Sorella Sbagliata - Capitolo 12
scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 32 min
di
_ale_
genere
incesti
cura
A
Il Giorno 1 senza Giulia iniziò con una strana sensazione di vuoto misto a un perverso sollievo. Partì alle sette del mattino con il pulmino degli scout. Per le prime ore, mi ritrovai a pensare: beh, è finita. Niente chat da cancellare in preda al panico. Niente stanze da controllare prima di entrare. Niente rischi assurdi dietro le porte o nei garage. Nessuna occasione da creare col cronometro in mano. La mia vita era tornata a essere un blocco monolitico e sicuro. Passai l'intera giornata con Erika, la cercai, la baciai, uscii con lei nel pomeriggio. Erika era al settimo cielo, radiosa, convinta che il nostro rapporto stesse vivendo una seconda giovinezza. E io, mentre la guardavo ridere in un bar del centro, pensai: forse questi quindici giorni mi faranno davvero bene.
Il Giorno 2 la teoria sembrò reggere. Io ed Erika avemmo un altro momento intimo nel pomeriggio, a casa sua.Funzionava tutto alla perfezione. Ero concentrato, presente, la desideravo. Ma appena finimmo, mentre lei era in bagno a rinfrescarsi, rimasi a fissare il soffitto con una sensazione strana, sgradevole, appiccicata allo stomaco. Non era insoddisfazione. Era una mancanza opaca, informe. Mancava il brivido dell'errore, mancava la tensione di dover camminare sui carboni ardenti. Mancava qualcos'altro che non riuscivo ancora a identificare con precisione.
Il Giorno 3 feci l'errore di cercare Erika ancora di più. La chiamai tre volte in un giorno, le proposi programmi continui, la baciavo con un'intensità quasi compulsiva, come se stessi cercando di saturare un buco nero con la normalità. A un certo punto, Erika mi guardò con un sorriso divertito e perplesso, incrociando le braccia. «Ma che ti è preso ultimamente?Sembri un cagnolino inacidito.»
Cercai di buttarla sul ridere, stringendola per i fianchi. «Non posso avere voglia della mia ragazza?»
«Puoi, puoi, continua pure, non mi lamento di certo,» rise lei, felicissima di quell'attenzione extra. Ma dentro di me, capii esattamente cosa stavo facendo: stavo cercando di anestetizzarmi. Stavo cercando di usare Erika per cancellare il vuoto che una ragazzina aveva lasciato in giro per casa mia in soli tre giorni.
Fu lì che il mio cervello iniziò a fare il paragone più pericoloso del mondo. Non stavo confrontando le due donne in senso astratto; stavo confrontando le due esperienze.
Da una parte c'era Erika: affetto, sicurezza, complicità, conoscenza reciproca, il comfort di un letto caldo e di una domenica sul divano. Dall'altra c'era Giulia: imprevedibilità, rischio costante, provocazione, una fame carnale che non si spegneva mai, il modo specifico in cui reagiva a ogni mia mossa, il modo in cui mi sfidava a non darle quello che voleva,la compatibilità fisica devastante e quel senso perenne che ogni incontro potesse essere l'ultimo, il definitivo, quello che ci avrebbe fatto esplodere in faccia al mondo. Il mio sistema nervoso si era abituato a quella scarica di adrenalina pura. E senza di essa, la normalità cominciava a sapere di minestra riscaldata.
Il Giorno 4 ero di nuovo con Erika. Stavamo guardando un film sul divano. Andava tutto bene, come sempre. Poi, finito il film, mentre lei era distratta a rispondere a un messaggio delle amiche, allungai la mano verso il tavolino, presi il mio telefono e aprii la chat di Giulia. Ultimo accesso: ore prima. Nessun messaggio. Nessuna foto. Niente di niente. Chiusi l'applicazione con rabbia. Cinque minuti dopo, senza un motivo logico, la riaprii. Fissai la schermata vuota, sentendomi profondamente, pateticamente ridicolo.
Il Giorno 5 arrivò la prima foto dal campo. Erika la ricevette sul telefono e me la mostrò ridendo, facendosi scudo con la mia spalla. «Guarda mia sorella, sembra una profuga di guerra.»
Mi porsi in avanti per guardare lo schermo. Giulia era in mezzo a un prato boschivo, accanto a un falò spento. Era completamente struccata, con i capelli neri legati alla bell'e meglio in una coda storta, la pelle leggermente arrossata e segnata dal sole, una felpa scout larga tre taglie e i calzettoni alti di spugna. Non c'era posa, non c'era trucco, non c'era quella sfacciataggine studiata che usava per farmi impazzire. Era semplicemente lì, stanca morta, ma con un sorriso sghembo e vivo stampato in faccia. Risi insieme a Erika, facendo una battuta stupida per depistare. Ma più tardi, quando Erika andò a dormire, presi il mio telefono. Riaprii quella foto. E la guardai da solo, nel buio, per cinque minuti buoni.
Poco dopo, mandai un messaggio di prova.«Come va?»
La risposta arrivò dopo un'ora intera.Giulia:«Viva.»
«Segnale?»
Giulia:«Una tacca ogni tre alberi.»
«Divertente?»
Giulia:«Sì. Sono stanca morta.»
E poi, silenzio radio. Sparita di nuovo nel nulla dei boschi. Io rimasi con la chat aperta a fissare le bolle grigie, con una voglia matta di scriverle altre diecimila cose che non le avrebbero mai preso il telefono.
Il Giorno 6 arrivò la seconda foto. Questa volta era uno scatto rubato da un'altra ragazza del clan: Giulia con gli scarponi impolverati, la borraccia alla cintura, le gambe muscolose fasciate da quei pantaloncini corti e la pelle del viso completamente nuda. La trovai tremendamente, fastidiosamente attraente. E la cosa che mi faceva più paura era che non stava facendo niente per sedurmi. Non sapeva nemmeno che io stessi guardando quello schermo. Eravamo a cento chilometri di distanza, ma lei continuava a occupare ogni singolo spazio libero del mio cervello.
Quella notte, con Erika che respirava regolarmente, rannicchiata contro il mio fianco, ebbi la mia epifania. Mi passai una mano sulla faccia nel buio, facendo mente locale.Mi manca farlo con Giulia. Ci vollero cinque secondi esatti perché quella frase mi sembrasse troppo riduttiva, una cazzata colossale creata solo per giustificare il mio istinto animale. Non era solo il sesso. O meglio: non era soltanto quello.
Mi mancava la sua voce roca quando mi insultava la mattina. Mi mancavano le sue battute acide, la faccia che faceva quando si arrabbiava sul serio, il modo in cui mi prendeva per il culo davanti a sua madre fingendo di non avermi appena quasi fatto venire in un garage buio. Mi mancavano le risate in mansarda, e persino, dio mi perdoni, quando mi rompeva i coglioni pretendendo di avere una giornata intera.
La conclusione mi cadde addosso come una pietra tombale:Non mi mancava soltanto il sesso con Giulia. Mi mancava Giulia. E quella, ne ero assolutamente certo, era una condanna a morte molto peggiore.
Il Giorno 7 o 8, la madre di Erika irruppe in cucina mentre stavamo facendo colazione, agitando un foglio di carta come se avesse vinto alla lotteria. «Ragazzi! Domenica prossima c'è la giornata aperta al campo scout! Possiamo andare a trovarli, c'è la messa all'aperto e poi si mangia tutti insieme nelle aree comuni.»
Erika, entusiasta, batté le mani. «Che carino! Dobbiamo assolutamente andare, così salutiamo anche Giulia, chissà come sta ridotta dopo una settimana tra i boschi.»
Io mi bloccai con la tazza di caffè a un centimetro dalla bocca. Prima ancora che il mio cervello potesse elaborare una strategia difensiva sensata, la mia bocca si mosse da sola. «Vengo anch'io.»
Erika si girò di scatto verso di me, sgranando gli occhi in un'espressione di puro shock. «Tu? Al campo scout?»
Capii subito di essere stato troppo rapido, troppo entusiasta, troppo fuori personaggio. Tossiccii, cercando di rimediare in fretta. «Che c'è? È una giornata all'aperto, si mangia, cambiamo aria.»
Erika mi fissò con un sorriso ironico, assottigliando lo sguardo. «Pensavo ti facessero schifo queste cose. L'anno scorso hai inventato una crisi intestinale galattica pur di non venire al compleanno di mia cugina in agriturismo.»
«Mi evolvo,» tagliai corto io, abbozzando un sorriso tirato.
Erika rise, scuotendo la testa e tornando a parlare con la madre dei dettagli logistici. Ma io dentro di me avevo già deciso.Mancavano ancora sei giorni a quella domenica, e non avevo la minima intenzione di aspettare così a lungo per vederla.
Il viaggio in macchina verso la montagna fu una lenta discesa nel mio personale girone dei ridicoli. Guidavo sui tornanti tenendo gli occhi fissi sull'asfalto, mentre sul sedile del passeggero Erika chiacchierava a ruota libera con sua madre,seduta dietro insieme a tre teglie di parmigiana avvolte nella stagnola. Parlavano di zanzare, di quanto Giulia si sarebbe lamentata dei bagni da campo, del tempo che forse avrebbe retto fino a sera.
Io annuivo a intervalli regolari, ma la mia testa era altrove. Quasi due settimane. Due settimane che non la toccavo, che non sentivo la sua voce dal vivo, che mi riducevo a fissare due foto sgranate sullo schermo del telefono come un demente. Mentre scalavo in seconda per affrontare l'ennesima salita in mezzo ai boschi, mi colpì tutta l'assurdità della situazione: mi ero letteralmente autoinvitato a un raduno domenicale di scout, rinunciando al mio unico giorno libero e al divano col climatizzatore, solo per riuscire a vedere la sorellina della mia ragazza. E questa consapevolezza mi piaceva pochissimo. Anzi, mi faceva sentire un povero stronzo completamente in balia degli eventi.
