Sabato pomeriggio
scritto il 2026-10-24 tempo di lettura 25 min
di
Stella_Ninfa
genere
sadomaso
cura
A+
Il sabato pomeriggio era sempre stato il mio piccolo rituale domestico. Una consuetudine rassicurante, quasi una liturgia che si ripeteva settimana dopo settimana: riordinare l’appartamento, cambiare le lenzuola, dedicarmi a quelle faccende che durante i giorni lavorativi finivano inevitabilmente in fondo alla lista, e poi concedermi qualche ora di shopping, lasciandomi tentare da una vetrina particolarmente curata o da un vestito che sembrava aspettare proprio me.
Mi piaceva quella routine. Mi piaceva la sensazione di rientrare a casa con qualche acquisto ben scelto, di sistemare ogni cosa al proprio posto e di ritrovare, alla fine della giornata, un ambiente che mi somigliasse. Eppure, quel sabato, mentre osservavo distrattamente il mio riflesso nello specchio dell’ingresso, avvertii una sottile insofferenza. Non era noia, almeno non del tutto. Era qualcosa di più sfumato, una specie di irrequietezza che mi accompagnava fin dal risveglio e che nessuna delle solite occupazioni sembrava destinata a placare.
Avevo voglia di cambiare programma. Di sottrarre qualche ora alla prevedibilità delle mie giornate, di fare qualcosa che non fosse già stato deciso in anticipo, qualcosa che lasciasse spazio all'imprevisto.
Forse avevo semplicemente bisogno di sentirmi diversa dalla donna organizzata e ragionevole che ero abituata a essere. Quella che controllava gli appuntamenti, rispettava gli orari, faceva la spesa prima che il frigorifero si svuotasse e sapeva sempre cosa avrebbe fatto il giorno successivo. Una donna indipendente, abituata a cavarsela da sola, ma che ogni tanto sentiva il desiderio di abbandonare il controllo e concedersi un’esperienza senza troppe domande.
La mia vita sentimentale, del resto, non seguiva esattamente i percorsi più convenzionali. Ero lesbica, lo sapevo da sempre, e avevo imparato a vivere la mia sessualità senza sentirmi obbligata a giustificarla o a trasformarla in una dichiarazione da fare al mondo. Mi piacevano le donne, la loro complessità, la varietà dei loro modi di essere, e quella particolare complicità che talvolta poteva nascere fra due persone senza bisogno di troppe spiegazioni.
Non sempre, però, avevo voglia di costruire una relazione, affrontare le inevitabili complicazioni sentimentali o mettermi alla ricerca di qualcuno con cui condividere una parte della mia vita. C'erano momenti in cui desideravo semplicemente dedicarmi a me stessa, ascoltare il mio corpo e concedermi un'intimità vissuta con naturalezza, senza promesse e senza aspettative che andassero oltre il momento.
Era stato proprio questo, qualche tempo prima, a farmi conoscere il centro massaggi di Janet.
Il posto si chiamava semplicemente Jasmine, un nome discreto, accompagnato da un piccolo logo color avorio su fondo verde scuro. All'esterno non c'era nulla che lasciasse intuire particolari ambizioni: una vetrina schermata da tende leggere, una targa elegante e una porta a vetri che si apriva su un ambiente silenzioso, profumato di oli essenziali e legno aromatico. All'interno, la luce era sempre morbida, mai troppo intensa; i rumori della strada si attenuavano fino a scomparire e ogni cosa sembrava studiata per suggerire una pausa dal resto del mondo.
La prima volta ero arrivata per curiosità, senza sapere bene cosa aspettarmi. Avevo scoperto un luogo piacevole, curato e riservato, ma soprattutto avevo conosciuto Janet, la responsabile del centro, una donna che possedeva una rara capacità di mettere le persone a proprio agio senza diventare invadente.
Era professionale, attenta e dotata di un’ironia sottile. Non faceva domande inutili, non sembrava giudicare le richieste delle clienti e sapeva ascoltare anche quello che veniva lasciato intendere soltanto a metà. Nel corso delle visite successive avevo imparato che il centro offriva, su richiesta e previo accordo, anche esperienze che andavano oltre il massaggio tradizionale. Era una possibilità di cui Janet parlava con estrema discrezione, senza trasformarla in una promessa e lasciando sempre alla cliente la libertà di scegliere.
Per me era diventato un luogo familiare, una parentesi in cui potevo lasciare fuori dalla porta gli impegni e le preoccupazioni, sapendo che nessuno avrebbe preteso da me più di quanto fossi disposta a concedere.
Quel pomeriggio, dunque, il pensiero di Jasmine si presentò quasi spontaneamente.
Presi il telefono dal tavolino del soggiorno e cercai il numero di Janet. Esitai qualche secondo prima di chiamare, più per il piacere di assaporare l'idea che per una vera indecisione. Poi premetti il tasto verde.
Il telefono squillò due volte.
"Jasmine, buongiorno."
La voce di Janet era inconfondibile: calda, tranquilla, con quella lieve inflessione divertita che sembrava accompagnare anche le comunicazioni più banali.
"Ciao, Janet. Sono Stella."
"Stella! Che piacere sentirti. Come stai?"
"Bene, grazie. Tu?"
"Non mi lamento. Anche se, a giudicare dall'ora, immagino che tu non stia chiamando per chiedermi come procede la mia giornata."
Sorrisi, sedendomi sul bracciolo del divano.
"Mi conosci abbastanza bene, ormai."
"Questo è vero. Allora, dimmi: che cosa posso fare per te?"
Guardai attraverso la finestra. Il cielo era limpido, le strade illuminate da una luce dorata che rendeva persino i palazzi di fronte meno anonimi del solito. Avrei potuto uscire, passeggiare per il centro, entrare in qualche negozio e tornare a casa con una borsa nuova. Eppure, in quel momento, nessuna di quelle possibilità mi attirava davvero.
"A dire la verità, avevo pensato di passare da voi. Ho voglia di concedermi un pomeriggio diverso dal solito."
Dall'altra parte ci fu una breve pausa.
"Un massaggio?"
"Anche. Diciamo che non mi dispiacerebbe approfittare di qualche coccola in più."
Mi accorsi di aver pronunciato quelle parole con una leggerezza studiata, come se stessi lasciando a Janet il compito di interpretarle. In realtà sapevo benissimo che cosa intendevo. Ero semplicemente curiosa di capire quale sarebbe stata la sua risposta.
Janet rise piano.
"Stella, temo che oggi tu abbia scelto un momento particolare per chiamare."
"Ah sì? Avete l'agenda piena?"
"Non esattamente. Il sabato e la domenica, ultimamente, abbiamo organizzato qualcosa di diverso. Una piccola novità, se vogliamo chiamarla così."
Mi raddrizzai appena, incuriosita.
"Una novità?"
"Sì. Ma prima di spiegarti, devo dirti che non è proprio il genere di appuntamento che potrei fissarti come se niente fosse. Se decidi di venire, dovrai prenderti un po' di tempo e soprattutto essere disposta a valutare una proposta differente da quelle a cui sei abituata."
La curiosità, che fino a quel momento era stata soltanto una vaga inclinazione, cominciò a diventare qualcosa di più concreto.
"Mi stai incuriosendo, Janet. E non poco."
"Era prevedibile."
"Questo significa che non puoi farmi un massaggio?"
"Non ho detto questo. Ho detto che, nel fine settimana, ci stiamo dedicando anche ad altro. E se vuoi, puoi venire a vedere di persona. Ti mostro quello che stiamo organizzando, ti spiego come funziona e poi sarai tu a decidere se ti interessa. Senza impegno, naturalmente."
Mi appoggiai allo schienale, lasciando che quelle parole sedimentassero.
C'era qualcosa nel modo in cui Janet aveva formulato l'invito che mi attirava. Non mi stava proponendo semplicemente un servizio nuovo, né cercava di convincermi con promesse allusive. Al contrario, sembrava voler mantenere una certa distanza, lasciando che fossi io a fare il passo successivo. E quella discrezione, anziché spegnere la mia curiosità, la rendeva ancora più viva.
"Quindi dovrei venire soltanto per guardare?"
