Sorella Sbagliata - Capitolo 11
scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 39 min
di
_ale_
genere
incesti
cura
A
Il contatto freddo del telefono che poggiava sul legno del comodino fu il primo rumore della mia giornata. Subito dopo, il materasso si abbassò leggermente e sentii il corpo nudo e tiepido di Giulia scivolare di nuovo sotto il lenzuolo, incollandosi al mio fianco come una seconda pelle.
Mi svegliai lentamente, emergendo dal sonno con il suo profumo, un misto di bagnoschiuma mio, sudore della notte prima e vaniglia, direttamente nelle narici. Aveva una gamba incastrata tra le mie e il viso premuto contro la mia clavicola. Aspettai la solita fitta allo stomaco. Aspettai l'ondata di panico, il gelo nelle vene, la voce nella testa che urlava oddio, cosa cazzo abbiamo fatto. Non arrivò nulla. Solo il calore pesante della stanza e il battito lento del suo cuore contro le mie costole. Ed era proprio quella totale assenza di allarme la cosa più pericolosa di tutte.
Giulia non aprì gli occhi, ma sentii le sue labbra muoversi contro la mia pelle. «Hai russato,» biascicò, la voce ancora impastata di sonno.
«Mai russato in vita mia,» risposi a occhi chiusi, passandole pigramente una mano sulla schiena nuda.
«Certo. E io stanotte ero a dormire da Marta.»
Aprii gli occhi di scatto, fissando il soffitto. «Questa non dirla mai ad alta voce. Nemmeno per scherzo.»
Giulia rise. Una vibrazione bassa, calda, che si propagò direttamente sul mio petto. Non allungò le mani, non cercò di provocarmi, non iniziò a strusciarsi come faceva quando avevamo i minuti contati. Rimase semplicemente lì, accoccolata nell'incavo del mio braccio, a respirarmi addosso per cinque lunghissimi minuti. Nessuna fretta. Nessun confine da violare, perché ormai li avevamo rasi al suolo tutti.
Quando mi alzai, dieci minuti dopo, seguii il rumore di ferraglia che proveniva dalla cucina. Mi appoggiai allo stipite della porta, incrociando le braccia. Giulia era di spalle, davanti ai fornelli. Indossava la mia vecchia maglietta dei Nirvana,che le cadeva storta su una spalla e le copriva a malapena la curva inferiore dei glutei, lasciando completamente scoperte le gambe lunghe e toniche. Aveva i capelli neri raccolti in un groviglio assurdo sulla testa, zero trucco, gli occhi ancora un po' gonfi di sonno. Stava lottando con la moka da tre tazze, stringendo la caldaia con troppa forza e spargendo polvere di caffè su metà del piano cottura.
«Che cazzo stai facendo?» chiesi, trattenendo a stento un sorriso.
Lei sussultò, senza però voltarsi. «Colazione.»
«Quella moka non ti ha fatto niente di male, Giù. Non serve strangolarla.»
«Le fidanzate fanno colazione,» ribatté acida, cercando di avvitare la parte superiore che, ovviamente, era entrata storta nella filettatura.
«Quelle capaci,» la punzecchiai.
Giulia si girò di scatto, afferrò lo strofinaccio poggiato sul bancone e me lo lanciò dritto in faccia. Lo presi al volo,ridendo, mentre lei sbuffava e tornava a concentrarsi sul suo disastro domestico. Rimasi lì a guardarla mentre trafficava con i cucchiaini e le tazzine, muovendosi a piedi nudi sul pavimento della mia cucina. E mi colpì una realizzazione talmente semplice da risultare disarmante: mi piaceva vederla lì. Mi piaceva guardarla anche quando era goffa, spettinata,e non stava facendo assolutamente nulla per cercare di essere sexy.
Presi il barattolo dello zucchero dallo scaffale in alto e lo appoggiai sul tavolo. Mentre Giulia mi passava davanti per buttare un tovagliolo sporco, il mio braccio si mosse da solo. Senza pensarci, le afferrai il fianco, le dita che affondavano nel cotone leggero della maglietta, e la tirai indietro, schiacciandola contro il mio addome.
Giulia si bloccò a metà passo. Abbassò lo sguardo sulla mia mano stretta attorno alla sua vita, poi ruotò lentamente la testa verso di me. Non era sorpresa dal contatto fisico; ormai conosceva le mie mani a memoria. Era spiazzata dal fatto che, per la prima volta, l'iniziativa fosse partita da me. Senza una sua provocazione, senza un ricatto, senza un gioco di sguardi.
«Che fai?» mormorò, studiandomi.
«Niente,» risposi, facendo scivolare il pollice sotto l'orlo della maglietta, fino a toccare la pelle calda dell'anca.
«Mi hai cercata tu.»
«E quindi?»
Un sorriso lento, quasi incredulo, le piegò le labbra. Si girò completamente tra le mie braccia, appoggiando i palmi sul mio petto nudo. «Di solito devo romperti il cazzo per mezz'ora prima che tu decida di toccarmi.»
«Parli troppo anche di mattina,» le dissi, e mi chinai a baciarla solo per farla stare zitta.
Lei schiuse le labbra all'istante, lasciandomelo fare, abbandonandosi contro di me con un sospiro morbido. I ruoli si erano appena invertiti, silenziosamente, tra una moka chiusa male e il profumo di caffè bruciato.
Il bacio cambiò consistenza in pochi secondi. La lentezza mattutina lasciò spazio a quel calore familiare e denso che ci prendeva ogni volta che eravamo troppo vicini. Le infilai una mano sotto la maglietta, salendo lungo la schiena fino a stringerle la carne nuda sotto le scapole, mentre con l'altra le afferrai una coscia, sollevandola per farla incastrare contro il mio bacino. Ero già duro, premuto contro il suo ventre, e dal modo in cui Giulia inarcò il collo, offrendosi ai miei morsi leggeri sulla mandibola, sembrava che fossimo pronti a buttare all'aria la colazione e tornare dritti a letto.
Sentivo il suo respiro accelerare, le sue dita che mi graffiavano piano le spalle. Ma c'era una nota divertita nel modo in cui ricambiava la mia foga, come se si stesse godendo lo spettacolo di vedermi perdere il controllo per primo.
Infatti, proprio mentre la spingevo contro il bordo del tavolo, cercando di sfilarle la maglietta, Giulia puntò le mani sul mio petto e mi fermò.
«No,» ansimò, le labbra gonfie e rosse, staccandosi di qualche centimetro.
La guardai, confuso, con il respiro corto e le mani ancora incollate alla sua pelle. «No cosa?»
«Devo andare davvero. Mia madre pensa che io torni da Marta per ora di pranzo.»
«Ieri sera volevi praticamente trasferirti qui,» le feci notare, cercando di baciarle di nuovo il collo.
Lei sgusciò via dalla mia presa con una risatina bassa, sistemandosi l'orlo della maglietta. «Ieri era ieri.» Si appoggiò al lavello, guardandomi dall'alto in basso con quell'aria da ragazzina terribile che le riusciva così bene. «E poi vedi di non diventare dipendente già dopo una sola notte, Franci. Fai quasi tenerezza.»
Scoppiai a ridere, scuotendo la testa e passandomi una mano sul viso. «Vattene a casa, va'. Prima che ti chiuda sul balcone.»
«Guarda come sei contento quando ti do corda,» mi provocò, facendomi l'occhiolino prima di sparire in corridoio.
Dieci minuti dopo era vestita. La seguii mentre faceva il giro della camera per cancellare le tracce del suo passaggio.Staccò il caricatore dalla presa, recuperò il profumo dal comodino, infilò l'intimo sporco e la mia maglietta nel borsone da palestra. Ogni oggetto che spariva nella borsa restituiva la stanza alla sua solita, ipocrita normalità.
L'ultima tappa fu il bagno. Giulia si fermò davanti al lavandino. Io rimasi sulla soglia, osservandola dallo specchio. Il suo sguardo era fisso sul bicchiere di vetro, dove il suo spazzolino nuovo spuntava accanto al mio. Allungò la mano, lo prese tra le dita, ma non lo mise subito via. Rimase immobile per un paio di secondi, soppesandolo.
«Prima o poi questo non lo porto più via,» disse, con un tono a metà tra la minaccia e il desiderio, guardandomi attraverso il riflesso.
Non mi irrigidii come avevo fatto la sera prima. Invece di alzare il muro, decisi di stare al gioco. «La prossima volta ti compro direttamente il bicchiere tuo, così non fai confusione,» buttai lì, scherzando.
Giulia rise, infilando lo spazzolino nella tasca laterale del borsone e chiudendo la zip con uno strattone secco. Ma dal modo in cui mi guardò subito dopo, con quella luce feroce e improvvisamente vulnerabile negli occhi scuri, capii che per lei quella battuta stupida non era affatto uno scherzo. L'aveva appena registrata come una promessa.
Si caricò il borsone in spalla, mi passò accanto nell'ingresso e mi lasciò un ultimo bacio veloce, quasi casto, sull'angolo della bocca. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, la casa piombò nel silenzio, ma per la prima volta non mi sentii sollevato. Mi sentii solo fottutamente solo.
Due giorni dopo il ritorno di Erika, il mondo aveva ripreso a girare sui suoi binari legittimi. Eravamo a casa sua, la madre era uscita da un'ora e noi eravamo immersi fino al collo nella nostra vecchia, rassicurante routine. Erika era appena rientrata dal turno pomeridiano, portando con sé due buste di cartone unte della nostra rosticceria preferita. Si era sfilata le scarpe all'ingresso lanciandole in due direzioni opposte e si era lasciata cadere di peso sul divano del soggiorno con un sospiro teatrale.
«Se oggi qualcuno mi chiede ancora “quanto manca?” giuro che lo ricovero io personalmente in ortopedia,» borbottò,affondando i denti in un supplì bollente.
Risi, sedendomi accanto a lei e rubandole una crocchetta dal sacchetto. «Così tragica?»
«Peggio. C'era un tizio in codice verde convinto di avere un principio di infarto perché gli formicolava il mignolo sinistro dopo aver dormito sul braccio per tre ore. Voleva la TAC d'urgenza.» Mentre raccontava, gesticolando con la stanchezza comica che le veniva sempre a fine giornata, mi tirai le sue gambe sulle ginocchia. Iniziai a massaggiarle il polpaccio destro, sciogliendo i muscoli contratti dalle ore passate in piedi in corsia. Lei emise un mugolio di puro sollievo,abbandonando la testa contro lo schienale. Accesi la TV su una serie che stavamo seguendo da settimane. Nel giro di venti minuti, il respiro di Erika si fece lento e regolare; era crollata, mezza addormentata, con la guancia schiacciata contro la mia spalla. Abbassai la testa e le baciai i capelli biondi, inalando il suo odore familiare. Non stavo fingendo. Con Erika stavo bene. C'era una pace solida, costruita nel tempo, che mi faceva sentire al sicuro. Ed era proprio questo a rendere tutto il resto completamente folle.
Dal corridoio arrivò il rumore leggero di passi scalzi. Giulia passò davanti all'apertura del soggiorno. Indossava un paio di pantaloncini larghi e una canottiera stinta, i capelli sciolti sulle spalle. Il suo sguardo cadde su di noi: sua sorella accoccolata contro il mio petto, le mie mani ancora posate sulla caviglia di Erika. Non si fermò. Non fece battute acide,non lanciò occhiatacce.
«Notte,» disse semplicemente, la voce bassa e neutra.
Erika aprì un occhio a fatica. «Notte, Giuli.»
«Notte,» feci eco io.
Giulia proseguì verso le scale per salire in camera sua. Io, senza nemmeno accorgermene, ruotai leggermente il mento per seguirla con gli occhi finché la sua schiena non sparì dietro l'angolo del muro. Un movimento di due secondi. Poi riportai lo sguardo sullo schermo del televisore. Minuscolo, invisibile, ma l'ingranaggio si era già rimesso in moto.
Un'ora dopo, Erika si stiracchiò, svegliandosi del tutto. «Vado a farmi una doccia veloce e mi metto a letto, sono distrutta,» mormorò, dandomi un bacio veloce sulla guancia prima di chiudersi nel bagno del piano terra.
Appena sentii il rumore dell'acqua scorrere, mi alzai per portare i cartoni vuoti della rosticceria in cucina. Spingendo la porta socchiusa, mi bloccai. Giulia era lì, appoggiata al lavello, illuminata solo dalla luce fioca della cappa. Aveva un bicchiere d'acqua in mano. Ci guardammo nel silenzio della stanza, rotto solo dal ronzio del frigorifero e dallo scroscio lontano della doccia di sua sorella.
