Lorella
di
Stella_Ninfa
genere
dominazione
Lorella era stata portata nella sala già priva di qualsiasi controllo. I debiti non lasciavano alternative, e quella serata di sole donne era l’unica via che le era rimasta. Ora giaceva legata esattamente come aveva visto nella foto: caviglie strette in robusti polsini di cuoio, gambe sollevate e divaricate, piedi nudi rivolti verso il soffitto, legati a una barra di metallo con corde spesse. Le cosce erano tenute aperte da cinghie nere che le premevano la carne, mentre i polsi, nascosti dietro la schiena, erano bloccati in modo che non potesse nemmeno tentare di chiudere le gambe o coprirsi.
Un cappuccio di tessuto spesso le era stato calato sulla testa. Non vedeva nulla. Sentiva solo le voci femminili intorno a sé, i passi, i respiri, il fruscio di vestiti e pelle.
“Perché hai quel tatuaggio sul braccio, Lorella?” aveva chiesto qualcuno poco prima, ma lei non aveva risposto. Non poteva. La bocca era libera, ma la voce le era morta in gola dal momento in cui l’avevano legata.
Adesso le mani cominciarono…
Prima una sola. Dita sottili, unghie curate, che scivolarono lungo l’interno della coscia sinistra, risalendo lentamente fino al bordo dello slip rosso. Lorella sussultò. La mano si fermò un attimo, poi premette il palmo piatto contro il tessuto, accarezzando la fessura già umida attraverso la stoffa. Un’altra mano si aggiunse, questa più decisa, che afferrò un seno ancora coperto e lo strinse, polpastrelli che cercavano il capezzolo e lo pizzicavano attraverso il tessuto.
Poi furono di più…
Le donne si avvicinarono tutte. Mani ovunque. Qualcuna le accarezzava le piante dei piedi nudi, facendo scorrere le unghie tra le dita; un’altra le massaggiava i polpacci tesi; due o tre si concentrarono sul basso ventre, palpeggiando, stringendo, facendo scivolare le dita sotto l’elastico dello slip per toccare direttamente la pelle calda e la peluria rada. Qualcuna le aprì le labbra della figa con due dita e le tenne aperte, mentre un’altra ci soffiava sopra, ridacchiando. Qualcuno le infilò un dito in bocca, obbligandola a succhiarlo. Un’altra le morse piano un capezzolo attraverso il reggiseno, poi glielo scoprì del tutto e lo leccò.
Lorella non poteva muoversi. Ogni tentativo di chiudere le cosce era vano: le cinghie tenevano. Ogni tentativo di allontanare un bacino era inutile: era bloccata. L’impotenza era totale, fisica e mentale. Sentiva il proprio corpo rispondere contro la sua volontà, le cosce che tremavano, la figa che si bagnava sempre di più, i capezzoli che venivano stuzzicati senza pietà, e non poteva fare nulla per fermarlo. Le voci intorno a lei commentavano, ridevano piano, si scambiavano osservazioni.
“Guarda come si contrae quando la tocchi lì.”
“Aspetta che le togliamo lo slip…”
Una mano le sollevò leggermente i fianchi e un’altra le fece scivolare lo slip rosso lungo le cosce, lasciandolo appeso a una caviglia. Adesso era completamente esposta. L’aria fredda della sala le sfiorò la figa aperta. Poi le dita tornarono, più numerose, più audaci: una le sfregò il clitoride con movimenti circolari lenti, un’altra le infilò due dita dentro e le mosse, cercando il punto che la faceva gemere. Qualcuna le leccò il collo sotto il cappuccio, un’altra le sussurrò all’orecchio parole filose su cosa le avrebbero fatto tra poco.
Lorella sentiva il cuore martellarle nelle orecchie. L’umiliazione e l’eccitazione si mescolavano in un nodo stretto nello stomaco. Non poteva vedere chi la toccava, non poteva sapere chi stava per toccarla dopo. Ogni nuova mano era una sorpresa, ogni nuova pressione un’invasione a cui non poteva opporsi. Il suo corpo era diventato un giocattolo comune, e lei non aveva più voce in capitolo.
E sapeva che questo era solo l’inizio.
Tra poco, le avevano detto, avrebbero cominciato sul serio. Ci sarebbero stati oggetti. Fruste leggere. Ditali. Forse un vibratore legato contro di lei e lasciato acceso. Qualcuna avrebbe voluto sedersi sul suo volto. Qualcuna avrebbe voluto usarla con un strap-on. Qualcuna avrebbe voluto solo guardarla mentre le altre la facevano venire a forza, ancora e ancora, finché non avrebbe più avuto la forza di trattenere i gemiti.
Lorella tremava. Le gambe legate in alto, la figa esposta e già lucida di umidità, il cappuccio che le rubava la vista, le mani di sconosciute che continuavano a palpeggiarla, a esplorarla, a prendersi quello che volevano. Non poteva scappare. Non poteva coprirsi. Poteva solo sentire.
E aspettare.
Poi, Lorella sentì il primo tocco umido sulla pelle nuda del seno un attimo prima di capire cosa stesse succedendo.
Una lingua calda, piatta, le passò lentamente sul capezzolo sinistro, già indurito dalle mani precedenti. Poi di nuovo, più lenta, più insistente, mentre dita estranee le tenevano il seno sollevato e offerto. Il cappuccio le rubava ancora la vista, ma sentiva tutto: il respiro caldo contro la pelle, il leggero suono umido del leccare, il peso di un corpo chino su di lei.
“No…” sussurrò, ma la voce le uscì debole, quasi un gemito.
