gomma. Vergognosa”
Riaccendono. Il gioco continua. Ancora. E ancora.
Ogni volta mi portano sull’orlo. Ogni volta mi tolgono tutto. Ogni volta urlo la frustrazione mentre loro commentano, ridono, si fanno leccare dalla ragazza e mi ricordano quanto sono impotente.
E ogni volta, nonostante le urla e le lacrime, qualcosa dentro di me si arrende un po’ di più.
Il Sybian vibra al massimo sotto di me.
Non ce la faccio più. Il corpo intero trema, i muscoli delle cosce e dell’addome si contraggono a ondate, il fallo grosso mi riempie e preme in un punto che mi fa vedere le stelle. Il clitoride è un nucleo di fuoco contro la membrana. L’orgasmo è lì, a un secondo, a un respiro…
Janet spegne di nuovo.
“Nooo !”
Urlo. La frustrazione mi esce dalla gola come un lamento animale. Le lacrime mi scendono calde sulle guance. Digito i denti, tiro le corde, ma non posso fare niente.
Janet mi afferra i capelli e mi solleva il viso, obbligandomi a guardarla.
“Vuoi venire?”
Annuisco disperatamente, incapace di parlare.
“Allora chiedilo. Come si deve. Implora”
La voce mi esce rotta, piena di pianto.
“Ti… ti prego… Janet… lasciami venire… ti prego… non ce la faccio più…”
Flavia mi stringe i capezzoli e aggiunge, divertita:
“Più umile. Dillo meglio”
“Vi prego… entrambe… lasciatemi venire… sono vostra… fate quello che volete ma… vi prego… accendetela…”
Janet mi tiene lo sguardo per lunghi secondi. Poi, lentamente, sorride.
“Brava”
Riaccende la macchina. E questa volta non la spegne.
La vibrazione torna, piena, aggressiva, senza pietà. Il piacere mi investe come un’onda violenta. L’orgasmo esplode. Urlo. Un urlo lungo, spezzato, che non riesco a controllare. Il corpo si inarca contro le corde, i muscoli si agitano in modo incontrollabile, il fallo viene stretto a ogni contrazione. Vengo. Vengo forte, disordinata, mentre Janet mi tiene i capelli e mi obbliga a guardarla negli occhi per tutta la durata dello spasmo.
“Ecco… così… vieni per me”
Continuo a venire. A ondate. Una dopo l’altra. Senza che la macchina si fermi.
Flavia ride piano e mi strofina i capezzoli mentre ancora tremo.
“Guarda come esplode… poverina. Ne aveva proprio bisogno”
Io non riesco più a parlare.
Riesco solo a gemere, a contorcermi, a scaricare tutto quello che mi hanno tenuto sospeso per così tanto tempo. E mentre l’orgasmo continua a scuotermi, capisco che qualcosa dentro di me è cambiato per sempre.
Come era iniziato, questo pomeriggio?
Dovevo solo farmi fare un massaggio. Un massaggio con happy ending, niente di più. Avevo immaginato le mani calde e oleose sulla schiena, il profumo leggero di mandorle dolci, il tessuto del lenzuolo sotto le cosce, un orgasmo lento e controllato alla fine. Ero entrata pensando a qualcosa di semplice, di privato, di sicuro.
Invece sono qui.
L’aria del dungeon odora di cuoio caldo, di sudore, di ferro e di qualcosa di più dolce e umido che viene dalla ragazza ancora impalata sul Sybian. Il ronzio basso e costante della macchina mi entra nelle ossa. Le sue urla, anche se adesso sono solo lamenti rochi e spezzati, mi risuonano ancora nelle orecchie.
Janet è china su di lei, le tiene ancora i capelli con una mano.
“Brava… così. Respira. Non ti ho detto di chiudere gli occhi”
La voce è calma, quasi dolce, ma non c’è pietà.
“Hai fatto la brava ragazza. Hai tenuto duro per mezz’ora. Ora puoi rilassarti.”
Flavia, accanto a lei, sistema le corde sul torace della prigioniera e commenta a bassa voce, ma abbastanza forte da farmi sentire:
“Guarda come trema ancora… “
Poi alza lo sguardo verso di me e sorride di lato.