«Che vuoi?» sussurrò lei, ma non c'era ostilità nella sua voce. Solo quella strana elettricità statica che ormai ci portavamo dietro.
«Niente. Buttavo la roba.»
«E allora perché mi guardi così?»
Non le risposi. Posai i cartoni sul tavolo e, per la seconda volta in tre giorni, fui io ad azzerare la distanza. Le andai addosso in tre passi, le tolsi il bicchiere dalle mani appoggiandolo alla cieca sul marmo e la schiacciai contro il mobile della cucina. Non c'era niente di programmato. Era un'urgenza animalesca, stupida e cieca.
Iniziai a baciarla con una foga famelica, divorandole la bocca, scendendo subito lungo la mandibola e sul collo. Le leccai la pelle calda, lasciandole la gola umida della mia saliva, mordicchiando fino a farla ansimare a denti stretti. Spinsi il mio bacino contro il suo, strusciando l'erezione già dura attraverso il tessuto dei miei jeans direttamente contro il suo ventre.Giulia rispose con la stessa furia, aggrappandosi alle mie spalle e inarcandosi per massimizzare l'attrito.
Le nostre mani si mossero in preda alla frenesia. Le tirai giù i pantaloncini di cotone e gli slip fino a metà coscia con uno strattone, mentre lei mi sbottonava i jeans con dita tremanti, tirandomi fuori dai boxer. Mi strusciai contro la sua pelle nuda, sentendo il calore umido della sua intimità bagnarmi l'inguine. La voglia di scoparla lì, in piedi contro i cassetti delle posate, ci stava togliendo il cervello. Giulia chiuse la mano attorno al mio cazzo, iniziando a masturbarmi con movimenti rapidi, un po' goffi e nervosi per la fretta, il pollice che sfregava sulla punta già madida. Io le afferrai un fianco e la sollevai di qualche centimetro, puntando il glande esattamente contro il suo ingresso bollente, pronto a spingere dentro con un colpo solo.
Clack. Il rumore dell'acqua nel bagno accanto si interruppe di colpo. Il silenzio che seguì fu una secchiata di azoto liquido.
Ci congelammo entrambi, con il respiro bloccato in gola e io letteralmente a un millimetro dall'entrarle dentro. Giulia sgranò gli occhi e mi spinse via per il petto con tutte le sue forze. «Vai,» sibilò nel panico.
«Aspetta...» provai a sussurrare, il sangue che mi martellava nelle tempie e il cervello completamente annebbiato.
«Franci, corri, cazzo!»
Mi infilai tutto nei pantaloni alla velocità della luce, chiudendo la zip a fatica per quanto ero ancora duro, mentre lei si tirava su i pantaloncini. Prima di sgattaiolare fuori dalla cucina, mi voltai a guardarla. Aveva i capelli arruffati, le labbra gonfie e il collo arrossato dai miei morsi. Mi squadrò da capo a piedi, trattenendo il fiato. «Madonna, sembri uno che ha appena rubato in chiesa.»
«Infatti,» mormorai, e mi catapultai fuori.
Trenta secondi esatti dopo ero seduto sul divano, con il telecomando in mano e il battito cardiaco a centottanta. La porta del bagno si aprì ed Erika uscì avvolta in una nuvola di vapore, con i capelli raccolti in una pinza e una maglietta pulita. Si avvicinò al divano, si sedette accanto a me e appoggiò di nuovo la testa sulla mia spalla, esattamente dove l'aveva lasciata prima.
«Che guardiamo?» chiese, sbadigliando.
Avevo ancora l'odore di sua sorella sulle dita e la pelle dell'inguine umida. Deglutii a fatica. «Quello che vuoi, Eri.»
In quel preciso istante, alle spalle del divano, Giulia attraversò il corridoio per tornare al piano di sopra. Passò a un metro dalla nuca di Erika. Mentre camminava, girò il viso verso di me, incrociando il mio sguardo. Sulle sue labbra si aprì un minuscolo, impercettibile sorriso complice. Poi sparì su per le scale. La sporcizia di quel momento non stava in quello che avevamo rischiato di fare in cucina, ma nella mostruosa naturalezza con cui ero tornato a fare da cuscino alla mia ragazza mezzo minuto dopo.
Il pomeriggio seguente, il destino decise di avere un pessimo senso dell'umorismo. Ero rimasto a cena da loro. Erika e sua madre stavano spadellando in cucina nel caldo torrido delle sette di sera, quando si accorsero che il frigo era deserto.
«Franci, mi scendi a prendere una cassa d'acqua e le bibite in garage?» chiese Erika, asciugandosi le mani sul grembiule.Poi, vedendo Giulia spalmata sulla poltrona del salotto a scrollare il telefono, aggiunse: «Giuli, muoviti, accompagnalo.Da solo in quel buco non trova mai un cazzo.»
Io e Giulia alzammo gli occhi contemporaneamente. Ci fu un decimo di secondo di silenzio carico di significato.
«Che culo,» borbottò Giulia, fingendo uno sbuffo teatrale.
«Tranquilla, faccio da solo,» mi affrettai a dire io, cercando di evitare la trappola.
«No, andate insieme e prendete anche il pacco grande di birre, che pesa,» tagliò corto Erika, spedendoci letteralmente fuori dalla porta con un gesto del cucchiaio di legno.
Scendemmo le scale di cemento che portavano al seminterrato. Il garage era un labirinto umido, pieno di scaffali metallici arrugginiti, vecchi mobili coperti da teli, biciclette sgonfie e scatoloni accumulati dal millenovecentonovanta. Come previsto, il contributo di Giulia alla missione fu pari a zero. Camminava ciondolando dietro di me, con le mani nelle tasche degli shorts di jeans.
«Secondo me sono dietro quel mobile,» disse, indicando un vecchio armadio in fondo. Spostai due scatoloni pesantissimi,sudando sette camicie, solo per trovare tre barattoli di vernice secca. Quando mi girai a fulminarla con lo sguardo, lei aveva sollevato con due dita una bustina di plastica con dentro tre limoni, guardandomi soddisfatta.
«Sei venuta ad aiutarmi o solo a rompermi il cazzo?» le chiesi, passandomi l'avambraccio sulla fronte.
«Erika ha detto "accompagnalo". Non ha mai usato il verbo "aiutare",» rispose lei con precisione legale.
Clack. Il temporizzatore della luce automatica scattò, facendoci piombare nel buio più totale. Rimasi fermo, agitando un braccio in aria come un naufrago per far scattare il sensore di movimento. La neon sfarfallò e si riaccese, illuminando Giulia che si teneva la pancia dal ridere.
«Sei ridicolo, sembri un vigile urbano.»
«Illumina tu la prossima volta, allora.»
«Io sono bassa, il sensore manco mi calcola,» ribatté, salendo a sedere sul cofano impolverato della vecchia utilitaria di sua madre.
«Una vera tragedia nazionale.»
Dopo altri due minuti di ricerche inutili, finalmente vidi la plastica blu spuntare dietro una pila di pneumatici invernali.«Eccola,» annunciai, chinandomi per afferrare il fardello da sei bottiglie.
«Complimenti, Indiana Jones. Ce l'hai fatta.»
Sollevai la cassa d'acqua, bilanciandomela contro il fianco, e mi avviai verso la porta di ferro per risalire. Ma Giulia scese dal cofano. Mi superò con due passi felpati e, invece di uscire, appoggiò la mano sulla porta e la spinse fino a far scattare la serratura.Click.
Il rumore metallico rimbombò tra il cemento. Mi fermai e mi girai lentamente verso di lei. «Giulia.»
«Che c'è?» chiese, appoggiando la schiena alla porta chiusa e incrociando le braccia sotto il top.
«Dobbiamo salire. Ci stanno aspettando.»
«Saliamo tra cinque minuti.»
«Per fare cosa, esattamente?»
Lei alzò gli occhi al cielo, scuotendo la testa con finta compassione. «Giuro, hai otto neuroni nel cervello e li usi tutti quanti per studiare informatica. Posa quell'acqua, scemo.»
Posai la cassa a terra con un tonfo sordo. Non ci fu bisogno di altre parole. L'afferrai per i fianchi e la sollevai di peso,facendola sedere sul bordo di un vecchio banco da lavoro in legno massiccio, sgombro a metà. L'ambiente era squallido,odorava di polvere, gomma e benzina vecchia, ma l'adrenalina e la voglia rimasta in sospeso dalla sera prima in cucina resero tutto incandescente.
Ci baciammo ridendo contro le nostre stesse bocche, sfilandoci i vestiti di fretta e furia, con la goffaggine di chi sa di avere i minuti contati ma stavolta non ha intenzione di fermarsi. Le abbassai gli shorts e le mutandine fino alle caviglie,facendole sfilare una gamba sola per non perdere tempo, mentre io mi aprivo i pantaloni e tiravo fuori un preservativo dalla tasca posteriore.
Giulia guardò la bustina argentata brillare nella penombra del neon. «Ti porti le munizioni anche per andare a prendere la Ferrarelle adesso?» mi prese in giro, il respiro già corto.
«Con te non si sa mai quando scatta l'imboscata,» risposi, srotolandomelo addosso in fretta.
La feci girare, piegandola in avanti sul banco da lavoro, con i gomiti appoggiati sul legno tra un vecchio cacciavite e dei fogli di giornale. Il suo culetto sodo era completamente esposto, la schiena inarcata alla perfezione. Mi misi dietro di lei,le afferrai le anche e spinsi. Anche se era bagnatissima, entrarle dentro fu una lotta meravigliosa: era così stretta che dovetti avanzare un centimetro alla volta, sentendo le sue pareti interne oppormi una resistenza calda e tenace prima di cedere e inghiottirmi fino alla base. Giulia strinse i denti, afferrando il bordo del tavolo con un gemito soffocato.
Iniziai a muovermi dentro di lei, prima con colpi corti per abituarla, poi prendendo ritmo, affondando con foga in quel calore strettissimo che mi stringeva il cazzo a ogni spinta.Clack. La luce si spense di nuovo, lasciandoci nel buio pesto proprio mentre stavo accelerando. Senza smettere di muovermi dentro di lei, staccai una mano dal suo fianco e la agitai furiosamente in aria come un pazzo. Il neon si riaccese, e nel girarmi urtai col gomito il manico di una scopa appoggiata al muro, che cadde colpendo uno scatolone vuoto, facendolo rovinare a terra con un fracasso assurdo.
Ci immobilizzammo all'istante. Io ancora completamente dentro di lei, lei piegata sul tavolo, entrambi in apnea totale, gli occhi sgranati puntati verso la porta, convinti di sentire da un secondo all'altro i passi di Erika sulle scale. Un secondo.Due. Tre. Silenzio tombale. Di sopra non avevano sentito nulla.
Giulia si portò una mano alla bocca per soffocare uno scoppio di risa, le spalle che le tremavano. «Siamo due deficienti totali,» sussurrò, voltando la testa verso di me.
«Tu sei una deficiente,» le risposi, trattenendo a stento una risata anch'io. «Io ero sceso solo per prendere dell'acqua minerale.»
«Sì, certo, si sente quanto ti stai sacrificando,» mi provocò, spingendo indietro il bacino contro di me per farmi riprendere.
Quella complicità assurda, il fatto che ci stessimo divertendo come due complici durante una rapina, mi fece perdere ogni freno. Le lasciai andare uno schiaffo secco, sonoro, sulla natica nuda, facendola sussultare con un versetto acuto. Poi le raccolsi i capelli neri in un pugno, tirandole leggermente la testa all'indietro, e ripresi a scoparla con una foga raddoppiata.Il banco da lavoro scricchiolava contro il muro a ogni mio colpo di reni. La tenevo ferma per i capelli e per il fianco,spingendo forte e veloce, sentendo le sue pareti stringersi sempre di più attorno a me, scivolose e bollenti. Giulia non rideva più; aveva la bocca aperta, i gemiti rotti che le uscivano a ogni impatto delle mie cosce contro il suo sedere, finché non la sentii irrigidirsi e tremare sotto le mie mani, contraendosi in un orgasmo silenzioso e violento che mi portò a venire un istante dopo, svuotandomi nel lattice con il cuore in gola e un sorriso idiota stampato sulla faccia.
Un minuto dopo, Giulia stava ancora cercando di rimettersi gli shorts, saltellando su un piede solo e passandosi le dita tra i capelli per ridargli una forma umana. Quando alzò la testa, mi vide in piedi davanti alla porta, già perfettamente ricomposto, con la cassa d'acqua blu stretta sotto il braccio e il pacco di birre nell'altra mano.