Quando parcheggiammo nello spiazzo sterrato all'ingresso del campo, venimmo subito investiti da un altro mondo. Niente asfalto, niente rumore di traffico. Solo alberi altissimi, terra battuta, costruzioni di legno legate con le corde, il vociare confuso di decine di persone e quell'odore denso, inconfondibile, di legna bruciata e resina che ti si appiccica ai vestiti dopo tre secondi.
Scesi dall'auto stiracchiandomi la schiena, ed eccola lì. La vidi a una trentina di metri, vicino a una fila di tende verdi. Ed era completamente, radicalmente diversa dalla Giulia di città.
Non c'era traccia della ragazzina che passava mezz'ora a scegliere un completino di pizzo per farmi perdere la testa. Non aveva un filo di trucco in faccia. I capelli neri erano raccolti alla cieca in uno chignon disordinato che stava perdendo pezzi da tutte le parti. Indossava i pantaloncini di velluto blu e la camicia scout con le maniche arrotolate male sopra i gomiti, i calzettoni spessi tirati su fino a metà polpaccio e gli scarponi impolverati. Era sudata, aveva il viso arrossato dal sole e dalla fatica, le occhiaie di chi dorme in un sacco a pelo da una settimana e persino una leggerissima ricrescita naturale sulle gambe, segno evidente che non si era minimamente preparata per vedermi. Non le importava di essere perfetta.
Eppure, mentre la guardavo camminare in mezzo alla polvere con una cassa di legno tra le braccia, venni investito da un'ondata di desiderio così violenta e improvvisa che mi tolse quasi il fiato. Fu molto più forte di quanto avessi messo in conto. Capire che mi faceva impazzire anche così, sporca di terra, stanca, struccata e selvaggia, spazzò via il mio ultimo alibi mentale: non ero fissato con il gioco perverso che aveva costruito per sedurmi. Volevo Giulia. Qualsiasi versione di Giulia.
La madre agitò un braccio chiamandola a gran voce. Giulia si girò, ci vide, posò la cassa su un tavolo e corse verso di noi.Si buttò al collo della madre, poi strinse forte Erika, ridendo e lamentandosi contemporaneamente del cibo del campo.
Io rimasi lì a un passo di distanza, con il cuore che mi batteva in gola, aspettando il mio turno. Mi aspettavo tutto: uno sguardo assassino dei suoi, una mano che scivolava troppo in basso sulla mia schiena, un'unghia piantata nel fianco di nascosto. Giulia si staccò da Erika, si voltò verso di me e mi diede un abbraccio rapidissimo, a mezzo busto, tenendo un metro di aria tra i nostri bacini. Una pacca sulla spalla da cugini di terzo grado a Natale.
«Ciao Franci,» disse, con un sorriso neutro, socialmente inattaccabile.
Tutto lì. Nemmeno il tempo di ricambiare la stretta o di sentire il calore della sua pelle che si era già girata, richiamata a gran voce da due ragazzi del suo gruppo adulto che stavano montando un telone. La guardai trotterellare via e rimasi piantato nella terra battuta come un imbecille, quasi offeso. Era assurdo, ridicolo e totalmente irrazionale, ma ci ero rimasto malissimo.
La prima ora fu una tortura cinese a cielo aperto. Io, Erika e sua madre ci sistemammo su una delle lunghe panche di legno nella zona comune, mentre attorno a noi il campo ferveva di preparativi per il pranzo. E io non riuscii a staccare gli occhi di dosso a Giulia nemmeno per cinque minuti consecutivi.
La guardavo mentre trasportava tavoli pieghevoli, mentre scherzava e rideva dando spintoni amichevoli agli altri ragazzi del clan, mentre si sedeva a gambe incrociate sull'erba secca per addentare un pezzo di focaccia. Il mio sguardo continuava a zoomare sui dettagli più stupidi: il bordo dei calzettoni che le stringeva il polpaccio tonico, una striscia di terra secca sul ginocchio nudo, il collo umido di sudore sotto la coda di cavallo che continuava a sciogliersi. A un certo punto passò proprio dietro la nostra panca per portare delle brocche d'acqua, sfiorandomi la schiena con il gomito; lasciò dietro di sé una scia calda che sapeva di fumo di legna, sapone neutro e pelle viva.
Strinsi la bottiglietta di plastica che avevo in mano facendola scricchiolare, sentendo i pantaloni diventare improvvisamente troppo stretti.
Erika, seduta accanto a me, si girò vedendomi passarmi una mano sul collo per la terza volta in due minuti. «Tutto bene?Hai caldo?» mi chiese, premurosa.
Deglutii, distogliendo a forza gli occhi dal culo di sua sorella che si stava chinando per raccogliere uno zaino. «Un po',» mentii, con la gola secca come la ghiaia. «Non c'è un filo d'aria qui in mezzo.»
La prima mezza occasione arrivò poco prima di pranzo. Vidi Giulia staccarsi dal gruppo e dirigersi da sola verso un capanno di legno un po' defilato, dietro le cucine da campo, dove tenevano le scorte e i materiali dello staff adulto. Non ci pensai due volte. Mi alzai dalla panca borbottando a Erika che andavo a cercare una fontanella per sciacquarmi la faccia, e seguii la sua ombra tra gli alberi.
Spinsi la porta socchiusa del capanno ed entrai. Dentro c'era penombra, un odore fortissimo di corda di canapa, tela cerata e pino, e soprattutto non c'era nessun altro. Giulia era in fondo, china su uno scatolone. Sentendo i passi, si raddrizzò e si voltò. Quando vide che ero io, non sembrò minimamente sorpresa. Appoggiò il fianco a una pila di casse, incrociando le braccia.
«Ti sei perso?» mi chiese, con quella sua mezza piega ironica sulle labbra.
Chiusi la porta alle mie spalle e feci tre passi lunghi verso di lei. «Sì.»
«Che sfortuna.»
Non le diedi il tempo di aggiungere altro. L'afferrai per i fianchi, sentendo sotto i palmi il tessuto grezzo della cintura e il calore bollente del suo corpo, e la schiacciai contro lo scaffale di legno. Giulia non si ritrasse; alzò il mento, gli occhi scuri che le brillavano nella penombra mentre il suo respiro si spezzava all'istante. Mi chinai sul suo viso, sentendo già l'odore di fumo e sudore sulla sua pelle, le labbra a un millimetro dalle sue, pronto a riprendermi con gli interessi tutte le quasi due settimane di astinenza.
La maniglia della porta scattò all'improvviso. Ci staccammo alla velocità della luce. Quando un ragazzo con gli occhiali e il fazzolettone al collo spalancò la porta entrando nel capanno, io ero a due metri da lei che mi guardavo le scarpe, e Giulia aveva già sollevato con disinvoltura un rotolo di spago dallo scatolone.
«Eccoti Giù, servono anche i picchetti grandi,» disse il tipo. «Arrivo subito,» rispose lei tranquilla. Raccattò una scatola di metallo, mi passò accanto per uscire e, proprio mentre mi superava sulla soglia, senza nemmeno guardarmi, sussurrò a fior di labbra: «Che peccato.»
Rimasi lì in mezzo agli attrezzi da campeggio con una voglia matta di prendere a pugni la parete di legno. La odiavo.Giuro che in quel momento la odiavo dal profondo del cuore.
Ma lei sapeva benissimo a che gioco stava giocando, e nel pomeriggio rincarò la dose. Dopo mangiato, i capi organizzarono una breve passeggiata lungo il sentiero nel bosco per mostrare ai genitori la zona vicino al fiume.Camminavamo in fila indiana o a piccoli gruppi tra i faggi. Erika era una decina di metri più avanti, presa a chiacchierare fitto con sua madre e con una ragazza del clan.
Io rallentai il passo, lasciandomi superare dagli altri, finché non mi ritrovai esattamente in coda al gruppo, fianco a fianco con Giulia. Appena il sentiero fece una curva stretta dietro una parete di rocce e arbusti fitti, coprendoci del tutto alla vista di chi ci precedeva, allungai il braccio e la presi per il polso.
La tirai indietro con uno strattone deciso, facendola fermare all'ombra di una quercia enorme. Lei si girò di scatto, finendo con il petto direttamente contro il mio. Eravamo vicinissimi, i respiri che si mescolavano nell'aria calda del bosco. Le feci scivolare la mano dal polso fino alla schiena nuda sotto lo zainetto, stringendola contro di me per farle sentire chiaramente in che stato mi aveva ridotto da quando ero sceso dalla macchina. Lei schiuse le labbra, abbassando lo sguardo per un istante sulla mia bocca, con le guance che si accendevano di rosso.
«Giulia! Muoviti che devi aprire il cancello giù al guado!» urlò una voce maschile da dietro la curva del sentiero.
Chiusi gli occhi, imprecando mentalmente contro l'intero movimento scout mondiale. Giulia non si mosse subito. Rimase ancora per due secondi incollata al mio petto, fissandomi da sotto le ciglia con un sorrisetto lento, bastardo e perfettamente consapevole.
«Sei nervoso,» mi sussurrò, sfiorandomi appena la cintura dei jeans con il dorso delle dita.
«No,» ringhiai a denti stretti.
«Sei pessimo a mentire, Franci.» Si sfilò dalla mia presa con una piroetta leggera, mi lasciò lì in mezzo agli alberi con il sangue che mi bolliva nelle vene e corse via lungo il sentiero, gridando al suo amico che stava arrivando.
Tornati dal sentiero al campo base, il pomeriggio si trasformò in un lento supplizio sotto il sole delle quattro. Ero appoggiato a una staccionata di legno all'ombra dei pini, fingendo di ascoltare un capo reparto che spiegava a mia suocera come funzionavano i turni di cucina, quando Giulia mi passò accanto con una cesta di pane vuoto.
Non rallentò nemmeno. Guardando dritto davanti a sé, lasciò cadere la domanda a mezza voce, solo per le mie orecchie:«Ti sono mancata?»
Strinsi le dita sulla traversa di legno della staccionata. «Un po'.»