La lingua non si fermò. Continuò a girare intorno all’areola, a spingere la punta contro il capezzolo, a succhiare piano. Un’altra bocca si avvicinò al seno destro. Due lingue contemporaneamente. Una leccava con lenti movimenti ampi, l’altra succhiava con più fame, denti che graffiavano appena la pelle sensibile. Lorella agitò le spalle, cercando di sottrarsi, ma le cinghie tenevano e le braccia bloccate dietro la schiena non le davano alcuna leva.
Il suo corpo, traditore, cominciò a reagire.
Un brivido le scese lungo la schiena. I capezzoli, già turgidi, diventarono ancora più duri sotto le lingue. La figa, ancora esposta e aperta tra le gambe sollevate, si contrasse da sola, e sentì una nuova ondata di umidità scenderle tra le labbra. Odiava quella reazione. Odiava quanto fosse facile per loro farla rispondere.
Le donne intorno a lei erano eccitate, lo sentiva nell’aria. Respiri più pesanti, piccoli commenti sussurrati, il fruscio di mani che si muovevano sotto gonne o dentro pantaloni. Qualcuna si era già seduta a cavallo di una coscia di Lorella, sfregandosi piano contro di lei mentre guardava le altre leccarle i seni. Un’altra le aveva posato una mano aperta sul ventre basso, solo per sentire come si tendeva ogni volta che una lingua le stuzzicava un capezzolo.
“Guarda come si muove…”
“Le piace, anche se dice di no.”
Una terza bocca scese. Lingua calda che le tracciò una linea umida dal seno al costato, poi più in basso, verso l’ombelico. Lorella strinse i denti, cercando di trattenere i suoni, ma quando quella lingua le sfiorò il bordo superiore del pube, un gemito le sfuggì comunque. Il corpo non le obbediva più. Le cosce tremavano leggermente nelle cinghie, i fianchi cercavano istintivamente di spingere verso l’alto, verso quel contatto che ancora non c’era.
Le lingue sui seni diventarono più aggressive. Una le morse piano il capezzolo e lo tirò tra le labbra, mentre l’altra leccava con rapidità crescente. Qualcuna le aveva infilato due dita in bocca di nuovo, obbligandola a succhiare, e Lorella lo fece, umiliata e eccitata allo stesso tempo. Il sapore della pelle altrui, il caldo delle bocche, l’odore di eccitazione femminile che riempiva la stanza… tutto contribuiva a far crollare le sue difese.
Non voleva lasciarsi andare. Continuava a ripeterselo mentre il piacere saliva, indesiderato e incontrollabile. Ma il corpo di Lorella non ascoltava più. Si inumidiva sempre di più, si contraeva, si offriva senza il suo consenso. E le donne lo sapevano. Lo godevano.
Una di loro, quella dai capelli corti con la ciocca rossa, sollevò appena la testa dal seno di Lorella e sorrise alle altre, le labbra lucide.
“È pronta”, mormorò. ”Sentite quant’è bagnata.”
Una mano scese tra le gambe divaricate di Lorella e due dita le sfiorarono appena la fessura. Uscirono lucide. Un piccolo sussulto di approvazione corse tra le presenti.
Le lingue non si fermarono. Continuarono a lavorare i seni, il collo, il ventre, preparandola. E Lorella, legata, cieca, impotente, sentiva il proprio corpo tradirla sempre di più, mentre l’eccitazione delle donne intorno a lei cresceva, densa e inevitabile, come una promessa di ciò che stava per arrivare.
Il cappuccio le fu tolto di colpo.
La luce della sala la colpì come uno schiaffo. Lorella sbatté le palpebre, disorientata, e per la prima volta da quando l’avevano legata vide i volti che la circondavano.
Erano ovunque. Donne di ogni età e aspetto, alcune ancora vestite elegantemente, altre già a torso nudo o in lingerie nera. Occhi lucidi di eccitazione, bocche semiaperte, sorrisi lenti e affamati. Qualcuna si mordeva il labbro inferiore mentre la guardava. Altre si scambiavano sguardi d’intesa. Una, con i capelli grigi corti e gli occhiali, le era così vicina che Lorella ne sentiva il respiro caldo sulla guancia. Un’altra, più giovane, teneva già in mano uno strap-on nero e lucido, regolando le cinghie intorno ai fianchi con gesti esperti.
Lorella capì in quel momento che non c’era più scampo.
Doveva sottomettersi. Ai loro voleri. Alle loro voglie. Al loro piacere.
Le braccia le furono sollevate e bloccate più in alto, i seni completamente esposti e offerti. Le gambe restavano divaricate e sollevate, la figa ancora aperta e lucida. Mani continuavano a toccarla da ogni lato: una le accarezzava un seno, un’altra le sfregava il clitoride con due dita lente, una terza le teneva la testa ferma per obbligarla a guardare.
“Guarda”, le sussurrò la donna dai capelli grigi, la voce bassa e carica. “Guarda chi ti userà stanotte”
Lorella guardò.
Vedeva le espressioni. L’eccitazione nuda, senza filtri. Qualcuna si stava già masturbando piano mentre la fissava. Un’altra si era chinata a leccarle un capezzolo di nuovo, senza staccare gli occhi dal suo volto. E davanti a lei, due donne finivano di indossare gli strap-on: uno nero, spesso, l’altro di un rosso scuro, leggermente curvato. Il suono delle fibbie che si chiudevano le arrivò netto.
Una di loro si avvicinò tra le sue cosce aperte. La punta dello strap-on nero le sfiorò le labbra bagnate, su e giù, cospargendosi dei suoi stessi liquidi. Lorella trattenne il respiro. Cercò di chiudere le gambe per istinto, ma le cinghie non cedettero di un millimetro.