Rimase ferma a fissarmi, con il bottone dei jeans ancora slacciato. «Ma sei serio?»
«Che c'è?» chiesi, con la faccia più innocente del mondo.
«Hai già ripreso la cassa in mano. Non sono passati manco quaranta secondi.»
«È letteralmente il motivo per cui siamo scesi, Giù. Ho una missione da compiere.»
Giulia scoppiò a ridere, scuotendo la testa mentre finiva di abbottonarsi. «Tu sei completamente malato nella testa.»
Appoggiai le birre per un secondo, allungai la mano libera e le sistemai rapidamente una ciocca di capelli che le era rimasta incastrata nel colletto del top. «Parla quella che ha chiuso la porta a chiave.»
«Sì, e tu hai lottato tantissimo per aprire e scappare, ho visto,» ribatté lei, girando la chiave nella toppa.
Quando aprimmo la porta della cucina, l'odore di sugo ci investì insieme allo sguardo esasperato della mia ragazza. «Ma quanto cazzo ci avete messo?» chiese Erika, con le mani sui fianchi. «Pensavo foste andati a imbottigliarla alla fonte.»
Giulia mi superò con una calma olimpica, andando a prendere i bicchieri dalla credenza. «Franci non trovava l'acqua,» disse, senza battere ciglio.
Erika mi guardò come se avessi problemi cognitivi. «Franci, è una cassa blu enorme in mezzo al pavimento.»
«Gliel'ho detto anch'io,» rincarò la dose Giulia, voltandosi con una faccia da schiaffi monumentale. «Ma lui insisteva a cercare dietro gli armadi vecchi.»
La fulminai con lo sguardo mentre appoggiavo il fardello sul pavimento, e lei si morse l'interno della guancia per non esplodere a ridere davanti a sua madre, afferrando le posate per andare ad apparecchiare.
Dieci minuti dopo eravamo tutti a tavola. Io ero seduto al mio solito posto, accanto a Erika. Giulia era esattamente di fronte a me. A metà cena, mentre la madre raccontava qualcosa sul vicinato, Erika allungò la mano per prendere una bottiglia dalla famosa cassa blu appoggiata vicino al mobile.
Io alzai lo sguardo dal piatto. Giulia stava fissando la cassa. Poi spostò lentamente gli occhi scuri su di me. Le sue spalle ebbero un piccolo sussulto e le labbra le si contrassero nello sforzo disperato di trattenere una risata. Il contagio fu immediato. Sentii gli angoli della mia bocca tirare verso l'alto e dovetti abbassare di scatto gli occhi sulla pasta,tossicchiando dentro il tovagliolo per non scoppiare a ridere come un cretino.
Erika si fermò con la bottiglia a mezz'aria, guardando prima me e poi sua sorella. «Ma si può sapere che avete voi due stasera?»
Io e Giulia alzammo la testa nello stesso identico istante. «Niente,» rispondemmo in coro, perfettamente sincronizzati.
Poi tornammo a mangiare in silenzio. E mentre incrociavo di nuovo il suo sguardo sopra i bicchieri d'acqua, capii che il confine si era spostato ancora. Non stavamo più solo facendo sesso di nascosto. Stavamo costruendo un nostro linguaggio segreto, una complicità leggera e bastarda, proprio sotto il naso di chi avremmo dovuto proteggere.
Due giorni dopo ero di nuovo a casa loro. Erika e sua madre erano chiuse in veranda a litigare amichevolmente su come rinvasare delle piante che stavano morendo per il caldo. Io stavo salendo al bagno del primo piano quando, passando davanti alla camera di Giulia, vidi la porta socchiusa. Era sdraiata a pancia in giù sul letto, i piedi scalzi che dondolavano per aria e il telefono davanti alla faccia.
Senza pensarci, spinsi il legno ed entrai. Giulia abbassò subito lo schermo, mettendosi sui gomiti con uno scatto felino,già pronta all'azione. Guardò l'orologio alla parete. «Quanto abbiamo?» chiese a bassa voce.
Mi fermai a metà stanza, le mani in tasca. «Che?»
«Prima che salga Erika.»
«Non sono venuto per quello.»
Giulia inarcò un sopracciglio, studiandomi con un misto di diffidenza e confusione, come se le avessi appena parlato in aramaico. «E perché sei qui, allora?»
Tirai indietro la sedia della sua scrivania e mi ci lasciai cadere a cavalcioni, appoggiando le braccia sullo schienale. «Boh.Passavo.»
Rimanemmo lì. E per i cinque minuti successivi accadde la cosa più assurda di tutte: non facemmo assolutamente niente.Parlammo. Mi fece vedere un video demenziale su TikTok di un tizio che cadeva da uno skateboard, e ci ritrovammo a ridere col fiato trattenuto per non farci sentire di sotto. Mi raccontò della sua allenatrice che aveva sbroccato durante gli esercizi alla trave, io mi lamentai di un esame che non avevo la minima voglia di preparare. Niente mani addosso. Niente vestiti tirati via in fretta. Niente sguardi carichi di veleno. Solo due persone che chiacchieravano in una stanza fresca mentre fuori il pomeriggio bruciava.
A un certo punto, Giulia smise di scrollare sul display. Appoggiò il mento sul dorso delle mani incrociate sul materasso e mi fissò con un'espressione strana, quasi incredula.
«Sei entrato nella mia stanza solo per parlare,» constatò, come se stesse prendendo atto di un miracolo scientifico.
Alzai le spalle. «Pare.»
«Ti senti bene? Hai la febbre?»
«Mai stato meglio, mocciosa.»
Lei sorrise. Non il solito ghigno da predatrice che aveva appena segnato un punto contro sua sorella, ma un sorriso pulito,disarmato. Per lei, quei cinque minuti rubati senza nemmeno sfiorarci valevano più di tre ore passate a strapparci i vestiti nel mio letto.
Mi alzai dalla sedia per non tirare troppo la corda con i tempi. «Meglio se scendo prima che mandino i cani da ricerca.»
Ma mentre le passavo accanto, Giulia allungò il braccio dal letto, mi afferrò per l'orlo della t-shirt e mi tirò giù verso di sé.Stavolta partì tutto da lei, ma con un'urgenza diversa. Si mise in ginocchio sul materasso e mi baciò. Fu un bacio lento che diventò profondo in un secondo, le sue labbra morbide che si aprivano contro le mie, la lingua che cercava la mia con un desiderio denso, quasi riconoscente. Le misi le mani sui fianchi, stringendo il cotone leggero dei suoi pantaloncini,sentendo la tensione salire di colpo in tutta la stanza e il mio corpo reagire all'istante contro il suo addome.
«Franci? Sei su?» La voce di Erika rimbombò dal fondo delle scale.
Ci staccammo di colpo, il respiro già spezzato. Feci un passo indietro verso la porta, passandomi una mano sulle labbra.Giulia rimase in ginocchio sul letto, i capelli neri un po' scompigliati. «Vai,» sussurrò.
Uscii nel corridoio, ma mi rimase addosso lo sguardo con cui mi aveva accompagnato alla porta. Era delusa, e non perché le avessero interrotto una scopata. Era delusa perché quei cinque minuti normali stavano diventando nostri, e la realtà era appena entrata a riprenderseli.
La sera successiva tornai da loro per guardare un film, e il karma decise di punirmi. Non successe niente. Zero. Per due ore filate rimanemmo tutti inchiodati in salotto: io, Erika, Giulia e la madre. Nessuno andava in garage, nessuno faceva docce lunghe, nessuno usciva a buttare l'immondizia. Passò la prima mezz'ora. Passò un'ora. Erika aveva la testa appoggiata sulla mia spalla, ma io avevo un'irrequietezza assurda sotto la pelle. Tamburellavo con le dita sul ginocchio,cambiavo continuamente posizione sul cuscino, insofferente come un fumatore a cui hanno nascosto l'accendino, senza nemmeno voler ammettere a me stesso il motivo.
Alla fine, approfittando di una scena rumorosa del film, presi il telefono con la mano libera, tenendo lo schermo inclinato lontano dagli occhi di Erika. Aprii la chat di Giulia, che era seduta sulla poltrona a tre metri da me.
«Esci un attimo.»
Vidi con la coda dell'occhio lo schermo di Giulia illuminarsi. Lei lesse, non mosse un muscolo della faccia, e digitò.Giulia:«Perché?»
Strinsi i denti.«Giulia.»
Giulia:«Dillo.»
Rimasi con i pollici sospesi sulla tastiera per dieci secondi. Voleva farmelo ammettere. Voleva che fossi io a buttare giù la maschera.«Ho voglia di te.»
Le doppie spunte blu comparvero subito. Giulia abbassò il telefono sulle gambe senza rispondere. Mi fece cuocere nel mio stesso brodo per due minuti interminabili, poi il mio telefono vibrò sul divano.
Giulia:«Finalmente.»
Si alzò dalla poltrona stiracchiandosi. «Io vado a stendere il bucato in soffitta che sennò puzza di chiuso,» annunciò a tutta la stanza, e sparì su per le scale. Cinque minuti dopo, con la scusa di dover fare una telefonata importante a mio fratello senza il rumore della TV, salii anch'io.
La mansarda che usavano come lavanderia secondaria era calda, bassa di soffitto e illuminata solo dalla luce dei lampioni che entrava dal lucernario. Appena chiusi la porta a chiave, non le diedi nemmeno il tempo di posare la cesta dei panni.La differenza rispetto al garage o al bagno non stava nella meccanica di quello che facemmo, ma nell'origine: non era successo perché lei mi aveva teso una trappola. L'avevo convocata io perché non riuscivo più a stare seduto sul divano a tre metri da lei senza toccarla.
La spinsi contro la parete inclinata, sollevandole la gonna leggera che indossava fino alla vita. Lei mi allacciò subito le gambe attorno ai fianchi, il respiro bollente contro il mio collo mentre le sfilavo gli slip di lato e le entravo dentro con una spinta secca, quasi rabbiosa per l'attesa. Giulia strinse le braccia attorno al mio collo, soffocando i gemiti contro la stoffa della mia spalla mentre la tenevo sospesa per i glutei sodi, sbattendola contro il muro a un ritmo serrato, cieco, sentendo il suo calore umido stringermi fino a togliermi il fiato. Venimmo quasi insieme nel giro di pochi minuti, una scarica violenta e silenziosa nel buio della soffitta, con i nostri respiri che rimbombavano sotto il tetto basso.
La rimisi giù che le tremavano ancora le ginocchia. Mi sistemai i pantaloni in fretta, già con la mano sulla maniglia per tornare di sotto prima che Erika si insospettisse.
«Aspetta,» mi fermò Giulia, afferrandomi per l'avambraccio. Aveva ancora la gonna alzata sui fianchi e il petto che saliva e scendeva rapidamente.
«Che c'è? Devo scendere.»
«Dimmelo.»
«Cosa?»
Mi guardò dritta negli occhi nella penombra. «Che stasera mi hai cercata tu.»
Sospirai, sconfitto, passandole il pollice sul labbro inferiore arrossato. «Ti ho cercata io, Giù.»
Lei fece un sorriso pieno, soddisfatto, e ritirò la mano. «Okay. Ora puoi andare.»
Da quella sera, nei tre giorni successivi, la nostra routine smise di essere un caso e diventò una compulsione pura. Un pomeriggio ci incrociammo nel corridoio stretto; feci per allungare una mano e tirarla dentro lo sgabuzzino, ma sua madre spuntò dalla cucina con il ferro da stiro in mano. Io mi congelai facendo finta di guardare un quadro al muro, mentre Giulia mi passò oltre trattenendo a stento una risata. Il giorno dopo, Erika uscì per un paio d'ore per fare delle commissioni in centro. Io e Giulia ci ritrovammo con un pomeriggio intero davanti: ci chiudemmo in camera sua,facemmo l'amore con una lentezza disarmante, senza l'ansia dei passi sulle scale, e dopo rimanemmo stesi nudi sotto il ventilatore a parlare del più e del meno per mezz'ora, come due fidanzati qualsiasi. Altre volte avevamo solo cinque minuti scarsi prima che rientrasse qualcuno, e non provavamo nemmeno a spogliarci: ci chiudevamo dietro la porta del balcone solo per baciarci fino a farci mancare il fiato e ridere piano contro le rispettive bocche.
Ma la dipendenza aveva un prezzo. Il terzo giorno, approfittando di Erika sotto la doccia, intercettai Giulia all'ingresso mentre si stava mettendo le scarpe. La presi per un fianco, cercando il suo collo con le labbra. Lei si scostò. «Non posso adesso.»
Mi irritai all'istante, una fitta di fastidio assurdo. «Perché?»