"Per guardare, per conoscere la proposta e per farti un'idea. Poi, se vorrai approfondire, ne parleremo. Ma non voglio anticiparti troppo al telefono."
"Sei sempre molto brava a non dire quasi niente e a lasciare che siano gli altri a immaginare il resto."
"È una qualità professionale, Stella."
"Naturalmente."
Ridacchiai, e lei fece altrettanto.
Per qualche istante rimasi in silenzio, con il telefono all'orecchio e lo sguardo perso nella luce del pomeriggio. Una parte di me avrebbe voluto farle altre domande, ottenere qualche dettaglio in più, sapere che cosa si nascondesse dietro quella misteriosa novità. Un'altra, forse quella più curiosa, preferiva non sapere.
In fondo, era proprio questo che avevo desiderato fin dal mattino: qualcosa che interrompesse la consuetudine, che mi costringesse a uscire dai percorsi già conosciuti e mi restituisse la piacevole sensazione di non sapere esattamente come sarebbe andata a finire la giornata.
"Va bene, Janet", dissi infine. "Mi hai convinta. Se non ti disturbo, potrei passare tra un'oretta."
"Non mi disturbi affatto. Anzi, sono curiosa di conoscere la tua opinione."
"Adesso, però, mi hai messo addosso una certa aspettativa."
"Allora cercherò di non deluderti."
“Un’ultima cosa Stella, devi sapere che l’indirizzo è differente, questa novità si fà in una lacation differente”
Presi nota dell’indirizzo e ci salutammo con la promessa di rivederci presto.
Quando terminai la chiamata, rimasi ancora qualche secondo seduta sul divano, il telefono fra le mani e un sorriso appena accennato sulle labbra. Non sapevo che cosa Janet avesse preparato per quel fine settimana, né perché avesse scelto di presentarmelo in quel modo così enigmatico.
Sapevo soltanto che, per la prima volta da parecchio tempo, non avevo alcuna intenzione di tornare alla mia routine.
Mi alzai, raggiunsi la camera da letto e aprii le ante dell'armadio.
Se dovevo concedermi un pomeriggio diverso, tanto valeva cominciare dal modo in cui mi sarei presentata.
E, mentre passavo in rassegna gli abiti appesi alle grucce, mi accorsi che la mia curiosità aveva già cominciato a trasformarsi in una sottile, piacevole attesa.
Uscii di casa poco dopo le quattro, con quella sensazione insolita di chi ha un appuntamento senza sapere davvero che cosa lo aspetti. Prima di chiudere la porta, controllai distrattamente di avere con me il telefono e le chiavi, poi scesi in strada e raggiunsi la macchina.
Era stato proprio alla fine della telefonata che Janet mi aveva comunicato il particolare più curioso: l'incontro non si sarebbe svolto al solito centro Jasmine, ma in un altro indirizzo, in periferia. Me lo aveva dettato con naturalezza, quasi si trattasse di un dettaglio organizzativo del tutto secondario, senza aggiungere spiegazioni che potessero soddisfare la mia curiosità.
"È una location che utilizziamo per le attività del fine settimana", aveva detto. "Vedrai che la riconoscerai per quello che è, una volta arrivata."
Una risposta che, naturalmente, non aveva fatto altro che aumentare le mie domande.
Il tragitto durò una ventina di minuti. Lasciai progressivamente alle spalle le vie più frequentate del centro, le vetrine illuminate e il traffico del sabato pomeriggio, per addentrarmi in una zona periferica dove gli edifici commerciali si alternavano a capannoni ristrutturati, piccoli magazzini e costruzioni dall'aspetto anonimo. Non era un luogo particolarmente degradato, né inquietante; semplicemente, sembrava appartenere a una città diversa da quella delle passeggiate e dello shopping, una città fatta di spazi funzionali, ingressi discreti e attività che non avevano bisogno di attirare l'attenzione dei passanti.
Il navigatore mi condusse davanti a un edificio scuro, arretrato rispetto alla strada e separato dal marciapiede da una breve rampa d'accesso. Nessuna insegna luminosa, nessuna vetrina. Soltanto un piccolo campanello accanto a una porta color antracite, con una targhetta priva di indicazioni commerciali.
Parcheggiai poco distante e rimasi qualche istante in macchina.
Non ero preoccupata, ma sentivo che la mia abituale curiosità si stava mescolando a una certa cautela. Fino a quel momento avevo immaginato una semplice estensione delle attività del centro massaggi, forse un ambiente più riservato, forse una proposta pensata per clienti con desideri meno convenzionali. L'indirizzo diverso, però, suggeriva che Janet avesse in mente qualcosa di più articolato.
Mi sistemai il cappotto, controllai il riflesso nello specchietto e scesi.
L'aria del pomeriggio aveva cominciato a raffreddarsi. Attraversai il breve spazio che mi separava dall'ingresso e premetti il campanello.
La porta si aprì dopo pochi secondi.
"Stella!"
Riconobbi subito Flavia.
Indossava un abito nero semplice, elegante, e aveva i capelli raccolti sulla nuca. Il suo sorriso era quello di sempre, aperto e un po' malizioso, lo stesso che avevo imparato a conoscere durante le mie visite al Jasmine. Era una delle collaboratrici più fidate di Janet, una donna capace di passare con disinvoltura da un atteggiamento professionale a una battuta ironica, senza mai perdere il controllo della situazione.
"Flavia! Non mi aspettavo di trovare te."
"Immagino. Janet mi ha detto che saresti venuta."
Ci salutammo con due baci sulle guance.
"Allora, devo preoccuparmi?" domandai con un sorriso.
"Preoccuparti? No, assolutamente. Diciamo che oggi potresti scoprire qualcosa di nuovo."
"È esattamente quello che Janet continua a ripetermi senza dirmi niente."
"Conoscendola, non mi sorprende affatto."
Flavia si spostò per lasciarmi entrare e richiuse la porta alle mie spalle. Mi trovai in un piccolo ingresso, ordinato e silenzioso, illuminato da applique che diffondevano una luce calda sulle pareti color tortora. Non c'erano decorazioni vistose, né oggetti che rivelassero immediatamente la funzione del luogo. Un breve corridoio conduceva verso l'interno dell'edificio, mentre una porta laterale, chiusa, sembrava dare accesso a locali di servizio.
"Vieni", disse Flavia. "Ti accompagno io."
La seguii lungo il corridoio. I nostri passi producevano un rumore appena percettibile sul pavimento scuro. Man mano che procedevamo, l'atmosfera cambiava: la luce diventava più bassa, i colori più profondi, e dal fondo arrivava una musica discreta, ritmata, quasi ipnotica. Non era la musica rilassante che ricordavo dalle sale massaggi. Aveva qualcosa di più solenne, una cadenza lenta che sembrava fatta apposta per sottolineare il silenzio anziché riempirlo.
Quando Flavia aprì la porta della sala principale, compresi finalmente che cosa Janet avesse voluto dire con quella misteriosa proposta del fine settimana.
L'ambiente era più ampio di quanto avessi immaginato, con pareti scure, luci ambrate e zone lasciate volutamente in penombra. Non aveva nulla dell'atmosfera rilassante del centro massaggi: qui tutto sembrava studiato per creare una sensazione di attesa, come se ogni oggetto, ogni ombra e ogni dettaglio appartenessero a un rituale di cui ignoravo ancora le regole.
Fu allora che notai le strutture fissate al soffitto, i sostegni metallici, gli anelli e i ganci disposti con ordine. Non erano elementi decorativi. Avevano una funzione precisa, e la loro presenza mi fece intuire quale genere di attività si svolgesse in quella sala.
Mi fermai sulla soglia.
"Adesso capisci perché ti avevo detto che si trattava di qualcosa di diverso", osservò Flavia.
"Comincio a capirlo", risposi, senza distogliere lo sguardo dalla stanza.
Lei sorrise, senza insistere con altre spiegazioni, e mi accompagnò verso una zona laterale, separata dall'area centrale da un cambiamento nell'illuminazione. Alcune sedie erano disposte in file poco profonde, rivolte verso uno spazio libero al centro della sala. Da lì si poteva osservare ciò che accadeva senza essere necessariamente coinvolti.
