Processo Simulato - Vol.1: Capitolo 10
di
_ale_
genere
etero
L’aria nella stanza di Vittoria sapeva di sudore, inchiostro stampato e sesso.
Non era esattamente un’invasione a sorpresa. Vittoria mi aveva ceduto il suo letto di spontanea volontà prima di rifugiarsi a casa di Val, convinta che io e Anna avessimo bisogno di spazio e silenzio per "lavorare al caso". Se avesse saputo che tipo di lavoro stavamo portando avanti, probabilmente avrebbe dato fuoco al materasso.
Il letto era un campo di battaglia. Il lenzuolo era aggrovigliato in fondo al materasso, coperto da fascicoli aperti, screenshot stampati e tazze di caffè ormai freddo. I nostri vestiti erano sparsi ovunque. Io ero a torso nudo, appoggiato alla testiera di legno, mentre Anna era sdraiata accanto a me. Indossava solo una mia vecchia t-shirt grigia che le stava enorme. Il cotone leggero era umido di sudore e le si appiccicava addosso, scivolando da una spalla e lasciando intravedere la curva morbida e perfetta del suo seno nudo. I suoi capelli castano scuro, di solito disciplinati, erano un nido selvaggio che si spargeva sul cuscino, e la sua pelle chiara brillava, ancora accaldata dal sesso che avevamo appena consumato.
Sul mio portatile, incastrato tra le sue gambe e un codice di procedura penale, stava girando una playlist pop in riproduzione casuale, mentre sul desktop campeggiava l'archivio ZIP con le chat del processo.
La guardai. Era bellissima, sfatta e pericolosamente umana. «Lo sai che questo è il letto di Vittoria, vero?» le chiesi, passandomi una mano tra i capelli.
Anna non si scompose. Teneva gli occhi chiusi e il respiro lento. «Lo so.»
«E non ti turba minimamente?»
Aprì un occhio, scuro e implacabile. «Mi turba molto di più il fatto che tu abbia nominato un file “prova vera finale definitiva due”. È un crimine contro l'ordine logico e l'informatica.»
Risi piano. Era sempre lei. Anche con il fiato corto e la mia maglietta addosso, non rinunciava al suo ruolo. In quel momento, le casse del computer sputarono fuori le prime note di una hit pop commerciale, una di quelle canzoni che passano in radio fino alla nausea. Abbassai lo sguardo sullo schermo, poi guardai lei.
«Aspetta. Tu ascolti questa roba?» la presi in giro, inarcando un sopracciglio.
Anna si stiracchiò, e il movimento fece sollevare ulteriormente la t-shirt, rivelando la linea dei fianchi e l'assenza totale di biancheria intima. «Io ho diritto a una forma privata di degrado, Alessandro.»
«Anna, questa è musica da ragazza che canta nel phon davanti allo specchio fingendo di essere in un videoclip con il vento tra i capelli.»
«E tu chi ascolti, sentiamo? Quale raffinato cantautorato indie nascondi per fare il finto intellettuale?» Si appoggiò sui gomiti, avvicinando il viso al mio. Il suo profumo si mescolò a quello del sesso recente. «Anzi, facciamo un gioco più adatto al tuo livello. Chi ti faresti, tra le pop star?»
Ci pensai esattamente un secondo e mezzo. «Olivia Rodrigo.»
Anna si bloccò. Il suo viso ovale si contrasse in un broncio che non le avevo mai visto, un'espressione così tenera, spontanea e infastidita da fargli perdere tutta la sua aura glaciale. Mi guardò malissimo. «Ovviamente.»
«Che vuol dire ovviamente?»
«Che ti piacciono quelle con l’aria fragile, gli occhi enormi e abbastanza rancore da scriverti un intero album contro per farti sentire importante.» La battuta era affilata come un rasoio. Parlava di Olivia Rodrigo, ma sotto quella patina pop c'era Val. E, in un modo contorto, c'era anche lei.
Sorrisi, incassando il colpo. «Questa non era un’analisi musicale.» «No,» ribatté Anna, incrociando le braccia al petto e facendo strusciare il tessuto contro i capezzoli turgidi. «Era un referto psicologico.»
