Una lunga attesa
di
Stella_Ninfa
genere
confessioni
Mi guardo allo specchio e respiro a fondo. È passato più di un anno da quando tutto è finito, e da allora non ho più sentito le mani di qualcuno sul mio corpo. Solo le mie, a volte, di notte, quando la solitudine diventava troppo pesante. Ma stasera no. Stasera voglio di più.
Ho scelto con cura. Una camicetta bianca, sottile, quasi trasparente dove la luce la colpisce di lato. I bottoni sono aperti fino a un punto che lascia indovinare la curva del seno, e sotto non c’è niente che interrompa la linea della pelle. Solo la stoffa leggera che scivola sulle spalle e si posa sulle clavicole. La gonna è corta, nera, aderente sui fianchi e poi libera, abbastanza da muoversi quando cammino e abbastanza da ricordarmi, a ogni passo, che sotto c’è solo me.
Mi sistemo i capelli, li lascio sciolti sulle spalle. Mi guardo le labbra, le ho dipinte di un rosso discreto. Non troppo. Solo abbastanza da far capire che stasera non sono venuta a bere un caffè.
Il cuore mi batte forte mentre chiudo la porta di casa. Non sono abituata a questo. Sono timida, lo so. Preferisco osservare piuttosto che essere osservata. Ma il desiderio è più forte della timidezza. È un calore basso, insistente, che da giorni mi accompagna ogni volta che penso a lei. Al suo sorriso nella foto di Tinder. Alla voce nei messaggi. Al modo in cui ha detto “ci vediamo al Rainbow” come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Cammino verso il locale. L’aria della sera mi sfiora le gambe scoperte. Sento il tessuto della gonna muoversi contro la pelle interna delle cosce. Ogni passo mi ricorda perché sono uscita. Non per chiacchiere. Non per un’amicizia. Per sentire di nuovo qualcosa di vivo tra le gambe, sulle labbra, sotto le dita di qualcuno che non sono io.
Arrivo davanti alla porta. La luce colorata filtra dalle finestre. Dentro c’è musica bassa, risate, il mormorio di gente che si conosce o che sta per conoscersi. Mi fermo un secondo. Inspiro. Il cuore batte ancora più forte.
Poi spingo la porta e varco la soglia.
Appena varco la soglia, l’aria del locale mi avvolge. Calda, profumata di alcool e di corpi vicini. La musica è bassa, un ritmo lento che vibra sotto i piedi. E allora li sento: gli sguardi.
Non è un’impressione. Sono reali. Su di me. Sulla camicetta bianca che lascia indovinare più di quanto copra, sulla gonna corta che a ogni passo scorre leggermente sulle cosce. Qualcuno si interrompe a metà di una risata. Qualcun altro gira la testa troppo piano. Mi sento nuda, anche se sono vestita. Il calore mi sale dal collo fino alle orecchie. Abbasso lo sguardo un istante, le ciglia quasi a toccare le guance. Odio e amo questo momento allo stesso tempo. Odio perché la timidezza mi stringe la gola. Amo perché… perché stasera voglio essere vista. Voglio che qualcuno mi desideri come io desidero di essere toccata.
Alzo di nuovo gli occhi e la cerco.
La trovo subito.
È seduta al bancone, di profilo, ma come se avesse sentito il mio ingresso si gira. Capelli corti, folti, neri come la notte, un po’ disordinati sulla fronte. Giacca nera, pantaloni neri, spalle larghe sotto il tessuto. E quello sguardo. Intenso, calmo, che mi attraversa come se già sapesse tutto di me. Mi fa venire i brividi. Un brivido lento, caldo, che scende lungo la schiena e si annida tra le gambe.
Lei non sorride subito. Mi osserva. Mi misura. E io resto ferma, un passo dentro il locale, con il cuore che batte troppo forte contro la camicetta sottile. So di essere sexy stasera. Lo sento nel modo in cui il tessuto mi sfiora i seni a ogni respiro. Ma sotto lo sguardo di lei mi sento anche fragile. Come se quella mascolinità quieta, quella bellezza tagliente, potesse spogliarmi senza neanche toccarmi.
Faccio un passo avanti. Poi un altro. Le gambe tremano appena sotto la gonna corta. Lei continua a guardarmi, e finalmente un angolo della bocca si solleva. Un sorriso piccolo, sicuro. Come se dicesse: ti stavo aspettando.