Mi sedetti per un momento, posando la borsa accanto a me.
"Quindi le clienti possono assistere?"
"Quando l'attività lo prevede e le persone coinvolte hanno acconsentito, sì. È proprio questo lo scopo dell'incontro di oggi: permettere a chi è curiosa di conoscere questo mondo di osservarlo da vicino, senza alcun obbligo di partecipare."
Annuii lentamente. Era una precisazione importante, e apprezzai il modo naturale con cui Flavia l'aveva formulata.
Dalla porta in fondo alla sala arrivò una voce che riconobbi subito.
"Sei arrivata, finalmente."
Janet entrò con il suo consueto passo sicuro. Indossava pantaloni neri e una camicia color avorio, con le maniche arrotolate fino ai gomiti. Mi salutò con un sorriso complice, poi si avvicinò per scambiare qualche parola con Flavia.
"Allora, Stella, che impressione ti fa il nostro piccolo rifugio?"
"Direi che è piuttosto diverso da Jasmine."
"Questo era il nostro obiettivo."
Janet si sedette per qualche istante accanto a me. Mi spiegò che avrei assistito a una dimostrazione concordata, nella quale il legame, la fiducia e la comunicazione avrebbero avuto un ruolo importante quanto la componente fisica. Mi disse anche che avrei potuto fare domande al termine, ma che durante la scena sarebbe stato preferibile lasciare alle partecipanti la concentrazione necessaria.
Ascoltandola, mi resi conto che il suo tono era cambiato. Non era più soltanto la Janet che conoscevo, ironica e rassicurante, ma una donna abituata a dirigere quello spazio con attenzione e autorevolezza.
"Non devi fare altro che osservare", concluse. "E decidere da sola che cosa pensi di quello che vedrai."
Fuori dalla sala si udì il rumore di passi.
Janet si alzò e raggiunse Flavia. Le due donne si scambiarono un breve cenno d'intesa, poi Flavia attraversò la stanza e scomparve nel corridoio.
Rimasi seduta, con le mani raccolte in grembo e lo sguardo rivolto verso la porta.
Pochi istanti dopo, Flavia ricomparve accompagnando una giovane donna. Aveva un'espressione composta, ma nei suoi movimenti percepivo una concentrazione particolare, come se si stesse preparando mentalmente a qualcosa che conosceva bene. Salutò Janet con naturalezza, poi scambiò qualche parola sottovoce con lei.
Non riuscivo a sentire ciò che dicevano, ma osservai Janet fermarsi davanti alla ragazza e rivolgerle alcune domande. La giovane rispose, annuendo. Prima di procedere, le due donne verificarono ancora una volta che fosse pronta e che le condizioni concordate fossero chiare.
Solo allora Janet fece cenno a Flavia di accompagnarla verso il centro della sala.
La ragazza si avvicinò alla struttura predisposta per la dimostrazione. Janet e Flavia cominciarono a preparare le fasce e i collegamenti, spiegandole ogni passaggio e lasciandole il tempo necessario per sistemarsi. I gesti erano precisi, privi di fretta, e rivelavano una familiarità con quella pratica che contrastava con la mia assoluta inesperienza.
La giovane sollevò le braccia seguendo le indicazioni ricevute. Flavia controllò con attenzione la posizione dei polsi, mentre Janet verificava i punti di aggancio e la stabilità del sistema. I collegamenti conducevano verso i ganci fissati al soffitto, predisposti in modo da mantenere la posizione concordata senza costringerla oltre i limiti stabiliti.
Osservavo ogni dettaglio, cercando di capire non soltanto la funzione delle attrezzature, ma anche il modo in cui le tre donne comunicavano. C'era una serietà professionale che non mi aspettavo, una concentrazione condivisa nella quale le parole sembravano avere un peso preciso.
Quando ebbero terminato i controlli, Janet si spostò di lato per osservare l'insieme. Flavia rimase accanto alla ragazza, pronta ad assisterla.
Poi Janet si voltò verso di me.
"Stella, vieni pure a sederti più comodamente. Da qui avrai una visuale migliore."
Mi alzai e la seguii fino alla sedia che mi indicava, nella zona riservata al pubblico. Mi accomodai, sistemando la borsa ai piedi, mentre la ragazza veniva accompagnata nella posizione prevista per la dimostrazione, con le braccia sollevate e i collegamenti fissati ai ganci del soffitto.
La sala tornò silenziosa.
Davanti a me, Janet e Flavia si prepararono a iniziare, mentre io, seduta in quella penombra discreta, mi ritrovai finalmente nella posizione che Janet aveva immaginato per me fin dalla nostra telefonata: quella di una spettatrice, libera di osservare e di scoprire, senza dover ancora decidere se quel mondo avrebbe mai potuto appartenermi.
La stanza del dungeon odora di cuoio, di ferro e di qualcosa di più caldo, quasi di pelle sudata. Al centro, contro un grosso pilastro di legno grezzo, c’è lei. Nuda. Completamente nuda. Le braccia sollevate sopra la testa, i polsi legati stretti con corda intorno al legno. Ha una benda nera sugli occhi e tra le labbra un boccaglio rosso lucido, tenuto da cinghie che le passano dietro la testa. Le gambe sono divaricate da una sbarra di metallo fissata alle caviglie con altre corde, i piedi nudi che poggiano sulla piattaforma di legno. Il seno è piccolo, i capezzoli già tirati. Tra le gambe si vede tutto: la fessura, i peli neri, la pelle chiara.
Mistress Janet e Flavia le girano intorno come se fosse un pezzo di carne da esaminare. Janet è alta, il corpetto di pelle nera le stringe il busto, i capelli raccolti. Flavia ha i capelli sciolti e quel sorriso sottile che mi mette i brividi.
È la prima volta che assisto a qualcosa del genere. Sono stata invitata. “Solo a guardare”, avevano detto. Ma nessuno mi aveva preparata a questo.
Janet allunga una mano e le prende un seno con forza, lo strizza, lo solleva, lo lascia cadere. La ragazza emette un suono soffocato dietro il boccaglio. Flavia intanto le passa le dita tra le gambe, le apre le labbra della figa con due dita e le sfrega il clitoride con un movimento lento e deciso. La ragazza si contrae, le cosce tentano di chiudersi ma la sbarra le tiene aperte.
Io mi sento il cuore in gola. E qualcosa di più in basso. Il sangue mi pulsa tra le gambe. Non so se è perché vorrei essere al posto di quella legata… o al posto di Janet e Flavia. Non lo so. So solo che sto diventando umida e che non riesco a smettere di guardare.
Janet le pizzica un capezzolo fino a farlo arrossare, poi lo prende in bocca e lo morde leggermente. Flavia intanto le infila due dita dentro, profonde, e inizia a penetrare con un ritmo regolare. Il suono umido delle dita che entrano ed escono riempie la stanza. La ragazza geme dietro il boccaglio, la testa reclinata all’indietro, il collo teso.
“Guarda come si bagna”, dice Flavia a Janet, senza nemmeno guardarmi. “È già tutta aperta.”
Janet alza lo sguardo verso di me. I suoi occhi sono freddi, valutativi.
“E tu, Stella? Ti piace quello che vedi?”
Non rispondo. Non riesco. Mi limito a stringere di più le cosce, cercando di non far notare quanto mi stia scorrendo caldo tra le labbra. Ma so che lo hanno già notato. Entrambe.
Flavia estrae le dita lucide e le porta alla bocca della ragazza, le passa sul boccaglio rosso, le lascia assaggiare il proprio sapore. Poi torna giù e le apre ancora di più la figa con entrambe le mani, esponendola completamente.
Io continuo a guardare. Il petto mi sale e scende troppo in fretta. Non so ancora se voglio essere legata così, cieca e aperta a qualunque cosa decidano di farmi… o se voglio essere io quella che decide, quella che tocca, quella che comanda.
So solo che, in questo momento, non riuscirei ad alzarmi da questa sedia nemmeno se volessi.
Le due donne si danno il cambio intorno a lei senza mai fermarsi.