Giulia mi guardò come se fossi impazzito, allacciandosi la borsa. «Perché sto uscendo con le mie amiche e ho una vita fuori da questa casa, Franci. Ci vediamo.» Aprì la porta e se ne andò. Rimasi lì nel corridoio vuoto, sorpreso io stesso da quanto mi avesse dato ai nervi quel rifiuto. Due ore dopo, come per farsi perdonare, mi mandò una foto dallo spogliatoio della palestra. Niente di provocante o svestito: solo lei allo specchio, in tuta, con una smorfia buffa e i capelli legati.Durante la serata con Erika, aprii quella stupida foto almeno dieci volte.
Il segnale che avevo perso definitivamente la bussola arrivò il giovedì pomeriggio. Entrai a casa loro con le buste della spesa. Erika mi venne incontro in cucina per darmi un bacio, ma io, guardandomi intorno nella stanza vuota e silenziosa,parlai prima ancora di ricambiare il saluto.
«Giulia?» chiesi, quasi d'istinto.
Erika si fermò a metà gesto, aggrottando appena le sopracciglia. «È in palestra fino alle sette. Perché?»
Il sangue mi si gelò per un decimo di secondo. Posai le buste sul tavolo per nascondere l'impaccio. «No, niente. C'era...silenzio, mi sembrava strano.»
Erika scrollò le spalle e iniziò a tirare fuori le cose dalle buste, riprendendo a parlarmi della sua giornata. Ma io non la stavo più ascoltando. Fissavo il bancone della cucina, colpito dalla consapevolezza di quello che avevo appena fatto. Non aspettavo più che Giulia mi capitasse davanti per caso. Controllavo che ci fosse. Era diventata la prima cosa che i miei occhi cercavano quando entravo in una stanza.
Più tardi quella sera, ero a casa mia. Le avevo scritto verso le nove, ma lei aveva risposto dopo più di un'ora.
«Dove sei?» digitai subito.
Giulia:«Perché?»
«Niente.»
Giulia:«E allora perché mi cerchi?»
Fissai lo schermo illuminato nel buio della mia camera. Potevo inventare una scusa, fare il cinico, buttarla sullo scherzo.Invece le mie dita scrissero la verità nuda e cruda.«Perché ho voglia di vederti.»
Giulia:«Di vedermi o di scopare?»
«Tutte e due.»
Passarono trenta secondi prima che comparisse la sua risposta.Giulia:«Stai migliorando.»
Era una battuta delle sue, leggera, scherzosa. Ma sapevo perfettamente che dall'altra parte dello schermo aveva appena incassato anche quella confessione, mettendola da parte insieme a tutto il resto.
Ma più io cedevo terreno, più lo spazio angusto dei nostri incontri rubati iniziava a starle stretto. Il venerdì sera riuscimmo a ritagliarci venti minuti nella taverna giù da loro mentre Erika era al telefono sul terrazzo con una collega. Fu intenso,disperato, consumato sul divano vecchio giù al fresco. Ma non appena finimmo, la solita sirena d'allarme mi scattò nel cervello: mi rialzai subito, allacciandomi la cintura in fretta, già proiettato a risalire le scale.
Mentre facevo per girarmi verso la porta, la mano di Giulia scattò dal bracciolo del divano e mi afferrò il polso.
«Resta,» mi disse, senza tirarmi, solo tenendomi fermo.
Mi voltai a guardarla. Aveva ancora la maglietta sollevata sopra il seno e le gambe nude distese sui cuscini. «Giuli, non iniziare.»
«Cinque minuti. Solo cinque minuti qui seduto con me.»
«Su c'è Erika, può chiudere la chiamata da un momento all'altro.»
Giulia non abbassò gli occhi. La sua voce si fece piatta, quasi atona. «Lo so che c'è Erika.»
«Non posso rischiare così, lo sai.»
Lei mi fissò per due lunghi secondi. Poi, lentamente, aprì le dita e lasciò andare il mio polso. Si tirò giù la maglietta,ricomponendosi in silenzio. «Certo.»
Quel tono mi fece suonare un campanello d'allarme. «Che hai adesso?»
«Niente. Vai su.»
Mi chinai per darle un bacio veloce sulle labbra prima di uscire, cercando di chiudere la cosa come al solito. Ma Giulia non aprì la bocca. Non mi strinse la maglietta, non mi morse il labbro con la solita fame rabbiosa, non fece nessuna battuta acida per prendersi l'ultima parola. Mi lasciò fare, ferma, con le labbra morbide ma immobili, e poi girò la testa dall'altra parte. Non fece nessuna scenata. Ed era proprio quel silenzio calmo e rassegnato, mentre risalivo le scale verso sua sorella, a dirmi che il gioco dei cinque minuti si era appena rotto.
Il sabato successivo fu un ritorno al passato che quasi mi stordì. Io ed Erika avevamo deciso di passare una serata vera, di quelle che non facevamo da settimane, senza l'ansia di una porta chiusa o di una telefonata che poteva interromperci da un momento all'altro.
Cena in un ristorantino in centro, una passeggiata lenta lungo il corso affollato, il gelato mangiato camminando. Erika mi teneva per mano, le dita intrecciate alle mie con una naturalezza disarmante. Mi raccontava dei suoi esami, rideva delle mie battute stupide, mi tirava per un braccio per farmi vedere una vetrina. C'era una dolcezza così solida, così pulita in quel momento, che per un paio d'ore mi sembrò di essere tornato esattamente il ragazzo che ero sei mesi prima, prima che tutto andasse in pezzi.
Mentre ci fermammo a guardare la facciata illuminata di una chiesa, Erika si appoggiò con la schiena al mio petto, le mie braccia avvolte attorno alla sua vita.
Sospirò, guardando il cielo estivo. «Mi piace questo periodo, Franci.»
Ero con la guancia vicina alla sua testa, a respirare il profumo del suo shampoo. «Quale periodo?»
Lei si girò parzialmente, sorridendomi nel buio con quella luce morbida negli occhi. «Noi. Mi sembri... non so. Più preso.Più presente.»
Sentii una fitta improvvisa, tagliente, farsi strada sotto le costole. Era una fitta di colpa, ma anche di amara verità: in un certo senso, era vero. Ero più attento, più morbido, più disposto a darle quello che voleva. Solo che quel surplus di energia non arrivava da un improvviso ritorno di fiamma; arrivava dal fatto che avevo la coscienza sporca fino ai capelli e stavo cercando di compensare.
Quella notte, a casa sua, facemmo l'amore. Non fu il sesso furioso, disperato e sporco che consumavo con Giulia in un garage o in una mansarda. Fu un atto d'amore adulto, intimo e bellissimo. Erika era sopra di me, i capelli biondi sciolti a cascata sul cuscino, gli occhi socchiusi per il piacere mentre la tenevo per i fianchi, guidando i suoi movimenti con una dolcezza che le strappava gemiti lunghi e vellutati. Le baciai il collo, le leccai le clavicole, poi la ribaltai con delicatezza,infilandomi tra le sue cosce aperte.
Mentre entravo in lei con spinte profonde, lente e ritmate, sentendo il calore avvolgente e familiare del suo corpo che mi accoglieva senza riserve, il mio cervello fece una deviazione bastarda. Guardavo la sua espressione appagata, sentivo le sue mani che mi artigliavano la schiena in cerca di tenerezza, ma per un millisecondo, mentre cercavo il suo sguardo, mi immaginai di avere sotto di me la pelle olivastra e i capelli neri di sua sorella.
E quella consapevolezza mi fece accelerare il ritmo, cercando disperatamente di coprire quel pensiero con una botta di lussuria fisica e reale. Erika, ignara di tutto, pensò che fossi preso da un'ondata d'amore irrefrenabile; mi strinse più forte,inarcando la schiena e venendo con un grido soffocato contro la mia spalla. Io la seguii subito dopo, svuotandomi dentro di lei con un brivido che aveva il sapore amaro dell'inganno.
Un'ora dopo, Erika dormiva profondamente, con un braccio gettato sul mio petto. Sveglio nel buio della stanza, con il ticchettio della sveglia a segnare il tempo, allungai la mano sul comodino. Presi il telefono. Lo sbloccai senza fare rumore. Aprii la chat di Giulia. L'ultima visualizzazione risaliva al pomeriggio.
Digitai lentamente, il cuore che batteva a un ritmo innaturale.«Sei sveglia?»
Passarono due minuti. Tre. Pensavo che non avrebbe risposto. Poi lo schermo si illuminò.Giulia:«Ti manca già qualcosa?»
Fissai le parole nel buio, sentendo il peso di quella domanda schiacciarmi lo sterno.«Forse.»
La risposta arrivò istantanea, spietata e tagliente come un bisturi.Giulia:«Brutto segno.»
La bomba vera, tuttavia, scoppiò a cena due giorni dopo. Eravamo a tavola tutti insieme a casa loro. La madre stava servendo i piatti quando Giulia, con la nonchalance di chi sta parlando del tempo, annunciò: «Domattina devo finire di preparare lo zaino.»
Alzai lo sguardo dal piatto. «Che zaino?»
Giulia mi lanciò un'occhiata veloce, quasi infastidita dalla mia ignoranza. «Il campo.»
Aggrottaì la fronte, sentendo un campanello d'allarme iniziare a suonare nella mia testa. «Quale campo?»
«Scout,» rispose lei, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
«Quando parti?»
«Domani.»
«Quanto?»
«Quindici giorni,» disse lei, afferrando una fetta di pane.
Il silenzio che cadde sulla cucina fu tombale. Mi bloccai con la forchetta a mezz'aria. «QUINDICI?» sbottai, forse con troppa enfasi, alzando la voce più del dovuto.
Erika scoppiò a ridere, dandosi una pacca sulla gamba. «Ma calmati, Franci! Mica la mandano in Afghanistan, sono solo le attività estive del clan.»
Giulia non rise. Non si scompose neanche. Rimase in silenzio, ma i suoi occhi scuri si piantarono sui miei con un'intensità pericolosa. Aveva notato la mia reazione sproporzionata. Aveva visto il panico tradirmi in diretta mondiale davanti a sua madre e sua sorella.
Dopo cena, riuscii a intercettarla per trenta secondi scarsi mentre andava a buttare la spazzatura in giardino. La strattonai per un braccio, tirandola dietro il muretto della veranda, fuori dalla vista delle finestre.
«Quindici giorni?» le dissi sottovoce, con una rabbia fredda che non sapevo di avere. «Non mi avevi detto niente.»
«Sì che te l'ho detto,» rispose lei, incrociando le braccia e guardandomi dall'alto in basso con una sufficienza irritante.
«Quando?»
«Settimane fa, genio.»
«Non è vero, me lo ricorderei.»
Giulia sorrise, un ghigno sottile e crudele. «Probabilmente in quel momento avevi i vestiti addosso e stavi pensando a qualcos'altro, quindi non stavi ascoltando.»
«Sei una stronza,» le ringhiai contro, facendo un passo avanti.
Lei indietreggiò appena, ma la sicurezza nella sua voce si incrinò per la prima volta, lasciando spazio a una punta di fredda amarezza. «Quindici giorni passano in fretta, Franci.» Fece una pausa, abbassando lo sguardo per un secondo. «Hai Erika. Non ti annoierai.»
E in quel tono non c'era più la provocazione della ragazzina viziata. C'era la consapevolezza disillusa di chi, forse per la prima volta, stava iniziando a pensare che senza di lei, in fondo, la mia vita sarebbe continuata esattamente uguale. E questa cosa faceva male a entrambi.
Quella sera stessa provai a trovarla in ogni modo possibile. Impossibile. La madre l'aveva blindata in camera a fare e disfare borsoni, Erika continuava a girarle intorno per salutarla prima della partenza, e la sveglia per l'indomani era fissata all'alba.
Ruscii a isolarla solo per trenta secondi netti nel sottoscala, mentre lei scendeva a prendere un detersivo. La intrappolai contro il muro, le mani sui fianchi, e mi chinai a baciarla con una fame disperata, cercando di prenderci tutto quello che ci stavamo negando. Giulia rispose al bacio, ma durò lo spazio di un battito di ciglia.
Quando provai a trattenerla, stringendole la vita per tirarla ancora più contro di me, lei mi appoggiò le mani sul petto e si staccò con decisione.
«No,» disse, scuotendo la testa.
«Che hai?» le chiesi, il fiato corto.
«Niente.»
«Allora perché ti scosti?»
Lei abbozzò un sorriso amaro, voltandosi verso la porta della cantina. «Così impari.»
«Cosa?»