A quel punto si fermò. Ruotò sui talloni e mi guardò dritto negli occhi per due secondi netti, scavandomi dentro con quelle iridi scure che sembravano passarmi ai raggi X. «Bugiardo,» sussurrò, con l'ombra di un sorriso sulle labbra. Poi riprese a camminare verso le tende della cambusa.
Aveva capito tutto. Aveva annusato il sangue, e da quel preciso istante iniziò a giocare al gatto col topo. Si accorse perfettamente che non facevo altro che seguirla con lo sguardo, e decise di farmela pagare con gli interessi. Per l'ora successiva, ogni volta che provavo ad avvicinarmi al suo raggio d'azione, lei si blindava in mezzo a un capannello di altri rover, mettendosi a ridere forte, scherzando, rendendo fisicamente impossibile qualsiasi approccio. Poi, quando io desistevo e tornavo a sedermi vicino a Erika, Giulia trovava una scusa per passarmi a mezzo metro di distanza, mi lanciava un'occhiata complice, accennava un sorriso bastardo e spariva di nuovo dietro una tenda.
Stavo impazzendo. Avevo i nervi a fior di pelle, rispondevo a monosillabi a Erika e continuavo a battere il piede per terra.Ed era esattamente la stessa identica tortura psicologica che avevo inflitto io a Giulia per mesi: farle vedere che ero lì, a portata di mano, negandole qualsiasi contatto. Le parti si erano appena invertite del tutto.
Verso le cinque riuscimmo finalmente a incastrare un terzo tentativo, dietro la fila dei cassoni dell'acqua potabile, coperti da un telone mimetico. Non ci fu nessuna battuta preliminare. Appena fummo fuori vista, l'afferrai per la camicia scout e le schiacciai la bocca contro la mia. Fu un contatto molto più violento dei precedenti: le aprii le labbra con la lingua,stringendole il viso tra le mani mentre lei mi artigliava i fianchi. Ero affamato, completamente privo di dignità, e spingevo il bacino contro il suo con una foga tale che Giulia se ne accorse subito, emettendo un gemito basso in fondo alla gola.
Ma proprio mentre la mia mano scivolava sotto l'elastico dei suoi pantaloncini di velluto, un coro di risate e il rumore di passi pesanti sulla ghiaia spuntarono da dietro l'angolo delle docce. Dovemmo staccarci di colpo. Rimasi appoggiato alla cisterna di plastica, con il petto che si alzava e si abbassava come un mantice e una frustrazione feroce che mi contorceva lo stomaco.
Giulia si passò il dorso della mano sulle labbra arrossate e trattenne una risata vedendo la mia faccia. «hai resistito quasi due settimane, e adesso dieci minuti di attesa ti ammazzano?» mi prese in giro a bassa voce.
«Ti odio quando fai così,» ringhiai tra i denti.
Lei fece un passo avanti, si alzò sulle punte e mi stampò un bacio rapidissimo, quasi schioccante, sulle labbra. «No,» mormorò, staccandosi di un centimetro. Fece una piccola pausa, fissandomi con gli occhi che brillavano. «È proprio quello il tuo problema.»
L'occasione vera arrivò nel tardo pomeriggio, quando il sole iniziò a scendere dietro la cresta della montagna, tingendo il bosco di un arancione denso e caldissimo. Sentii una ragazza dello staff dire a Giulia di andare a chiudere la vecchia baita degli attrezzi, una costruzione di legno e pietra usata dal gruppo adulto come deposito per le tende invernali, situata in fondo a una mulattiera a trecento metri dal campo, completamente isolata dal resto delle attività.
Quando vidi Giulia incamminarsi da sola lungo il sentiero sterrato con il mazzo di chiavi in mano, non mi preoccupai nemmeno di inventare una grande scusa. Dissi semplicemente a Erika che andavo a fare due passi per sgranchirmi le gambe e mi mossi.
Camminai veloce tra gli alberi finché il rumore delle voci del campo non diventò un ronzio lontano. Giulia sentì lo scricchiolio dei miei passi sui sassi e sulle foglie secche. Si fermò davanti alla porta di legno della baita e si girò.
«Mi stai seguendo,» disse, ma non sembrava una domanda.
Mi fermai a due passi da lei, il respiro corto per la salita e per l'adrenalina. «Sì.»
Per un istante rimase quasi spiazzata da quella mia totale assenza di filtri o giustificazioni. Non fece battute. Girò la chiave nella serratura arrugginita, spinse la porta ed entrò.
Appena il chiavistello scattò alle nostre spalle, chiudendoci nella penombra calda della baita, le quasi due settimane di astinenza esplosero tutti insieme. Non ci fu spazio per i dialoghi. Le andai addosso con una furia cieca, e la differenza rispetto a tutte le altre volte fu lampante fin dal primo secondo: non ero più io quello che dettava i tempi cercando di mantenere il controllo. Ero completamente fuori di testa.
Giulia rispose con la stessa identica fame. L'ambiente selvaggio ci rimase incollato addosso: faceva un caldo boia sotto il tetto di legno, l'aria sapeva di resina, terra secca e di quel fumo di falò che impregnava i suoi vestiti e i suoi capelli. Le sbottonai la camicia scout strappando quasi un bottone, facendola scivolare giù dalle spalle sudate, e le abbassai di colpo i pantaloncini e gli slip, lasciandole addosso solo gli scarponi slacciati e i calzettoni spessi fino al polpaccio. E proprio mentre le passavo le mani sulle cosce per sollevarla sul grande tavolo di legno grezzo, vidi nei suoi occhi un lampo di stupore: sapeva di essere stanca, sudata, senza un filo di trucco, con la pelle arrossata dal sole e persino quella leggerissima ricrescita naturale sulle gambe perché non aveva minimamente previsto che sarei piombato lì. Eppure la stavo divorando come se fosse la cosa più erotica sulla faccia della terra.
La feci stendere sul bordo del tavolo, tra i teli ripiegati, e mi aprii i pantaloni con le mani che tremavano. Le afferrai il seno nudo a piene mani, stringendo la carne soda con una presa pesante, quasi brutale, che lasciava i segni rossi delle mie dita sulla sua pelle chiara, mentre le leccavo il collo e il petto, bagnandola di saliva, soffocando i suoi primi gemiti con baci profondi e disperati.
Quando mi posizionai tra le sue cosce e spinsi dentro di lei, la sensazione fu così paradisiaca che dovetti chiudere gli occhi e appoggiare la fronte contro la sua spalla per non venire all'istante. Dopo quasi due settimane, la sua figa sembrava ancora più stretta, un canale bollente, bagnatissimo e tenace che mi stringeva il cazzo in una morsa quasi dolorosa per quanto era intensa. Giulia inarcò la schiena sul legno duro, mordendosi il labbro inferiore fino a farselo sbiancare per trattenere le urla di piacere che le salivano in gola. Le afferrai il fondoschiena con entrambe le mani, affondando le dita nella carne viva, tirandola contro di me a ogni colpo di reni. Mi muovevo con una foga selvaggia, sbattendo contro di lei a un ritmo forsennato; il tavolo scricchiolava, il sudore ci colava addosso mescolandosi alla polvere del legno, e i nostri respiri rotti rimbombavano tra le pareti della baita mentre la scopavo come un dannato, cercando di placare una sete che sembrava non passare mai.
Ma fu proprio lì, nel pieno di quella tempesta carnale, che successe qualcosa. All'inizio Giulia si era lasciata trascinare dalla mia stessa urgenza, graffiandomi la schiena e venendo quasi subito con un tremore violento delle cosce. Ma mentre io continuavo a spingere dentro di lei, perso, con gli occhi fissi sul suo corpo e il viso contratto dal bisogno disperato di averla, lei smise di chiudere gli occhi.
Cominciò a osservarmi. Guardava la foga con cui la tenevo stretta, la frustrazione accumulata in una settimana che mi traspariva da ogni muscolo, il modo in cui cercavo la sua bocca, quanto poco riuscissi a nascondere il fatto che mi fosse mancata da impazzire. Per mesi era stata lei quella che doveva elemosinare una prova, quella che si sentiva il ripiego, lo scarto rispetto alla sorella perfetta. Ora la prova vivente del suo potere le stava ansimando addosso, completamente in sua balia. E in quel preciso istante, Giulia smise per sempre di sentirsi inferiore.
Proprio quando il ritmo delle mie spinte era arrivato al massimo, a un passo dal farmi esplodere dentro di lei, Giulia mi puntò entrambe le mani sul petto.
«Fermati,» disse, con voce ferma.
Mi bloccai all'istante, i muscoli tesi come corde di violino, ancora piantato fino in fondo dentro di lei. «Che c'è? Hai sentito qualcuno?» ansimai, il cuore che mi martellava nei timpani.
Giulia respirava forte, il petto lucido di sudore che si alzava e si abbassava sotto i miei occhi, ma non c'era traccia di paura sul suo viso. Anzi, sembrava quasi divertita. «Ti sono mancata,» affermò, fissandomi.
Cercai di riprendere a muovermi i fianchi, annebbiato dal desiderio. «Giulia, ti prego...»
«No.» Stringendo le gambe, mi spinse indietro con decisione, costringendomi a uscire da lei e a sedermi sulla panca di legno attaccata al tavolo. Mi guardò dall'alto, con le cosce ancora aperte e l'aria di chi ha appena scoperto di avere in mano le chiavi della cella. «Guardati, Franci,» mormorò dopo una pausa. «Ti sono mancata davvero.»
Ero seduto lì sulla panca, i pantaloni abbassati sulle cosce, il respiro pesante e l'erezione che pulsava a vuoto, lucida dei suoi umori, dolente per l'interruzione improvvisa. Giulia non si ricompose subito. Decise di testare fino a che punto poteva tirare la corda. Rimase seduta sul bordo del tavolo davanti a me e sollevò le gambe, appoggiandomi entrambi i piedi, ancora infilati nei calzettoni spessi da scout, sfilate le scarpe, direttamente sull'inguine.