Janet le stringe ancora i seni, li solleva, li morde, le passa la lingua sui capezzoli già gonfi e arrossati. Flavia, inginocchiata tra le gambe divaricate dalla sbarra, le lecca la figa con lunghe passate lente, poi le infila di nuovo due dita e le fa girare dentro. La ragazza geme, un suono basso e soffocato dal boccaglio rosso, il corpo che trema contro le corde. Ogni tanto emette un lamento più acuto, a metà tra il dolore e il piacere.
Poi, all’improvviso, si mettono entrambe davanti a lei.
Janet le tiene aperte le labbra della figa con le dita, esponendo il clitoride gonfio e lucido. Flavia inizia a strofinarlo con il polpastrello, rotondo, preciso, senza pietà. Dopo pochi secondi è Janet a prenderne il posto, più dura, più veloce. Si alternano. Una la tocca, l’altra le parla all’orecchio.
“Non ti azzardare a venire.”
“Se vieni senza permesso, ti puniamo.”
“Resta così. Sulla soglia. Niente di più.”
La ragazza scuote la testa, i capelli scuri appiccicati alla fronte. Il corpo si contrae, le cosce tentano di chiudersi ma la sbarra le tiene aperte. I gemiti diventano più disperati, quasi urla soffocate. La vedo arrivare vicino, vicinissima: i muscoli dell’addome si tendono, le gambe tremano, il respiro diventa corto e irregolare. Poi, proprio quando sembra sul punto di esplodere, Flavia toglie le dita. Janet fa lo stesso. La lasciano lì, aperta, pulsante, senza toccarla più.
La ragazza emette un suono straziante dietro il boccaglio. Un lamento lungo, frustrato, quasi un pianto. Il corpo continua a tremare, cercando il contatto che non arriva più.
Io non riesco più a restare ferma.
La mano destra scivola da sola tra le gambe. Apro i pantaloni, li slaccio, e infilo le dita sotto la mutandina. Sono già bagnata. Il clitoride mi pulsa sotto il polpastrello mentre continuo a guardare quella ragazza legata, cieca, con la figa esposta e negata. Mi tocco con movimenti piccoli, veloci, quasi nascosti. Il calore mi sale al viso. So di arrossire. So che se alzassero lo sguardo mi vedrebbero con la mano nei pantaloni, le dita che si muovono, gli occhi lucidi di eccitazione e di vergogna.
Ma non smetto.
Janet torna a toccare il clitoride della ragazza, di nuovo, portandola ancora una volta sull’orlo. Flavia le tiene i seni, le stringe forte i capezzoli, le sussurra qualcosa che non riesco a sentire. La prigioniera si contorce, geme, prega senza parole. E di nuovo le tolgono le mani proprio quando sta per venire.
Io mi mordo il labbro. Le dita mi scivolano più in profondità, due, poi tre. Il suono umido delle mie stesse dita mi sembra troppo forte nella stanza silenziosa. Mi vergogno. Mi eccito. Non so più distinguere le due cose.
Guardo quella figa aperta, rossa, lucida di saliva e di desiderio, e penso che potrei essere io al suo posto. O potrei essere io quella che decide quando farla venire… e quando no.
Per ora resto solo a guardare.
Con la mano tra le gambe.
E il viso in fiamme.
Janet si inginocchia davanti a lei. Non dice niente. Si limita a guardare la figa aperta, rossa, che pulsa ancora per l’ennesima negazione. Poi, con un movimento lento e deliberato, posa due dita sul clitoride e inizia a strofinarlo. Non più a intermittenza. Non più per tormentarla. Stavolta è continuo, deciso, senza pietà.
La ragazza si irrigidisce all’istante.
Le corde che le tengono i polsi si tendono con uno scatto secco, il legno del pilastro scricchiola. Il corpo intero si inarca all’indietro, i piedi spingono contro la piattaforma, i muscoli delle cosce e dell’addome si contraggono in modo violento. I capezzoli, già puniti dalle mollette di legno che Janet le ha messo poco prima, sono dritti e rossi. Il viso è contorto in una smorfia che non so se sia dolore o puro piacere: la bocca aperta intorno al boccaglio nero, le sopracciglia aggrottate, gli occhi chiusi stretti sotto la benda. È esattamente come nella foto che mi è rimasta impressa. Uno spasmo totale.
Janet non si ferma. Continua a toccarla, rotonda, veloce, precisa, mentre la ragazza viene.
Non è un orgasmo silenzioso. È un urlo soffocato che esce dal boccaglio a ondate, un suono gutturale, disperato, che si ripete mentre il corpo continua a scuotersi. Le cosce tremano in modo incontrollabile. La figa si contrae visibilmente intorno al nulla, i fluidi le scendono lungo l’interno delle cosce. Janet le tiene le dita premute sul clitoride fino all’ultimo spasmo, fino a quando i tremiti iniziano a diventare più deboli, più distanziati.
Solo allora rallenta. Poi ferma del tutto.
La ragazza resta appesa alle corde, il petto che sale e scende a scatti, il corpo lucido di sudore. La testa le ciondola in avanti. Le mollette le oscillano ancora leggermente sui capezzoli.
Io ho le dita ancora dentro di me.
Le sento bagnate, scivolose. Mentre lei veniva ho accelerato i movimenti senza nemmeno rendermene conto, e ora sto tremando anch’io. Il viso mi brucia. So di essere rossa fino alle orecchie. So che se alzassero lo sguardo mi vedrebbero con i pantaloni aperti, la mano conficcata tra le gambe, gli occhi lucidi e la bocca semiaperta.
Ma non riesco a togliere la mano.
Guardo quella ragazza che ancora trema leggermente, le corde ancora tese, il corpo che pian piano si rilassa dopo l’orgasmo più intenso che abbia mai visto in vita mia. E penso di nuovo alla stessa domanda che mi ronzava in testa da quando sono entrata qui.
Vorrei essere io, legata così, cieca, aperta, ridotta a un corpo che viene solo quando glielo concedono…
O vorrei essere Janet, inginocchiata, con il potere di decidere quando farla esplodere e quando lasciarla sospesa nel tormento?
Non lo so ancora.
So solo che, in questo momento, le mie dita continuano a muoversi da sole.
Le due donne si voltano verso di me.
Lo sanno. Hanno visto tutto. La mia mano ancora conficcata tra le gambe, i pantaloni aperti, il viso rosso, il respiro corto. Non c’è più niente da nascondere.
Si avvicinano senza fretta. Janet per prima. Si ferma davanti a me, mi guarda dall’alto, poi semplicemente si siede a cavalcioni sulle mie cosce. Il peso del suo corpo mi schiaccia contro la sedia. Sento il calore della sua pelle attraverso il tessuto sottile del corpetto. Le sue mani mi afferrano i polsi e me li tengono fermi contro i braccioli, impedendomi di muovermi.
Io resto immobile. Quasi colpevole. Come se fossi stata scoperta a fare qualcosa di proibito. Il cuore mi batte così forte che temo lo sentano entrambe.
Janet si china. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio. Poi mi bacia.
Non è un bacio dolce. È lento, profondo, possessivo. La sua lingua entra nella mia bocca senza chiedere permesso, mi assaggia, mi esplora. Io gemo contro le sue labbra, senza riuscire a trattenermi. Le dita mi tremano ancora tra le gambe, ma non riesco più a muoverle: il suo peso mi tiene bloccata.
Dietro di me sento un altro corpo. Flavia. I suoi capelli mi sfiorano la spalla, poi le sue labbra si posano sul mio collo. Prima un bacio leggero, poi un morso più deciso, proprio sotto l’orecchio. La lingua calda che scorre sulla pelle mentre Janet continua a baciarmi la bocca.
Due bocche. Due corpi. Io in mezzo, immobile, con i pantaloni aperti e la figa ancora pulsante.
Janet stacca le labbra dalle mie solo per un secondo, abbastanza da sussurrarmi contro la
bocca: “Ti sei toccata mentre la guardavi venire…”
La sua voce è bassa, divertita, pericolosa.
“Ora tocca a noi decidere cosa fare di te.”
Flavia intanto mi bacia di nuovo il collo, più in basso, vicino alla clavicola, mentre una delle sue mani scivola sotto la mia maglietta e mi prende un seno a mano nuda. Lo stringe. Lo massaggia. Il pollice le passa sul capezzolo già duro.