«A non avermi sempre quando vuoi, Franci.» Mi diede un bacio rapidissimo sulla guancia, di quelli che si danno agli sconosciuti, e sparì su per le scale prima che potessi ribattere. Era il primo, vero no deliberato che mi rifilava da quando era iniziato tutto. E bruciava da matti.
Mi svegliai lentamente, emergendo dal sonno con il suo profumo, un misto di bagnoschiuma mio, sudore della notte prima e vaniglia, direttamente nelle narici. Aveva una gamba incastrata tra le mie e il viso premuto contro la mia clavicola. Aspettai la solita fitta allo stomaco. Aspettai l'ondata di panico, il gelo nelle vene, la voce nella testa che urlava oddio, cosa cazzo abbiamo fatto. Non arrivò nulla. Solo il calore pesante della stanza e il battito lento del suo cuore contro le mie costole. Ed era proprio quella totale assenza di allarme la cosa più pericolosa di tutte.
Giulia non aprì gli occhi, ma sentii le sue labbra muoversi contro la mia pelle. «Hai russato,» biascicò, la voce ancora impastata di sonno.
«Mai russato in vita mia,» risposi a occhi chiusi, passandole pigramente una mano sulla schiena nuda.
«Certo. E io stanotte ero a dormire da Marta.»
Aprii gli occhi di scatto, fissando il soffitto. «Questa non dirla mai ad alta voce. Nemmeno per scherzo.»
Giulia rise. Una vibrazione bassa, calda, che si propagò direttamente sul mio petto. Non allungò le mani, non cercò di provocarmi, non iniziò a strusciarsi come faceva quando avevamo i minuti contati. Rimase semplicemente lì, accoccolata nell'incavo del mio braccio, a respirarmi addosso per cinque lunghissimi minuti. Nessuna fretta. Nessun confine da violare, perché ormai li avevamo rasi al suolo tutti.
Quando mi alzai, dieci minuti dopo, seguii il rumore di ferraglia che proveniva dalla cucina. Mi appoggiai allo stipite della porta, incrociando le braccia. Giulia era di spalle, davanti ai fornelli. Indossava la mia vecchia maglietta dei Nirvana,che le cadeva storta su una spalla e le copriva a malapena la curva inferiore dei glutei, lasciando completamente scoperte le gambe lunghe e toniche. Aveva i capelli neri raccolti in un groviglio assurdo sulla testa, zero trucco, gli occhi ancora un po' gonfi di sonno. Stava lottando con la moka da tre tazze, stringendo la caldaia con troppa forza e spargendo polvere di caffè su metà del piano cottura.
«Che cazzo stai facendo?» chiesi, trattenendo a stento un sorriso.
Lei sussultò, senza però voltarsi. «Colazione.»
«Quella moka non ti ha fatto niente di male, Giù. Non serve strangolarla.»
«Le fidanzate fanno colazione,» ribatté acida, cercando di avvitare la parte superiore che, ovviamente, era entrata storta nella filettatura.
«Quelle capaci,» la punzecchiai.
Giulia si girò di scatto, afferrò lo strofinaccio poggiato sul bancone e me lo lanciò dritto in faccia. Lo presi al volo,ridendo, mentre lei sbuffava e tornava a concentrarsi sul suo disastro domestico. Rimasi lì a guardarla mentre trafficava con i cucchiaini e le tazzine, muovendosi a piedi nudi sul pavimento della mia cucina. E mi colpì una realizzazione talmente semplice da risultare disarmante: mi piaceva vederla lì. Mi piaceva guardarla anche quando era goffa, spettinata,e non stava facendo assolutamente nulla per cercare di essere sexy.
Presi il barattolo dello zucchero dallo scaffale in alto e lo appoggiai sul tavolo. Mentre Giulia mi passava davanti per buttare un tovagliolo sporco, il mio braccio si mosse da solo. Senza pensarci, le afferrai il fianco, le dita che affondavano nel cotone leggero della maglietta, e la tirai indietro, schiacciandola contro il mio addome.
Giulia si bloccò a metà passo. Abbassò lo sguardo sulla mia mano stretta attorno alla sua vita, poi ruotò lentamente la testa verso di me. Non era sorpresa dal contatto fisico; ormai conosceva le mie mani a memoria. Era spiazzata dal fatto che, per la prima volta, l'iniziativa fosse partita da me. Senza una sua provocazione, senza un ricatto, senza un gioco di sguardi.
«Che fai?» mormorò, studiandomi.
«Niente,» risposi, facendo scivolare il pollice sotto l'orlo della maglietta, fino a toccare la pelle calda dell'anca.
«Mi hai cercata tu.»
«E quindi?»
Un sorriso lento, quasi incredulo, le piegò le labbra. Si girò completamente tra le mie braccia, appoggiando i palmi sul mio petto nudo. «Di solito devo romperti il cazzo per mezz'ora prima che tu decida di toccarmi.»
«Parli troppo anche di mattina,» le dissi, e mi chinai a baciarla solo per farla stare zitta.
Lei schiuse le labbra all'istante, lasciandomelo fare, abbandonandosi contro di me con un sospiro morbido. I ruoli si erano appena invertiti, silenziosamente, tra una moka chiusa male e il profumo di caffè bruciato.
Il bacio cambiò consistenza in pochi secondi. La lentezza mattutina lasciò spazio a quel calore familiare e denso che ci prendeva ogni volta che eravamo troppo vicini. Le infilai una mano sotto la maglietta, salendo lungo la schiena fino a stringerle la carne nuda sotto le scapole, mentre con l'altra le afferrai una coscia, sollevandola per farla incastrare contro il mio bacino. Ero già duro, premuto contro il suo ventre, e dal modo in cui Giulia inarcò il collo, offrendosi ai miei morsi leggeri sulla mandibola, sembrava che fossimo pronti a buttare all'aria la colazione e tornare dritti a letto.
Sentivo il suo respiro accelerare, le sue dita che mi graffiavano piano le spalle. Ma c'era una nota divertita nel modo in cui ricambiava la mia foga, come se si stesse godendo lo spettacolo di vedermi perdere il controllo per primo.
Infatti, proprio mentre la spingevo contro il bordo del tavolo, cercando di sfilarle la maglietta, Giulia puntò le mani sul mio petto e mi fermò.
«No,» ansimò, le labbra gonfie e rosse, staccandosi di qualche centimetro.
La guardai, confuso, con il respiro corto e le mani ancora incollate alla sua pelle. «No cosa?»
«Devo andare davvero. Mia madre pensa che io torni da Marta per ora di pranzo.»
«Ieri sera volevi praticamente trasferirti qui,» le feci notare, cercando di baciarle di nuovo il collo.
Lei sgusciò via dalla mia presa con una risatina bassa, sistemandosi l'orlo della maglietta. «Ieri era ieri.» Si appoggiò al lavello, guardandomi dall'alto in basso con quell'aria da ragazzina terribile che le riusciva così bene. «E poi vedi di non diventare dipendente già dopo una sola notte, Franci. Fai quasi tenerezza.»
Scoppiai a ridere, scuotendo la testa e passandomi una mano sul viso. «Vattene a casa, va'. Prima che ti chiuda sul balcone.»
«Guarda come sei contento quando ti do corda,» mi provocò, facendomi l'occhiolino prima di sparire in corridoio.
Dieci minuti dopo era vestita. La seguii mentre faceva il giro della camera per cancellare le tracce del suo passaggio.Staccò il caricatore dalla presa, recuperò il profumo dal comodino, infilò l'intimo sporco e la mia maglietta nel borsone da palestra. Ogni oggetto che spariva nella borsa restituiva la stanza alla sua solita, ipocrita normalità.
L'ultima tappa fu il bagno. Giulia si fermò davanti al lavandino. Io rimasi sulla soglia, osservandola dallo specchio. Il suo sguardo era fisso sul bicchiere di vetro, dove il suo spazzolino nuovo spuntava accanto al mio. Allungò la mano, lo prese tra le dita, ma non lo mise subito via. Rimase immobile per un paio di secondi, soppesandolo.
«Prima o poi questo non lo porto più via,» disse, con un tono a metà tra la minaccia e il desiderio, guardandomi attraverso il riflesso.
Non mi irrigidii come avevo fatto la sera prima. Invece di alzare il muro, decisi di stare al gioco. «La prossima volta ti compro direttamente il bicchiere tuo, così non fai confusione,» buttai lì, scherzando.
Giulia rise, infilando lo spazzolino nella tasca laterale del borsone e chiudendo la zip con uno strattone secco. Ma dal modo in cui mi guardò subito dopo, con quella luce feroce e improvvisamente vulnerabile negli occhi scuri, capii che per lei quella battuta stupida non era affatto uno scherzo. L'aveva appena registrata come una promessa.
Si caricò il borsone in spalla, mi passò accanto nell'ingresso e mi lasciò un ultimo bacio veloce, quasi casto, sull'angolo della bocca. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, la casa piombò nel silenzio, ma per la prima volta non mi sentii sollevato. Mi sentii solo fottutamente solo.
Due giorni dopo il ritorno di Erika, il mondo aveva ripreso a girare sui suoi binari legittimi. Eravamo a casa sua, la madre era uscita da un'ora e noi eravamo immersi fino al collo nella nostra vecchia, rassicurante routine. Erika era appena rientrata dal turno pomeridiano, portando con sé due buste di cartone unte della nostra rosticceria preferita. Si era sfilata le scarpe all'ingresso lanciandole in due direzioni opposte e si era lasciata cadere di peso sul divano del soggiorno con un sospiro teatrale.
«Se oggi qualcuno mi chiede ancora “quanto manca?” giuro che lo ricovero io personalmente in ortopedia,» borbottò,affondando i denti in un supplì bollente.
Risi, sedendomi accanto a lei e rubandole una crocchetta dal sacchetto. «Così tragica?»
«Peggio. C'era un tizio in codice verde convinto di avere un principio di infarto perché gli formicolava il mignolo sinistro dopo aver dormito sul braccio per tre ore. Voleva la TAC d'urgenza.» Mentre raccontava, gesticolando con la stanchezza comica che le veniva sempre a fine giornata, mi tirai le sue gambe sulle ginocchia. Iniziai a massaggiarle il polpaccio destro, sciogliendo i muscoli contratti dalle ore passate in piedi in corsia. Lei emise un mugolio di puro sollievo,abbandonando la testa contro lo schienale. Accesi la TV su una serie che stavamo seguendo da settimane. Nel giro di venti minuti, il respiro di Erika si fece lento e regolare; era crollata, mezza addormentata, con la guancia schiacciata contro la mia spalla. Abbassai la testa e le baciai i capelli biondi, inalando il suo odore familiare. Non stavo fingendo. Con Erika stavo bene. C'era una pace solida, costruita nel tempo, che mi faceva sentire al sicuro. Ed era proprio questo a rendere tutto il resto completamente folle.
Dal corridoio arrivò il rumore leggero di passi scalzi. Giulia passò davanti all'apertura del soggiorno. Indossava un paio di pantaloncini larghi e una canottiera stinta, i capelli sciolti sulle spalle. Il suo sguardo cadde su di noi: sua sorella accoccolata contro il mio petto, le mie mani ancora posate sulla caviglia di Erika. Non si fermò. Non fece battute acide,non lanciò occhiatacce.
«Notte,» disse semplicemente, la voce bassa e neutra.
Erika aprì un occhio a fatica. «Notte, Giuli.»
«Notte,» feci eco io.
Giulia proseguì verso le scale per salire in camera sua. Io, senza nemmeno accorgermene, ruotai leggermente il mento per seguirla con gli occhi finché la sua schiena non sparì dietro l'angolo del muro. Un movimento di due secondi. Poi riportai lo sguardo sullo schermo del televisore. Minuscolo, invisibile, ma l'ingranaggio si era già rimesso in moto.
Un'ora dopo, Erika si stiracchiò, svegliandosi del tutto. «Vado a farmi una doccia veloce e mi metto a letto, sono distrutta,» mormorò, dandomi un bacio veloce sulla guancia prima di chiudersi nel bagno del piano terra.
Appena sentii il rumore dell'acqua scorrere, mi alzai per portare i cartoni vuoti della rosticceria in cucina. Spingendo la porta socchiusa, mi bloccai. Giulia era lì, appoggiata al lavello, illuminata solo dalla luce fioca della cappa. Aveva un bicchiere d'acqua in mano. Ci guardammo nel silenzio della stanza, rotto solo dal ronzio del frigorifero e dallo scroscio lontano della doccia di sua sorella.
«Che vuoi?» sussurrò lei, ma non c'era ostilità nella sua voce. Solo quella strana elettricità statica che ormai ci portavamo dietro.
«Niente. Buttavo la roba.»