“Rilassati”, mormorò qualcuno. “O non rilassarti. Tanto entriamo lo stesso.”
La penetrazione fu lenta e inevitabile.
Lo strap-on scivolò dentro di lei centimetro dopo centimetro, allargandola, riempiendola. Lorella gettò la testa all’indietro, la bocca aperta in un gemito acuto che non riuscì a trattenere. Le mani intorno a lei si mossero tutte insieme: dita nei capelli, bocche sui seni, un’altra lingua che le leccava il collo, una mano che le stringeva la gola con pressione leggera ma dominante. Qualcuna le aveva infilato due dita in bocca e le muoveva avanti e indietro, obbligandola a succhiare mentre veniva scopata.
La donna con lo strap-on iniziò a spingere. Prima piano, poi con ritmo crescente. Il suono umido della penetrazione riempì la stanza, mescolato ai respiri eccitati delle altre. Lorella vedeva tutto. Vedeva gli occhi delle donne che la guardavano mentre la penetravano. Vedeva i sorrisi. Vedeva le mani che si muovevano tra le cosce altrui. Vedeva la seconda donna avvicinarsi con l’altro strap-on, pronta a prenderle il posto o a usarle la bocca.
Il corpo di Lorella non le apparteneva più.
Ogni spinta le strappava un suono. Ogni lingua sui suoi seni le faceva contrarre la figa intorno allo strap-on. Ogni sguardo eccitato che incontrava le ricordava che era lì per questo: per essere toccata, penetrata, usata da tutte loro finché non avrebbero avuto abbastanza.
E loro non avevano ancora abbastanza.
La donna che la scopava accelerò, le mani strette sui fianchi di Lorella, i colpi più profondi, più duri. Qualcuna le leccava il clitoride mentre veniva penetrata. Un’altra le mordeva un capezzolo. La stanza era un coro di respiri, gemiti, commenti bassi e affamati.
Lorella, con gli occhi aperti e il corpo legato, sapeva che quella era solo la prima.
Ce ne sarebbero state altre.
Il ritmo delle penetrazioni non si fermò.
Una dopo l’altra le donne con lo strap-on si alternavano tra le cosce aperte di Lorella, spingendo a fondo, usando il suo corpo legato senza pietà. Le lingue sul clitoride si succedevano altrettanto voraci: una leccava piano e circolare, un’altra succhiava con forza, una terza le faceva scorrere la punta della lingua su e giù mentre le dita le tenevano le labbra divaricate. Lorella non resisteva più. Il piacere era diventato una marea che la travolgeva, e l’orgasmo, quando arrivò, fu violento, prolungato, quasi doloroso. Gridò a bocca aperta, il corpo scosso da contrazioni forti, mentre le donne intorno a lei esultavano, ridevano, la incoraggiavano con voci eccitate e battiti di mani.
“Così, brava…”
“Ancora, vieni ancora per noi…”
“Guarda come schizza…”
Non le diedero tregua. Continuarono a scoparla e a leccarla mentre i postumi dell’orgasmo la facevano tremare, e un secondo picco la colse quasi subito, più corto ma altrettanto intenso. Le grida di Lorella si mescolarono agli applausi e ai commenti lascivi della sala.
Poi, mentre una delle donne continuava a spingere lo strap-on dentro di lei con colpi profondi e regolari, qualcosa di nuovo apparve nel suo campo visivo.
Un grosso fallo nero, spesso, lungo, fissato all’estremità di un bastone di legno. Lucido, minaccioso, tenuto da una donna che lo faceva oscillare lentamente davanti al volto di Lorella. Era enorme. Quasi troppo.
Lorella scosse la testa di lato, cercando di allontanare la faccia.
“No… è troppo grosso… »
Una mano le afferrò i capelli alla radice e le bloccò la testa. Un’altra donna, quella dai capelli grigi, le si mise di fianco e le tenne il mento con dita ferme, impedendole di voltarsi.
“Apri”, ordinò con voce calma ma ferrea. “Adesso lo prendi.”
Lorella strinse le labbra. Provò a tirare indietro la testa, ma la presa sui capelli era salda. Il fallo nero le sfiorò le labbra chiuse, lasciando una scia di lubrificante. Lei gemette di protesta, scosse di nuovo la testa, ma le mani che la tenevano non cedettero.
“Apri la bocca, Lorella.”
Una spinta più decisa del bastone le premette il grosso dildo contro i denti. Allo stesso tempo, tra le sue gambe, lo strap-on continuava a entrare e uscire, e una lingua le stava di nuovo succhiando il clitoride gonfio e sensibile. Il piacere e la resistenza si scontrarono. Lorella emise un suono strozzato.
Alla fine cedette.
Aprì la bocca, e il mostro nero le fu spinto dentro.
Era spesso. Le labbra si tesero intorno alla circonferenza, la mascella si allargò al massimo. Il dildo avanzò lentamente, centimetro dopo centimetro, costringendola a fare spazio. Lorella sentì la gola chiudersi per istinto, gli occhi inumidirsi, un riflesso di rigetto che cercò di dominare. La donna che teneva il bastone non si fermò. Continuò a spingere, con pazienza crudele, finché la punta le toccò il fondo della gola.
Lorella emise un suono gutturale, le lacrime le scesero agli angoli degli occhi. Il fallo quasi non ci stava. Le labbra erano tese al limite, la saliva le colava ai lati della bocca. La donna che le teneva la testa le accarezzò piano la guancia, quasi dolce.
“Brava. Respira dal naso. E succhia.”