«E tu invece?» la punsi, avvicinandomi fino a sfiorarle la spalla nuda con il naso. «Qual è il tuo oscuro segreto?» «Io non rispondo a domande formulate da soggetti emotivamente instabili.» «Quindi hai una celebrity crush. Avanti, Perfettina. Chi è?» «Io ho gusto. È un concetto diverso.»
Eravamo avvolti in una bolla. Eravamo sudati, pigri, immersi in quel tipo di intimità post-sesso in cui le barriere crollano senza che tu te ne accorga. Mentre la canzone sfumava nel ritornello, notai che le sue labbra carnose si muovevano. Appena. Senza emettere suono.
Mi fermai. La fissai. «Tu secondo me canti,» le dissi, quasi sottovoce.
Anna smise di muovere le labbra e si irrigidì. «Io non canto.» «Canti eccome. Ti ho vista.» «Io, eventualmente, interpreto in forma strettamente privata.» «Quindi canti.»
«Smettila,» sbuffò, ma le guance le si tinsero di un leggero rossore. Non insistetti. Mi limitai a guardarla, con un sorriso morbido. Sotto il peso del mio sguardo, Anna cedette. Sospirò, chiuse gli occhi e, con una voce sottile, intonata e incredibilmente dolce, cantò due versi del ritornello. Piano. Quasi sussurrando contro il mio petto.
Smisi di sorridere. Smisi di fare battute. Guardai quella ragazza, sdraiata nel letto di Vittoria, che cantava sottovoce una stupida canzone pop. In quel momento non era la dominatrice dell'archivio, non era la collega militare che voleva distruggere l'accusa. Era solo Anna. Anna non mi stava confessando un sentimento, pensai, sentendo una morsa stringermi lo stomaco. Stava facendo una cosa molto più pericolosa: mi stava mostrando una parte inutile di sé. Una parte che non serviva a vincere niente.
Era una vulnerabilità che mi terrorizzava e mi eccitava allo stesso tempo. E, siccome ero un fottuto idiota allergico ai momenti troppo seri, decisi di rovinarlo.
Allungai una mano sotto il lenzuolo, afferrai la sua caviglia e le tirai su la gamba, prendendo il suo piede nudo e portandomelo davanti alla bocca come se fosse un gelato.
«Signorina Anna, astro nascente del pop forense,» feci la voce da presentatore radiofonico, «cosa risponde alle accuse di avere una playlist imbarazzante?»
Anna spalancò gli occhi, cercando di ritirare la gamba, ma io la tenni ferma. «Che il giornalista è un idiota che dorme sul divano da stasera!» «Il pubblico chiede un ritornello, signorina.» «Il pubblico può andare a studiare procedura penale!»
Cercò di divincolarsi, ridendo. Una risata vera, non calcolata. Abbassai la bocca e le baciai il collo del piede. Anna sussultò. Le presi l'alluce tra le labbra, succhiandolo piano, facendole scorrere la lingua sulla pelle liscia. «Smettila, Ale,» ansimò, ma la sua voce aveva perso ogni tono di rimprovero. Si stava imbarazzando, e la cosa era deliziosa.
Baciai l'arco plantare, annusando il profumo della sua pelle pulita mescolato al sudore della nostra nottata. Invece di tirarsi indietro, Anna capì il gioco. Gli occhi le diventarono scuri, liquidi di lussuria. Smise di lottare. Usò il piede che le stavo tenendo per spingermi leggermente il mento.
Poi, con una sfacciataggine che mi fece impazzire, liberò la caviglia dalla mia presa. Strofinò la pianta del piede nudo contro la mia guancia, lentamente, come una carezza sporca. Scese lungo il mio collo, accarezzandomi il petto madido di sudore, sfiorando i graffi che lei stessa mi aveva lasciato ore prima.
Il clima era cambiato. Non era il sesso rabbioso da gelosia, non era l'addestramento. Era un gioco intimo, folle e profondamente nostro. Il suo piede scese ancora, superando l'elastico dei miei boxer. Trovò la mia erezione, che si era già risvegliata prepotentemente, e iniziò a massaggiarmi. La pelle morbida del suo piede sfregava contro il mio cazzo turgido. Mi massaggiò l'asta con l'arco plantare, poi usò le dita per stuzzicarmi le palle, applicando una pressione perfetta.