«E allora perché mi guardi così?»
Non le risposi. Posai i cartoni sul tavolo e, per la seconda volta in tre giorni, fui io ad azzerare la distanza. Le andai addosso in tre passi, le tolsi il bicchiere dalle mani appoggiandolo alla cieca sul marmo e la schiacciai contro il mobile della cucina. Non c'era niente di programmato. Era un'urgenza animalesca, stupida e cieca.
Iniziai a baciarla con una foga famelica, divorandole la bocca, scendendo subito lungo la mandibola e sul collo. Le leccai la pelle calda, lasciandole la gola umida della mia saliva, mordicchiando fino a farla ansimare a denti stretti. Spinsi il mio bacino contro il suo, strusciando l'erezione già dura attraverso il tessuto dei miei jeans direttamente contro il suo ventre.Giulia rispose con la stessa furia, aggrappandosi alle mie spalle e inarcandosi per massimizzare l'attrito.
Le nostre mani si mossero in preda alla frenesia. Le tirai giù i pantaloncini di cotone e gli slip fino a metà coscia con uno strattone, mentre lei mi sbottonava i jeans con dita tremanti, tirandomi fuori dai boxer. Mi strusciai contro la sua pelle nuda, sentendo il calore umido della sua intimità bagnarmi l'inguine. La voglia di scoparla lì, in piedi contro i cassetti delle posate, ci stava togliendo il cervello. Giulia chiuse la mano attorno al mio cazzo, iniziando a masturbarmi con movimenti rapidi, un po' goffi e nervosi per la fretta, il pollice che sfregava sulla punta già madida. Io le afferrai un fianco e la sollevai di qualche centimetro, puntando il glande esattamente contro il suo ingresso bollente, pronto a spingere dentro con un colpo solo.
Clack. Il rumore dell'acqua nel bagno accanto si interruppe di colpo. Il silenzio che seguì fu una secchiata di azoto liquido.
Ci congelammo entrambi, con il respiro bloccato in gola e io letteralmente a un millimetro dall'entrarle dentro. Giulia sgranò gli occhi e mi spinse via per il petto con tutte le sue forze. «Vai,» sibilò nel panico.
«Aspetta...» provai a sussurrare, il sangue che mi martellava nelle tempie e il cervello completamente annebbiato.
«Franci, corri, cazzo!»
Mi infilai tutto nei pantaloni alla velocità della luce, chiudendo la zip a fatica per quanto ero ancora duro, mentre lei si tirava su i pantaloncini. Prima di sgattaiolare fuori dalla cucina, mi voltai a guardarla. Aveva i capelli arruffati, le labbra gonfie e il collo arrossato dai miei morsi. Mi squadrò da capo a piedi, trattenendo il fiato. «Madonna, sembri uno che ha appena rubato in chiesa.»
«Infatti,» mormorai, e mi catapultai fuori.
Trenta secondi esatti dopo ero seduto sul divano, con il telecomando in mano e il battito cardiaco a centottanta. La porta del bagno si aprì ed Erika uscì avvolta in una nuvola di vapore, con i capelli raccolti in una pinza e una maglietta pulita. Si avvicinò al divano, si sedette accanto a me e appoggiò di nuovo la testa sulla mia spalla, esattamente dove l'aveva lasciata prima.
«Che guardiamo?» chiese, sbadigliando.
Avevo ancora l'odore di sua sorella sulle dita e la pelle dell'inguine umida. Deglutii a fatica. «Quello che vuoi, Eri.»
In quel preciso istante, alle spalle del divano, Giulia attraversò il corridoio per tornare al piano di sopra. Passò a un metro dalla nuca di Erika. Mentre camminava, girò il viso verso di me, incrociando il mio sguardo. Sulle sue labbra si aprì un minuscolo, impercettibile sorriso complice. Poi sparì su per le scale. La sporcizia di quel momento non stava in quello che avevamo rischiato di fare in cucina, ma nella mostruosa naturalezza con cui ero tornato a fare da cuscino alla mia ragazza mezzo minuto dopo.
Il pomeriggio seguente, il destino decise di avere un pessimo senso dell'umorismo. Ero rimasto a cena da loro. Erika e sua madre stavano spadellando in cucina nel caldo torrido delle sette di sera, quando si accorsero che il frigo era deserto.
«Franci, mi scendi a prendere una cassa d'acqua e le bibite in garage?» chiese Erika, asciugandosi le mani sul grembiule.Poi, vedendo Giulia spalmata sulla poltrona del salotto a scrollare il telefono, aggiunse: «Giuli, muoviti, accompagnalo.Da solo in quel buco non trova mai un cazzo.»
Io e Giulia alzammo gli occhi contemporaneamente. Ci fu un decimo di secondo di silenzio carico di significato.
«Che culo,» borbottò Giulia, fingendo uno sbuffo teatrale.
«Tranquilla, faccio da solo,» mi affrettai a dire io, cercando di evitare la trappola.
«No, andate insieme e prendete anche il pacco grande di birre, che pesa,» tagliò corto Erika, spedendoci letteralmente fuori dalla porta con un gesto del cucchiaio di legno.
Scendemmo le scale di cemento che portavano al seminterrato. Il garage era un labirinto umido, pieno di scaffali metallici arrugginiti, vecchi mobili coperti da teli, biciclette sgonfie e scatoloni accumulati dal millenovecentonovanta. Come previsto, il contributo di Giulia alla missione fu pari a zero. Camminava ciondolando dietro di me, con le mani nelle tasche degli shorts di jeans.
«Secondo me sono dietro quel mobile,» disse, indicando un vecchio armadio in fondo. Spostai due scatoloni pesantissimi,sudando sette camicie, solo per trovare tre barattoli di vernice secca. Quando mi girai a fulminarla con lo sguardo, lei aveva sollevato con due dita una bustina di plastica con dentro tre limoni, guardandomi soddisfatta.
«Sei venuta ad aiutarmi o solo a rompermi il cazzo?» le chiesi, passandomi l'avambraccio sulla fronte.
«Erika ha detto "accompagnalo". Non ha mai usato il verbo "aiutare",» rispose lei con precisione legale.
Clack. Il temporizzatore della luce automatica scattò, facendoci piombare nel buio più totale. Rimasi fermo, agitando un braccio in aria come un naufrago per far scattare il sensore di movimento. La neon sfarfallò e si riaccese, illuminando Giulia che si teneva la pancia dal ridere.
«Sei ridicolo, sembri un vigile urbano.»
«Illumina tu la prossima volta, allora.»
«Io sono bassa, il sensore manco mi calcola,» ribatté, salendo a sedere sul cofano impolverato della vecchia utilitaria di sua madre.
«Una vera tragedia nazionale.»
Dopo altri due minuti di ricerche inutili, finalmente vidi la plastica blu spuntare dietro una pila di pneumatici invernali.«Eccola,» annunciai, chinandomi per afferrare il fardello da sei bottiglie.
«Complimenti, Indiana Jones. Ce l'hai fatta.»
Sollevai la cassa d'acqua, bilanciandomela contro il fianco, e mi avviai verso la porta di ferro per risalire. Ma Giulia scese dal cofano. Mi superò con due passi felpati e, invece di uscire, appoggiò la mano sulla porta e la spinse fino a far scattare la serratura.Click.
Il rumore metallico rimbombò tra il cemento. Mi fermai e mi girai lentamente verso di lei. «Giulia.»
«Che c'è?» chiese, appoggiando la schiena alla porta chiusa e incrociando le braccia sotto il top.
«Dobbiamo salire. Ci stanno aspettando.»
«Saliamo tra cinque minuti.»
«Per fare cosa, esattamente?»
Lei alzò gli occhi al cielo, scuotendo la testa con finta compassione. «Giuro, hai otto neuroni nel cervello e li usi tutti quanti per studiare informatica. Posa quell'acqua, scemo.»
Posai la cassa a terra con un tonfo sordo. Non ci fu bisogno di altre parole. L'afferrai per i fianchi e la sollevai di peso,facendola sedere sul bordo di un vecchio banco da lavoro in legno massiccio, sgombro a metà. L'ambiente era squallido,odorava di polvere, gomma e benzina vecchia, ma l'adrenalina e la voglia rimasta in sospeso dalla sera prima in cucina resero tutto incandescente.
Ci baciammo ridendo contro le nostre stesse bocche, sfilandoci i vestiti di fretta e furia, con la goffaggine di chi sa di avere i minuti contati ma stavolta non ha intenzione di fermarsi. Le abbassai gli shorts e le mutandine fino alle caviglie,facendole sfilare una gamba sola per non perdere tempo, mentre io mi aprivo i pantaloni e tiravo fuori un preservativo dalla tasca posteriore.
Giulia guardò la bustina argentata brillare nella penombra del neon. «Ti porti le munizioni anche per andare a prendere la Ferrarelle adesso?» mi prese in giro, il respiro già corto.
«Con te non si sa mai quando scatta l'imboscata,» risposi, srotolandomelo addosso in fretta.
La feci girare, piegandola in avanti sul banco da lavoro, con i gomiti appoggiati sul legno tra un vecchio cacciavite e dei fogli di giornale. Il suo culetto sodo era completamente esposto, la schiena inarcata alla perfezione. Mi misi dietro di lei,le afferrai le anche e spinsi. Anche se era bagnatissima, entrarle dentro fu una lotta meravigliosa: era così stretta che dovetti avanzare un centimetro alla volta, sentendo le sue pareti interne oppormi una resistenza calda e tenace prima di cedere e inghiottirmi fino alla base. Giulia strinse i denti, afferrando il bordo del tavolo con un gemito soffocato.
Iniziai a muovermi dentro di lei, prima con colpi corti per abituarla, poi prendendo ritmo, affondando con foga in quel calore strettissimo che mi stringeva il cazzo a ogni spinta.Clack. La luce si spense di nuovo, lasciandoci nel buio pesto proprio mentre stavo accelerando. Senza smettere di muovermi dentro di lei, staccai una mano dal suo fianco e la agitai furiosamente in aria come un pazzo. Il neon si riaccese, e nel girarmi urtai col gomito il manico di una scopa appoggiata al muro, che cadde colpendo uno scatolone vuoto, facendolo rovinare a terra con un fracasso assurdo.
Ci immobilizzammo all'istante. Io ancora completamente dentro di lei, lei piegata sul tavolo, entrambi in apnea totale, gli occhi sgranati puntati verso la porta, convinti di sentire da un secondo all'altro i passi di Erika sulle scale. Un secondo.Due. Tre. Silenzio tombale. Di sopra non avevano sentito nulla.
Giulia si portò una mano alla bocca per soffocare uno scoppio di risa, le spalle che le tremavano. «Siamo due deficienti totali,» sussurrò, voltando la testa verso di me.
«Tu sei una deficiente,» le risposi, trattenendo a stento una risata anch'io. «Io ero sceso solo per prendere dell'acqua minerale.»
«Sì, certo, si sente quanto ti stai sacrificando,» mi provocò, spingendo indietro il bacino contro di me per farmi riprendere.
Quella complicità assurda, il fatto che ci stessimo divertendo come due complici durante una rapina, mi fece perdere ogni freno. Le lasciai andare uno schiaffo secco, sonoro, sulla natica nuda, facendola sussultare con un versetto acuto. Poi le raccolsi i capelli neri in un pugno, tirandole leggermente la testa all'indietro, e ripresi a scoparla con una foga raddoppiata.Il banco da lavoro scricchiolava contro il muro a ogni mio colpo di reni. La tenevo ferma per i capelli e per il fianco,spingendo forte e veloce, sentendo le sue pareti stringersi sempre di più attorno a me, scivolose e bollenti. Giulia non rideva più; aveva la bocca aperta, i gemiti rotti che le uscivano a ogni impatto delle mie cosce contro il suo sedere, finché non la sentii irrigidirsi e tremare sotto le mie mani, contraendosi in un orgasmo silenzioso e violento che mi portò a venire un istante dopo, svuotandomi nel lattice con il cuore in gola e un sorriso idiota stampato sulla faccia.
Un minuto dopo, Giulia stava ancora cercando di rimettersi gli shorts, saltellando su un piede solo e passandosi le dita tra i capelli per ridargli una forma umana. Quando alzò la testa, mi vide in piedi davanti alla porta, già perfettamente ricomposto, con la cassa d'acqua blu stretta sotto il braccio e il pacco di birre nell'altra mano.
Rimase ferma a fissarmi, con il bottone dei jeans ancora slacciato. «Ma sei serio?»
«Che c'è?» chiesi, con la faccia più innocente del mondo.
«Hai già ripreso la cassa in mano. Non sono passati manco quaranta secondi.»