E io, nonostante la soggezione che mi brucia le guance, non riesco a distogliere lo sguardo.
Faccio un altro passo, poi un altro ancora, finché sono davanti a lei. Il bancone è vicino, ma la distanza tra noi sembra improvvisamente troppo piccola e troppo grande allo stesso tempo.
Lilly si alza. Si muove con una calma che mi toglie il respiro. È più alta di me di un poco, e la giacca nera le scivola sulle spalle larghe con una naturalezza quasi insolente. Mi porge la mano. La sua pelle è calda, le dita lunghe e sicure. Quando le nostre mani si toccano, sento un brivido leggero salirmi lungo il braccio.
“Stella”, dice, e la voce è bassa, roca appena.
“Lilly”.
Ci avviciniamo. Lei si china e le nostre guance si sfiorano. Il bacio è leggero, formale, ma lei non si allontana subito. Resta un secondo di più del necessario. Sento il suo respiro profondo contro il mio collo, quasi un assaggio. So che sta sentendo il mio profumo, quello che ho messo apposta stasera, caldo e dolce sulla pelle. Il cuore mi batte così forte che temo possa sentirlo anche lei.
Quando si scosta, i suoi occhi sono ancora più intensi.
“Sei… incredibilmente bella”, mormora, e lo sguardo scende un attimo sulla camicetta bianca, sulla linea del seno, sulla gonna corta. Non è volgare. È solo onesto. E questo mi fa arrossire ancora di più.
“Anche tu”, rispondo, e la voce mi esce più bassa di quanto vorrei. “Di più di quanto immaginassi”.
Un sorriso lento le curva le labbra. Mi indica un tavolino un po’ appartato, vicino a una finestra. Ci sediamo. Lei di fronte a me, le gambe divaricate appena, le spalle rilassate contro lo schienale. Ordiniamo due drink. Qualcosa di forte, di amaro, che brucia un poco quando lo bevo.
Mentre parliamo di cose leggere, il lavoro, la città, le coincidenze di Tinder, i suoi occhi non smettono di guardarmi. Non in modo invadente. In modo… affamato. Garbato, sì. Controllato. Ma io lo sento. Ogni volta che parlo, lo sguardo di lei scende sulla mia bocca, poi risale, poi scende di nuovo sulla scollatura della camicetta, sulle mie mani che stringono il bicchiere. È come se mi stesse già spogliando senza toccarmi. Come se ogni inchino della testa, ogni piccolo sorriso, fosse un’anticipazione di qualcosa di più.
E io lo capisco.
Lo capisco e il calore tra le mie cosce si fa più intenso, più umido. Abbasso lo sguardo un attimo, poi lo rialzo e la trovo ancora lì, a divorarmi con gli occhi, mentre il drink le scivola lentamente tra le labbra.
Lilly avvicina la sedia. Il legno scorre piano sul pavimento finché le nostre ginocchia quasi si sfiorano. Si china un poco in avanti, gli occhi fissi nei miei, e parla a voce bassa, così che solo io possa sentirla.
“Sei bellissima, Stella. E molto sexy. Più di quanto avessi immaginato guardando le tue foto”
Le parole mi arrivano dritte nello stomaco. Poi sento la sua mano. Si posa sulla mia coscia, appena sopra il bordo della gonna corta. Le dita sono calde, sicure, e restano ferme un secondo, come a chiedermi il permesso senza dirlo. L’elettricità parte da lì. Sale lenta, irresistibile, lungo la pelle interna della coscia, fino a concentrarsi tra le mie gambe. Un calore umido, insistente. Il respiro mi si spezza un istante.
Sono presa da lei. Completamente. Da quello sguardo, da quella mascolinità quieta, da quella mano che non preme ancora ma promette già tutto. La desidero. La desidero con una forza che mi fa quasi tremare.
Lilly sorride appena, come se avesse letto ogni pensiero sul mio viso.
“C’è una cosa che vorrei proporti”, dice, la voce ancora più bassa. “Qui sopra ci sono delle stanze private. Luoghi dove… si può stare da sole. Se vuoi, possiamo salire”
Il cuore mi batte così forte che temo possa sentirselo contro le dita. Non rispondo subito con la voce. Le rispondo con lo sguardo, e con un piccolo cenno del capo. Sì.