Il bastone iniziò a muoversi. Avanti e indietro, lento all’inizio, poi più deciso. Ogni spinta le faceva gonfiare le guance e le strappava piccoli suoni soffocati. Allo stesso tempo, tra le cosce, la penetrazione non si interrompeva: un altro strap-on era entrato al posto del precedente, più veloce, più duro, mentre due bocche le lavoravano i seni e una lingua le leccava il clitoride con insistenza.
Lorella era piena da entrambe le estremità. Impotente. Usata. Il grosso fallo nero le entrava e usciva dalla bocca, quasi troppo grande, obbligandola a prenderlo comunque. Le lacrime le solcavano le guance, la saliva le colava sul mento e sul petto. E intorno a lei le donne guardavano, eccitate, commentando, alcune masturbandosi mentre la vedevano ingoiare quel mostro.
Non poteva sottrarsi. Non poteva chiudere la bocca. Poteva solo prendere, e continuare a prendere, mentre il suo corpo legato veniva penetrato e leccato senza sosta, e l’eccitazione della sala cresceva ancora, vorace e rumorosa.
Il bastone cambiò destinazione.
Il grosso fallo nero, ancora lucido di saliva, fu ritirato dalla bocca di Lorella con un suono umido. Lei tossì, ansimò, la mascella indolenzita, le labbra rosse e gonfie. Non ebbe tempo di riprendere fiato.
Due donne le sollevarono ancora di più i fianchi, tenendo le cosce divaricate al massimo. Il bastone fu abbassato. La punta spessa del dildo le sfiorò le labbra già bagnate e aperte, su e giù, cospargendosi dei suoi liquidi. Poi, senza preavviso, una spinta decisa lo fece entrare.
Lorella gettò la testa all’indietro e gridò.
Era enorme. Più grosso di qualsiasi strap-on l’avesse penetrata fino a quel momento. Le pareti interne si tesero al limite mentre il fallo nero scivolava dentro, centimetro dopo centimetro, fino a sparire quasi del tutto. Il bastone permetteva alle donne di manovrarlo con precisione crudele: avanti, indietro, a rotazioni lente, poi spinte profonde e ritmate.
Una dopo l’altra si alternarono.
La prima lo muoveva con colpi lunghi e pesanti, tenendo il bastone a due mani, godendo di ogni gemito che strappava a Lorella. Quando si stancò, passò l’attrezzo a un’altra, che lo usò più veloce, quasi violento, facendo sbattere i fianchi di Lorella contro le cinghie. Una terza lo fece girare all’interno, cercando i punti più sensibili, mentre una quarta le teneva le labbra della figa aperte con le dita per vedere meglio come quel mostro nero entrava e usciva.
Le lingue non si fermarono. Qualcuna le leccava il clitoride mentre veniva riempita. Altre le succhiavano i seni, le mordevano i capezzoli, le infilavano dita in bocca. Lorella era un corpo legato e usato, la figa spalancata e distesa intorno a quel grosso dildo, gli occhi lucidi, la bocca aperta in un continuo flusso di suoni che non riusciva più a controllare.
Ogni cambio di mano portava un ritmo diverso, una pressione diversa, un’intenzione diversa. Qualcuna voleva solo scavare a fondo. Qualcuna voleva farla venire di nuovo a forza. Qualcuna voleva semplicemente prolungare l’umiliazione, tenendo il fallo immobile dentro di lei per lunghi secondi, facendola sentire ogni centimetro di quella invasione.
Lorella non poteva sottrarsi. Le cinghie tenevano. Le mani delle donne tenevano. Il bastone entrava e usciva, entrava e usciva, e il suo corpo, traditore e impotente, rispondeva comunque: si contraeva, si bagnava di più, tremava.
E le donne continuavano a passarsi il bastone, a turno, senza fretta, usando quel grosso fallo nero nelle sue parti più intime finché non avrebbero deciso che era abbastanza.
Il bastone fu infine ritirato.
Il grosso fallo nero uscì da Lorella con un suono umido e pesante, lasciandola aperta, lucida, che pulsava ancora. Per un momento restò lì, legata, le gambe sollevate e divaricate, il respiro corto, gli occhi semichiusi, il corpo scosso dagli ultimi brividi.
Poi le mani cambiarono.
Non più spinte, non più prese forti. Dita più lente, più leggere, che le accarezzarono le cosce sudate, i fianchi, il ventre. Qualcuna le sistemò delicatamente i capelli biondi appiccicati alla fronte. Un’altra le passò un panno umido tra le gambe, detergendola con gesti quasi teneri. La donna dai capelli corti e la ciocca rossa le sfiorò una caviglia, controllando le cinghie senza stringerle di più.
E allora arrivarono gli applausi.
Prima sparsi, poi più decisi, accompagnati da sorrisi e piccoli commenti di approvazione. Qualcuna batté le mani guardandola negli occhi. Un’altra le accarezzò una guancia con il dorso delle dita, quasi dolce.
“Brava, Lorella.”
“Hai retto bene.”
“Sei stata magnifica.”
Lorella non rispose. Restava legata nella stessa posizione, le gambe ancora alte, il corpo esposto e lucido di sudore e liquidi, ma per la prima volta da quando era iniziata la serata sentì qualcosa di diverso: non solo uso, ma anche un riconoscimento. Le mani che la toccavano ora erano paziente, quasi protettive. Qualcuna le massaggiava piano i polpacci tesi, un’altra le asciugava le lacrime rimaste agli angoli degli occhi.
Il respiro di Lorella si fece più regolare. Il cuore batteva ancora forte, ma l’adrenalina iniziava a calare. Guardava i volti intorno a sé: eccitati, sì, ma anche soddisfatti. Alcune le sorridevano davvero.
Sapeva che non era finita.