Chiusi gli occhi, gettando la testa all'indietro contro la testiera. «Cazzo, Anna...» Lei sorrise. Si portò due dita alla bocca, se le bagnò copiosamente di saliva e lasciò cadere un rivolo denso e lucido esattamente sulla cappella. Poi portò su anche l'altro piede. Mi intrappolò l'asta tra le due piante, usando la saliva come lubrificante, e iniziò a segarmi con un movimento ritmico, scivoloso e caldissimo.
La sensazione era devastante. Il contrasto tra i documenti legali sparsi sul materasso e lei che mi masturbava con i piedi, guardandomi con quell'aria da stronza meravigliosa, mi stava facendo esplodere.
«Chi ha guidato il gioco prima?» mi stuzzicò lei, aumentando la pressione e sfregando le piante dei piedi su e giù per tutta la mia lunghezza. «Tu,» grugnii, stringendo le lenzuola. «E chi ha trovato il cavillo sulle tempistiche della chat?» «Tu, maledizione... tu.»
Non resistetti più. Le afferrai le caviglie e la tirai verso di me con un colpo secco. I fascicoli volarono giù dal letto, atterrando sul pavimento con un fruscio. Le alzai la maglietta grigia fin sopra il collo, liberando i suoi seni perfetti. Mi ci fiondai sopra, prendendo un capezzolo in bocca e succhiandolo con foga, mentre con una mano mi facevo spazio tra le sue cosce.
Era bagnata fradicia. La figa era ancora gonfia e pulsante dal rapporto precedente, scivolosa dei nostri stessi umori. Mi posizionai sopra di lei e spinsi. L'ingresso fu fluido, bollente. Anna inarcò la schiena, affondando le unghie nelle mie spalle e lasciandosi sfuggire un gemito acuto, senza alcun freno.
«Ale...» ansimò, stringendo le gambe attorno ai miei fianchi. Iniziai a muovermi dentro di lei, prima con spinte lente e profonde, poi sempre più veloci. I nostri petti sudati sbattevano l'uno contro l'altro. Il rumore della nostra pelle umida riempiva la stanza di Vittoria, coprendo la musica pop che continuava a suonare dal computer.
Le afferrai le tette, stringendole a piene mani, impastandole mentre affondavo in lei fino alla radice. Anna era persa. Buttava la testa a destra e a sinistra sul cuscino, le labbra dischiuse, il respiro rotto. Le sue pareti si contraevano attorno al mio cazzo a ogni mia spinta, risucchiandomi in un vortice di piacere puro e carnale.
La passione era terribile, intensa, ma priva della guerra che ci facevamo di solito. Era l'urgenza di due persone che non volevano smettere di toccarsi. «Vengo... Anna, vengo,» ringhiai contro il suo collo, mordendole leggermente la pelle. Lei mi strinse più forte, sollevando il bacino per prendere ogni singolo millimetro di me. «Sì... vieni... Ale...»
L'orgasmo ci investì insieme. Mi svuotai dentro di lei con un gemito lungo e roco, mentre Anna si contraeva sotto di me, tremando violentemente e graffiandomi la schiena in un ultimo spasmo di piacere assoluto.
Crollai di peso su di lei, esausto, i cuori che battevano all'unisono contro le nostre gabbie toraciche.
Mezz'ora dopo, il silenzio era sceso sulla stanza. Anna si era addormentata, il viso premuto contro il mio petto nudo, il respiro finalmente calmo e regolare. Un suo piede, quello stesso piede che mi aveva fatto impazzire poco prima, spuntava fuori dal lenzuolo stropicciato.
Girai la testa verso il comodino. Il portatile era ancora acceso, lo schermo che illuminava fiocamente la penombra. Su un lato c'era la playlist pop, ferma in pausa. Sull'altro, campeggiava ancora la cartella con le prove sporche e le chat compromettenti che l'indomani avrebbero cambiato tutto. Chiusi gli occhi, stringendola un po' di più a me, e per la prima volta sperai che quella notte non finisse mai.
Il sonno, dopo una notte passata a mescolare fluidi corporei, sudore e procedura penale, non è un semplice riposo. È uno stato comatoso, un’apnea in cui il cervello cerca disperatamente di riprendersi dalle proprie pessime decisioni.