Io chiudo gli occhi.
Il senso di colpa è ancora lì, caldo e appiccicoso.
Ma sotto c’è qualcos’altro. Qualcosa di più forte.
E non so più se voglia fermarle… o se voglia che continuino.
Mi piaceva quella routine. Mi piaceva la sensazione di rientrare a casa con qualche acquisto ben scelto, di sistemare ogni cosa al proprio posto e di ritrovare, alla fine della giornata, un ambiente che mi somigliasse. Eppure, quel sabato, mentre osservavo distrattamente il mio riflesso nello specchio dell’ingresso, avvertii una sottile insofferenza. Non era noia, almeno non del tutto. Era qualcosa di più sfumato, una specie di irrequietezza che mi accompagnava fin dal risveglio e che nessuna delle solite occupazioni sembrava destinata a placare.
Avevo voglia di cambiare programma. Di sottrarre qualche ora alla prevedibilità delle mie giornate, di fare qualcosa che non fosse già stato deciso in anticipo, qualcosa che lasciasse spazio all'imprevisto.
Forse avevo semplicemente bisogno di sentirmi diversa dalla donna organizzata e ragionevole che ero abituata a essere. Quella che controllava gli appuntamenti, rispettava gli orari, faceva la spesa prima che il frigorifero si svuotasse e sapeva sempre cosa avrebbe fatto il giorno successivo. Una donna indipendente, abituata a cavarsela da sola, ma che ogni tanto sentiva il desiderio di abbandonare il controllo e concedersi un’esperienza senza troppe domande.
La mia vita sentimentale, del resto, non seguiva esattamente i percorsi più convenzionali. Ero lesbica, lo sapevo da sempre, e avevo imparato a vivere la mia sessualità senza sentirmi obbligata a giustificarla o a trasformarla in una dichiarazione da fare al mondo. Mi piacevano le donne, la loro complessità, la varietà dei loro modi di essere, e quella particolare complicità che talvolta poteva nascere fra due persone senza bisogno di troppe spiegazioni.
Non sempre, però, avevo voglia di costruire una relazione, affrontare le inevitabili complicazioni sentimentali o mettermi alla ricerca di qualcuno con cui condividere una parte della mia vita. C'erano momenti in cui desideravo semplicemente dedicarmi a me stessa, ascoltare il mio corpo e concedermi un'intimità vissuta con naturalezza, senza promesse e senza aspettative che andassero oltre il momento.
Era stato proprio questo, qualche tempo prima, a farmi conoscere il centro massaggi di Janet.
Il posto si chiamava semplicemente Jasmine, un nome discreto, accompagnato da un piccolo logo color avorio su fondo verde scuro. All'esterno non c'era nulla che lasciasse intuire particolari ambizioni: una vetrina schermata da tende leggere, una targa elegante e una porta a vetri che si apriva su un ambiente silenzioso, profumato di oli essenziali e legno aromatico. All'interno, la luce era sempre morbida, mai troppo intensa; i rumori della strada si attenuavano fino a scomparire e ogni cosa sembrava studiata per suggerire una pausa dal resto del mondo.
La prima volta ero arrivata per curiosità, senza sapere bene cosa aspettarmi. Avevo scoperto un luogo piacevole, curato e riservato, ma soprattutto avevo conosciuto Janet, la responsabile del centro, una donna che possedeva una rara capacità di mettere le persone a proprio agio senza diventare invadente.
Era professionale, attenta e dotata di un’ironia sottile. Non faceva domande inutili, non sembrava giudicare le richieste delle clienti e sapeva ascoltare anche quello che veniva lasciato intendere soltanto a metà. Nel corso delle visite successive avevo imparato che il centro offriva, su richiesta e previo accordo, anche esperienze che andavano oltre il massaggio tradizionale. Era una possibilità di cui Janet parlava con estrema discrezione, senza trasformarla in una promessa e lasciando sempre alla cliente la libertà di scegliere.
Per me era diventato un luogo familiare, una parentesi in cui potevo lasciare fuori dalla porta gli impegni e le preoccupazioni, sapendo che nessuno avrebbe preteso da me più di quanto fossi disposta a concedere.
Quel pomeriggio, dunque, il pensiero di Jasmine si presentò quasi spontaneamente.
Presi il telefono dal tavolino del soggiorno e cercai il numero di Janet. Esitai qualche secondo prima di chiamare, più per il piacere di assaporare l'idea che per una vera indecisione. Poi premetti il tasto verde.
Il telefono squillò due volte.
"Jasmine, buongiorno."
La voce di Janet era inconfondibile: calda, tranquilla, con quella lieve inflessione divertita che sembrava accompagnare anche le comunicazioni più banali.
"Ciao, Janet. Sono Stella."
"Stella! Che piacere sentirti. Come stai?"
"Bene, grazie. Tu?"
"Non mi lamento. Anche se, a giudicare dall'ora, immagino che tu non stia chiamando per chiedermi come procede la mia giornata."
Sorrisi, sedendomi sul bracciolo del divano.
"Mi conosci abbastanza bene, ormai."
"Questo è vero. Allora, dimmi: che cosa posso fare per te?"
Guardai attraverso la finestra. Il cielo era limpido, le strade illuminate da una luce dorata che rendeva persino i palazzi di fronte meno anonimi del solito. Avrei potuto uscire, passeggiare per il centro, entrare in qualche negozio e tornare a casa con una borsa nuova. Eppure, in quel momento, nessuna di quelle possibilità mi attirava davvero.
"A dire la verità, avevo pensato di passare da voi. Ho voglia di concedermi un pomeriggio diverso dal solito."
Dall'altra parte ci fu una breve pausa.
"Un massaggio?"
"Anche. Diciamo che non mi dispiacerebbe approfittare di qualche coccola in più."
Mi accorsi di aver pronunciato quelle parole con una leggerezza studiata, come se stessi lasciando a Janet il compito di interpretarle. In realtà sapevo benissimo che cosa intendevo. Ero semplicemente curiosa di capire quale sarebbe stata la sua risposta.
Janet rise piano.
"Stella, temo che oggi tu abbia scelto un momento particolare per chiamare."
"Ah sì? Avete l'agenda piena?"
"Non esattamente. Il sabato e la domenica, ultimamente, abbiamo organizzato qualcosa di diverso. Una piccola novità, se vogliamo chiamarla così."
Mi raddrizzai appena, incuriosita.
"Una novità?"
"Sì. Ma prima di spiegarti, devo dirti che non è proprio il genere di appuntamento che potrei fissarti come se niente fosse. Se decidi di venire, dovrai prenderti un po' di tempo e soprattutto essere disposta a valutare una proposta differente da quelle a cui sei abituata."
La curiosità, che fino a quel momento era stata soltanto una vaga inclinazione, cominciò a diventare qualcosa di più concreto.
"Mi stai incuriosendo, Janet. E non poco."
"Era prevedibile."
"Questo significa che non puoi farmi un massaggio?"
"Non ho detto questo. Ho detto che, nel fine settimana, ci stiamo dedicando anche ad altro. E se vuoi, puoi venire a vedere di persona. Ti mostro quello che stiamo organizzando, ti spiego come funziona e poi sarai tu a decidere se ti interessa. Senza impegno, naturalmente."
Mi appoggiai allo schienale, lasciando che quelle parole sedimentassero.
C'era qualcosa nel modo in cui Janet aveva formulato l'invito che mi attirava. Non mi stava proponendo semplicemente un servizio nuovo, né cercava di convincermi con promesse allusive. Al contrario, sembrava voler mantenere una certa distanza, lasciando che fossi io a fare il passo successivo. E quella discrezione, anziché spegnere la mia curiosità, la rendeva ancora più viva.
"Quindi dovrei venire soltanto per guardare?"
"Per guardare, per conoscere la proposta e per farti un'idea. Poi, se vorrai approfondire, ne parleremo. Ma non voglio anticiparti troppo al telefono."
"Sei sempre molto brava a non dire quasi niente e a lasciare che siano gli altri a immaginare il resto."
"È una qualità professionale, Stella."
"Naturalmente."
