Una lunga attesa 3

di
genere
saffico

Restiamo distese sul letto, una di fianco all’altra.
Il respiro di entrambe è ancora irregolare, la pelle calda e leggermente sudata. Le nostre mani si cercano senza fretta: la mia sulla coscia di Lilly, la sua sulla mia. Le dita scivolano piano, disegnando linee lente sulla pelle nuda, salendo e scendendo senza ancora spingersi troppo in alto. È un tocco diverso da prima. Più quieto. Più consapevole.
Ci giriamo l’una verso l’altra.
I nasi si sfiorano. Poi le labbra. Non è un bacio vero, non ancora. Solo un accenno, un contatto leggero, appena accennato, che dura un secondo e poi si interrompe. Lei sorride contro la mia bocca. Io faccio lo stesso. Di nuovo. Un altro bacio leggero, un po’ più lungo. Poi un altro ancora. Ci stuzzichiamo così, giocando con la distanza, con il respiro, con la voglia che sta risalendo piano dopo la tempesta di poco fa.
I baci diventano appena più insistenti. La lingua di Lilly sfiora il mio labbro inferiore, poi si ritira. Io la inseguo. Lei ride piano, un suono basso che mi fa venire i brividi.
Poi scende.
La sua bocca lascia la mia e comincia a scivolare lungo la mascella, lungo il collo, finché non raggiunge il mio seno. Sento il respiro caldo contro la pelle sensibile un attimo prima che la lingua esca e lecca lentamente il capezzolo.
Un gemito mi sfugge subito.
Il corpo reagisce senza che io possa farci niente.
Lilly si gira e sale sopra di me.
Il suo peso mi preme dolcemente contro il materasso, le cosce ai lati dei miei fianchi, il corpo caldo che si adagia sul mio. Non perde tempo. La bocca torna subito al mio seno. La lingua lecca piano il capezzolo destro, poi lo prende tra le labbra e succhia con una pressione lenta, insistente.
Un brivido mi attraversa intera.
Inarco leggermente la schiena, offrendomi di più.
Lei passa all’altro seno senza fretta. La lingua umida, calda, disegna cerchi intorno all’areola prima di concentrarsi sul capezzolo, leccandolo, succhiandolo, tirandolo appena con i denti in modo che mi strappa un gemito più alto. Alterna da un seno all’altro, come se volesse tenere entrambi allo stesso livello di sensibilità, finché non sento di nuovo quel calore basso e familiare risalire tra le cosce.
La fiamma si riaccende.
Non è più il bisogno disperato di prima. È qualcosa di più lento, più denso. Un desiderio che cresce a ogni passaggio della sua lingua, a ogni succhio, a ogni respiro caldo contro la mia pelle. Le mani mi salgono da sole sulla sua schiena, sotto la giacca nera che indossa ancora, e la stringo contro di me mentre continua a nutrirsene.
“Lilly…”, mormoro, la voce già roca.
Lei alza appena gli occhi verso di me, le labbra ancora posate sul mio seno, e sorride. Poi torna a leccare, più decisa, riaccendendo tutto.
Non riesco a evitarlo.
La mano scende da sola, istintiva, tra le cosce di Lilly. La trovo già calda, già umida. Le dita scivolano tra le sue labbra e lei emette un suono basso, soddisfatto. Subito si solleva, mettendosi in ginocchio sopra di me, le cosce divaricate ai lati dei miei fianchi. Si offre. Apre di più le gambe perché le mie dita abbiano più spazio, più accesso.
La tocco con più decisione adesso. Due dita entrano in lei mentre il pollice cerca il clitoride, e sento il suo bacino muoversi incontro alla mia mano.
Poi è lei a scendere.
La sua mano trova la mia figa ancora sensibile, ancora bagnata. Mi apre con le dita e comincia a strofinarmi con lo stesso ritmo con cui io la tocco. All’inizio è lento, quasi specchiato. Poi, secondo dopo secondo, diventiamo più insistenti.
È una masturbazione mutua, sincronizzata.
Le nostre mani lavorano insieme, sempre più forti, sempre più profonde. Io spingo le dita dentro di lei mentre lei fa lo stesso con me. I respiri si mescolano. I gemiti si rispondono. Ogni volta che lei accelera, accelero anch’io. Ogni volta che io premo di più sul suo clitoride, lei risponde con la stessa intensità sulla mia pelle.
Il piacere cresce di pari passo.
Non è più solo mio o solo suo. È qualcosa che stiamo costruendo insieme, onda dopo onda, più forte a ogni secondo. I fianchi di entrambe si muovono, cercando di più, offrendo di più. Il letto cigola sotto di noi. I suoni umidi delle nostre dita riempiono la stanza.