La stanza puzzava inequivocabilmente di sesso, caffè freddo e carta stampata. Aprii un occhio solo, la luce del mattino che filtrava dalle tapparelle a ferirmi la retina. Accanto a me, aggrovigliata nelle lenzuola, c’era Anna. Il suo viso ovale e delicato, solitamente una maschera di lucida imperturbabilità, era sprofondato nel cuscino. Dormiva a pancia in giù, con addosso solo la mia vecchia t-shirt grigia. Il cotone leggero era scivolato da una spalla, rivelando la linea della clavicola e la curva morbida, nuda, del fianco che sfuggiva al tessuto. I suoi capelli castano scuro, normalmente perfetti, erano un groviglio selvaggio e bellissimo. Intorno a noi, il letto era un disastro: il mio portatile era ancora acceso, con la playlist pop in pausa, circondato da screenshot, appunti e un codice civile usato come sottobicchiere.
Era il nostro bunker erotico-legale. Un ecosistema perfetto.
Il rumore metallico della maniglia che scattava verso il basso mi fece gelare il sangue. La porta si aprì.
Sapevo benissimo che Vittoria sarebbe tornata. Sapeva che Anna aveva dormito lì, dopotutto era stata lei a cederci la stanza per "lavorare in pace". Quindi non entrò pensando di trovare la stanza vuota. Ma non si aspettava di trovare quello.
Vittoria si bloccò sulla soglia. I suoi capelli biondo miele le ricadevano sulle spalle in modo naturale, ma i suoi occhi chiari, di solito magnetici e distaccati, si spalancarono per una frazione di secondo. Il silenzio che calò nella stanza fu così denso che avrei potuto tagliarlo con un coltello. Due secondi. Due lunghissimi, fottuti secondi in cui l'aria smise di circolare.
Non era solo lo shock di averci beccati. Vittoria, con la sua intelligenza cruda e diretta, stava decodificando l'immagine. Stava vedendo Anna, la "Perfettina", non solo nuda e sfatta, ma spudoratamente a suo agio nel suo letto, nel suo spazio. Anna aveva colonizzato un pezzo di casa nostra, un pezzo del mio mondo.
Poi, l'istinto di sopravvivenza di Vittoria prese il sopravvento. Il suo sguardo si raffreddò, diventando tagliente come un rasoio. «Perfetto,» esordì, la voce limpida e carica di un cinismo che le faceva da scudo. «Io vi cedo la stanza per lavorare e voi, in cambio, mi restituite un set completo di prove biologiche.»
Mi tirai su a fatica, passandomi le mani sul viso stropicciato, cercando disperatamente di recuperare un minimo di dignità a torso nudo. «Vitto...»
«No, tranquillo,» mi interruppe lei, alzando una mano perfetta con le unghie laccate. «Cercavo solo un maglione, non la prova materiale della tua inevitabile rovina.»
A quel punto, Anna si svegliò. Sbatté le palpebre, confusa per un millesimo di secondo, prima che il suo cervello, addestrato al controllo maniacale, registrasse la situazione. Si tirò le coperte fin sopra il petto, cercando di ricomporsi, di assumere quell'aria distante e superiore che usava per difendersi. Ma era nel territorio di Vittoria. Nel letto di Vittoria. E per la prima volta da quando la conoscevo, non aveva la fottuta battuta pronta.
«Possiamo spiegare,» tentò Anna, sistemandosi una ciocca ribelle dietro l'orecchio con un gesto che voleva sembrare elegante, ma che tradiva tutto il suo imbarazzo.
Vittoria incrociò le braccia al petto, fissandola con una freddezza ammirevole. «Anna, tesoro,» rispose, con un sorriso velenoso che le increspava le labbra morbide. «Tu puoi spiegare una memoria difensiva. Puoi spiegare un cavillo procedurale. Questo, no.»
La tensione era una corda di violino pronta a spezzarsi. Ma Vittoria non fece la coinquilina isterica. Non era da lei. Avanzò nella stanza verso il suo armadio, ignorando ostentatamente i miei pantaloni abbandonati sul tappeto e la tazza di caffè in bilico sul suo comodino.
Aprì l'anta e iniziò a tirare fuori dei vestiti con gesti secchi, misurati. Non stava esplodendo, e questo era molto, molto peggio. Sotto quel sarcasmo feroce c'era una ferita reale. Non stava giudicando il sesso. Stava giudicando il fatto che io avessi portato il mio caos sentimentale, l'ennesimo, nel nostro rifugio.