“E tu, Stella? Bene ? Le mani a posto, spero. Perché se ti beccassi a toccarti adesso…”
Non finisce la frase. Non ne ha bisogno.
Io stringo di più le ginocchia. La pelle mi brucia nei punti dove mi hanno schiaffeggiato. I seni sono ancora sensibili, i capezzoli tirano ogni volta che il tessuto della maglietta li sfiora. Tra le gambe sono calda, gonfia, bagnata. Sento il tessuto delle mutandine appiccicato alla figa, umido e freddo allo stesso tempo.
Janet si volta finalmente verso di me. Gli occhi sono freddi, valutativi.
“Stai guardando, vero?”
Fa un piccolo cenno verso la ragazza ancora legata sul Sybian.
“Ti piace? Ti eccita vederla così?”
Aspetta un secondo, poi aggiunge, più bassa:
“Ricorda. Niente mani. Niente orgasmi. Se ti tocchi senza il mio permesso, la prossima a finire su quella macchina sei tu. Chiaro?”
Annuisco. Non riesco a parlare. La voce mi si spezzerebbe.
Penso, forse lo sta dicendo perchè sa che io lo voglio, mi sta provocando, sfidando.
Flavia ride piano, un suono breve e divertito.
“Ha già gli occhi lucidi, guarda. Poverina. Deve essere dura restare ferma dopo tutto quello che le abbiamo fatto”
Janet non ride. Continua a fissarmi.
“Rispondi, Stella”
“Sì…” riesco a dire, la voce roca.
Il bisogno di toccarmi è quasi impossibile da contrastare.
Le dita mi prudono. Il clitoride mi batte, lento e insistente. Ogni parola di Janet mi arriva dritta tra le gambe ma qualcosa in me scatta, mi sento di accettare la sfida, le parole di Janet mi colpiscono come uno schiaffo.
Per un attimo resto ferma. Poi qualcosa dentro di me si ribella. Alzo lo sguardo e la fisso. Poi, palesemente, infilo una mano tra le gambe e mi tocco davanti a lei. Gemendo. Senza nascondermi.
Janet sorride piano.
“Va bene. Allora facciamolo per bene”
Flavia mi afferra i polsi e me li porta dietro la schiena. Janet prende le corde. Me le avvolgono strette, giro dopo giro, fino a bloccarmi completamente le braccia. Poi le corde scendono sul torace: mi legano i seni, li sollevano e li separano, lasciandoli esposti e compressi. Mai provato niente di simile prima d’ora. Ogni respiro mi fa sentire la corda che morde la pelle. È una posizione umiliante. Non posso coprirmi. Non posso spingere via nessuno. Sono completamente alla loro mercé.
Mi fanno inginocchiare sulla macchina.
Il grosso fallo di silicone è lì, eretto, lucido, troppo grosso. Non ho mai avuto niente dentro di me. L’idea mi schifa. Mi fa venire un brivido di disgusto e di paura. Janet mi tiene ferma per i fianchi mentre Flavia allinea il dildo. Sento la punta premere contro di me, calda e estranea.
“Respira”, dice Janet.
Poi mi abbassano.
Il dolore è acuto, nuovo, invasivo. La testa del fallo forza l’ingresso e io emetto un suono strozzato. Continuano a spingermi giù, centimetro dopo centimetro, finché non sono completamente seduta. Il dildo è dentro. Fino in fondo. Mi sento piena in un modo che non conoscevo, stretta, aperta, invasa. Il disgusto mi sale in gola insieme a un brivido che non voglio ammettere.
La posizione è umiliante oltre ogni limite. Le braccia legate dietro la schiena. I seni offerti e compressi dalle corde. Le gambe aperte. Il fallo conficcato dentro di me. Il clitoride premuto contro la membrana ancora spenta.
Flavia si china e mi tocca, le dita che sfiorano il punto dove il silicone scompare dentro di me, come per controllare che sia tutto a posto. Janet mi guarda dall’alto, soddisfatta.
“Ecco. Così”
La sua voce è calma.
“Ora sei esattamente dove volevo tu fossi appena hai messo piede qui, oggi pomeriggio”
Mi accovaccio lì, legata, impalata, esposta, mentre il disgusto e l’eccitazione si mescolano in qualcosa di caldo e confuso.