Ci alziamo insieme. La sua mano scivola via dalla mia coscia, ma il calore resta. Lilly si dirige al bancone. Parla poche parole con una donna dai capelli tinti di rosso acceso, quella che sembra comandare qui dentro. Uno scambio breve, un sorriso d’intesa, e poi una tessera elettronica le viene passata tra le dita.
Torna verso di me. Mi mostra la tessera senza dire niente. Solo un cenno verso le scale.
Saliamo. Il terzo piano. Il corridoio è più silenzioso, illuminato da luci soffuse. Ogni passo della mia gonna corta contro le cosce mi ricorda quanto sono scoperta, quanto desidero. Lilly cammina al mio fianco, la spalla quasi a toccare la mia. Non si affretta. Sa che sto seguendo.
E io la seguo.
L’ascensore è piccolo, caldo. Le porte si chiudono e non c’è quasi tempo di respirare.
Lilly mi afferra la nuca e mi bacia.
Non è un bacio dolce. È affamato. Le sue labbra premono contro le mie, la lingua cerca ingresso e io glielo concedo subito. Mi divora. E io mi lascio divorare. Le mani di lei scendono sulla mia schiena, mi stringono contro il suo corpo duro, la giacca nera contro la mia camicetta sottile. Sento il suo seno premere sul mio, il respiro caldo che si mescola al mio. Un gemito mi sfugge in gola mentre la sua lingua esplora la mia bocca con una fame che mi fa tremare le gambe.
Il piano arriva troppo presto. Le porte si aprono.
Ci stacchiamo solo quanto basta per uscire. Il corridoio è silenzioso, illuminato da una luce calda. La stanza 310 è a pochi passi. Lilly mi prende la mano, le dita intrecciate alle mie, e mi guida. Camminiamo veloci, quasi correndo. Il cuore mi batte così forte che sento il sangue pulsarmi tra le cosce.
Appena la porta si chiude dietro di noi, il bacio riprende. Più forte. Più urgente.
Lilly mi spinge contro la parete. La schiena mi batte leggermente sul muro e io ansimo contro la sua bocca. Le sue mani sono ovunque: una mi tiene il viso, l’altra scende. Sento le dita scivolare sotto la gonna corta, sulla pelle nuda della coscia interna, poi più su. Fino a trovare il tessuto già fradicio delle mutandine.
Un suono basso le esce dalla gola quando le tocca. I polpastrelli premono contro il tessuto bagnato, tracciano la forma delle mie labbra gonfie, sentono quanto sono già pronta. Io stringo le cosce un attimo, poi le apro. Non riesco a fare altrimenti. Il desiderio è troppo.
“Stella…”, mormora contro le mie labbra, la voce roca. “Sei già così bagnata…”
Le sue dita insistono, strofinano piano ma con decisione sul tessuto umido, proprio dove batte il mio desiderio. Io affondo le unghie nella sua giacca nera e mi lascio andare al bacio, al tocco, al calore che mi sta consumando.
La mia borsa cade a terra con un tonfo sordo. Non me ne importa. Sono ancora contro la parete, le labbra di Lilly premute sulle mie, la sua lingua che mi esplora con una fame che mi fa gemere in gola. Le sue dita non si sono mosse dalle mutandine fradice: strofinano, premono, sentono quanto sono già aperta e bagnata per lei.
Poi mi prende la mano.
Mi guida verso il letto senza smettere di baciarmi. I nostri corpi restano attaccati, i respiri mescolati. Quando le ginocchia toccano il materasso, mi lascio cadere sulla schiena. Ancora vestita. La camicetta bianca tirata su da un lato, la gonna corta risalita sulle cosce. Lilly si china sopra di me, un ginocchio tra le mie gambe, e il bacio non si interrompe. È più lento adesso, più profondo, come se volesse assaporarmi, tutta.
La sua mano destra scende di nuovo.
Questa volta non si ferma sul tessuto. Le dita scivolano sotto l’elastico delle mutandine, trovano la mia pelle nuda, calda, scivolosa. Un gemito lungo mi esce dalle labbra quando i suoi polpastrelli sfiorano le labbra già gonfie e poi, più in basso, l’ingresso umido. Circola piano, raccoglie la mia eccitazione, e poi preme delicatamente sul clitoride.
“Ahh…”
Il suono mi esce senza controllo. Dopo più di un anno senza essere toccata da nessuno, il contatto è quasi troppo. Elettrico. Necessario. Lilly mormora qualcosa contro la mia bocca, un suono basso, soddisfatto e continua. Due dita scivolano dentro di me con una facilità che mi fa inarcare la schiena. Profonde. Sicure. Mentre il pollice continua a girare sul punto più sensibile.