«Comunque,» disse, senza voltarsi, infilando un paio di jeans e un maglione in una borsa, «le lenzuola le lavate voi.»
«Ovvio,» risposi subito, con la voce raschiata, cercando di ammorbidire l'impatto.
Vittoria si fermò. Si girò lentamente verso di me. I suoi occhi chiari mi trapanarono l'anima, spogliandomi di ogni finta ironia. «No, Ale. Ovvio era non colonizzare il mio letto come l’Impero britannico in cerca di spezie.»
Si caricò la borsa in spalla. L'eleganza estiva e luminosa che la contraddistingueva era ora un'armatura gelida. Si incamminò verso l'uscita, ma si fermò esattamente sulla soglia, dandomi le spalle.
«Stasera vieni a bere qualcosa con me,» ordinò. Non era un invito. Era una citazione in giudizio.
Sgranai gli occhi. «Con te?»
Vittoria girò appena la testa, lanciando un'ultima occhiata al letto sfatto e ad Anna, che era rimasta pietrificata sotto le coperte, per poi guardare me. «No, con Anna,» rispose, il tono grondante di sarcasmo acido. «Io vi guardo dal bagno mentre violate anche quello.»
Fece per andarsene, ma poi il cinismo le scivolò via dal viso per un istante, lasciando il posto a una serietà nuda, disarmante. Mi guardò dritta negli occhi, e ci vidi dentro anni di convivenza, di confidenze notturne, di caffè amari e di verità che solo lei sapeva dirmi.
«Ale, davvero,» mormorò, la voce che scendeva di un'ottava, priva di qualsiasi battuta. «Io e te. Mi sa che dobbiamo parlare.»
E senza aggiungere altro, uscì, chiudendosi la porta alle spalle e lasciandomi lì, nel letto ancora caldo del suo profumo, con la consapevolezza assoluta che il vero processo non si sarebbe tenuto in aula, ma al tavolo di un bar. E l'imputato, senza possibilità di appello, sarei stato io.
Il sole del tardo pomeriggio tagliava le strade del centro storico, tingendo i palazzi di una luce dorata che non aveva nulla a che fare con il disastro morale che mi portavo dentro.
Il nostro "bere qualcosa" si era trasformato, prevedibilmente, in una missione punitiva. Eravamo nel reparto tessile di un grande magazzino, circondati da cuscini, piumoni e una quantità di cotone percalle che mi stava facendo venire l'orticaria.
Vittoria camminava tra gli scaffali con il passo marziale di chi deve bonificare un'area radioattiva. I suoi lunghi capelli biondo miele, luminosi e perfetti anche quando sembrava non averci perso un secondo, ondeggiavano a ogni passo. Indossava un paio di jeans chiari e un maglioncino sottile, un'estetica apparentemente casual ma sofisticata, che strideva meravigliosamente con il veleno che le usciva dalla bocca.
Afferrò un set di lenzuola in raso blu notte – il più costoso dell'intero fottuto espositore – e me lo piazzò contro il petto.
«Ti rendi conto che mi devi delle lenzuola nuove, vero?» decretò, con i suoi occhi chiari e taglienti puntati dritti nei miei. «Vitto, non erano rovinate,» provai a difendermi, cercando di rimettere a posto il pacco. «Le avrei lavate. A novanta gradi. Con la candeggina, se necessario.» «Ale,» mi bloccò lei, fulminandomi, «quelle lenzuola hanno visto cose che nemmeno il codice penale vuole tipizzare. Le pretendo come risarcimento morale.»
Sospirai e mi arresi al mio destino finanziario. Ci spostammo nella corsia dei detersivi. Vittoria si fermò, incrociò le braccia e mi indicò gli scaffali con un cenno del mento. «Scegli tu il detersivo.» «Perché io?» «Perché sei il responsabile principale del disastro ambientale. Prendi quello con più agenti chimici, voglio che la mia stanza smetta di odorare di procedura civile e ormoni repressi.»
Era la nostra dinamica. Cinica, veloce, spietata. Funzionavamo così, senza doverci spiegare nulla. Pagai le lenzuola (un salasso) e uscimmo in strada.
Il pomeriggio scivolò via leggero. Comprammo due birre in un minimarket, rubai un paio di sorsi dalla sua bottiglia e lei, in cambio, mi costrinse a entrare in un negozio vintage dove mi fece provare una camicia a fiori con colletto anni '70 che mi faceva sembrare un narcotrafficante in pensione. Ridemmo fino a piegarci in due.