La prima posizione era conclusa. Presto l’avrebbero slegata, o spostata, o rivoltata. Ci sarebbe stata una seconda posizione, e poi forse una terza. Ma per quel breve intervallo le donne la lasciarono lì, legata e aperta, accarezzandola con una tenerezza inaspettata, mentre gli applausi si spegnevano piano e l’aria della sala restava carica di ciò che era appena successo… e di ciò che stava per arrivare.
Un cappuccio di tessuto spesso le era stato calato sulla testa. Non vedeva nulla. Sentiva solo le voci femminili intorno a sé, i passi, i respiri, il fruscio di vestiti e pelle.
“Perché hai quel tatuaggio sul braccio, Lorella?” aveva chiesto qualcuno poco prima, ma lei non aveva risposto. Non poteva. La bocca era libera, ma la voce le era morta in gola dal momento in cui l’avevano legata.
Adesso le mani cominciarono…
Prima una sola. Dita sottili, unghie curate, che scivolarono lungo l’interno della coscia sinistra, risalendo lentamente fino al bordo dello slip rosso. Lorella sussultò. La mano si fermò un attimo, poi premette il palmo piatto contro il tessuto, accarezzando la fessura già umida attraverso la stoffa. Un’altra mano si aggiunse, questa più decisa, che afferrò un seno ancora coperto e lo strinse, polpastrelli che cercavano il capezzolo e lo pizzicavano attraverso il tessuto.
Poi furono di più…
Le donne si avvicinarono tutte. Mani ovunque. Qualcuna le accarezzava le piante dei piedi nudi, facendo scorrere le unghie tra le dita; un’altra le massaggiava i polpacci tesi; due o tre si concentrarono sul basso ventre, palpeggiando, stringendo, facendo scivolare le dita sotto l’elastico dello slip per toccare direttamente la pelle calda e la peluria rada. Qualcuna le aprì le labbra della figa con due dita e le tenne aperte, mentre un’altra ci soffiava sopra, ridacchiando. Qualcuno le infilò un dito in bocca, obbligandola a succhiarlo. Un’altra le morse piano un capezzolo attraverso il reggiseno, poi glielo scoprì del tutto e lo leccò.
Lorella non poteva muoversi. Ogni tentativo di chiudere le cosce era vano: le cinghie tenevano. Ogni tentativo di allontanare un bacino era inutile: era bloccata. L’impotenza era totale, fisica e mentale. Sentiva il proprio corpo rispondere contro la sua volontà, le cosce che tremavano, la figa che si bagnava sempre di più, i capezzoli che venivano stuzzicati senza pietà, e non poteva fare nulla per fermarlo. Le voci intorno a lei commentavano, ridevano piano, si scambiavano osservazioni.
“Guarda come si contrae quando la tocchi lì.”
“Aspetta che le togliamo lo slip…”
Una mano le sollevò leggermente i fianchi e un’altra le fece scivolare lo slip rosso lungo le cosce, lasciandolo appeso a una caviglia. Adesso era completamente esposta. L’aria fredda della sala le sfiorò la figa aperta. Poi le dita tornarono, più numerose, più audaci: una le sfregò il clitoride con movimenti circolari lenti, un’altra le infilò due dita dentro e le mosse, cercando il punto che la faceva gemere. Qualcuna le leccò il collo sotto il cappuccio, un’altra le sussurrò all’orecchio parole filose su cosa le avrebbero fatto tra poco.
Lorella sentiva il cuore martellarle nelle orecchie. L’umiliazione e l’eccitazione si mescolavano in un nodo stretto nello stomaco. Non poteva vedere chi la toccava, non poteva sapere chi stava per toccarla dopo. Ogni nuova mano era una sorpresa, ogni nuova pressione un’invasione a cui non poteva opporsi. Il suo corpo era diventato un giocattolo comune, e lei non aveva più voce in capitolo.
E sapeva che questo era solo l’inizio.
Tra poco, le avevano detto, avrebbero cominciato sul serio. Ci sarebbero stati oggetti. Fruste leggere. Ditali. Forse un vibratore legato contro di lei e lasciato acceso. Qualcuna avrebbe voluto sedersi sul suo volto. Qualcuna avrebbe voluto usarla con un strap-on. Qualcuna avrebbe voluto solo guardarla mentre le altre la facevano venire a forza, ancora e ancora, finché non avrebbe più avuto la forza di trattenere i gemiti.
Lorella tremava. Le gambe legate in alto, la figa esposta e già lucida di umidità, il cappuccio che le rubava la vista, le mani di sconosciute che continuavano a palpeggiarla, a esplorarla, a prendersi quello che volevano. Non poteva scappare. Non poteva coprirsi. Poteva solo sentire.
E aspettare.
Poi, Lorella sentì il primo tocco umido sulla pelle nuda del seno un attimo prima di capire cosa stesse succedendo.
Una lingua calda, piatta, le passò lentamente sul capezzolo sinistro, già indurito dalle mani precedenti. Poi di nuovo, più lenta, più insistente, mentre dita estranee le tenevano il seno sollevato e offerto. Il cappuccio le rubava ancora la vista, ma sentiva tutto: il respiro caldo contro la pelle, il leggero suono umido del leccare, il peso di un corpo chino su di lei.
“No…” sussurrò, ma la voce le uscì debole, quasi un gemito.
La lingua non si fermò. Continuò a girare intorno all’areola, a spingere la punta contro il capezzolo, a succhiare piano. Un’altra bocca si avvicinò al seno destro. Due lingue contemporaneamente. Una leccava con lenti movimenti ampi, l’altra succhiava con più fame, denti che graffiavano appena la pelle sensibile. Lorella agitò le spalle, cercando di sottrarsi, ma le cinghie tenevano e le braccia bloccate dietro la schiena non le davano alcuna leva.