Iniziò a muoverli lentamente, chiudendomi il cazzo tra le piante dei piedi rivestite dalla lana grezza e umida dei calzettoni. La frizione ruvida del tessuto contro la pelle ipersensibile e bagnata mi strappò un gemito strozzato; era una tortura erotica lenta, calcolata per tenermi esattamente sull'orlo del precipizio senza però darmi la spinta necessaria per cadere. Mi accarezzava l'asta con le dita dei piedi attraverso la stoffa, stringendo e poi allentando la presa ogni volta che vedeva i miei fianchi contrarsi per cercare più attrito.
Strinsi i bordi della panca, esasperato. «Giulia.»
«Che c'è?» chiese lei con finta innocenza, continuando a passarmi il tallone lungo la vena pulsante.
«Lo sai benissimo che c'è.»
Lei accennò un sorriso lento, ma i suoi occhi restarono serissimi. Premette un piede contro la base della mia erezione, bloccandomi contro lo schienale, e mi buttò addosso la domanda a bruciapelo: «Hai scopato con Erika mentre ero via?»
Mi irrigidii di colpo. «Non sono cazzi tuoi.»
«Quindi sì,» dedusse lei senza battere ciglio, continuando a muovere piano i piedi su e giù.
Rimasi in silenzio, fissando le sue gambe sporche di terra.
«Più di una volta?» insistette, la voce tagliente.
«Giulia, basta.»
Lei sfilò i piedi dal mio inguine, lasciandomi lì a soffrire con i muscoli contratti, e si sporse in avanti sul tavolo, portando il viso a venti centimetri dal mio. «E allora spiegami perché cazzo sei qui ridotto così,» mi sussurrò in faccia.
Aprii la bocca, ma non mi uscì mezzo suono. Non avevo una risposta. O meglio, non ne avevo una che potessi pronunciare ad alta voce senza far crollare tutta la mia vita.
Feci per alzarmi dalla panca, allungando le mani verso i suoi fianchi per rimetterla giù sul tavolo e finire quello che avevamo iniziato. Qualche giorno prima, Giulia mi avrebbe lasciato fare; portarmi al limite e farmi venire dopo avermi fatto ammettere la sua superiorità su Erika l'avrebbe fatta sentire invincibile.
Stavolta no. Appena le mie mani le sfiorarono la vita, lei scese dal tavolo con un salto leggero e fece un passo indietro,mettendosi fuori portata. «Basta così,» disse.
Rimasi in piedi, con il sangue che mi pulsava dolorosamente tra le gambe e la mascella serrata. «Mi stai prendendo per il culo?»
«Un pochino,» ammise lei, raccogliendo gli slip da terra.
«Sei una stronza.»
«Lo so.» Ma mentre lo diceva, il sorriso di sfida le morì sulle labbra. La sua espressione cambiò, facendosi improvvisamente adulta, quasi malinconica.
Si fermò con i pantaloncini di velluto in mano e mi guardò. «Sai qual è la cosa davvero triste, Franci?»
«Cosa?» chiesi, ancora accecato dalla frustrazione fisica.
«Che una settimana fa questa scena mi avrebbe fatta sentire Dio,» disse piano, con una lucidità disarmante.
La guardai senza capire.
«Sapere che a casa hai Erika,» spiegò lei, scandendo ogni parola. «Sapere che ci sei andato a letto tutta la settimana. E vedere che comunque, dopo quasi due settimane, ti fai due ore di macchina per venire in mezzo a un bosco a guardarmi così e a tremare come un ragazzino.» Fece una pausa, abbassando gli occhi sulla fibbia della sua cintura. «Una settimana fa avrei pensato di aver vinto tutto.»
Il silenzio nella baita divenne pesante come il piombo. Mi abbottonai i pantaloni a fatica, sentendo il cuore rallentare in un tonfo sordo. «E adesso?» le chiesi.
Giulia alzò gli occhi nei miei. «Adesso non mi basta più.»
Eccolo lì. Non c'era nessun orgasmo a chiudere la scena: il vero climax era quella frase buttata lì in mezzo alla polvere,che spostava l'asse terrestre di tutto il nostro rapporto.
«Che cosa vuoi allora?» le chiesi, facendo un passo incerto verso di lei.
Giulia scosse la testa, infilandosi i pantaloncini. «Non lo so.» Poi si bloccò, tirando su la zip con uno strattone, e mi guardò dritta in faccia. «Ma so che non voglio più essere soltanto quella che vieni a cercare quando ti manca il modo in cui scopiamo.»
«Non è solo quello, Giù. Lo sai.»
«Ah no? E allora cos'è?» mi sfidò, aprendo le braccia. «Dimmi cos'è.»
Rimasi muto. Il silenzio mi si incollò alla lingua. Non potevo dirle che mi mancava lei, che la cercavo nelle stanze vuote,perché dirlo significava ammettere cose che non ero pronto a gestire.
Giulia mi fissò per cinque lunghi secondi, poi annuì lentamente, con un sorriso amaro. «Appunto.»
Quello che seguì fu l'esatto capovolgimento di tutta la nostra storia. Per settimane ero stato io quello che, appena finito, si rivestiva in fretta e furia per correre da Erika, lasciando Giulia nuda e spettinata su un letto o in un garage a guardarmi andare via. Stavolta rimasi io fermo in mezzo alla stanza a guardare lei.
Con una calma metodica, Giulia si infilò la camicia scout e la abbottonò fino al collo. Si chinò a tirarsi su i calzettoni spessi, allacciò gli scarponi impolverati e si passò le dita tra i capelli per rifarsi lo chignon alla cieca. Ogni gesto con cui si copriva la pelle mi sembrava una porta che mi veniva sbattuta in faccia.
«Dove vai?» le chiesi mentre raccoglieva le chiavi dal tavolo.
«Torno indietro. Dagli altri.»
«Giulia, aspetta.»
Lei mise la mano sulla maniglia della porta, voltandosi appena sopra la spalla. «Mi hai cercata per quasi due settimane nella tua testa, Franci,» disse con una freddezza tranquilla. «Puoi benissimo aspettarne altri sette.»
Stava per aprire la porta, quando ci ripensò. Lasciò la maniglia, tornò indietro di due passi e mi si parò davanti. Per un secondo patetico sperai che avesse cambiato idea, che stesse per buttarmi di nuovo le braccia al collo.
Invece mi prese il viso con una mano sola e mi diede un bacio. Un bacio lento, profondo, umido, lungo esattamente quanto bastava per riaccendere tutto il dolore fisico che avevo nei pantaloni e peggiorare drasticamente la situazione.
Si staccò lasciandomi senza fiato. «Quando torno a casa tra una settimana voglio vedere una cosa,» sussurrò a un millimetro dalle mie labbra.
«Cosa?»
«Voglio vedere se mi vuoi ancora anche quando sono vestita.»
Aggrottai la fronte. «Che cazzo significa?»
«Significa che la prossima volta non mi basta più sapere che hai voglia di scoparmi,» concluse, fissandomi con una maturità che mi fece quasi paura. «La prossima volta voglio sapere che cosa vuoi da me.»
Aprì la porta della baita, uscì nella luce arancione del tramonto e se la richiuse alle spalle.
Rimasi lì dentro da solo per dieci minuti buoni, appoggiato al tavolo di legno, fisicamente dolorante, frustrato all'inverosimile, ma soprattutto completamente destabilizzato. Per la prima volta da quando era iniziato quel delirio,Giulia aveva avuto l'occasione perfetta su un piatto d'argento, aveva visto con i suoi occhi quanto fossi ridotto male per lei, aveva avuto il controllo totale del mio corpo e della mia mente... e aveva deciso di rivestirsi e andarsene. La vecchia Giulia non lo avrebbe mai fatto nemmeno sotto tortura. Quella che era appena uscita da quella porta era un problema infinitamente più grande.
Quando finalmente tornai allo spiazzo principale del campo, le ombre si erano allungate sull'erba. Erika mi venne incontro vicino alle macchine, con un maglioncino sulle spalle. «Ma dove eri finito? Stavo per mandare i soccorsi,» mi chiese,sorridendo.
«A fare due passi nel bosco, avevo bisogno di aria,» mentii con la voce roca, sentendo ancora l'odore di sua sorella incollato alla mia pelle.
Erika non fece domande; allungò le dita e mi prese la mano, intrecciandola alla sua. A una ventina di metri da noi, vicino al fuoco che stavano iniziando ad accendere per la sera, c'era Giulia. Stava parlando con due ragazzi del suo clan, un bicchiere di plastica in mano, e rideva di gusto con la testa buttata all'indietro.
E lì, in mezzo al campo, si cristallizzò l'immagine perfetta del mio disastro: Erika che mi stringeva la mano guardandomi con amore, io che fissavo Giulia da lontano con lo stomaco annodato, e Giulia che rideva guardando altrove, senza degnarmi più nemmeno di uno sguardo.
Il viaggio di ritorno in macchina, col buio pesto fuori dai finestrini, fu un calvario silenzioso. Questa volta volle guidare la madre di Erika per non addormentarsi; Erika crollò sul sedile posteriore dopo venti minuti di curve, e io rimasi seduto davanti, nel posto del passeggero, illuminato solo dal cruscotto.
Ogni dieci minuti tiravo fuori il telefono dalla tasca. Sbloccavo lo schermo. Niente. Aspettavo altri dieci minuti. Riaprivo WhatsApp. Ancora niente. La cosa davvero grottesca era pensare che fino a una settimana prima ero io quello che doveva silenziare il telefono perché Giulia mi bombardava di messaggi, foto e provocazioni a ogni ora del giorno. Adesso ero io il deficiente che fissava uno schermo muto nel buio, aspettando un segnale di vita da una ragazzina.
Arrivato a casa mia, a mezzanotte passata, mi buttai sul letto ancora vestito. Guardai il soffitto per mezz'ora, poi l'orgoglio andò definitivamente a farsi fottere. Presi il telefono, aprii la sua chat e scrissi:«Sei una stronza.»