Ci sedemmo su una panchina di pietra in una piazza affollata, aprendo un pacchetto di patatine. «Secondo te,» disse Vittoria, fissando un piccione che zoppicava, «Anna a casa sua piega anche le ricevute fiscali in ordine alfabetico?» «Assolutamente sì,» confermai, passandole il sacchetto. «E se lo scontrino è stropicciato, fa ricorso al TAR.»
Vittoria rise, infilandosi una patatina in bocca. Per un'ora eravamo tornati a essere "noi due". Quelli prima del processo, prima di Val, prima che la Perfettina decidesse di invadere il mio appartamento e la mia mente.
Poi, il vento cambiò. Vittoria si appoggiò allo schienale della panchina, allungando le gambe toniche davanti a sé. Lo sguardo le si fece più serio, perdendo per un attimo quell'allure altezzosa e distaccata che usava come scudo.
«Comunque Val è tornata strana,» buttò lì, come se stessimo parlando del tempo.
Il mio stomaco fece una capriola. Fissai l'etichetta della mia birra. «Strana come?» «Come una che ha fatto una cosa fottutamente stupida e vorrebbe raccontarla a tutti, ma sa che se apre bocca diventa reale.» Feci finta di non capire, raschiando il fondo della mia finta innocenza. «Non so di cosa parli.» «Certo, Ale. E io sono Nardi in cosplay.» Vittoria si voltò verso di me, gli occhi che mi leggevano come un libro aperto. «Aveva i capelli ancora umidi quando è rientrata.» «Magari aveva fatto la doccia.» «Aveva sabbia nelle scarpe, Ale.» Sbuffai, sentendomi all'angolo. «Napoli è una città sabbiosa.» «Tu sei un insulto all’intelligenza delle persone che ti vogliono bene,» sospirò, scuotendo la testa.
Poi abbassò la voce. Il cinismo sparì del tutto. «Era felice.» Il silenzio calò tra di noi, pesante e assordante nonostante il traffico attorno. «E non felice da “mi sono divertita”,» precisò Vittoria, spietata nella sua analisi. «Felice da “oddio, forse questa cosa mi importa davvero”.»
Fu la prima, vera coltellata. Sentii l'aria mancarmi. Sapevo esattamente cosa c'era stato sulla spiaggia con Val. Quel respiro, quell'intimità scivolosa e salata, il suo sapore, il modo in cui mi aveva guardato senza chiedermi di dimostrare nulla. E sapevo, con altrettanta precisione chirurgica, cosa era successo subito dopo contro gli scaffali del magazzino con Anna.
Vittoria non mi diede il tempo di recuperare fiato. «Val non è scema,» riprese. «Lo so.» «No, non lo sai. Tu pensi che sia luminosa, dolce, spontanea. E lo è, cazzo se lo è. Ma non è una bambolina da proteggere mentre tu giochi a fare il poeta maledetto e dannato.» «Non la sto proteggendo, Vitto!» sbottai, sulla difensiva. «No. Peggio,» sentenziò lei, puntandomi un dito contro il petto. «La stai usando come prova che non sei diventato uno stronzo.»
Mi ammutolii. Era una bomba intelligente, sganciata esattamente nel centro di gravità delle mie colpe. Io volevo Val perché con lei mi sentivo il bravo ragazzo, quello capace di emozioni genuine. La stavo usando per assolvere me stesso.
«E Anna?» riuscii a chiedere, la gola secca. Vittoria sbuffò, alzando gli occhi al cielo. «Anna è complicata. Anna è un codice civile con le gambe e un evidente disturbo del controllo, ma almeno lei non finge di essere semplice.» Si accigliò, la voce che si incrinava appena. «Anna ti sta entrando nella vita come se avesse firmato un decreto d’urgenza. E tu, senza nemmeno accorgertene, glielo stai lasciando fare.» «Non è così.» «Ale,» mi interruppe, dura. «Stamattina era nel mio letto. Mezza nuda, con la tua fottuta maglietta addosso, i tuoi appunti sulle ginocchia e l’aria di una che stava solo occupando un territorio che considerava già suo.»