Mi perdo.
Le gambe si aprono da sole. Le mani affondano nei suoi capelli corti e neri, la tengo contro di me mentre lei mi bacia e mi fotte lentamente con le dita. Ogni spinta, ogni rotazione del pollice, mi riporta a quello che cercavo da troppo tempo. Non è solo piacere fisico. È il sentirsi desiderata, presa, guardata con quella fame mascolina e dolce allo stesso tempo.
Lilly alza appena la testa, mi guarda mentre le sue dita continuano a muoversi dentro di me, bagnate, precise.
“Ti piace così?”, chiede, la voce roca.
Io annuisco, incapace di parlare. Solo un altro gemito, più alto, quando lei accelera appena il ritmo. Il letto cigola piano. La gonna è ormai tutta risalita sui fianchi. La camicetta aperta. E io, finalmente, inizio a trovare quello che stavo cercando.
Sesso.
Vero.
Caldo.
E tutto mio.
Lilly si stacca dalle mie labbra con un ultimo morso leggero.
Non perde tempo. Le sue mani scendono veloci, afferrano l’elastico delle mutandine e le tirano giù lungo le cosce, poi le caviglie, finché non spariscono. Subito dopo la gonna. La sfila via con un gesto deciso, lasciandomi nuda dal punto vita in giù, le gambe leggermente divaricate sul letto.
Si china.
Il primo contatto della sua bocca sulla mia figa è caldo, umido, preciso. La lingua scorre lenta tra le labbra gonfie, raccoglie il mio sapore, poi si concentra sul clitoride. Succia. Piano all’inizio, poi più forte, con una pressione che mi fa inarcare la schiena e spingere i fianchi contro la sua faccia.
“Ah… cazzo… Lilly…”
I gemiti mi escono senza controllo. Non riesco a trattenerli. Dopo tanto tempo senza essere toccata così, ogni succhio, ogni colpo di lingua è troppo intenso. Lei non si ferma. Due dita scivolano dentro di me mentre continua a mangiare, profonde, curvate, cercando quel punto che mi fa vedere stelle. Il ritmo è costante, affamato. Sento i suoi suoni umidi, i respiri caldi contro la mia pelle più sensibile.
Apro gli occhi un attimo e la guardo. I suoi capelli neri corti sono disordinati tra le mie cosce, gli occhi alzati verso di me mentre mi lecca. C’è qualcosa di quasi incredulo nel suo sguardo, come se non le sembrasse vero di avere tra le mani, e sulla lingua, una ragazza come me. Quella fame mascolina e dolce allo stesso tempo mi fa venire ancora di più.
Le dita accelerano. La bocca succhia più forte. Io stringo le lenzuola, le cosce le tremano ai lati della sua testa, e i gemiti diventano più alti, più rotti.
Sto per perdermi completamente.
Le dita di Lilly spingono più a fondo, curvate, mentre la bocca non smette di succhiare il mio clitoride con una precisione quasi crudele. Il piacere sale troppo in fretta, troppo forte. Non riesco più a controllare il respiro. Le cosce mi tremano in modo incontrollato ai lati della sua testa.
“Lilly… Lilly…”
La frase si spezza. Un’ondata improvvisa mi attraversa dal basso ventre fino alla gola. Il corpo si inarca di scatto, la schiena si solleva dal materasso, e vengo.
Vengo in modo convulso.
I muscoli interni si stringono a scatti intorno alle sue dita, una scarica dopo l’altra. Gemiti rotti, quasi urli soffocati, mi escono dalla bocca mentre le anche si muovono da sole, spingendo contro la sua faccia. Le gambe si chiudono a scatti intorno alla sua testa, poi si riaprono, poi di nuovo. Non riesco a fermarmi. Ogni contrazione è più forte della precedente, un’ondata che non vuole finire.
Lilly non si allontana. Continua a leccare, a succhiare, a muovere le dita dentro di me mentre mi sento svuotare di tutto il desiderio accumulato in più di un anno. Le lacrime mi bruciano agli angoli degli occhi. Il piacere è così intenso da far male, da essere quasi troppo.
Quando finalmente le scosse cominciano a calmarsi, resto distesa, ansimante, le cosce ancora tremanti. Lilly solleva appena la testa, le labbra lucide del mio sapore, e mi guarda con quegli occhi scuri pieni di fame soddisfatta.