«È letteralmente il motivo per cui siamo scesi, Giù. Ho una missione da compiere.»
Giulia scoppiò a ridere, scuotendo la testa mentre finiva di abbottonarsi. «Tu sei completamente malato nella testa.»
Appoggiai le birre per un secondo, allungai la mano libera e le sistemai rapidamente una ciocca di capelli che le era rimasta incastrata nel colletto del top. «Parla quella che ha chiuso la porta a chiave.»
«Sì, e tu hai lottato tantissimo per aprire e scappare, ho visto,» ribatté lei, girando la chiave nella toppa.
Quando aprimmo la porta della cucina, l'odore di sugo ci investì insieme allo sguardo esasperato della mia ragazza. «Ma quanto cazzo ci avete messo?» chiese Erika, con le mani sui fianchi. «Pensavo foste andati a imbottigliarla alla fonte.»
Giulia mi superò con una calma olimpica, andando a prendere i bicchieri dalla credenza. «Franci non trovava l'acqua,» disse, senza battere ciglio.
Erika mi guardò come se avessi problemi cognitivi. «Franci, è una cassa blu enorme in mezzo al pavimento.»
«Gliel'ho detto anch'io,» rincarò la dose Giulia, voltandosi con una faccia da schiaffi monumentale. «Ma lui insisteva a cercare dietro gli armadi vecchi.»
La fulminai con lo sguardo mentre appoggiavo il fardello sul pavimento, e lei si morse l'interno della guancia per non esplodere a ridere davanti a sua madre, afferrando le posate per andare ad apparecchiare.
Dieci minuti dopo eravamo tutti a tavola. Io ero seduto al mio solito posto, accanto a Erika. Giulia era esattamente di fronte a me. A metà cena, mentre la madre raccontava qualcosa sul vicinato, Erika allungò la mano per prendere una bottiglia dalla famosa cassa blu appoggiata vicino al mobile.
Io alzai lo sguardo dal piatto. Giulia stava fissando la cassa. Poi spostò lentamente gli occhi scuri su di me. Le sue spalle ebbero un piccolo sussulto e le labbra le si contrassero nello sforzo disperato di trattenere una risata. Il contagio fu immediato. Sentii gli angoli della mia bocca tirare verso l'alto e dovetti abbassare di scatto gli occhi sulla pasta,tossicchiando dentro il tovagliolo per non scoppiare a ridere come un cretino.
Erika si fermò con la bottiglia a mezz'aria, guardando prima me e poi sua sorella. «Ma si può sapere che avete voi due stasera?»
Io e Giulia alzammo la testa nello stesso identico istante. «Niente,» rispondemmo in coro, perfettamente sincronizzati.
Poi tornammo a mangiare in silenzio. E mentre incrociavo di nuovo il suo sguardo sopra i bicchieri d'acqua, capii che il confine si era spostato ancora. Non stavamo più solo facendo sesso di nascosto. Stavamo costruendo un nostro linguaggio segreto, una complicità leggera e bastarda, proprio sotto il naso di chi avremmo dovuto proteggere.
Due giorni dopo ero di nuovo a casa loro. Erika e sua madre erano chiuse in veranda a litigare amichevolmente su come rinvasare delle piante che stavano morendo per il caldo. Io stavo salendo al bagno del primo piano quando, passando davanti alla camera di Giulia, vidi la porta socchiusa. Era sdraiata a pancia in giù sul letto, i piedi scalzi che dondolavano per aria e il telefono davanti alla faccia.
Senza pensarci, spinsi il legno ed entrai. Giulia abbassò subito lo schermo, mettendosi sui gomiti con uno scatto felino,già pronta all'azione. Guardò l'orologio alla parete. «Quanto abbiamo?» chiese a bassa voce.
Mi fermai a metà stanza, le mani in tasca. «Che?»
«Prima che salga Erika.»
«Non sono venuto per quello.»
Giulia inarcò un sopracciglio, studiandomi con un misto di diffidenza e confusione, come se le avessi appena parlato in aramaico. «E perché sei qui, allora?»
Tirai indietro la sedia della sua scrivania e mi ci lasciai cadere a cavalcioni, appoggiando le braccia sullo schienale. «Boh.Passavo.»
Rimanemmo lì. E per i cinque minuti successivi accadde la cosa più assurda di tutte: non facemmo assolutamente niente.Parlammo. Mi fece vedere un video demenziale su TikTok di un tizio che cadeva da uno skateboard, e ci ritrovammo a ridere col fiato trattenuto per non farci sentire di sotto. Mi raccontò della sua allenatrice che aveva sbroccato durante gli esercizi alla trave, io mi lamentai di un esame che non avevo la minima voglia di preparare. Niente mani addosso. Niente vestiti tirati via in fretta. Niente sguardi carichi di veleno. Solo due persone che chiacchieravano in una stanza fresca mentre fuori il pomeriggio bruciava.
A un certo punto, Giulia smise di scrollare sul display. Appoggiò il mento sul dorso delle mani incrociate sul materasso e mi fissò con un'espressione strana, quasi incredula.
«Sei entrato nella mia stanza solo per parlare,» constatò, come se stesse prendendo atto di un miracolo scientifico.
Alzai le spalle. «Pare.»
«Ti senti bene? Hai la febbre?»
«Mai stato meglio, mocciosa.»
Lei sorrise. Non il solito ghigno da predatrice che aveva appena segnato un punto contro sua sorella, ma un sorriso pulito,disarmato. Per lei, quei cinque minuti rubati senza nemmeno sfiorarci valevano più di tre ore passate a strapparci i vestiti nel mio letto.
Mi alzai dalla sedia per non tirare troppo la corda con i tempi. «Meglio se scendo prima che mandino i cani da ricerca.»
Ma mentre le passavo accanto, Giulia allungò il braccio dal letto, mi afferrò per l'orlo della t-shirt e mi tirò giù verso di sé.Stavolta partì tutto da lei, ma con un'urgenza diversa. Si mise in ginocchio sul materasso e mi baciò. Fu un bacio lento che diventò profondo in un secondo, le sue labbra morbide che si aprivano contro le mie, la lingua che cercava la mia con un desiderio denso, quasi riconoscente. Le misi le mani sui fianchi, stringendo il cotone leggero dei suoi pantaloncini,sentendo la tensione salire di colpo in tutta la stanza e il mio corpo reagire all'istante contro il suo addome.
«Franci? Sei su?» La voce di Erika rimbombò dal fondo delle scale.
Ci staccammo di colpo, il respiro già spezzato. Feci un passo indietro verso la porta, passandomi una mano sulle labbra.Giulia rimase in ginocchio sul letto, i capelli neri un po' scompigliati. «Vai,» sussurrò.
Uscii nel corridoio, ma mi rimase addosso lo sguardo con cui mi aveva accompagnato alla porta. Era delusa, e non perché le avessero interrotto una scopata. Era delusa perché quei cinque minuti normali stavano diventando nostri, e la realtà era appena entrata a riprenderseli.
La sera successiva tornai da loro per guardare un film, e il karma decise di punirmi. Non successe niente. Zero. Per due ore filate rimanemmo tutti inchiodati in salotto: io, Erika, Giulia e la madre. Nessuno andava in garage, nessuno faceva docce lunghe, nessuno usciva a buttare l'immondizia. Passò la prima mezz'ora. Passò un'ora. Erika aveva la testa appoggiata sulla mia spalla, ma io avevo un'irrequietezza assurda sotto la pelle. Tamburellavo con le dita sul ginocchio,cambiavo continuamente posizione sul cuscino, insofferente come un fumatore a cui hanno nascosto l'accendino, senza nemmeno voler ammettere a me stesso il motivo.
Alla fine, approfittando di una scena rumorosa del film, presi il telefono con la mano libera, tenendo lo schermo inclinato lontano dagli occhi di Erika. Aprii la chat di Giulia, che era seduta sulla poltrona a tre metri da me.
«Esci un attimo.»
Vidi con la coda dell'occhio lo schermo di Giulia illuminarsi. Lei lesse, non mosse un muscolo della faccia, e digitò.Giulia:«Perché?»
Strinsi i denti.«Giulia.»
Giulia:«Dillo.»
Rimasi con i pollici sospesi sulla tastiera per dieci secondi. Voleva farmelo ammettere. Voleva che fossi io a buttare giù la maschera.«Ho voglia di te.»
Le doppie spunte blu comparvero subito. Giulia abbassò il telefono sulle gambe senza rispondere. Mi fece cuocere nel mio stesso brodo per due minuti interminabili, poi il mio telefono vibrò sul divano.
Giulia:«Finalmente.»
Si alzò dalla poltrona stiracchiandosi. «Io vado a stendere il bucato in soffitta che sennò puzza di chiuso,» annunciò a tutta la stanza, e sparì su per le scale. Cinque minuti dopo, con la scusa di dover fare una telefonata importante a mio fratello senza il rumore della TV, salii anch'io.
La mansarda che usavano come lavanderia secondaria era calda, bassa di soffitto e illuminata solo dalla luce dei lampioni che entrava dal lucernario. Appena chiusi la porta a chiave, non le diedi nemmeno il tempo di posare la cesta dei panni.La differenza rispetto al garage o al bagno non stava nella meccanica di quello che facemmo, ma nell'origine: non era successo perché lei mi aveva teso una trappola. L'avevo convocata io perché non riuscivo più a stare seduto sul divano a tre metri da lei senza toccarla.
La spinsi contro la parete inclinata, sollevandole la gonna leggera che indossava fino alla vita. Lei mi allacciò subito le gambe attorno ai fianchi, il respiro bollente contro il mio collo mentre le sfilavo gli slip di lato e le entravo dentro con una spinta secca, quasi rabbiosa per l'attesa. Giulia strinse le braccia attorno al mio collo, soffocando i gemiti contro la stoffa della mia spalla mentre la tenevo sospesa per i glutei sodi, sbattendola contro il muro a un ritmo serrato, cieco, sentendo il suo calore umido stringermi fino a togliermi il fiato. Venimmo quasi insieme nel giro di pochi minuti, una scarica violenta e silenziosa nel buio della soffitta, con i nostri respiri che rimbombavano sotto il tetto basso.
La rimisi giù che le tremavano ancora le ginocchia. Mi sistemai i pantaloni in fretta, già con la mano sulla maniglia per tornare di sotto prima che Erika si insospettisse.
«Aspetta,» mi fermò Giulia, afferrandomi per l'avambraccio. Aveva ancora la gonna alzata sui fianchi e il petto che saliva e scendeva rapidamente.
«Che c'è? Devo scendere.»
«Dimmelo.»
«Cosa?»
Mi guardò dritta negli occhi nella penombra. «Che stasera mi hai cercata tu.»
Sospirai, sconfitto, passandole il pollice sul labbro inferiore arrossato. «Ti ho cercata io, Giù.»
Lei fece un sorriso pieno, soddisfatto, e ritirò la mano. «Okay. Ora puoi andare.»
Da quella sera, nei tre giorni successivi, la nostra routine smise di essere un caso e diventò una compulsione pura. Un pomeriggio ci incrociammo nel corridoio stretto; feci per allungare una mano e tirarla dentro lo sgabuzzino, ma sua madre spuntò dalla cucina con il ferro da stiro in mano. Io mi congelai facendo finta di guardare un quadro al muro, mentre Giulia mi passò oltre trattenendo a stento una risata. Il giorno dopo, Erika uscì per un paio d'ore per fare delle commissioni in centro. Io e Giulia ci ritrovammo con un pomeriggio intero davanti: ci chiudemmo in camera sua,facemmo l'amore con una lentezza disarmante, senza l'ansia dei passi sulle scale, e dopo rimanemmo stesi nudi sotto il ventilatore a parlare del più e del meno per mezz'ora, come due fidanzati qualsiasi. Altre volte avevamo solo cinque minuti scarsi prima che rientrasse qualcuno, e non provavamo nemmeno a spogliarci: ci chiudevamo dietro la porta del balcone solo per baciarci fino a farci mancare il fiato e ridere piano contro le rispettive bocche.
Ma la dipendenza aveva un prezzo. Il terzo giorno, approfittando di Erika sotto la doccia, intercettai Giulia all'ingresso mentre si stava mettendo le scarpe. La presi per un fianco, cercando il suo collo con le labbra. Lei si scostò. «Non posso adesso.»
Mi irritai all'istante, una fitta di fastidio assurdo. «Perché?»