Il messaggio rimase con una spunta sola per venti minuti, poi due grigie. Visualizzò quasi all'una di notte.Giulia:«Lo so.»
Digitai subito, senza più provare a fare il superiore:«Sette giorni sono lunghi.»
Passò un minuto intero prima che comparissero i puntini della scrittura.Giulia:«Allora pensa.»
«A cosa?»
La risposta arrivò tre secondi dopo, accendendo il display nel buio della mia camera come una lama:Giulia:«A cosa vuoi da me quando non puoi scoparmi.»
Il Giorno 2 la teoria sembrò reggere. Io ed Erika avemmo un altro momento intimo nel pomeriggio, a casa sua.Funzionava tutto alla perfezione. Ero concentrato, presente, la desideravo. Ma appena finimmo, mentre lei era in bagno a rinfrescarsi, rimasi a fissare il soffitto con una sensazione strana, sgradevole, appiccicata allo stomaco. Non era insoddisfazione. Era una mancanza opaca, informe. Mancava il brivido dell'errore, mancava la tensione di dover camminare sui carboni ardenti. Mancava qualcos'altro che non riuscivo ancora a identificare con precisione.
Il Giorno 3 feci l'errore di cercare Erika ancora di più. La chiamai tre volte in un giorno, le proposi programmi continui, la baciavo con un'intensità quasi compulsiva, come se stessi cercando di saturare un buco nero con la normalità. A un certo punto, Erika mi guardò con un sorriso divertito e perplesso, incrociando le braccia. «Ma che ti è preso ultimamente?Sembri un cagnolino inacidito.»
Cercai di buttarla sul ridere, stringendola per i fianchi. «Non posso avere voglia della mia ragazza?»
«Puoi, puoi, continua pure, non mi lamento di certo,» rise lei, felicissima di quell'attenzione extra. Ma dentro di me, capii esattamente cosa stavo facendo: stavo cercando di anestetizzarmi. Stavo cercando di usare Erika per cancellare il vuoto che una ragazzina aveva lasciato in giro per casa mia in soli tre giorni.
Fu lì che il mio cervello iniziò a fare il paragone più pericoloso del mondo. Non stavo confrontando le due donne in senso astratto; stavo confrontando le due esperienze.
Da una parte c'era Erika: affetto, sicurezza, complicità, conoscenza reciproca, il comfort di un letto caldo e di una domenica sul divano. Dall'altra c'era Giulia: imprevedibilità, rischio costante, provocazione, una fame carnale che non si spegneva mai, il modo specifico in cui reagiva a ogni mia mossa, il modo in cui mi sfidava a non darle quello che voleva,la compatibilità fisica devastante e quel senso perenne che ogni incontro potesse essere l'ultimo, il definitivo, quello che ci avrebbe fatto esplodere in faccia al mondo. Il mio sistema nervoso si era abituato a quella scarica di adrenalina pura. E senza di essa, la normalità cominciava a sapere di minestra riscaldata.
Il Giorno 4 ero di nuovo con Erika. Stavamo guardando un film sul divano. Andava tutto bene, come sempre. Poi, finito il film, mentre lei era distratta a rispondere a un messaggio delle amiche, allungai la mano verso il tavolino, presi il mio telefono e aprii la chat di Giulia. Ultimo accesso: ore prima. Nessun messaggio. Nessuna foto. Niente di niente. Chiusi l'applicazione con rabbia. Cinque minuti dopo, senza un motivo logico, la riaprii. Fissai la schermata vuota, sentendomi profondamente, pateticamente ridicolo.
Il Giorno 5 arrivò la prima foto dal campo. Erika la ricevette sul telefono e me la mostrò ridendo, facendosi scudo con la mia spalla. «Guarda mia sorella, sembra una profuga di guerra.»
Mi porsi in avanti per guardare lo schermo. Giulia era in mezzo a un prato boschivo, accanto a un falò spento. Era completamente struccata, con i capelli neri legati alla bell'e meglio in una coda storta, la pelle leggermente arrossata e segnata dal sole, una felpa scout larga tre taglie e i calzettoni alti di spugna. Non c'era posa, non c'era trucco, non c'era quella sfacciataggine studiata che usava per farmi impazzire. Era semplicemente lì, stanca morta, ma con un sorriso sghembo e vivo stampato in faccia. Risi insieme a Erika, facendo una battuta stupida per depistare. Ma più tardi, quando Erika andò a dormire, presi il mio telefono. Riaprii quella foto. E la guardai da solo, nel buio, per cinque minuti buoni.
Poco dopo, mandai un messaggio di prova.«Come va?»
La risposta arrivò dopo un'ora intera.Giulia:«Viva.»
«Segnale?»
Giulia:«Una tacca ogni tre alberi.»
«Divertente?»
Giulia:«Sì. Sono stanca morta.»
E poi, silenzio radio. Sparita di nuovo nel nulla dei boschi. Io rimasi con la chat aperta a fissare le bolle grigie, con una voglia matta di scriverle altre diecimila cose che non le avrebbero mai preso il telefono.
Il Giorno 6 arrivò la seconda foto. Questa volta era uno scatto rubato da un'altra ragazza del clan: Giulia con gli scarponi impolverati, la borraccia alla cintura, le gambe muscolose fasciate da quei pantaloncini corti e la pelle del viso completamente nuda. La trovai tremendamente, fastidiosamente attraente. E la cosa che mi faceva più paura era che non stava facendo niente per sedurmi. Non sapeva nemmeno che io stessi guardando quello schermo. Eravamo a cento chilometri di distanza, ma lei continuava a occupare ogni singolo spazio libero del mio cervello.
Quella notte, con Erika che respirava regolarmente, rannicchiata contro il mio fianco, ebbi la mia epifania. Mi passai una mano sulla faccia nel buio, facendo mente locale.Mi manca farlo con Giulia. Ci vollero cinque secondi esatti perché quella frase mi sembrasse troppo riduttiva, una cazzata colossale creata solo per giustificare il mio istinto animale. Non era solo il sesso. O meglio: non era soltanto quello.
Mi mancava la sua voce roca quando mi insultava la mattina. Mi mancavano le sue battute acide, la faccia che faceva quando si arrabbiava sul serio, il modo in cui mi prendeva per il culo davanti a sua madre fingendo di non avermi appena quasi fatto venire in un garage buio. Mi mancavano le risate in mansarda, e persino, dio mi perdoni, quando mi rompeva i coglioni pretendendo di avere una giornata intera.
La conclusione mi cadde addosso come una pietra tombale:Non mi mancava soltanto il sesso con Giulia. Mi mancava Giulia. E quella, ne ero assolutamente certo, era una condanna a morte molto peggiore.
Il Giorno 7 o 8, la madre di Erika irruppe in cucina mentre stavamo facendo colazione, agitando un foglio di carta come se avesse vinto alla lotteria. «Ragazzi! Domenica prossima c'è la giornata aperta al campo scout! Possiamo andare a trovarli, c'è la messa all'aperto e poi si mangia tutti insieme nelle aree comuni.»
Erika, entusiasta, batté le mani. «Che carino! Dobbiamo assolutamente andare, così salutiamo anche Giulia, chissà come sta ridotta dopo una settimana tra i boschi.»
Io mi bloccai con la tazza di caffè a un centimetro dalla bocca. Prima ancora che il mio cervello potesse elaborare una strategia difensiva sensata, la mia bocca si mosse da sola. «Vengo anch'io.»
Erika si girò di scatto verso di me, sgranando gli occhi in un'espressione di puro shock. «Tu? Al campo scout?»
Capii subito di essere stato troppo rapido, troppo entusiasta, troppo fuori personaggio. Tossiccii, cercando di rimediare in fretta. «Che c'è? È una giornata all'aperto, si mangia, cambiamo aria.»
Erika mi fissò con un sorriso ironico, assottigliando lo sguardo. «Pensavo ti facessero schifo queste cose. L'anno scorso hai inventato una crisi intestinale galattica pur di non venire al compleanno di mia cugina in agriturismo.»
«Mi evolvo,» tagliai corto io, abbozzando un sorriso tirato.
Erika rise, scuotendo la testa e tornando a parlare con la madre dei dettagli logistici. Ma io dentro di me avevo già deciso.Mancavano ancora sei giorni a quella domenica, e non avevo la minima intenzione di aspettare così a lungo per vederla.
Il viaggio in macchina verso la montagna fu una lenta discesa nel mio personale girone dei ridicoli. Guidavo sui tornanti tenendo gli occhi fissi sull'asfalto, mentre sul sedile del passeggero Erika chiacchierava a ruota libera con sua madre,seduta dietro insieme a tre teglie di parmigiana avvolte nella stagnola. Parlavano di zanzare, di quanto Giulia si sarebbe lamentata dei bagni da campo, del tempo che forse avrebbe retto fino a sera.
Io annuivo a intervalli regolari, ma la mia testa era altrove. Quasi due settimane. Due settimane che non la toccavo, che non sentivo la sua voce dal vivo, che mi riducevo a fissare due foto sgranate sullo schermo del telefono come un demente. Mentre scalavo in seconda per affrontare l'ennesima salita in mezzo ai boschi, mi colpì tutta l'assurdità della situazione: mi ero letteralmente autoinvitato a un raduno domenicale di scout, rinunciando al mio unico giorno libero e al divano col climatizzatore, solo per riuscire a vedere la sorellina della mia ragazza. E questa consapevolezza mi piaceva pochissimo. Anzi, mi faceva sentire un povero stronzo completamente in balia degli eventi.
Quando parcheggiammo nello spiazzo sterrato all'ingresso del campo, venimmo subito investiti da un altro mondo. Niente asfalto, niente rumore di traffico. Solo alberi altissimi, terra battuta, costruzioni di legno legate con le corde, il vociare confuso di decine di persone e quell'odore denso, inconfondibile, di legna bruciata e resina che ti si appiccica ai vestiti dopo tre secondi.
Scesi dall'auto stiracchiandomi la schiena, ed eccola lì. La vidi a una trentina di metri, vicino a una fila di tende verdi. Ed era completamente, radicalmente diversa dalla Giulia di città.