Striscia sul mio corpo cercando la bocca ed io la ricevo…
Ho scelto con cura. Una camicetta bianca, sottile, quasi trasparente dove la luce la colpisce di lato. I bottoni sono aperti fino a un punto che lascia indovinare la curva del seno, e sotto non c’è niente che interrompa la linea della pelle. Solo la stoffa leggera che scivola sulle spalle e si posa sulle clavicole. La gonna è corta, nera, aderente sui fianchi e poi libera, abbastanza da muoversi quando cammino e abbastanza da ricordarmi, a ogni passo, che sotto c’è solo me.
Mi sistemo i capelli, li lascio sciolti sulle spalle. Mi guardo le labbra, le ho dipinte di un rosso discreto. Non troppo. Solo abbastanza da far capire che stasera non sono venuta a bere un caffè.
Il cuore mi batte forte mentre chiudo la porta di casa. Non sono abituata a questo. Sono timida, lo so. Preferisco osservare piuttosto che essere osservata. Ma il desiderio è più forte della timidezza. È un calore basso, insistente, che da giorni mi accompagna ogni volta che penso a lei. Al suo sorriso nella foto di Tinder. Alla voce nei messaggi. Al modo in cui ha detto “ci vediamo al Rainbow” come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Cammino verso il locale. L’aria della sera mi sfiora le gambe scoperte. Sento il tessuto della gonna muoversi contro la pelle interna delle cosce. Ogni passo mi ricorda perché sono uscita. Non per chiacchiere. Non per un’amicizia. Per sentire di nuovo qualcosa di vivo tra le gambe, sulle labbra, sotto le dita di qualcuno che non sono io.
Arrivo davanti alla porta. La luce colorata filtra dalle finestre. Dentro c’è musica bassa, risate, il mormorio di gente che si conosce o che sta per conoscersi. Mi fermo un secondo. Inspiro. Il cuore batte ancora più forte.
Poi spingo la porta e varco la soglia.
Appena varco la soglia, l’aria del locale mi avvolge. Calda, profumata di alcool e di corpi vicini. La musica è bassa, un ritmo lento che vibra sotto i piedi. E allora li sento: gli sguardi.
Non è un’impressione. Sono reali. Su di me. Sulla camicetta bianca che lascia indovinare più di quanto copra, sulla gonna corta che a ogni passo scorre leggermente sulle cosce. Qualcuno si interrompe a metà di una risata. Qualcun altro gira la testa troppo piano. Mi sento nuda, anche se sono vestita. Il calore mi sale dal collo fino alle orecchie. Abbasso lo sguardo un istante, le ciglia quasi a toccare le guance. Odio e amo questo momento allo stesso tempo. Odio perché la timidezza mi stringe la gola. Amo perché… perché stasera voglio essere vista. Voglio che qualcuno mi desideri come io desidero di essere toccata.
Alzo di nuovo gli occhi e la cerco.
La trovo subito.
È seduta al bancone, di profilo, ma come se avesse sentito il mio ingresso si gira. Capelli corti, folti, neri come la notte, un po’ disordinati sulla fronte. Giacca nera, pantaloni neri, spalle larghe sotto il tessuto. E quello sguardo. Intenso, calmo, che mi attraversa come se già sapesse tutto di me. Mi fa venire i brividi. Un brivido lento, caldo, che scende lungo la schiena e si annida tra le gambe.
Lei non sorride subito. Mi osserva. Mi misura. E io resto ferma, un passo dentro il locale, con il cuore che batte troppo forte contro la camicetta sottile. So di essere sexy stasera. Lo sento nel modo in cui il tessuto mi sfiora i seni a ogni respiro. Ma sotto lo sguardo di lei mi sento anche fragile. Come se quella mascolinità quieta, quella bellezza tagliente, potesse spogliarmi senza neanche toccarmi.
Faccio un passo avanti. Poi un altro. Le gambe tremano appena sotto la gonna corta. Lei continua a guardarmi, e finalmente un angolo della bocca si solleva. Un sorriso piccolo, sicuro. Come se dicesse: ti stavo aspettando.
E io, nonostante la soggezione che mi brucia le guance, non riesco a distogliere lo sguardo.