Il suo corpo, traditore, cominciò a reagire.
Un brivido le scese lungo la schiena. I capezzoli, già turgidi, diventarono ancora più duri sotto le lingue. La figa, ancora esposta e aperta tra le gambe sollevate, si contrasse da sola, e sentì una nuova ondata di umidità scenderle tra le labbra. Odiava quella reazione. Odiava quanto fosse facile per loro farla rispondere.
Le donne intorno a lei erano eccitate, lo sentiva nell’aria. Respiri più pesanti, piccoli commenti sussurrati, il fruscio di mani che si muovevano sotto gonne o dentro pantaloni. Qualcuna si era già seduta a cavallo di una coscia di Lorella, sfregandosi piano contro di lei mentre guardava le altre leccarle i seni. Un’altra le aveva posato una mano aperta sul ventre basso, solo per sentire come si tendeva ogni volta che una lingua le stuzzicava un capezzolo.
“Guarda come si muove…”
“Le piace, anche se dice di no.”
Una terza bocca scese. Lingua calda che le tracciò una linea umida dal seno al costato, poi più in basso, verso l’ombelico. Lorella strinse i denti, cercando di trattenere i suoni, ma quando quella lingua le sfiorò il bordo superiore del pube, un gemito le sfuggì comunque. Il corpo non le obbediva più. Le cosce tremavano leggermente nelle cinghie, i fianchi cercavano istintivamente di spingere verso l’alto, verso quel contatto che ancora non c’era.
Le lingue sui seni diventarono più aggressive. Una le morse piano il capezzolo e lo tirò tra le labbra, mentre l’altra leccava con rapidità crescente. Qualcuna le aveva infilato due dita in bocca di nuovo, obbligandola a succhiare, e Lorella lo fece, umiliata e eccitata allo stesso tempo. Il sapore della pelle altrui, il caldo delle bocche, l’odore di eccitazione femminile che riempiva la stanza… tutto contribuiva a far crollare le sue difese.
Non voleva lasciarsi andare. Continuava a ripeterselo mentre il piacere saliva, indesiderato e incontrollabile. Ma il corpo di Lorella non ascoltava più. Si inumidiva sempre di più, si contraeva, si offriva senza il suo consenso. E le donne lo sapevano. Lo godevano.
Una di loro, quella dai capelli corti con la ciocca rossa, sollevò appena la testa dal seno di Lorella e sorrise alle altre, le labbra lucide.
“È pronta”, mormorò. ”Sentite quant’è bagnata.”
Una mano scese tra le gambe divaricate di Lorella e due dita le sfiorarono appena la fessura. Uscirono lucide. Un piccolo sussulto di approvazione corse tra le presenti.
Le lingue non si fermarono. Continuarono a lavorare i seni, il collo, il ventre, preparandola. E Lorella, legata, cieca, impotente, sentiva il proprio corpo tradirla sempre di più, mentre l’eccitazione delle donne intorno a lei cresceva, densa e inevitabile, come una promessa di ciò che stava per arrivare.
Il cappuccio le fu tolto di colpo.
La luce della sala la colpì come uno schiaffo. Lorella sbatté le palpebre, disorientata, e per la prima volta da quando l’avevano legata vide i volti che la circondavano.
Erano ovunque. Donne di ogni età e aspetto, alcune ancora vestite elegantemente, altre già a torso nudo o in lingerie nera. Occhi lucidi di eccitazione, bocche semiaperte, sorrisi lenti e affamati. Qualcuna si mordeva il labbro inferiore mentre la guardava. Altre si scambiavano sguardi d’intesa. Una, con i capelli grigi corti e gli occhiali, le era così vicina che Lorella ne sentiva il respiro caldo sulla guancia. Un’altra, più giovane, teneva già in mano uno strap-on nero e lucido, regolando le cinghie intorno ai fianchi con gesti esperti.
Lorella capì in quel momento che non c’era più scampo.
Doveva sottomettersi. Ai loro voleri. Alle loro voglie. Al loro piacere.
Le braccia le furono sollevate e bloccate più in alto, i seni completamente esposti e offerti. Le gambe restavano divaricate e sollevate, la figa ancora aperta e lucida. Mani continuavano a toccarla da ogni lato: una le accarezzava un seno, un’altra le sfregava il clitoride con due dita lente, una terza le teneva la testa ferma per obbligarla a guardare.
“Guarda”, le sussurrò la donna dai capelli grigi, la voce bassa e carica. “Guarda chi ti userà stanotte”
Lorella guardò.
Vedeva le espressioni. L’eccitazione nuda, senza filtri. Qualcuna si stava già masturbando piano mentre la fissava. Un’altra si era chinata a leccarle un capezzolo di nuovo, senza staccare gli occhi dal suo volto. E davanti a lei, due donne finivano di indossare gli strap-on: uno nero, spesso, l’altro di un rosso scuro, leggermente curvato. Il suono delle fibbie che si chiudevano le arrivò netto.
Una di loro si avvicinò tra le sue cosce aperte. La punta dello strap-on nero le sfiorò le labbra bagnate, su e giù, cospargendosi dei suoi stessi liquidi. Lorella trattenne il respiro. Cercò di chiudere le gambe per istinto, ma le cinghie non cedettero di un millimetro.
“Rilassati”, mormorò qualcuno. “O non rilassarti. Tanto entriamo lo stesso.”
La penetrazione fu lenta e inevitabile.