E aspetto che accendano la macchina.
Janet e Flavia mi inclinano in avanti.
Le corde che mi tengono le braccia dietro la schiena vengono tirate verso l’alto, abbastanza da sollevarmi quasi dal peso delle ginocchia. Rimango sospesa, il busto piegato, il bacino spinto in avanti. In questa posizione il clitoride viene premuto con forza contro la membrana del Sybian. Non posso raddrizzarmi. Non posso scostarmi. Ogni tentativo di muovermi fa solo stringere di più le corde e premere il dildo ancora più a fondo dentro di me.
“Così”, dice Janet. “Adesso lo senti tutto”
Poi accendono la macchina.
Il ronzio parte basso e costante, poi aumenta. La membrana inizia a vibrare sotto di me, diretta, precisa, spietata. Il clitoride viene stimolato senza interruzione, mentre il grosso fallo resta conficcato fino in fondo e si muove appena a ogni oscillazione. Il dolore della penetrazione, la prima della mia vita, si mescola subito a un piacere acuto, elettrico, quasi insopportabile. Non riesco a distinguere dove finisce uno e dove inizia l’altro. È tutto insieme: bruciore, pienezza, vibrazione, umiliazione.
Le due donne mi stanno accanto.
Flavia mi prende un capezzolo tra le dita e lo stringe forte, poi lo tira. Janet fa lo stesso con l’altro. Parlano mentre mi toccano.
“Guarda come sei aperta…”
“La prima volta ed è già impalata”
“Ti piace, vero? Si vede da come tremi.”
“Non puoi scappare. Non puoi chiudere le gambe. Puoi solo prendere.”
Ogni parola mi entra più a fondo del dildo. Ogni strizzata ai capezzoli mi fa contrarre intorno al fallo e premere ancora di più il clitoride contro la membrana. Gemiti mi escono dalla gola senza che possa trattenerli. La testa mi cade in avanti, i capelli mi coprono il viso, ma loro me li tirano indietro per obbligarmi a restare esposta.
E allora succede.
Qualcosa dentro di me cede. Non è solo il corpo. È la testa. Entro in una dimensione nuova. Una dimensione da sottomessa. Dove non devo più decidere. Dove posso solo ricevere. Dove l’umiliazione, il dolore e il piacere diventano la stessa cosa.
E mi piace. Mi piace in un modo che non sapevo fosse possibile. Mi eccita oltre ogni misura.
Il Sybian continua a vibrare. Le loro mani continuano a tormentarmi i seni. Le loro voci continuano a umiliarmi.
Io, legata, inclinata, impalata, sospesa, mi abbandono del tutto. Il Sybian continua a vibrare sotto di me, spietato. Il clitoride è premuto contro la membrana, il fallo grosso e invadente mi riempie in un modo che non conoscevo, e il piacere sale veloce, troppo veloce. Sento l’orgasmo arrivare. I muscoli si tendono, il respiro si spezza, un gemito lungo mi esce dalla gola…
Poi Janet spegne la macchina.
Il ronzio muore all’improvviso. La vibrazione cessa. Rimango sospesa sulle corde, piena, aperta, a un soffio dal venire.
“No ! No, no, no…”
Janet mi afferra i capelli e mi solleva il viso.
“No cosa, Stella? Non ti ho detto di venire. Hai trattenuto bene… ma non abbastanza”
La sua voce è calma, quasi dolce.
“Ancora un po’. Devi imparare a stare sull’orlo senza crollare”
Flavia, accanto a lei, mi stringe un capezzolo e ride piano.
“Senti come urla… gliene basta poco per perdere la testa. Poverina. È la sua prima volta e già piange perché non può venire”
Janet riaccende la macchina.
La vibrazione torna, più forte. Il piacere sale di nuovo, ancora più intenso. Di nuovo arrivo al limite, di nuovo il corpo si prepara a esplodere…
E di nuovo spegne.
“Aaaaah ! Ti prego…”
“Ti prego cosa?” chiede Janet, chinandosi verso il mio volto.
“Dillo bene. Ti prego di cosa?”