Faccio un altro passo, poi un altro ancora, finché sono davanti a lei. Il bancone è vicino, ma la distanza tra noi sembra improvvisamente troppo piccola e troppo grande allo stesso tempo.
Lilly si alza. Si muove con una calma che mi toglie il respiro. È più alta di me di un poco, e la giacca nera le scivola sulle spalle larghe con una naturalezza quasi insolente. Mi porge la mano. La sua pelle è calda, le dita lunghe e sicure. Quando le nostre mani si toccano, sento un brivido leggero salirmi lungo il braccio.
“Stella”, dice, e la voce è bassa, roca appena.
“Lilly”.
Ci avviciniamo. Lei si china e le nostre guance si sfiorano. Il bacio è leggero, formale, ma lei non si allontana subito. Resta un secondo di più del necessario. Sento il suo respiro profondo contro il mio collo, quasi un assaggio. So che sta sentendo il mio profumo, quello che ho messo apposta stasera, caldo e dolce sulla pelle. Il cuore mi batte così forte che temo possa sentirlo anche lei.
Quando si scosta, i suoi occhi sono ancora più intensi.
“Sei… incredibilmente bella”, mormora, e lo sguardo scende un attimo sulla camicetta bianca, sulla linea del seno, sulla gonna corta. Non è volgare. È solo onesto. E questo mi fa arrossire ancora di più.
“Anche tu”, rispondo, e la voce mi esce più bassa di quanto vorrei. “Di più di quanto immaginassi”.
Un sorriso lento le curva le labbra. Mi indica un tavolino un po’ appartato, vicino a una finestra. Ci sediamo. Lei di fronte a me, le gambe divaricate appena, le spalle rilassate contro lo schienale. Ordiniamo due drink. Qualcosa di forte, di amaro, che brucia un poco quando lo bevo.
Mentre parliamo di cose leggere, il lavoro, la città, le coincidenze di Tinder, i suoi occhi non smettono di guardarmi. Non in modo invadente. In modo… affamato. Garbato, sì. Controllato. Ma io lo sento. Ogni volta che parlo, lo sguardo di lei scende sulla mia bocca, poi risale, poi scende di nuovo sulla scollatura della camicetta, sulle mie mani che stringono il bicchiere. È come se mi stesse già spogliando senza toccarmi. Come se ogni inchino della testa, ogni piccolo sorriso, fosse un’anticipazione di qualcosa di più.
E io lo capisco.
Lo capisco e il calore tra le mie cosce si fa più intenso, più umido. Abbasso lo sguardo un attimo, poi lo rialzo e la trovo ancora lì, a divorarmi con gli occhi, mentre il drink le scivola lentamente tra le labbra.
Lilly avvicina la sedia. Il legno scorre piano sul pavimento finché le nostre ginocchia quasi si sfiorano. Si china un poco in avanti, gli occhi fissi nei miei, e parla a voce bassa, così che solo io possa sentirla.
“Sei bellissima, Stella. E molto sexy. Più di quanto avessi immaginato guardando le tue foto”
Le parole mi arrivano dritte nello stomaco. Poi sento la sua mano. Si posa sulla mia coscia, appena sopra il bordo della gonna corta. Le dita sono calde, sicure, e restano ferme un secondo, come a chiedermi il permesso senza dirlo. L’elettricità parte da lì. Sale lenta, irresistibile, lungo la pelle interna della coscia, fino a concentrarsi tra le mie gambe. Un calore umido, insistente. Il respiro mi si spezza un istante.
Sono presa da lei. Completamente. Da quello sguardo, da quella mascolinità quieta, da quella mano che non preme ancora ma promette già tutto. La desidero. La desidero con una forza che mi fa quasi tremare.
Lilly sorride appena, come se avesse letto ogni pensiero sul mio viso.
“C’è una cosa che vorrei proporti”, dice, la voce ancora più bassa. “Qui sopra ci sono delle stanze private. Luoghi dove… si può stare da sole. Se vuoi, possiamo salire”
Il cuore mi batte così forte che temo possa sentirselo contro le dita. Non rispondo subito con la voce. Le rispondo con lo sguardo, e con un piccolo cenno del capo. Sì.
Ci alziamo insieme. La sua mano scivola via dalla mia coscia, ma il calore resta. Lilly si dirige al bancone. Parla poche parole con una donna dai capelli tinti di rosso acceso, quella che sembra comandare qui dentro. Uno scambio breve, un sorriso d’intesa, e poi una tessera elettronica le viene passata tra le dita.