Non c'era traccia della ragazzina che passava mezz'ora a scegliere un completino di pizzo per farmi perdere la testa. Non aveva un filo di trucco in faccia. I capelli neri erano raccolti alla cieca in uno chignon disordinato che stava perdendo pezzi da tutte le parti. Indossava i pantaloncini di velluto blu e la camicia scout con le maniche arrotolate male sopra i gomiti, i calzettoni spessi tirati su fino a metà polpaccio e gli scarponi impolverati. Era sudata, aveva il viso arrossato dal sole e dalla fatica, le occhiaie di chi dorme in un sacco a pelo da una settimana e persino una leggerissima ricrescita naturale sulle gambe, segno evidente che non si era minimamente preparata per vedermi. Non le importava di essere perfetta.
Eppure, mentre la guardavo camminare in mezzo alla polvere con una cassa di legno tra le braccia, venni investito da un'ondata di desiderio così violenta e improvvisa che mi tolse quasi il fiato. Fu molto più forte di quanto avessi messo in conto. Capire che mi faceva impazzire anche così, sporca di terra, stanca, struccata e selvaggia, spazzò via il mio ultimo alibi mentale: non ero fissato con il gioco perverso che aveva costruito per sedurmi. Volevo Giulia. Qualsiasi versione di Giulia.
La madre agitò un braccio chiamandola a gran voce. Giulia si girò, ci vide, posò la cassa su un tavolo e corse verso di noi.Si buttò al collo della madre, poi strinse forte Erika, ridendo e lamentandosi contemporaneamente del cibo del campo.
Io rimasi lì a un passo di distanza, con il cuore che mi batteva in gola, aspettando il mio turno. Mi aspettavo tutto: uno sguardo assassino dei suoi, una mano che scivolava troppo in basso sulla mia schiena, un'unghia piantata nel fianco di nascosto. Giulia si staccò da Erika, si voltò verso di me e mi diede un abbraccio rapidissimo, a mezzo busto, tenendo un metro di aria tra i nostri bacini. Una pacca sulla spalla da cugini di terzo grado a Natale.
«Ciao Franci,» disse, con un sorriso neutro, socialmente inattaccabile.
Tutto lì. Nemmeno il tempo di ricambiare la stretta o di sentire il calore della sua pelle che si era già girata, richiamata a gran voce da due ragazzi del suo gruppo adulto che stavano montando un telone. La guardai trotterellare via e rimasi piantato nella terra battuta come un imbecille, quasi offeso. Era assurdo, ridicolo e totalmente irrazionale, ma ci ero rimasto malissimo.
La prima ora fu una tortura cinese a cielo aperto. Io, Erika e sua madre ci sistemammo su una delle lunghe panche di legno nella zona comune, mentre attorno a noi il campo ferveva di preparativi per il pranzo. E io non riuscii a staccare gli occhi di dosso a Giulia nemmeno per cinque minuti consecutivi.
La guardavo mentre trasportava tavoli pieghevoli, mentre scherzava e rideva dando spintoni amichevoli agli altri ragazzi del clan, mentre si sedeva a gambe incrociate sull'erba secca per addentare un pezzo di focaccia. Il mio sguardo continuava a zoomare sui dettagli più stupidi: il bordo dei calzettoni che le stringeva il polpaccio tonico, una striscia di terra secca sul ginocchio nudo, il collo umido di sudore sotto la coda di cavallo che continuava a sciogliersi. A un certo punto passò proprio dietro la nostra panca per portare delle brocche d'acqua, sfiorandomi la schiena con il gomito; lasciò dietro di sé una scia calda che sapeva di fumo di legna, sapone neutro e pelle viva.
Strinsi la bottiglietta di plastica che avevo in mano facendola scricchiolare, sentendo i pantaloni diventare improvvisamente troppo stretti.
Erika, seduta accanto a me, si girò vedendomi passarmi una mano sul collo per la terza volta in due minuti. «Tutto bene?Hai caldo?» mi chiese, premurosa.
Deglutii, distogliendo a forza gli occhi dal culo di sua sorella che si stava chinando per raccogliere uno zaino. «Un po',» mentii, con la gola secca come la ghiaia. «Non c'è un filo d'aria qui in mezzo.»
La prima mezza occasione arrivò poco prima di pranzo. Vidi Giulia staccarsi dal gruppo e dirigersi da sola verso un capanno di legno un po' defilato, dietro le cucine da campo, dove tenevano le scorte e i materiali dello staff adulto. Non ci pensai due volte. Mi alzai dalla panca borbottando a Erika che andavo a cercare una fontanella per sciacquarmi la faccia, e seguii la sua ombra tra gli alberi.
Spinsi la porta socchiusa del capanno ed entrai. Dentro c'era penombra, un odore fortissimo di corda di canapa, tela cerata e pino, e soprattutto non c'era nessun altro. Giulia era in fondo, china su uno scatolone. Sentendo i passi, si raddrizzò e si voltò. Quando vide che ero io, non sembrò minimamente sorpresa. Appoggiò il fianco a una pila di casse, incrociando le braccia.
«Ti sei perso?» mi chiese, con quella sua mezza piega ironica sulle labbra.
Chiusi la porta alle mie spalle e feci tre passi lunghi verso di lei. «Sì.»
«Che sfortuna.»
Non le diedi il tempo di aggiungere altro. L'afferrai per i fianchi, sentendo sotto i palmi il tessuto grezzo della cintura e il calore bollente del suo corpo, e la schiacciai contro lo scaffale di legno. Giulia non si ritrasse; alzò il mento, gli occhi scuri che le brillavano nella penombra mentre il suo respiro si spezzava all'istante. Mi chinai sul suo viso, sentendo già l'odore di fumo e sudore sulla sua pelle, le labbra a un millimetro dalle sue, pronto a riprendermi con gli interessi tutte le quasi due settimane di astinenza.
La maniglia della porta scattò all'improvviso. Ci staccammo alla velocità della luce. Quando un ragazzo con gli occhiali e il fazzolettone al collo spalancò la porta entrando nel capanno, io ero a due metri da lei che mi guardavo le scarpe, e Giulia aveva già sollevato con disinvoltura un rotolo di spago dallo scatolone.
«Eccoti Giù, servono anche i picchetti grandi,» disse il tipo. «Arrivo subito,» rispose lei tranquilla. Raccattò una scatola di metallo, mi passò accanto per uscire e, proprio mentre mi superava sulla soglia, senza nemmeno guardarmi, sussurrò a fior di labbra: «Che peccato.»
Rimasi lì in mezzo agli attrezzi da campeggio con una voglia matta di prendere a pugni la parete di legno. La odiavo.Giuro che in quel momento la odiavo dal profondo del cuore.
Ma lei sapeva benissimo a che gioco stava giocando, e nel pomeriggio rincarò la dose. Dopo mangiato, i capi organizzarono una breve passeggiata lungo il sentiero nel bosco per mostrare ai genitori la zona vicino al fiume.Camminavamo in fila indiana o a piccoli gruppi tra i faggi. Erika era una decina di metri più avanti, presa a chiacchierare fitto con sua madre e con una ragazza del clan.
Io rallentai il passo, lasciandomi superare dagli altri, finché non mi ritrovai esattamente in coda al gruppo, fianco a fianco con Giulia. Appena il sentiero fece una curva stretta dietro una parete di rocce e arbusti fitti, coprendoci del tutto alla vista di chi ci precedeva, allungai il braccio e la presi per il polso.
La tirai indietro con uno strattone deciso, facendola fermare all'ombra di una quercia enorme. Lei si girò di scatto, finendo con il petto direttamente contro il mio. Eravamo vicinissimi, i respiri che si mescolavano nell'aria calda del bosco. Le feci scivolare la mano dal polso fino alla schiena nuda sotto lo zainetto, stringendola contro di me per farle sentire chiaramente in che stato mi aveva ridotto da quando ero sceso dalla macchina. Lei schiuse le labbra, abbassando lo sguardo per un istante sulla mia bocca, con le guance che si accendevano di rosso.
«Giulia! Muoviti che devi aprire il cancello giù al guado!» urlò una voce maschile da dietro la curva del sentiero.
Chiusi gli occhi, imprecando mentalmente contro l'intero movimento scout mondiale. Giulia non si mosse subito. Rimase ancora per due secondi incollata al mio petto, fissandomi da sotto le ciglia con un sorrisetto lento, bastardo e perfettamente consapevole.
«Sei nervoso,» mi sussurrò, sfiorandomi appena la cintura dei jeans con il dorso delle dita.
«No,» ringhiai a denti stretti.
«Sei pessimo a mentire, Franci.» Si sfilò dalla mia presa con una piroetta leggera, mi lasciò lì in mezzo agli alberi con il sangue che mi bolliva nelle vene e corse via lungo il sentiero, gridando al suo amico che stava arrivando.
Tornati dal sentiero al campo base, il pomeriggio si trasformò in un lento supplizio sotto il sole delle quattro. Ero appoggiato a una staccionata di legno all'ombra dei pini, fingendo di ascoltare un capo reparto che spiegava a mia suocera come funzionavano i turni di cucina, quando Giulia mi passò accanto con una cesta di pane vuoto.
Non rallentò nemmeno. Guardando dritto davanti a sé, lasciò cadere la domanda a mezza voce, solo per le mie orecchie:«Ti sono mancata?»
Strinsi le dita sulla traversa di legno della staccionata. «Un po'.»
A quel punto si fermò. Ruotò sui talloni e mi guardò dritto negli occhi per due secondi netti, scavandomi dentro con quelle iridi scure che sembravano passarmi ai raggi X. «Bugiardo,» sussurrò, con l'ombra di un sorriso sulle labbra. Poi riprese a camminare verso le tende della cambusa.