Quella era la verità. Una verità nuda e cruda che bruciava. Ma Vittoria non aveva finito. Il suo sguardo si abbassò sulle sue mani intrecciate. Non c'era la banale gelosia di una coinquilina invidiosa. C'era qualcosa di molto più profondo, un senso di perdita che mi fece sentire un mostro.
«Io le ho ceduto la stanza perché dovevate lavorare meglio,» sussurrò. «Lo so, Vitto, e ti rin—» «No,» mi bloccò, alzando gli occhi umidi ma fieri sui miei. «Io le ho ceduto una stanza, Ale. Non il mio posto.»
Silenzio. Il traffico, le voci, i rumori della piazza... tutto si annullò. Quella frase era il cuore pulsante del nostro pomeriggio. Avevo fatto entrare Anna in casa, avevo trasformato il nostro rifugio in un campo di battaglia erotico e accademico, e avevo dimenticato che quello spazio apparteneva a chi mi aveva sempre sostenuto.
Vittoria fece un respiro profondo e sfoderò di nuovo la sua armatura di sarcasmo per stemperare. «E prima che tu faccia quella faccia da cane investito sulla tangenziale, non sto dicendo che voglio sposarti o altre simili sciagure civili.» «Meno male,» mormorai, abbozzando un sorriso stanco. «Sto dicendo che casa nostra non sembra più casa nostra. E tu eri troppo impegnato a fare il giocoliere per accorgertene.» Scosse la testa, guardandomi con un affetto ruvido. «Io ti ho visto quando non eri il brillante avvocato conteso da due pazze meravigliose. Io mi ricordo il primo anno. Eri solo un coglione con due valigie enormi, un caricatore del telefono rotto e l’aria terrorizzata di uno che aveva palesemente sbagliato città.»
«Mi stai facendo commuovere,» dissi, sentendo davvero un nodo in gola. «Non ti montare la testa. Eri comunque insopportabile e ti ho dovuto preparare il caffè io perché non sapevi accendere la moka.»
Ridemmo. Una risata piccola, sincera. Poi, il suo sguardo cadde sulla base del mio collo. Il colletto della giacca si era spostato, rivelando un graffio lungo e sottile, ancora arrossato. Il ricordo fisico della furia di Anna nel magazzino.
Vittoria non fece battute cattive, stavolta. Allungò la mano e, con il pollice, mi sfiorò leggermente il graffio. Il suo tocco era delicato, privo di giudizio, ma carico di una compassione che mi fece male. «Ti ha quasi scuoiato,» mormorò, senza sorridere. «È stato... un incidente accademico.» «No, Ale. È stato un disastro annunciato con un'ottima calligrafia.» Ritirò la mano, guardandomi dritto negli occhi. «Ti stai facendo male davvero.» Aprii la bocca per sparare la mia solita idiozia difensiva, ma lei mi zittì con un'occhiata. «No. Stavolta non fare il simpatico.»
Incanalatomi nel suo sguardo chiaro, capii la differenza abissale tra le donne della mia vita. Con Val, respiravo. Con Anna, bruciavo. Con Vittoria, purtroppo, non potevo fingere. Ero visto, completamente e senza sconti.
Il sole era sceso, l'aria si era fatta più fredda. Ci alzammo dalla panchina per tornare verso la metropolitana. Vittoria si sistemò la borsa sulla spalla, e proprio quando pensavo che il processo fosse finito, sganciò la bomba termonucleare.
«Ieri notte Val mi ha chiesto una cosa,» disse, guardando dritto davanti a sé. Mi irrigidii. I muscoli del collo mi si tesero. «Cosa?» «Mi ha chiesto se tra te e Anna c’è qualcosa.»
Il mondo smise di girare. I rumori si azzerarono. Non risposi. Camminavo, ma non sentivo più i piedi sul marciapiede.
Vittoria mi lanciò un'occhiata di sbieco, implacabile. «Io non le ho mentito, Ale.» «Che le hai detto?» chiesi, la voce ridotta a un rantolo. «Le ho detto che non lo sapevo. Perché era la verità. Fino a ieri notte, non lo sapevo.» Si fermò prima di scendere le scale della metro, fronteggiandomi. «Però dopo stamattina, Ale... se una ragazza dorme nella mia stanza, e la mattina dopo io la trovo mezza nuda nel mio fottuto letto con te... non ho più tanti dubbi. Per questa volta non lo dirò a Val.»