Torna verso di me. Mi mostra la tessera senza dire niente. Solo un cenno verso le scale.
Saliamo. Il terzo piano. Il corridoio è più silenzioso, illuminato da luci soffuse. Ogni passo della mia gonna corta contro le cosce mi ricorda quanto sono scoperta, quanto desidero. Lilly cammina al mio fianco, la spalla quasi a toccare la mia. Non si affretta. Sa che sto seguendo.
E io la seguo.
L’ascensore è piccolo, caldo. Le porte si chiudono e non c’è quasi tempo di respirare.
Lilly mi afferra la nuca e mi bacia.
Non è un bacio dolce. È affamato. Le sue labbra premono contro le mie, la lingua cerca ingresso e io glielo concedo subito. Mi divora. E io mi lascio divorare. Le mani di lei scendono sulla mia schiena, mi stringono contro il suo corpo duro, la giacca nera contro la mia camicetta sottile. Sento il suo seno premere sul mio, il respiro caldo che si mescola al mio. Un gemito mi sfugge in gola mentre la sua lingua esplora la mia bocca con una fame che mi fa tremare le gambe.
Il piano arriva troppo presto. Le porte si aprono.
Ci stacchiamo solo quanto basta per uscire. Il corridoio è silenzioso, illuminato da una luce calda. La stanza 310 è a pochi passi. Lilly mi prende la mano, le dita intrecciate alle mie, e mi guida. Camminiamo veloci, quasi correndo. Il cuore mi batte così forte che sento il sangue pulsarmi tra le cosce.
Appena la porta si chiude dietro di noi, il bacio riprende. Più forte. Più urgente.
Lilly mi spinge contro la parete. La schiena mi batte leggermente sul muro e io ansimo contro la sua bocca. Le sue mani sono ovunque: una mi tiene il viso, l’altra scende. Sento le dita scivolare sotto la gonna corta, sulla pelle nuda della coscia interna, poi più su. Fino a trovare il tessuto già fradicio delle mutandine.
Un suono basso le esce dalla gola quando le tocca. I polpastrelli premono contro il tessuto bagnato, tracciano la forma delle mie labbra gonfie, sentono quanto sono già pronta. Io stringo le cosce un attimo, poi le apro. Non riesco a fare altrimenti. Il desiderio è troppo.
“Stella…”, mormora contro le mie labbra, la voce roca. “Sei già così bagnata…”
Le sue dita insistono, strofinano piano ma con decisione sul tessuto umido, proprio dove batte il mio desiderio. Io affondo le unghie nella sua giacca nera e mi lascio andare al bacio, al tocco, al calore che mi sta consumando.
La mia borsa cade a terra con un tonfo sordo. Non me ne importa. Sono ancora contro la parete, le labbra di Lilly premute sulle mie, la sua lingua che mi esplora con una fame che mi fa gemere in gola. Le sue dita non si sono mosse dalle mutandine fradice: strofinano, premono, sentono quanto sono già aperta e bagnata per lei.
Poi mi prende la mano.
Mi guida verso il letto senza smettere di baciarmi. I nostri corpi restano attaccati, i respiri mescolati. Quando le ginocchia toccano il materasso, mi lascio cadere sulla schiena. Ancora vestita. La camicetta bianca tirata su da un lato, la gonna corta risalita sulle cosce. Lilly si china sopra di me, un ginocchio tra le mie gambe, e il bacio non si interrompe. È più lento adesso, più profondo, come se volesse assaporarmi, tutta.
La sua mano destra scende di nuovo.
Questa volta non si ferma sul tessuto. Le dita scivolano sotto l’elastico delle mutandine, trovano la mia pelle nuda, calda, scivolosa. Un gemito lungo mi esce dalle labbra quando i suoi polpastrelli sfiorano le labbra già gonfie e poi, più in basso, l’ingresso umido. Circola piano, raccoglie la mia eccitazione, e poi preme delicatamente sul clitoride.
“Ahh…”
Il suono mi esce senza controllo. Dopo più di un anno senza essere toccata da nessuno, il contatto è quasi troppo. Elettrico. Necessario. Lilly mormora qualcosa contro la mia bocca, un suono basso, soddisfatto e continua. Due dita scivolano dentro di me con una facilità che mi fa inarcare la schiena. Profonde. Sicure. Mentre il pollice continua a girare sul punto più sensibile.
Mi perdo.