Aveva capito tutto. Aveva annusato il sangue, e da quel preciso istante iniziò a giocare al gatto col topo. Si accorse perfettamente che non facevo altro che seguirla con lo sguardo, e decise di farmela pagare con gli interessi. Per l'ora successiva, ogni volta che provavo ad avvicinarmi al suo raggio d'azione, lei si blindava in mezzo a un capannello di altri rover, mettendosi a ridere forte, scherzando, rendendo fisicamente impossibile qualsiasi approccio. Poi, quando io desistevo e tornavo a sedermi vicino a Erika, Giulia trovava una scusa per passarmi a mezzo metro di distanza, mi lanciava un'occhiata complice, accennava un sorriso bastardo e spariva di nuovo dietro una tenda.
Stavo impazzendo. Avevo i nervi a fior di pelle, rispondevo a monosillabi a Erika e continuavo a battere il piede per terra.Ed era esattamente la stessa identica tortura psicologica che avevo inflitto io a Giulia per mesi: farle vedere che ero lì, a portata di mano, negandole qualsiasi contatto. Le parti si erano appena invertite del tutto.
Verso le cinque riuscimmo finalmente a incastrare un terzo tentativo, dietro la fila dei cassoni dell'acqua potabile, coperti da un telone mimetico. Non ci fu nessuna battuta preliminare. Appena fummo fuori vista, l'afferrai per la camicia scout e le schiacciai la bocca contro la mia. Fu un contatto molto più violento dei precedenti: le aprii le labbra con la lingua,stringendole il viso tra le mani mentre lei mi artigliava i fianchi. Ero affamato, completamente privo di dignità, e spingevo il bacino contro il suo con una foga tale che Giulia se ne accorse subito, emettendo un gemito basso in fondo alla gola.
Ma proprio mentre la mia mano scivolava sotto l'elastico dei suoi pantaloncini di velluto, un coro di risate e il rumore di passi pesanti sulla ghiaia spuntarono da dietro l'angolo delle docce. Dovemmo staccarci di colpo. Rimasi appoggiato alla cisterna di plastica, con il petto che si alzava e si abbassava come un mantice e una frustrazione feroce che mi contorceva lo stomaco.
Giulia si passò il dorso della mano sulle labbra arrossate e trattenne una risata vedendo la mia faccia. «hai resistito quasi due settimane, e adesso dieci minuti di attesa ti ammazzano?» mi prese in giro a bassa voce.
«Ti odio quando fai così,» ringhiai tra i denti.
Lei fece un passo avanti, si alzò sulle punte e mi stampò un bacio rapidissimo, quasi schioccante, sulle labbra. «No,» mormorò, staccandosi di un centimetro. Fece una piccola pausa, fissandomi con gli occhi che brillavano. «È proprio quello il tuo problema.»
L'occasione vera arrivò nel tardo pomeriggio, quando il sole iniziò a scendere dietro la cresta della montagna, tingendo il bosco di un arancione denso e caldissimo. Sentii una ragazza dello staff dire a Giulia di andare a chiudere la vecchia baita degli attrezzi, una costruzione di legno e pietra usata dal gruppo adulto come deposito per le tende invernali, situata in fondo a una mulattiera a trecento metri dal campo, completamente isolata dal resto delle attività.
Quando vidi Giulia incamminarsi da sola lungo il sentiero sterrato con il mazzo di chiavi in mano, non mi preoccupai nemmeno di inventare una grande scusa. Dissi semplicemente a Erika che andavo a fare due passi per sgranchirmi le gambe e mi mossi.
Camminai veloce tra gli alberi finché il rumore delle voci del campo non diventò un ronzio lontano. Giulia sentì lo scricchiolio dei miei passi sui sassi e sulle foglie secche. Si fermò davanti alla porta di legno della baita e si girò.
«Mi stai seguendo,» disse, ma non sembrava una domanda.
Mi fermai a due passi da lei, il respiro corto per la salita e per l'adrenalina. «Sì.»
Per un istante rimase quasi spiazzata da quella mia totale assenza di filtri o giustificazioni. Non fece battute. Girò la chiave nella serratura arrugginita, spinse la porta ed entrò.
Appena il chiavistello scattò alle nostre spalle, chiudendoci nella penombra calda della baita, le quasi due settimane di astinenza esplosero tutti insieme. Non ci fu spazio per i dialoghi. Le andai addosso con una furia cieca, e la differenza rispetto a tutte le altre volte fu lampante fin dal primo secondo: non ero più io quello che dettava i tempi cercando di mantenere il controllo. Ero completamente fuori di testa.
Giulia rispose con la stessa identica fame. L'ambiente selvaggio ci rimase incollato addosso: faceva un caldo boia sotto il tetto di legno, l'aria sapeva di resina, terra secca e di quel fumo di falò che impregnava i suoi vestiti e i suoi capelli. Le sbottonai la camicia scout strappando quasi un bottone, facendola scivolare giù dalle spalle sudate, e le abbassai di colpo i pantaloncini e gli slip, lasciandole addosso solo gli scarponi slacciati e i calzettoni spessi fino al polpaccio. E proprio mentre le passavo le mani sulle cosce per sollevarla sul grande tavolo di legno grezzo, vidi nei suoi occhi un lampo di stupore: sapeva di essere stanca, sudata, senza un filo di trucco, con la pelle arrossata dal sole e persino quella leggerissima ricrescita naturale sulle gambe perché non aveva minimamente previsto che sarei piombato lì. Eppure la stavo divorando come se fosse la cosa più erotica sulla faccia della terra.
La feci stendere sul bordo del tavolo, tra i teli ripiegati, e mi aprii i pantaloni con le mani che tremavano. Le afferrai il seno nudo a piene mani, stringendo la carne soda con una presa pesante, quasi brutale, che lasciava i segni rossi delle mie dita sulla sua pelle chiara, mentre le leccavo il collo e il petto, bagnandola di saliva, soffocando i suoi primi gemiti con baci profondi e disperati.
Quando mi posizionai tra le sue cosce e spinsi dentro di lei, la sensazione fu così paradisiaca che dovetti chiudere gli occhi e appoggiare la fronte contro la sua spalla per non venire all'istante. Dopo quasi due settimane, la sua figa sembrava ancora più stretta, un canale bollente, bagnatissimo e tenace che mi stringeva il cazzo in una morsa quasi dolorosa per quanto era intensa. Giulia inarcò la schiena sul legno duro, mordendosi il labbro inferiore fino a farselo sbiancare per trattenere le urla di piacere che le salivano in gola. Le afferrai il fondoschiena con entrambe le mani, affondando le dita nella carne viva, tirandola contro di me a ogni colpo di reni. Mi muovevo con una foga selvaggia, sbattendo contro di lei a un ritmo forsennato; il tavolo scricchiolava, il sudore ci colava addosso mescolandosi alla polvere del legno, e i nostri respiri rotti rimbombavano tra le pareti della baita mentre la scopavo come un dannato, cercando di placare una sete che sembrava non passare mai.
Ma fu proprio lì, nel pieno di quella tempesta carnale, che successe qualcosa. All'inizio Giulia si era lasciata trascinare dalla mia stessa urgenza, graffiandomi la schiena e venendo quasi subito con un tremore violento delle cosce. Ma mentre io continuavo a spingere dentro di lei, perso, con gli occhi fissi sul suo corpo e il viso contratto dal bisogno disperato di averla, lei smise di chiudere gli occhi.
Cominciò a osservarmi. Guardava la foga con cui la tenevo stretta, la frustrazione accumulata in una settimana che mi traspariva da ogni muscolo, il modo in cui cercavo la sua bocca, quanto poco riuscissi a nascondere il fatto che mi fosse mancata da impazzire. Per mesi era stata lei quella che doveva elemosinare una prova, quella che si sentiva il ripiego, lo scarto rispetto alla sorella perfetta. Ora la prova vivente del suo potere le stava ansimando addosso, completamente in sua balia. E in quel preciso istante, Giulia smise per sempre di sentirsi inferiore.
Proprio quando il ritmo delle mie spinte era arrivato al massimo, a un passo dal farmi esplodere dentro di lei, Giulia mi puntò entrambe le mani sul petto.
«Fermati,» disse, con voce ferma.
Mi bloccai all'istante, i muscoli tesi come corde di violino, ancora piantato fino in fondo dentro di lei. «Che c'è? Hai sentito qualcuno?» ansimai, il cuore che mi martellava nei timpani.
Giulia respirava forte, il petto lucido di sudore che si alzava e si abbassava sotto i miei occhi, ma non c'era traccia di paura sul suo viso. Anzi, sembrava quasi divertita. «Ti sono mancata,» affermò, fissandomi.
Cercai di riprendere a muovermi i fianchi, annebbiato dal desiderio. «Giulia, ti prego...»
«No.» Stringendo le gambe, mi spinse indietro con decisione, costringendomi a uscire da lei e a sedermi sulla panca di legno attaccata al tavolo. Mi guardò dall'alto, con le cosce ancora aperte e l'aria di chi ha appena scoperto di avere in mano le chiavi della cella. «Guardati, Franci,» mormorò dopo una pausa. «Ti sono mancata davvero.»
Ero seduto lì sulla panca, i pantaloni abbassati sulle cosce, il respiro pesante e l'erezione che pulsava a vuoto, lucida dei suoi umori, dolente per l'interruzione improvvisa. Giulia non si ricompose subito. Decise di testare fino a che punto poteva tirare la corda. Rimase seduta sul bordo del tavolo davanti a me e sollevò le gambe, appoggiandomi entrambi i piedi, ancora infilati nei calzettoni spessi da scout, sfilate le scarpe, direttamente sull'inguine.
Iniziò a muoverli lentamente, chiudendomi il cazzo tra le piante dei piedi rivestite dalla lana grezza e umida dei calzettoni. La frizione ruvida del tessuto contro la pelle ipersensibile e bagnata mi strappò un gemito strozzato; era una tortura erotica lenta, calcolata per tenermi esattamente sull'orlo del precipizio senza però darmi la spinta necessaria per cadere. Mi accarezzava l'asta con le dita dei piedi attraverso la stoffa, stringendo e poi allentando la presa ogni volta che vedeva i miei fianchi contrarsi per cercare più attrito.