Ridacchiai, e lei fece altrettanto.
Per qualche istante rimasi in silenzio, con il telefono all'orecchio e lo sguardo perso nella luce del pomeriggio. Una parte di me avrebbe voluto farle altre domande, ottenere qualche dettaglio in più, sapere che cosa si nascondesse dietro quella misteriosa novità. Un'altra, forse quella più curiosa, preferiva non sapere.
In fondo, era proprio questo che avevo desiderato fin dal mattino: qualcosa che interrompesse la consuetudine, che mi costringesse a uscire dai percorsi già conosciuti e mi restituisse la piacevole sensazione di non sapere esattamente come sarebbe andata a finire la giornata.
"Va bene, Janet", dissi infine. "Mi hai convinta. Se non ti disturbo, potrei passare tra un'oretta."
"Non mi disturbi affatto. Anzi, sono curiosa di conoscere la tua opinione."
"Adesso, però, mi hai messo addosso una certa aspettativa."
"Allora cercherò di non deluderti."
“Un’ultima cosa Stella, devi sapere che l’indirizzo è differente, questa novità si fà in una lacation differente”
Presi nota dell’indirizzo e ci salutammo con la promessa di rivederci presto.
Quando terminai la chiamata, rimasi ancora qualche secondo seduta sul divano, il telefono fra le mani e un sorriso appena accennato sulle labbra. Non sapevo che cosa Janet avesse preparato per quel fine settimana, né perché avesse scelto di presentarmelo in quel modo così enigmatico.
Sapevo soltanto che, per la prima volta da parecchio tempo, non avevo alcuna intenzione di tornare alla mia routine.
Mi alzai, raggiunsi la camera da letto e aprii le ante dell'armadio.
Se dovevo concedermi un pomeriggio diverso, tanto valeva cominciare dal modo in cui mi sarei presentata.
E, mentre passavo in rassegna gli abiti appesi alle grucce, mi accorsi che la mia curiosità aveva già cominciato a trasformarsi in una sottile, piacevole attesa.
Uscii di casa poco dopo le quattro, con quella sensazione insolita di chi ha un appuntamento senza sapere davvero che cosa lo aspetti. Prima di chiudere la porta, controllai distrattamente di avere con me il telefono e le chiavi, poi scesi in strada e raggiunsi la macchina.
Era stato proprio alla fine della telefonata che Janet mi aveva comunicato il particolare più curioso: l'incontro non si sarebbe svolto al solito centro Jasmine, ma in un altro indirizzo, in periferia. Me lo aveva dettato con naturalezza, quasi si trattasse di un dettaglio organizzativo del tutto secondario, senza aggiungere spiegazioni che potessero soddisfare la mia curiosità.
"È una location che utilizziamo per le attività del fine settimana", aveva detto. "Vedrai che la riconoscerai per quello che è, una volta arrivata."
Una risposta che, naturalmente, non aveva fatto altro che aumentare le mie domande.
Il tragitto durò una ventina di minuti. Lasciai progressivamente alle spalle le vie più frequentate del centro, le vetrine illuminate e il traffico del sabato pomeriggio, per addentrarmi in una zona periferica dove gli edifici commerciali si alternavano a capannoni ristrutturati, piccoli magazzini e costruzioni dall'aspetto anonimo. Non era un luogo particolarmente degradato, né inquietante; semplicemente, sembrava appartenere a una città diversa da quella delle passeggiate e dello shopping, una città fatta di spazi funzionali, ingressi discreti e attività che non avevano bisogno di attirare l'attenzione dei passanti.
Il navigatore mi condusse davanti a un edificio scuro, arretrato rispetto alla strada e separato dal marciapiede da una breve rampa d'accesso. Nessuna insegna luminosa, nessuna vetrina. Soltanto un piccolo campanello accanto a una porta color antracite, con una targhetta priva di indicazioni commerciali.
Parcheggiai poco distante e rimasi qualche istante in macchina.
Non ero preoccupata, ma sentivo che la mia abituale curiosità si stava mescolando a una certa cautela. Fino a quel momento avevo immaginato una semplice estensione delle attività del centro massaggi, forse un ambiente più riservato, forse una proposta pensata per clienti con desideri meno convenzionali. L'indirizzo diverso, però, suggeriva che Janet avesse in mente qualcosa di più articolato.
Mi sistemai il cappotto, controllai il riflesso nello specchietto e scesi.
L'aria del pomeriggio aveva cominciato a raffreddarsi. Attraversai il breve spazio che mi separava dall'ingresso e premetti il campanello.
La porta si aprì dopo pochi secondi.
"Stella!"
Riconobbi subito Flavia.
Indossava un abito nero semplice, elegante, e aveva i capelli raccolti sulla nuca. Il suo sorriso era quello di sempre, aperto e un po' malizioso, lo stesso che avevo imparato a conoscere durante le mie visite al Jasmine. Era una delle collaboratrici più fidate di Janet, una donna capace di passare con disinvoltura da un atteggiamento professionale a una battuta ironica, senza mai perdere il controllo della situazione.
"Flavia! Non mi aspettavo di trovare te."
"Immagino. Janet mi ha detto che saresti venuta."
Ci salutammo con due baci sulle guance.
"Allora, devo preoccuparmi?" domandai con un sorriso.
"Preoccuparti? No, assolutamente. Diciamo che oggi potresti scoprire qualcosa di nuovo."
"È esattamente quello che Janet continua a ripetermi senza dirmi niente."
"Conoscendola, non mi sorprende affatto."
Flavia si spostò per lasciarmi entrare e richiuse la porta alle mie spalle. Mi trovai in un piccolo ingresso, ordinato e silenzioso, illuminato da applique che diffondevano una luce calda sulle pareti color tortora. Non c'erano decorazioni vistose, né oggetti che rivelassero immediatamente la funzione del luogo. Un breve corridoio conduceva verso l'interno dell'edificio, mentre una porta laterale, chiusa, sembrava dare accesso a locali di servizio.
"Vieni", disse Flavia. "Ti accompagno io."
La seguii lungo il corridoio. I nostri passi producevano un rumore appena percettibile sul pavimento scuro. Man mano che procedevamo, l'atmosfera cambiava: la luce diventava più bassa, i colori più profondi, e dal fondo arrivava una musica discreta, ritmata, quasi ipnotica. Non era la musica rilassante che ricordavo dalle sale massaggi. Aveva qualcosa di più solenne, una cadenza lenta che sembrava fatta apposta per sottolineare il silenzio anziché riempirlo.
Quando Flavia aprì la porta della sala principale, compresi finalmente che cosa Janet avesse voluto dire con quella misteriosa proposta del fine settimana.
L'ambiente era più ampio di quanto avessi immaginato, con pareti scure, luci ambrate e zone lasciate volutamente in penombra. Non aveva nulla dell'atmosfera rilassante del centro massaggi: qui tutto sembrava studiato per creare una sensazione di attesa, come se ogni oggetto, ogni ombra e ogni dettaglio appartenessero a un rituale di cui ignoravo ancora le regole.
Fu allora che notai le strutture fissate al soffitto, i sostegni metallici, gli anelli e i ganci disposti con ordine. Non erano elementi decorativi. Avevano una funzione precisa, e la loro presenza mi fece intuire quale genere di attività si svolgesse in quella sala.
Mi fermai sulla soglia.
"Adesso capisci perché ti avevo detto che si trattava di qualcosa di diverso", osservò Flavia.
"Comincio a capirlo", risposi, senza distogliere lo sguardo dalla stanza.
Lei sorrise, senza insistere con altre spiegazioni, e mi accompagnò verso una zona laterale, separata dall'area centrale da un cambiamento nell'illuminazione. Alcune sedie erano disposte in file poco profonde, rivolte verso uno spazio libero al centro della sala. Da lì si poteva osservare ciò che accadeva senza essere necessariamente coinvolti.
Mi sedetti per un momento, posando la borsa accanto a me.
"Quindi le clienti possono assistere?"
"Quando l'attività lo prevede e le persone coinvolte hanno acconsentito, sì. È proprio questo lo scopo dell'incontro di oggi: permettere a chi è curiosa di conoscere questo mondo di osservarlo da vicino, senza alcun obbligo di partecipare."