Lo strap-on scivolò dentro di lei centimetro dopo centimetro, allargandola, riempiendola. Lorella gettò la testa all’indietro, la bocca aperta in un gemito acuto che non riuscì a trattenere. Le mani intorno a lei si mossero tutte insieme: dita nei capelli, bocche sui seni, un’altra lingua che le leccava il collo, una mano che le stringeva la gola con pressione leggera ma dominante. Qualcuna le aveva infilato due dita in bocca e le muoveva avanti e indietro, obbligandola a succhiare mentre veniva scopata.
La donna con lo strap-on iniziò a spingere. Prima piano, poi con ritmo crescente. Il suono umido della penetrazione riempì la stanza, mescolato ai respiri eccitati delle altre. Lorella vedeva tutto. Vedeva gli occhi delle donne che la guardavano mentre la penetravano. Vedeva i sorrisi. Vedeva le mani che si muovevano tra le cosce altrui. Vedeva la seconda donna avvicinarsi con l’altro strap-on, pronta a prenderle il posto o a usarle la bocca.
Il corpo di Lorella non le apparteneva più.
Ogni spinta le strappava un suono. Ogni lingua sui suoi seni le faceva contrarre la figa intorno allo strap-on. Ogni sguardo eccitato che incontrava le ricordava che era lì per questo: per essere toccata, penetrata, usata da tutte loro finché non avrebbero avuto abbastanza.
E loro non avevano ancora abbastanza.
La donna che la scopava accelerò, le mani strette sui fianchi di Lorella, i colpi più profondi, più duri. Qualcuna le leccava il clitoride mentre veniva penetrata. Un’altra le mordeva un capezzolo. La stanza era un coro di respiri, gemiti, commenti bassi e affamati.
Lorella, con gli occhi aperti e il corpo legato, sapeva che quella era solo la prima.
Ce ne sarebbero state altre.
Il ritmo delle penetrazioni non si fermò.
Una dopo l’altra le donne con lo strap-on si alternavano tra le cosce aperte di Lorella, spingendo a fondo, usando il suo corpo legato senza pietà. Le lingue sul clitoride si succedevano altrettanto voraci: una leccava piano e circolare, un’altra succhiava con forza, una terza le faceva scorrere la punta della lingua su e giù mentre le dita le tenevano le labbra divaricate. Lorella non resisteva più. Il piacere era diventato una marea che la travolgeva, e l’orgasmo, quando arrivò, fu violento, prolungato, quasi doloroso. Gridò a bocca aperta, il corpo scosso da contrazioni forti, mentre le donne intorno a lei esultavano, ridevano, la incoraggiavano con voci eccitate e battiti di mani.
“Così, brava…”
“Ancora, vieni ancora per noi…”
“Guarda come schizza…”
Non le diedero tregua. Continuarono a scoparla e a leccarla mentre i postumi dell’orgasmo la facevano tremare, e un secondo picco la colse quasi subito, più corto ma altrettanto intenso. Le grida di Lorella si mescolarono agli applausi e ai commenti lascivi della sala.
Poi, mentre una delle donne continuava a spingere lo strap-on dentro di lei con colpi profondi e regolari, qualcosa di nuovo apparve nel suo campo visivo.
Un grosso fallo nero, spesso, lungo, fissato all’estremità di un bastone di legno. Lucido, minaccioso, tenuto da una donna che lo faceva oscillare lentamente davanti al volto di Lorella. Era enorme. Quasi troppo.
Lorella scosse la testa di lato, cercando di allontanare la faccia.
“No… è troppo grosso… »
Una mano le afferrò i capelli alla radice e le bloccò la testa. Un’altra donna, quella dai capelli grigi, le si mise di fianco e le tenne il mento con dita ferme, impedendole di voltarsi.
“Apri”, ordinò con voce calma ma ferrea. “Adesso lo prendi.”
Lorella strinse le labbra. Provò a tirare indietro la testa, ma la presa sui capelli era salda. Il fallo nero le sfiorò le labbra chiuse, lasciando una scia di lubrificante. Lei gemette di protesta, scosse di nuovo la testa, ma le mani che la tenevano non cedettero.
“Apri la bocca, Lorella.”
Una spinta più decisa del bastone le premette il grosso dildo contro i denti. Allo stesso tempo, tra le sue gambe, lo strap-on continuava a entrare e uscire, e una lingua le stava di nuovo succhiando il clitoride gonfio e sensibile. Il piacere e la resistenza si scontrarono. Lorella emise un suono strozzato.
Alla fine cedette.
Aprì la bocca, e il mostro nero le fu spinto dentro.
Era spesso. Le labbra si tesero intorno alla circonferenza, la mascella si allargò al massimo. Il dildo avanzò lentamente, centimetro dopo centimetro, costringendola a fare spazio. Lorella sentì la gola chiudersi per istinto, gli occhi inumidirsi, un riflesso di rigetto che cercò di dominare. La donna che teneva il bastone non si fermò. Continuò a spingere, con pazienza crudele, finché la punta le toccò il fondo della gola.
Lorella emise un suono gutturale, le lacrime le scesero agli angoli degli occhi. Il fallo quasi non ci stava. Le labbra erano tese al limite, la saliva le colava ai lati della bocca. La donna che le teneva la testa le accarezzò piano la guancia, quasi dolce.
“Brava. Respira dal naso. E succhia.”
Il bastone iniziò a muoversi. Avanti e indietro, lento all’inizio, poi più deciso. Ogni spinta le faceva gonfiare le guance e le strappava piccoli suoni soffocati. Allo stesso tempo, tra le cosce, la penetrazione non si interrompeva: un altro strap-on era entrato al posto del precedente, più veloce, più duro, mentre due bocche le lavoravano i seni e una lingua le leccava il clitoride con insistenza.