Strinsi i bordi della panca, esasperato. «Giulia.»
«Che c'è?» chiese lei con finta innocenza, continuando a passarmi il tallone lungo la vena pulsante.
«Lo sai benissimo che c'è.»
Lei accennò un sorriso lento, ma i suoi occhi restarono serissimi. Premette un piede contro la base della mia erezione, bloccandomi contro lo schienale, e mi buttò addosso la domanda a bruciapelo: «Hai scopato con Erika mentre ero via?»
Mi irrigidii di colpo. «Non sono cazzi tuoi.»
«Quindi sì,» dedusse lei senza battere ciglio, continuando a muovere piano i piedi su e giù.
Rimasi in silenzio, fissando le sue gambe sporche di terra.
«Più di una volta?» insistette, la voce tagliente.
«Giulia, basta.»
Lei sfilò i piedi dal mio inguine, lasciandomi lì a soffrire con i muscoli contratti, e si sporse in avanti sul tavolo, portando il viso a venti centimetri dal mio. «E allora spiegami perché cazzo sei qui ridotto così,» mi sussurrò in faccia.
Aprii la bocca, ma non mi uscì mezzo suono. Non avevo una risposta. O meglio, non ne avevo una che potessi pronunciare ad alta voce senza far crollare tutta la mia vita.
Feci per alzarmi dalla panca, allungando le mani verso i suoi fianchi per rimetterla giù sul tavolo e finire quello che avevamo iniziato. Qualche giorno prima, Giulia mi avrebbe lasciato fare; portarmi al limite e farmi venire dopo avermi fatto ammettere la sua superiorità su Erika l'avrebbe fatta sentire invincibile.
Stavolta no. Appena le mie mani le sfiorarono la vita, lei scese dal tavolo con un salto leggero e fece un passo indietro,mettendosi fuori portata. «Basta così,» disse.
Rimasi in piedi, con il sangue che mi pulsava dolorosamente tra le gambe e la mascella serrata. «Mi stai prendendo per il culo?»
«Un pochino,» ammise lei, raccogliendo gli slip da terra.
«Sei una stronza.»
«Lo so.» Ma mentre lo diceva, il sorriso di sfida le morì sulle labbra. La sua espressione cambiò, facendosi improvvisamente adulta, quasi malinconica.
Si fermò con i pantaloncini di velluto in mano e mi guardò. «Sai qual è la cosa davvero triste, Franci?»
«Cosa?» chiesi, ancora accecato dalla frustrazione fisica.
«Che una settimana fa questa scena mi avrebbe fatta sentire Dio,» disse piano, con una lucidità disarmante.
La guardai senza capire.
«Sapere che a casa hai Erika,» spiegò lei, scandendo ogni parola. «Sapere che ci sei andato a letto tutta la settimana. E vedere che comunque, dopo quasi due settimane, ti fai due ore di macchina per venire in mezzo a un bosco a guardarmi così e a tremare come un ragazzino.» Fece una pausa, abbassando gli occhi sulla fibbia della sua cintura. «Una settimana fa avrei pensato di aver vinto tutto.»
Il silenzio nella baita divenne pesante come il piombo. Mi abbottonai i pantaloni a fatica, sentendo il cuore rallentare in un tonfo sordo. «E adesso?» le chiesi.
Giulia alzò gli occhi nei miei. «Adesso non mi basta più.»
Eccolo lì. Non c'era nessun orgasmo a chiudere la scena: il vero climax era quella frase buttata lì in mezzo alla polvere,che spostava l'asse terrestre di tutto il nostro rapporto.
«Che cosa vuoi allora?» le chiesi, facendo un passo incerto verso di lei.
Giulia scosse la testa, infilandosi i pantaloncini. «Non lo so.» Poi si bloccò, tirando su la zip con uno strattone, e mi guardò dritta in faccia. «Ma so che non voglio più essere soltanto quella che vieni a cercare quando ti manca il modo in cui scopiamo.»
«Non è solo quello, Giù. Lo sai.»
«Ah no? E allora cos'è?» mi sfidò, aprendo le braccia. «Dimmi cos'è.»
Rimasi muto. Il silenzio mi si incollò alla lingua. Non potevo dirle che mi mancava lei, che la cercavo nelle stanze vuote,perché dirlo significava ammettere cose che non ero pronto a gestire.
Giulia mi fissò per cinque lunghi secondi, poi annuì lentamente, con un sorriso amaro. «Appunto.»
Quello che seguì fu l'esatto capovolgimento di tutta la nostra storia. Per settimane ero stato io quello che, appena finito, si rivestiva in fretta e furia per correre da Erika, lasciando Giulia nuda e spettinata su un letto o in un garage a guardarmi andare via. Stavolta rimasi io fermo in mezzo alla stanza a guardare lei.
Con una calma metodica, Giulia si infilò la camicia scout e la abbottonò fino al collo. Si chinò a tirarsi su i calzettoni spessi, allacciò gli scarponi impolverati e si passò le dita tra i capelli per rifarsi lo chignon alla cieca. Ogni gesto con cui si copriva la pelle mi sembrava una porta che mi veniva sbattuta in faccia.
«Dove vai?» le chiesi mentre raccoglieva le chiavi dal tavolo.
«Torno indietro. Dagli altri.»
«Giulia, aspetta.»
Lei mise la mano sulla maniglia della porta, voltandosi appena sopra la spalla. «Mi hai cercata per quasi due settimane nella tua testa, Franci,» disse con una freddezza tranquilla. «Puoi benissimo aspettarne altri sette.»
Stava per aprire la porta, quando ci ripensò. Lasciò la maniglia, tornò indietro di due passi e mi si parò davanti. Per un secondo patetico sperai che avesse cambiato idea, che stesse per buttarmi di nuovo le braccia al collo.
Invece mi prese il viso con una mano sola e mi diede un bacio. Un bacio lento, profondo, umido, lungo esattamente quanto bastava per riaccendere tutto il dolore fisico che avevo nei pantaloni e peggiorare drasticamente la situazione.
Si staccò lasciandomi senza fiato. «Quando torno a casa tra una settimana voglio vedere una cosa,» sussurrò a un millimetro dalle mie labbra.
«Cosa?»
«Voglio vedere se mi vuoi ancora anche quando sono vestita.»
Aggrottai la fronte. «Che cazzo significa?»
«Significa che la prossima volta non mi basta più sapere che hai voglia di scoparmi,» concluse, fissandomi con una maturità che mi fece quasi paura. «La prossima volta voglio sapere che cosa vuoi da me.»
Aprì la porta della baita, uscì nella luce arancione del tramonto e se la richiuse alle spalle.
Rimasi lì dentro da solo per dieci minuti buoni, appoggiato al tavolo di legno, fisicamente dolorante, frustrato all'inverosimile, ma soprattutto completamente destabilizzato. Per la prima volta da quando era iniziato quel delirio,Giulia aveva avuto l'occasione perfetta su un piatto d'argento, aveva visto con i suoi occhi quanto fossi ridotto male per lei, aveva avuto il controllo totale del mio corpo e della mia mente... e aveva deciso di rivestirsi e andarsene. La vecchia Giulia non lo avrebbe mai fatto nemmeno sotto tortura. Quella che era appena uscita da quella porta era un problema infinitamente più grande.
Quando finalmente tornai allo spiazzo principale del campo, le ombre si erano allungate sull'erba. Erika mi venne incontro vicino alle macchine, con un maglioncino sulle spalle. «Ma dove eri finito? Stavo per mandare i soccorsi,» mi chiese,sorridendo.
«A fare due passi nel bosco, avevo bisogno di aria,» mentii con la voce roca, sentendo ancora l'odore di sua sorella incollato alla mia pelle.
Erika non fece domande; allungò le dita e mi prese la mano, intrecciandola alla sua. A una ventina di metri da noi, vicino al fuoco che stavano iniziando ad accendere per la sera, c'era Giulia. Stava parlando con due ragazzi del suo clan, un bicchiere di plastica in mano, e rideva di gusto con la testa buttata all'indietro.
E lì, in mezzo al campo, si cristallizzò l'immagine perfetta del mio disastro: Erika che mi stringeva la mano guardandomi con amore, io che fissavo Giulia da lontano con lo stomaco annodato, e Giulia che rideva guardando altrove, senza degnarmi più nemmeno di uno sguardo.
Il viaggio di ritorno in macchina, col buio pesto fuori dai finestrini, fu un calvario silenzioso. Questa volta volle guidare la madre di Erika per non addormentarsi; Erika crollò sul sedile posteriore dopo venti minuti di curve, e io rimasi seduto davanti, nel posto del passeggero, illuminato solo dal cruscotto.
Ogni dieci minuti tiravo fuori il telefono dalla tasca. Sbloccavo lo schermo. Niente. Aspettavo altri dieci minuti. Riaprivo WhatsApp. Ancora niente. La cosa davvero grottesca era pensare che fino a una settimana prima ero io quello che doveva silenziare il telefono perché Giulia mi bombardava di messaggi, foto e provocazioni a ogni ora del giorno. Adesso ero io il deficiente che fissava uno schermo muto nel buio, aspettando un segnale di vita da una ragazzina.
Arrivato a casa mia, a mezzanotte passata, mi buttai sul letto ancora vestito. Guardai il soffitto per mezz'ora, poi l'orgoglio andò definitivamente a farsi fottere. Presi il telefono, aprii la sua chat e scrissi:«Sei una stronza.»
Il messaggio rimase con una spunta sola per venti minuti, poi due grigie. Visualizzò quasi all'una di notte.Giulia:«Lo so.»
Digitai subito, senza più provare a fare il superiore:«Sette giorni sono lunghi.»
Passò un minuto intero prima che comparissero i puntini della scrittura.Giulia:«Allora pensa.»
«A cosa?»
La risposta arrivò tre secondi dopo, accendendo il display nel buio della mia camera come una lama:Giulia:«A cosa vuoi da me quando non puoi scoparmi.»
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