Annuii lentamente. Era una precisazione importante, e apprezzai il modo naturale con cui Flavia l'aveva formulata.
Dalla porta in fondo alla sala arrivò una voce che riconobbi subito.
"Sei arrivata, finalmente."
Janet entrò con il suo consueto passo sicuro. Indossava pantaloni neri e una camicia color avorio, con le maniche arrotolate fino ai gomiti. Mi salutò con un sorriso complice, poi si avvicinò per scambiare qualche parola con Flavia.
"Allora, Stella, che impressione ti fa il nostro piccolo rifugio?"
"Direi che è piuttosto diverso da Jasmine."
"Questo era il nostro obiettivo."
Janet si sedette per qualche istante accanto a me. Mi spiegò che avrei assistito a una dimostrazione concordata, nella quale il legame, la fiducia e la comunicazione avrebbero avuto un ruolo importante quanto la componente fisica. Mi disse anche che avrei potuto fare domande al termine, ma che durante la scena sarebbe stato preferibile lasciare alle partecipanti la concentrazione necessaria.
Ascoltandola, mi resi conto che il suo tono era cambiato. Non era più soltanto la Janet che conoscevo, ironica e rassicurante, ma una donna abituata a dirigere quello spazio con attenzione e autorevolezza.
"Non devi fare altro che osservare", concluse. "E decidere da sola che cosa pensi di quello che vedrai."
Fuori dalla sala si udì il rumore di passi.
Janet si alzò e raggiunse Flavia. Le due donne si scambiarono un breve cenno d'intesa, poi Flavia attraversò la stanza e scomparve nel corridoio.
Rimasi seduta, con le mani raccolte in grembo e lo sguardo rivolto verso la porta.
Pochi istanti dopo, Flavia ricomparve accompagnando una giovane donna. Aveva un'espressione composta, ma nei suoi movimenti percepivo una concentrazione particolare, come se si stesse preparando mentalmente a qualcosa che conosceva bene. Salutò Janet con naturalezza, poi scambiò qualche parola sottovoce con lei.
Non riuscivo a sentire ciò che dicevano, ma osservai Janet fermarsi davanti alla ragazza e rivolgerle alcune domande. La giovane rispose, annuendo. Prima di procedere, le due donne verificarono ancora una volta che fosse pronta e che le condizioni concordate fossero chiare.
Solo allora Janet fece cenno a Flavia di accompagnarla verso il centro della sala.
La ragazza si avvicinò alla struttura predisposta per la dimostrazione. Janet e Flavia cominciarono a preparare le fasce e i collegamenti, spiegandole ogni passaggio e lasciandole il tempo necessario per sistemarsi. I gesti erano precisi, privi di fretta, e rivelavano una familiarità con quella pratica che contrastava con la mia assoluta inesperienza.
La giovane sollevò le braccia seguendo le indicazioni ricevute. Flavia controllò con attenzione la posizione dei polsi, mentre Janet verificava i punti di aggancio e la stabilità del sistema. I collegamenti conducevano verso i ganci fissati al soffitto, predisposti in modo da mantenere la posizione concordata senza costringerla oltre i limiti stabiliti.
Osservavo ogni dettaglio, cercando di capire non soltanto la funzione delle attrezzature, ma anche il modo in cui le tre donne comunicavano. C'era una serietà professionale che non mi aspettavo, una concentrazione condivisa nella quale le parole sembravano avere un peso preciso.
Quando ebbero terminato i controlli, Janet si spostò di lato per osservare l'insieme. Flavia rimase accanto alla ragazza, pronta ad assisterla.
Poi Janet si voltò verso di me.
"Stella, vieni pure a sederti più comodamente. Da qui avrai una visuale migliore."
Mi alzai e la seguii fino alla sedia che mi indicava, nella zona riservata al pubblico. Mi accomodai, sistemando la borsa ai piedi, mentre la ragazza veniva accompagnata nella posizione prevista per la dimostrazione, con le braccia sollevate e i collegamenti fissati ai ganci del soffitto.
La sala tornò silenziosa.
Davanti a me, Janet e Flavia si prepararono a iniziare, mentre io, seduta in quella penombra discreta, mi ritrovai finalmente nella posizione che Janet aveva immaginato per me fin dalla nostra telefonata: quella di una spettatrice, libera di osservare e di scoprire, senza dover ancora decidere se quel mondo avrebbe mai potuto appartenermi.
La stanza del dungeon odora di cuoio, di ferro e di qualcosa di più caldo, quasi di pelle sudata. Al centro, contro un grosso pilastro di legno grezzo, c’è lei. Nuda. Completamente nuda. Le braccia sollevate sopra la testa, i polsi legati stretti con corda intorno al legno. Ha una benda nera sugli occhi e tra le labbra un boccaglio rosso lucido, tenuto da cinghie che le passano dietro la testa. Le gambe sono divaricate da una sbarra di metallo fissata alle caviglie con altre corde, i piedi nudi che poggiano sulla piattaforma di legno. Il seno è piccolo, i capezzoli già tirati. Tra le gambe si vede tutto: la fessura, i peli neri, la pelle chiara.
Mistress Janet e Flavia le girano intorno come se fosse un pezzo di carne da esaminare. Janet è alta, il corpetto di pelle nera le stringe il busto, i capelli raccolti. Flavia ha i capelli sciolti e quel sorriso sottile che mi mette i brividi.
È la prima volta che assisto a qualcosa del genere. Sono stata invitata. “Solo a guardare”, avevano detto. Ma nessuno mi aveva preparata a questo.
Janet allunga una mano e le prende un seno con forza, lo strizza, lo solleva, lo lascia cadere. La ragazza emette un suono soffocato dietro il boccaglio. Flavia intanto le passa le dita tra le gambe, le apre le labbra della figa con due dita e le sfrega il clitoride con un movimento lento e deciso. La ragazza si contrae, le cosce tentano di chiudersi ma la sbarra le tiene aperte.
Io mi sento il cuore in gola. E qualcosa di più in basso. Il sangue mi pulsa tra le gambe. Non so se è perché vorrei essere al posto di quella legata… o al posto di Janet e Flavia. Non lo so. So solo che sto diventando umida e che non riesco a smettere di guardare.
Janet le pizzica un capezzolo fino a farlo arrossare, poi lo prende in bocca e lo morde leggermente. Flavia intanto le infila due dita dentro, profonde, e inizia a penetrare con un ritmo regolare. Il suono umido delle dita che entrano ed escono riempie la stanza. La ragazza geme dietro il boccaglio, la testa reclinata all’indietro, il collo teso.
“Guarda come si bagna”, dice Flavia a Janet, senza nemmeno guardarmi. “È già tutta aperta.”
Janet alza lo sguardo verso di me. I suoi occhi sono freddi, valutativi.
“E tu, Stella? Ti piace quello che vedi?”
Non rispondo. Non riesco. Mi limito a stringere di più le cosce, cercando di non far notare quanto mi stia scorrendo caldo tra le labbra. Ma so che lo hanno già notato. Entrambe.
Flavia estrae le dita lucide e le porta alla bocca della ragazza, le passa sul boccaglio rosso, le lascia assaggiare il proprio sapore. Poi torna giù e le apre ancora di più la figa con entrambe le mani, esponendola completamente.
Io continuo a guardare. Il petto mi sale e scende troppo in fretta. Non so ancora se voglio essere legata così, cieca e aperta a qualunque cosa decidano di farmi… o se voglio essere io quella che decide, quella che tocca, quella che comanda.
So solo che, in questo momento, non riuscirei ad alzarmi da questa sedia nemmeno se volessi.
Le due donne si danno il cambio intorno a lei senza mai fermarsi.
Janet le stringe ancora i seni, li solleva, li morde, le passa la lingua sui capezzoli già gonfi e arrossati. Flavia, inginocchiata tra le gambe divaricate dalla sbarra, le lecca la figa con lunghe passate lente, poi le infila di nuovo due dita e le fa girare dentro. La ragazza geme, un suono basso e soffocato dal boccaglio rosso, il corpo che trema contro le corde. Ogni tanto emette un lamento più acuto, a metà tra il dolore e il piacere.