Lorella era piena da entrambe le estremità. Impotente. Usata. Il grosso fallo nero le entrava e usciva dalla bocca, quasi troppo grande, obbligandola a prenderlo comunque. Le lacrime le solcavano le guance, la saliva le colava sul mento e sul petto. E intorno a lei le donne guardavano, eccitate, commentando, alcune masturbandosi mentre la vedevano ingoiare quel mostro.
Non poteva sottrarsi. Non poteva chiudere la bocca. Poteva solo prendere, e continuare a prendere, mentre il suo corpo legato veniva penetrato e leccato senza sosta, e l’eccitazione della sala cresceva ancora, vorace e rumorosa.
Il bastone cambiò destinazione.
Il grosso fallo nero, ancora lucido di saliva, fu ritirato dalla bocca di Lorella con un suono umido. Lei tossì, ansimò, la mascella indolenzita, le labbra rosse e gonfie. Non ebbe tempo di riprendere fiato.
Due donne le sollevarono ancora di più i fianchi, tenendo le cosce divaricate al massimo. Il bastone fu abbassato. La punta spessa del dildo le sfiorò le labbra già bagnate e aperte, su e giù, cospargendosi dei suoi liquidi. Poi, senza preavviso, una spinta decisa lo fece entrare.
Lorella gettò la testa all’indietro e gridò.
Era enorme. Più grosso di qualsiasi strap-on l’avesse penetrata fino a quel momento. Le pareti interne si tesero al limite mentre il fallo nero scivolava dentro, centimetro dopo centimetro, fino a sparire quasi del tutto. Il bastone permetteva alle donne di manovrarlo con precisione crudele: avanti, indietro, a rotazioni lente, poi spinte profonde e ritmate.
Una dopo l’altra si alternarono.
La prima lo muoveva con colpi lunghi e pesanti, tenendo il bastone a due mani, godendo di ogni gemito che strappava a Lorella. Quando si stancò, passò l’attrezzo a un’altra, che lo usò più veloce, quasi violento, facendo sbattere i fianchi di Lorella contro le cinghie. Una terza lo fece girare all’interno, cercando i punti più sensibili, mentre una quarta le teneva le labbra della figa aperte con le dita per vedere meglio come quel mostro nero entrava e usciva.
Le lingue non si fermarono. Qualcuna le leccava il clitoride mentre veniva riempita. Altre le succhiavano i seni, le mordevano i capezzoli, le infilavano dita in bocca. Lorella era un corpo legato e usato, la figa spalancata e distesa intorno a quel grosso dildo, gli occhi lucidi, la bocca aperta in un continuo flusso di suoni che non riusciva più a controllare.
Ogni cambio di mano portava un ritmo diverso, una pressione diversa, un’intenzione diversa. Qualcuna voleva solo scavare a fondo. Qualcuna voleva farla venire di nuovo a forza. Qualcuna voleva semplicemente prolungare l’umiliazione, tenendo il fallo immobile dentro di lei per lunghi secondi, facendola sentire ogni centimetro di quella invasione.
Lorella non poteva sottrarsi. Le cinghie tenevano. Le mani delle donne tenevano. Il bastone entrava e usciva, entrava e usciva, e il suo corpo, traditore e impotente, rispondeva comunque: si contraeva, si bagnava di più, tremava.
E le donne continuavano a passarsi il bastone, a turno, senza fretta, usando quel grosso fallo nero nelle sue parti più intime finché non avrebbero deciso che era abbastanza.
Il bastone fu infine ritirato.
Il grosso fallo nero uscì da Lorella con un suono umido e pesante, lasciandola aperta, lucida, che pulsava ancora. Per un momento restò lì, legata, le gambe sollevate e divaricate, il respiro corto, gli occhi semichiusi, il corpo scosso dagli ultimi brividi.
Poi le mani cambiarono.
Non più spinte, non più prese forti. Dita più lente, più leggere, che le accarezzarono le cosce sudate, i fianchi, il ventre. Qualcuna le sistemò delicatamente i capelli biondi appiccicati alla fronte. Un’altra le passò un panno umido tra le gambe, detergendola con gesti quasi teneri. La donna dai capelli corti e la ciocca rossa le sfiorò una caviglia, controllando le cinghie senza stringerle di più.
E allora arrivarono gli applausi.
Prima sparsi, poi più decisi, accompagnati da sorrisi e piccoli commenti di approvazione. Qualcuna batté le mani guardandola negli occhi. Un’altra le accarezzò una guancia con il dorso delle dita, quasi dolce.
“Brava, Lorella.”
“Hai retto bene.”
“Sei stata magnifica.”
Lorella non rispose. Restava legata nella stessa posizione, le gambe ancora alte, il corpo esposto e lucido di sudore e liquidi, ma per la prima volta da quando era iniziata la serata sentì qualcosa di diverso: non solo uso, ma anche un riconoscimento. Le mani che la toccavano ora erano paziente, quasi protettive. Qualcuna le massaggiava piano i polpacci tesi, un’altra le asciugava le lacrime rimaste agli angoli degli occhi.
Il respiro di Lorella si fece più regolare. Il cuore batteva ancora forte, ma l’adrenalina iniziava a calare. Guardava i volti intorno a sé: eccitati, sì, ma anche soddisfatti. Alcune le sorridevano davvero.
Sapeva che non era finita.
La prima posizione era conclusa. Presto l’avrebbero slegata, o spostata, o rivoltata. Ci sarebbe stata una seconda posizione, e poi forse una terza. Ma per quel breve intervallo le donne la lasciarono lì, legata e aperta, accarezzandola con una tenerezza inaspettata, mentre gli applausi si spegnevano piano e l’aria della sala restava carica di ciò che era appena successo… e di ciò che stava per arrivare.
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