Le gambe si aprono da sole. Le mani affondano nei suoi capelli corti e neri, la tengo contro di me mentre lei mi bacia e mi fotte lentamente con le dita. Ogni spinta, ogni rotazione del pollice, mi riporta a quello che cercavo da troppo tempo. Non è solo piacere fisico. È il sentirsi desiderata, presa, guardata con quella fame mascolina e dolce allo stesso tempo.
Lilly alza appena la testa, mi guarda mentre le sue dita continuano a muoversi dentro di me, bagnate, precise.
“Ti piace così?”, chiede, la voce roca.
Io annuisco, incapace di parlare. Solo un altro gemito, più alto, quando lei accelera appena il ritmo. Il letto cigola piano. La gonna è ormai tutta risalita sui fianchi. La camicetta aperta. E io, finalmente, inizio a trovare quello che stavo cercando.
Sesso.
Vero.
Caldo.
E tutto mio.
Lilly si stacca dalle mie labbra con un ultimo morso leggero.
Non perde tempo. Le sue mani scendono veloci, afferrano l’elastico delle mutandine e le tirano giù lungo le cosce, poi le caviglie, finché non spariscono. Subito dopo la gonna. La sfila via con un gesto deciso, lasciandomi nuda dal punto vita in giù, le gambe leggermente divaricate sul letto.
Si china.
Il primo contatto della sua bocca sulla mia figa è caldo, umido, preciso. La lingua scorre lenta tra le labbra gonfie, raccoglie il mio sapore, poi si concentra sul clitoride. Succia. Piano all’inizio, poi più forte, con una pressione che mi fa inarcare la schiena e spingere i fianchi contro la sua faccia.
“Ah… cazzo… Lilly…”
I gemiti mi escono senza controllo. Non riesco a trattenerli. Dopo tanto tempo senza essere toccata così, ogni succhio, ogni colpo di lingua è troppo intenso. Lei non si ferma. Due dita scivolano dentro di me mentre continua a mangiare, profonde, curvate, cercando quel punto che mi fa vedere stelle. Il ritmo è costante, affamato. Sento i suoi suoni umidi, i respiri caldi contro la mia pelle più sensibile.
Apro gli occhi un attimo e la guardo. I suoi capelli neri corti sono disordinati tra le mie cosce, gli occhi alzati verso di me mentre mi lecca. C’è qualcosa di quasi incredulo nel suo sguardo, come se non le sembrasse vero di avere tra le mani, e sulla lingua, una ragazza come me. Quella fame mascolina e dolce allo stesso tempo mi fa venire ancora di più.
Le dita accelerano. La bocca succhia più forte. Io stringo le lenzuola, le cosce le tremano ai lati della sua testa, e i gemiti diventano più alti, più rotti.
Sto per perdermi completamente.
Le dita di Lilly spingono più a fondo, curvate, mentre la bocca non smette di succhiare il mio clitoride con una precisione quasi crudele. Il piacere sale troppo in fretta, troppo forte. Non riesco più a controllare il respiro. Le cosce mi tremano in modo incontrollato ai lati della sua testa.
“Lilly… Lilly…”
La frase si spezza. Un’ondata improvvisa mi attraversa dal basso ventre fino alla gola. Il corpo si inarca di scatto, la schiena si solleva dal materasso, e vengo.
Vengo in modo convulso.
I muscoli interni si stringono a scatti intorno alle sue dita, una scarica dopo l’altra. Gemiti rotti, quasi urli soffocati, mi escono dalla bocca mentre le anche si muovono da sole, spingendo contro la sua faccia. Le gambe si chiudono a scatti intorno alla sua testa, poi si riaprono, poi di nuovo. Non riesco a fermarmi. Ogni contrazione è più forte della precedente, un’ondata che non vuole finire.
Lilly non si allontana. Continua a leccare, a succhiare, a muovere le dita dentro di me mentre mi sento svuotare di tutto il desiderio accumulato in più di un anno. Le lacrime mi bruciano agli angoli degli occhi. Il piacere è così intenso da far male, da essere quasi troppo.
Quando finalmente le scosse cominciano a calmarsi, resto distesa, ansimante, le cosce ancora tremanti. Lilly solleva appena la testa, le labbra lucide del mio sapore, e mi guarda con quegli occhi scuri pieni di fame soddisfatta.
Striscia sul mio corpo cercando la bocca ed io la ricevo…
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