Poi, all’improvviso, si mettono entrambe davanti a lei.
Janet le tiene aperte le labbra della figa con le dita, esponendo il clitoride gonfio e lucido. Flavia inizia a strofinarlo con il polpastrello, rotondo, preciso, senza pietà. Dopo pochi secondi è Janet a prenderne il posto, più dura, più veloce. Si alternano. Una la tocca, l’altra le parla all’orecchio.
“Non ti azzardare a venire.”
“Se vieni senza permesso, ti puniamo.”
“Resta così. Sulla soglia. Niente di più.”
La ragazza scuote la testa, i capelli scuri appiccicati alla fronte. Il corpo si contrae, le cosce tentano di chiudersi ma la sbarra le tiene aperte. I gemiti diventano più disperati, quasi urla soffocate. La vedo arrivare vicino, vicinissima: i muscoli dell’addome si tendono, le gambe tremano, il respiro diventa corto e irregolare. Poi, proprio quando sembra sul punto di esplodere, Flavia toglie le dita. Janet fa lo stesso. La lasciano lì, aperta, pulsante, senza toccarla più.
La ragazza emette un suono straziante dietro il boccaglio. Un lamento lungo, frustrato, quasi un pianto. Il corpo continua a tremare, cercando il contatto che non arriva più.
Io non riesco più a restare ferma.
La mano destra scivola da sola tra le gambe. Apro i pantaloni, li slaccio, e infilo le dita sotto la mutandina. Sono già bagnata. Il clitoride mi pulsa sotto il polpastrello mentre continuo a guardare quella ragazza legata, cieca, con la figa esposta e negata. Mi tocco con movimenti piccoli, veloci, quasi nascosti. Il calore mi sale al viso. So di arrossire. So che se alzassero lo sguardo mi vedrebbero con la mano nei pantaloni, le dita che si muovono, gli occhi lucidi di eccitazione e di vergogna.
Ma non smetto.
Janet torna a toccare il clitoride della ragazza, di nuovo, portandola ancora una volta sull’orlo. Flavia le tiene i seni, le stringe forte i capezzoli, le sussurra qualcosa che non riesco a sentire. La prigioniera si contorce, geme, prega senza parole. E di nuovo le tolgono le mani proprio quando sta per venire.
Io mi mordo il labbro. Le dita mi scivolano più in profondità, due, poi tre. Il suono umido delle mie stesse dita mi sembra troppo forte nella stanza silenziosa. Mi vergogno. Mi eccito. Non so più distinguere le due cose.
Guardo quella figa aperta, rossa, lucida di saliva e di desiderio, e penso che potrei essere io al suo posto. O potrei essere io quella che decide quando farla venire… e quando no.
Per ora resto solo a guardare.
Con la mano tra le gambe.
E il viso in fiamme.
Janet si inginocchia davanti a lei. Non dice niente. Si limita a guardare la figa aperta, rossa, che pulsa ancora per l’ennesima negazione. Poi, con un movimento lento e deliberato, posa due dita sul clitoride e inizia a strofinarlo. Non più a intermittenza. Non più per tormentarla. Stavolta è continuo, deciso, senza pietà.
La ragazza si irrigidisce all’istante.
Le corde che le tengono i polsi si tendono con uno scatto secco, il legno del pilastro scricchiola. Il corpo intero si inarca all’indietro, i piedi spingono contro la piattaforma, i muscoli delle cosce e dell’addome si contraggono in modo violento. I capezzoli, già puniti dalle mollette di legno che Janet le ha messo poco prima, sono dritti e rossi. Il viso è contorto in una smorfia che non so se sia dolore o puro piacere: la bocca aperta intorno al boccaglio nero, le sopracciglia aggrottate, gli occhi chiusi stretti sotto la benda. È esattamente come nella foto che mi è rimasta impressa. Uno spasmo totale.
Janet non si ferma. Continua a toccarla, rotonda, veloce, precisa, mentre la ragazza viene.
Non è un orgasmo silenzioso. È un urlo soffocato che esce dal boccaglio a ondate, un suono gutturale, disperato, che si ripete mentre il corpo continua a scuotersi. Le cosce tremano in modo incontrollabile. La figa si contrae visibilmente intorno al nulla, i fluidi le scendono lungo l’interno delle cosce. Janet le tiene le dita premute sul clitoride fino all’ultimo spasmo, fino a quando i tremiti iniziano a diventare più deboli, più distanziati.
Solo allora rallenta. Poi ferma del tutto.
La ragazza resta appesa alle corde, il petto che sale e scende a scatti, il corpo lucido di sudore. La testa le ciondola in avanti. Le mollette le oscillano ancora leggermente sui capezzoli.
Io ho le dita ancora dentro di me.
Le sento bagnate, scivolose. Mentre lei veniva ho accelerato i movimenti senza nemmeno rendermene conto, e ora sto tremando anch’io. Il viso mi brucia. So di essere rossa fino alle orecchie. So che se alzassero lo sguardo mi vedrebbero con i pantaloni aperti, la mano conficcata tra le gambe, gli occhi lucidi e la bocca semiaperta.
Ma non riesco a togliere la mano.
Guardo quella ragazza che ancora trema leggermente, le corde ancora tese, il corpo che pian piano si rilassa dopo l’orgasmo più intenso che abbia mai visto in vita mia. E penso di nuovo alla stessa domanda che mi ronzava in testa da quando sono entrata qui.
Vorrei essere io, legata così, cieca, aperta, ridotta a un corpo che viene solo quando glielo concedono…
O vorrei essere Janet, inginocchiata, con il potere di decidere quando farla esplodere e quando lasciarla sospesa nel tormento?
Non lo so ancora.
So solo che, in questo momento, le mie dita continuano a muoversi da sole.
Le due donne si voltano verso di me.
Lo sanno. Hanno visto tutto. La mia mano ancora conficcata tra le gambe, i pantaloni aperti, il viso rosso, il respiro corto. Non c’è più niente da nascondere.
Si avvicinano senza fretta. Janet per prima. Si ferma davanti a me, mi guarda dall’alto, poi semplicemente si siede a cavalcioni sulle mie cosce. Il peso del suo corpo mi schiaccia contro la sedia. Sento il calore della sua pelle attraverso il tessuto sottile del corpetto. Le sue mani mi afferrano i polsi e me li tengono fermi contro i braccioli, impedendomi di muovermi.
Io resto immobile. Quasi colpevole. Come se fossi stata scoperta a fare qualcosa di proibito. Il cuore mi batte così forte che temo lo sentano entrambe.
Janet si china. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio. Poi mi bacia.
Non è un bacio dolce. È lento, profondo, possessivo. La sua lingua entra nella mia bocca senza chiedere permesso, mi assaggia, mi esplora. Io gemo contro le sue labbra, senza riuscire a trattenermi. Le dita mi tremano ancora tra le gambe, ma non riesco più a muoverle: il suo peso mi tiene bloccata.
Dietro di me sento un altro corpo. Flavia. I suoi capelli mi sfiorano la spalla, poi le sue labbra si posano sul mio collo. Prima un bacio leggero, poi un morso più deciso, proprio sotto l’orecchio. La lingua calda che scorre sulla pelle mentre Janet continua a baciarmi la bocca.
Due bocche. Due corpi. Io in mezzo, immobile, con i pantaloni aperti e la figa ancora pulsante.
Janet stacca le labbra dalle mie solo per un secondo, abbastanza da sussurrarmi contro la
bocca: “Ti sei toccata mentre la guardavi venire…”
La sua voce è bassa, divertita, pericolosa.
“Ora tocca a noi decidere cosa fare di te.”
Flavia intanto mi bacia di nuovo il collo, più in basso, vicino alla clavicola, mentre una delle sue mani scivola sotto la mia maglietta e mi prende un seno a mano nuda. Lo stringe. Lo massaggia. Il pollice le passa sul capezzolo già duro.
Io chiudo gli occhi.
Il senso di colpa è ancora lì, caldo e appiccicoso.
Ma sotto c’è qualcos’altro. Qualcosa di più forte.
E non so più se voglia fermarle… o se voglia che continuino.
di
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