“Di… di venire…” riesco a soffiare, la voce rotta.
Flavia scuote la testa, divertita.
“Troppo presto. Guarda come trema. Se la lasciamo venire adesso si scarica subito. Meglio tenerla così ancora un po’”
Janet annuisce e mi lascia i capelli.
“Esatto. Ancora”
Riaccende. Intanto la ragazza è inginocchiata tra di loro. Janet si toglie le mutandine con un gesto deciso e si posiziona sul suo volto.
“Lecca. E fallo bene”
La ragazza obbedisce. Si sente il suono umido della sua lingua. Flavia intanto mi tormenta i seni, strizzandomi i capezzoli a ritmo con le mie urla.
“Brava… così”, mormora Janet sopra la ragazza.
“Più a fondo. Sì. Proprio lì”
Poi spegne di nuovo il Sybian.
Io urlo.
Il corpo si contrae a vuoto. Le lacrime mi scendono sulle guance.
“Perché… perché mi fai così…”
Janet mi guarda dall’alto, un sorriso sottile sulle labbra.
“Perché ti piace. Perché sei venuta qui a guardare e invece sei finita impalata come una puttanella. E perché ogni volta che ti nego l’orgasmo… ti bagni di più.”
Flavia ride e si avvicina al mio orecchio.
“Si sente dal suono. Sei tutta succosa intorno a quel cazzo di gomma. Vergognosa”
Riaccendono. Il gioco continua. Ancora. E ancora.
Ogni volta mi portano sull’orlo. Ogni volta mi tolgono tutto. Ogni volta urlo la frustrazione mentre loro commentano, ridono, si fanno leccare dalla ragazza e mi ricordano quanto sono impotente.
E ogni volta, nonostante le urla e le lacrime, qualcosa dentro di me si arrende un po’ di più.
Il Sybian vibra al massimo sotto di me.
Non ce la faccio più. Il corpo intero trema, i muscoli delle cosce e dell’addome si contraggono a ondate, il fallo grosso mi riempie e preme in un punto che mi fa vedere le stelle. Il clitoride è un nucleo di fuoco contro la membrana. L’orgasmo è lì, a un secondo, a un respiro…
Janet spegne di nuovo.
“Nooo !”
Urlo. La frustrazione mi esce dalla gola come un lamento animale. Le lacrime mi scendono calde sulle guance. Digito i denti, tiro le corde, ma non posso fare niente.
Janet mi afferra i capelli e mi solleva il viso, obbligandomi a guardarla.
“Vuoi venire?”
Annuisco disperatamente, incapace di parlare.
“Allora chiedilo. Come si deve. Implora”
La voce mi esce rotta, piena di pianto.
“Ti… ti prego… Janet… lasciami venire… ti prego… non ce la faccio più…”
Flavia mi stringe i capezzoli e aggiunge, divertita:
“Più umile. Dillo meglio”
“Vi prego… entrambe… lasciatemi venire… sono vostra… fate quello che volete ma… vi prego… accendetela…”
Janet mi tiene lo sguardo per lunghi secondi. Poi, lentamente, sorride.
“Brava”
Riaccende la macchina. E questa volta non la spegne.
La vibrazione torna, piena, aggressiva, senza pietà. Il piacere mi investe come un’onda violenta. L’orgasmo esplode. Urlo. Un urlo lungo, spezzato, che non riesco a controllare. Il corpo si inarca contro le corde, i muscoli si agitano in modo incontrollabile, il fallo viene stretto a ogni contrazione. Vengo. Vengo forte, disordinata, mentre Janet mi tiene i capelli e mi obbliga a guardarla negli occhi per tutta la durata dello spasmo.
“Ecco… così… vieni per me”
Continuo a venire. A ondate. Una dopo l’altra. Senza che la macchina si fermi.
Flavia ride piano e mi strofina i capezzoli mentre ancora tremo.
“Guarda come esplode… poverina. Ne aveva proprio bisogno”
Io non riesco più a parlare.
Riesco solo a gemere, a contorcermi, a scaricare tutto quello che mi hanno tenuto sospeso per così tanto tempo. E mentre l’orgasmo continua a scuotermi, capisco che qualcosa dentro di me è cambiato per sempre.
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