Giulia mi guardò come se fossi impazzito, allacciandosi la borsa. «Perché sto uscendo con le mie amiche e ho una vita fuori da questa casa, Franci. Ci vediamo.» Aprì la porta e se ne andò. Rimasi lì nel corridoio vuoto, sorpreso io stesso da quanto mi avesse dato ai nervi quel rifiuto. Due ore dopo, come per farsi perdonare, mi mandò una foto dallo spogliatoio della palestra. Niente di provocante o svestito: solo lei allo specchio, in tuta, con una smorfia buffa e i capelli legati.Durante la serata con Erika, aprii quella stupida foto almeno dieci volte.
Il segnale che avevo perso definitivamente la bussola arrivò il giovedì pomeriggio. Entrai a casa loro con le buste della spesa. Erika mi venne incontro in cucina per darmi un bacio, ma io, guardandomi intorno nella stanza vuota e silenziosa,parlai prima ancora di ricambiare il saluto.
«Giulia?» chiesi, quasi d'istinto.
Erika si fermò a metà gesto, aggrottando appena le sopracciglia. «È in palestra fino alle sette. Perché?»
Il sangue mi si gelò per un decimo di secondo. Posai le buste sul tavolo per nascondere l'impaccio. «No, niente. C'era...silenzio, mi sembrava strano.»
Erika scrollò le spalle e iniziò a tirare fuori le cose dalle buste, riprendendo a parlarmi della sua giornata. Ma io non la stavo più ascoltando. Fissavo il bancone della cucina, colpito dalla consapevolezza di quello che avevo appena fatto. Non aspettavo più che Giulia mi capitasse davanti per caso. Controllavo che ci fosse. Era diventata la prima cosa che i miei occhi cercavano quando entravo in una stanza.
Più tardi quella sera, ero a casa mia. Le avevo scritto verso le nove, ma lei aveva risposto dopo più di un'ora.
«Dove sei?» digitai subito.
Giulia:«Perché?»
«Niente.»
Giulia:«E allora perché mi cerchi?»
Fissai lo schermo illuminato nel buio della mia camera. Potevo inventare una scusa, fare il cinico, buttarla sullo scherzo.Invece le mie dita scrissero la verità nuda e cruda.«Perché ho voglia di vederti.»
Giulia:«Di vedermi o di scopare?»
«Tutte e due.»
Passarono trenta secondi prima che comparisse la sua risposta.Giulia:«Stai migliorando.»
Era una battuta delle sue, leggera, scherzosa. Ma sapevo perfettamente che dall'altra parte dello schermo aveva appena incassato anche quella confessione, mettendola da parte insieme a tutto il resto.
Ma più io cedevo terreno, più lo spazio angusto dei nostri incontri rubati iniziava a starle stretto. Il venerdì sera riuscimmo a ritagliarci venti minuti nella taverna giù da loro mentre Erika era al telefono sul terrazzo con una collega. Fu intenso,disperato, consumato sul divano vecchio giù al fresco. Ma non appena finimmo, la solita sirena d'allarme mi scattò nel cervello: mi rialzai subito, allacciandomi la cintura in fretta, già proiettato a risalire le scale.
Mentre facevo per girarmi verso la porta, la mano di Giulia scattò dal bracciolo del divano e mi afferrò il polso.
«Resta,» mi disse, senza tirarmi, solo tenendomi fermo.
Mi voltai a guardarla. Aveva ancora la maglietta sollevata sopra il seno e le gambe nude distese sui cuscini. «Giuli, non iniziare.»
«Cinque minuti. Solo cinque minuti qui seduto con me.»
«Su c'è Erika, può chiudere la chiamata da un momento all'altro.»
Giulia non abbassò gli occhi. La sua voce si fece piatta, quasi atona. «Lo so che c'è Erika.»
«Non posso rischiare così, lo sai.»
Lei mi fissò per due lunghi secondi. Poi, lentamente, aprì le dita e lasciò andare il mio polso. Si tirò giù la maglietta,ricomponendosi in silenzio. «Certo.»
Quel tono mi fece suonare un campanello d'allarme. «Che hai adesso?»
«Niente. Vai su.»
Mi chinai per darle un bacio veloce sulle labbra prima di uscire, cercando di chiudere la cosa come al solito. Ma Giulia non aprì la bocca. Non mi strinse la maglietta, non mi morse il labbro con la solita fame rabbiosa, non fece nessuna battuta acida per prendersi l'ultima parola. Mi lasciò fare, ferma, con le labbra morbide ma immobili, e poi girò la testa dall'altra parte. Non fece nessuna scenata. Ed era proprio quel silenzio calmo e rassegnato, mentre risalivo le scale verso sua sorella, a dirmi che il gioco dei cinque minuti si era appena rotto.
Il sabato successivo fu un ritorno al passato che quasi mi stordì. Io ed Erika avevamo deciso di passare una serata vera, di quelle che non facevamo da settimane, senza l'ansia di una porta chiusa o di una telefonata che poteva interromperci da un momento all'altro.
Cena in un ristorantino in centro, una passeggiata lenta lungo il corso affollato, il gelato mangiato camminando. Erika mi teneva per mano, le dita intrecciate alle mie con una naturalezza disarmante. Mi raccontava dei suoi esami, rideva delle mie battute stupide, mi tirava per un braccio per farmi vedere una vetrina. C'era una dolcezza così solida, così pulita in quel momento, che per un paio d'ore mi sembrò di essere tornato esattamente il ragazzo che ero sei mesi prima, prima che tutto andasse in pezzi.
Mentre ci fermammo a guardare la facciata illuminata di una chiesa, Erika si appoggiò con la schiena al mio petto, le mie braccia avvolte attorno alla sua vita.
Sospirò, guardando il cielo estivo. «Mi piace questo periodo, Franci.»
Ero con la guancia vicina alla sua testa, a respirare il profumo del suo shampoo. «Quale periodo?»
Lei si girò parzialmente, sorridendomi nel buio con quella luce morbida negli occhi. «Noi. Mi sembri... non so. Più preso.Più presente.»
Sentii una fitta improvvisa, tagliente, farsi strada sotto le costole. Era una fitta di colpa, ma anche di amara verità: in un certo senso, era vero. Ero più attento, più morbido, più disposto a darle quello che voleva. Solo che quel surplus di energia non arrivava da un improvviso ritorno di fiamma; arrivava dal fatto che avevo la coscienza sporca fino ai capelli e stavo cercando di compensare.
Quella notte, a casa sua, facemmo l'amore. Non fu il sesso furioso, disperato e sporco che consumavo con Giulia in un garage o in una mansarda. Fu un atto d'amore adulto, intimo e bellissimo. Erika era sopra di me, i capelli biondi sciolti a cascata sul cuscino, gli occhi socchiusi per il piacere mentre la tenevo per i fianchi, guidando i suoi movimenti con una dolcezza che le strappava gemiti lunghi e vellutati. Le baciai il collo, le leccai le clavicole, poi la ribaltai con delicatezza,infilandomi tra le sue cosce aperte.
Mentre entravo in lei con spinte profonde, lente e ritmate, sentendo il calore avvolgente e familiare del suo corpo che mi accoglieva senza riserve, il mio cervello fece una deviazione bastarda. Guardavo la sua espressione appagata, sentivo le sue mani che mi artigliavano la schiena in cerca di tenerezza, ma per un millisecondo, mentre cercavo il suo sguardo, mi immaginai di avere sotto di me la pelle olivastra e i capelli neri di sua sorella.
E quella consapevolezza mi fece accelerare il ritmo, cercando disperatamente di coprire quel pensiero con una botta di lussuria fisica e reale. Erika, ignara di tutto, pensò che fossi preso da un'ondata d'amore irrefrenabile; mi strinse più forte,inarcando la schiena e venendo con un grido soffocato contro la mia spalla. Io la seguii subito dopo, svuotandomi dentro di lei con un brivido che aveva il sapore amaro dell'inganno.
Un'ora dopo, Erika dormiva profondamente, con un braccio gettato sul mio petto. Sveglio nel buio della stanza, con il ticchettio della sveglia a segnare il tempo, allungai la mano sul comodino. Presi il telefono. Lo sbloccai senza fare rumore. Aprii la chat di Giulia. L'ultima visualizzazione risaliva al pomeriggio.
Digitai lentamente, il cuore che batteva a un ritmo innaturale.«Sei sveglia?»
Passarono due minuti. Tre. Pensavo che non avrebbe risposto. Poi lo schermo si illuminò.Giulia:«Ti manca già qualcosa?»
Fissai le parole nel buio, sentendo il peso di quella domanda schiacciarmi lo sterno.«Forse.»
La risposta arrivò istantanea, spietata e tagliente come un bisturi.Giulia:«Brutto segno.»
La bomba vera, tuttavia, scoppiò a cena due giorni dopo. Eravamo a tavola tutti insieme a casa loro. La madre stava servendo i piatti quando Giulia, con la nonchalance di chi sta parlando del tempo, annunciò: «Domattina devo finire di preparare lo zaino.»
Alzai lo sguardo dal piatto. «Che zaino?»
Giulia mi lanciò un'occhiata veloce, quasi infastidita dalla mia ignoranza. «Il campo.»
Aggrottaì la fronte, sentendo un campanello d'allarme iniziare a suonare nella mia testa. «Quale campo?»
«Scout,» rispose lei, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
«Quando parti?»
«Domani.»
«Quanto?»
«Quindici giorni,» disse lei, afferrando una fetta di pane.
Il silenzio che cadde sulla cucina fu tombale. Mi bloccai con la forchetta a mezz'aria. «QUINDICI?» sbottai, forse con troppa enfasi, alzando la voce più del dovuto.
Erika scoppiò a ridere, dandosi una pacca sulla gamba. «Ma calmati, Franci! Mica la mandano in Afghanistan, sono solo le attività estive del clan.»
Giulia non rise. Non si scompose neanche. Rimase in silenzio, ma i suoi occhi scuri si piantarono sui miei con un'intensità pericolosa. Aveva notato la mia reazione sproporzionata. Aveva visto il panico tradirmi in diretta mondiale davanti a sua madre e sua sorella.
Dopo cena, riuscii a intercettarla per trenta secondi scarsi mentre andava a buttare la spazzatura in giardino. La strattonai per un braccio, tirandola dietro il muretto della veranda, fuori dalla vista delle finestre.
«Quindici giorni?» le dissi sottovoce, con una rabbia fredda che non sapevo di avere. «Non mi avevi detto niente.»
«Sì che te l'ho detto,» rispose lei, incrociando le braccia e guardandomi dall'alto in basso con una sufficienza irritante.
«Quando?»
«Settimane fa, genio.»
«Non è vero, me lo ricorderei.»
Giulia sorrise, un ghigno sottile e crudele. «Probabilmente in quel momento avevi i vestiti addosso e stavi pensando a qualcos'altro, quindi non stavi ascoltando.»
«Sei una stronza,» le ringhiai contro, facendo un passo avanti.
Lei indietreggiò appena, ma la sicurezza nella sua voce si incrinò per la prima volta, lasciando spazio a una punta di fredda amarezza. «Quindici giorni passano in fretta, Franci.» Fece una pausa, abbassando lo sguardo per un secondo. «Hai Erika. Non ti annoierai.»
E in quel tono non c'era più la provocazione della ragazzina viziata. C'era la consapevolezza disillusa di chi, forse per la prima volta, stava iniziando a pensare che senza di lei, in fondo, la mia vita sarebbe continuata esattamente uguale. E questa cosa faceva male a entrambi.
Quella sera stessa provai a trovarla in ogni modo possibile. Impossibile. La madre l'aveva blindata in camera a fare e disfare borsoni, Erika continuava a girarle intorno per salutarla prima della partenza, e la sveglia per l'indomani era fissata all'alba.
Ruscii a isolarla solo per trenta secondi netti nel sottoscala, mentre lei scendeva a prendere un detersivo. La intrappolai contro il muro, le mani sui fianchi, e mi chinai a baciarla con una fame disperata, cercando di prenderci tutto quello che ci stavamo negando. Giulia rispose al bacio, ma durò lo spazio di un battito di ciglia.
Quando provai a trattenerla, stringendole la vita per tirarla ancora più contro di me, lei mi appoggiò le mani sul petto e si staccò con decisione.
«No,» disse, scuotendo la testa.
«Che hai?» le chiesi, il fiato corto.
«Niente.»
«Allora perché ti scosti?»
Lei abbozzò un sorriso amaro, voltandosi verso la porta della cantina. «Così impari.»
«Cosa?»
«A non avermi sempre quando vuoi, Franci.» Mi diede un bacio rapidissimo sulla guancia, di quelli che si danno agli sconosciuti, e sparì su per le scale prima che potessi ribattere. Era il primo, vero no deliberato che mi rifilava da quando era iniziato tutto. E bruciava da matti.
di
_ale_
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