Sento che sto per perdermi di nuovo.
E dal modo in cui lei trema sopra di me, so che anche lei non è lontana.
Quella stanza sopra al locale era l’unico posto al mondo in cui volevo stare.
Non avrei voluto andarmene mai. Non adesso. Non mentre le dita di Lilly mi scopavano con quella precisione quasi crudele, non mentre il suo corpo premeva sul mio e i nostri respiri si mescolavano in un unico suono rotto. Ogni colpo delle sue dita dentro di me mi mandava sempre più in alto, sempre più vicino a un limite che non avevo mai raggiunto prima.
Stavo godendo al limite dello svenimento.
Il piacere non era più solo fisico. Lilly mi stava scopando anche la mente. Ogni spinta, ogni pressione sul clitoride, ogni gemito suo che rispondeva al mio, cancellava pensieri, ricordi, tutto. Non c’era più la storia finita male, non c’era più la timidezza, non c’era più il digiuno di mesi. C’era solo lei. Solo questo. Solo il modo in cui mi stava portando a pezzi e ricostruendo allo stesso tempo.
Non avevo mai provato nulla di così intenso.
Di così potente.
Il corpo mi trema tutto. Le cosce si chiudono intorno al suo braccio, la schiena si inarca fino a far male, e io continuo a muovere le dita dentro di lei con la stessa fame con cui lei mi sta distruggendo. Siamo una cosa sola adesso. Un unico ritmo. Un unico piacere che cresce senza freni, senza pietà, senza fine.
E io non voglio che finisca.
Non voglio uscire da questa stanza.
Non voglio che lei smetta di scoparmi così, fino a farmi perdere il senso di tutto il resto.
L’orgasmo ci raggiunge insieme.
Non c’è un prima e un dopo. È una sola onda che ci travolge tutte e due nello stesso istante. Sento le pareti di Lilly stringersi a scatti intorno alle mie dita proprio mentre le mie si chiudono intorno alle sue. Il corpo mi esplode da dentro: schiena inarcata, cosce che tremano senza controllo, un grido soffocato che mi esce contro la sua spalla.
Lei viene con me.
Forte. Profonda. Il suo gemito si mescola al mio, basso e rotto, mentre il bacino le spasima contro la mia mano. Continuiamo a toccarci anche mentre ci perdiamo, accompagnandoci a vicenda attraverso ogni contrazione, ogni scossa, ogni ondata che non vuole finire.
Il piacere è così intenso da farmi vedere bianco dietro le palpebre. Per qualche secondo non so più dove finisco io e dove inizia lei. Siamo solo respiro, pelle, dita bagnate e quel tremore condiviso che ci scuote entrambe fino in fondo.
Quando finalmente le onde cominciano a calare, restiamo aggrappate l’una all’altra, ansimanti, sudate, ancora scosse da piccoli brividi residui. Le nostre mani restano lì, tra le cosce dell’altra, come se avessero paura di lasciare andare.
Non parliamo. Non serve.
Il silenzio che segue è diverso.
Non è più carico di urgenza. È più lento, più reale. Il respiro di entrambe si sta calmando. Fuori da questa stanza esiste ancora un locale, una città, una vita. Dobbiamo rivestirci. Dobbiamo tornare.
Mi alzo dal letto con le gambe ancora un po’ molli. Cerco la camicetta bianca, la gonna, le mutandine. Mi vesto in piedi, lentamente, sentendo ancora il suo sguardo sulla mia pelle. Ogni gesto è più consapevole adesso. Allacciare i bottoni, tirare su la gonna, sistemare i capelli. Niente di speciale, eppure…
Quando alzo gli occhi, la trovo ancora sul letto.
Lilly è distesa a gambe aperte, nuda dalla vita in giù, e si sta toccando. Le dita scivolano lente tra le sue labbra, con una naturalezza quasi insolente. Gli occhi fissi nei miei. Non distoglie lo sguardo neanche un secondo. C’è qualcosa di sensuale in me, adesso, mentre mi rivestito sotto i suoi occhi, e lei non riesce a farne a meno. Lo vedo. Lo sento.
Continua a toccarsi mentre mi guarda vestirmi. Il ritmo è lento, deliberato, come se volesse farmi vedere ogni movimento. Come se stesse già pensando a la prossima volta.
“Dobbiamo rivederci”, dice. La voce è roca, ancora segnata da tutto quello che abbiamo fatto. Non è una richiesta. È quasi una certezza.
Io resto ferma un attimo, la camicetta ancora semiaperta, il cuore che torna a battere più forte. La guardo, con le dita ancora tra le cosce, gli occhi scuri che non mi lasciano andare.
E so già che ha ragione.
scritto il
2026-08-08
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