Mi sentii gelare il sangue nelle vene. Vittoria mi diede le spalle per scendere i gradini, ma si voltò un'ultima volta. «Val non è stupida, Ale. E io non sarò il tuo alibi.»
Scese le scale, lasciandomi fermo sul marciapiede, con le buste del grande magazzino in mano. Anna mi aveva insegnato a non tremare. Val mi chiedeva di non diventare uno stronzo. Vittoria, invece, aveva appena fatto la cosa peggiore in assoluto: aveva tolto il lenzuolo dal cadavere e mi aveva costretto a guardarlo in faccia.
Quella sera capii che Vittoria non era il personaggio secondario, la simpatica spalla della mia rovina. Era l’unica testimone attendibile della mia vita. E, da quel preciso momento, aveva deciso di smettere di coprirmi.
Non era esattamente un’invasione a sorpresa. Vittoria mi aveva ceduto il suo letto di spontanea volontà prima di rifugiarsi a casa di Val, convinta che io e Anna avessimo bisogno di spazio e silenzio per "lavorare al caso". Se avesse saputo che tipo di lavoro stavamo portando avanti, probabilmente avrebbe dato fuoco al materasso.
Il letto era un campo di battaglia. Il lenzuolo era aggrovigliato in fondo al materasso, coperto da fascicoli aperti, screenshot stampati e tazze di caffè ormai freddo. I nostri vestiti erano sparsi ovunque. Io ero a torso nudo, appoggiato alla testiera di legno, mentre Anna era sdraiata accanto a me. Indossava solo una mia vecchia t-shirt grigia che le stava enorme. Il cotone leggero era umido di sudore e le si appiccicava addosso, scivolando da una spalla e lasciando intravedere la curva morbida e perfetta del suo seno nudo. I suoi capelli castano scuro, di solito disciplinati, erano un nido selvaggio che si spargeva sul cuscino, e la sua pelle chiara brillava, ancora accaldata dal sesso che avevamo appena consumato.
Sul mio portatile, incastrato tra le sue gambe e un codice di procedura penale, stava girando una playlist pop in riproduzione casuale, mentre sul desktop campeggiava l'archivio ZIP con le chat del processo.
La guardai. Era bellissima, sfatta e pericolosamente umana. «Lo sai che questo è il letto di Vittoria, vero?» le chiesi, passandomi una mano tra i capelli.
Anna non si scompose. Teneva gli occhi chiusi e il respiro lento. «Lo so.»
«E non ti turba minimamente?»
Aprì un occhio, scuro e implacabile. «Mi turba molto di più il fatto che tu abbia nominato un file “prova vera finale definitiva due”. È un crimine contro l'ordine logico e l'informatica.»
Risi piano. Era sempre lei. Anche con il fiato corto e la mia maglietta addosso, non rinunciava al suo ruolo. In quel momento, le casse del computer sputarono fuori le prime note di una hit pop commerciale, una di quelle canzoni che passano in radio fino alla nausea. Abbassai lo sguardo sullo schermo, poi guardai lei.
«Aspetta. Tu ascolti questa roba?» la presi in giro, inarcando un sopracciglio.
Anna si stiracchiò, e il movimento fece sollevare ulteriormente la t-shirt, rivelando la linea dei fianchi e l'assenza totale di biancheria intima. «Io ho diritto a una forma privata di degrado, Alessandro.»
«Anna, questa è musica da ragazza che canta nel phon davanti allo specchio fingendo di essere in un videoclip con il vento tra i capelli.»
«E tu chi ascolti, sentiamo? Quale raffinato cantautorato indie nascondi per fare il finto intellettuale?» Si appoggiò sui gomiti, avvicinando il viso al mio. Il suo profumo si mescolò a quello del sesso recente. «Anzi, facciamo un gioco più adatto al tuo livello. Chi ti faresti, tra le pop star?»
Ci pensai esattamente un secondo e mezzo. «Olivia Rodrigo.»
Anna si bloccò. Il suo viso ovale si contrasse in un broncio che non le avevo mai visto, un'espressione così tenera, spontanea e infastidita da fargli perdere tutta la sua aura glaciale. Mi guardò malissimo. «Ovviamente.»
«Che vuol dire ovviamente?»
«Che ti piacciono quelle con l’aria fragile, gli occhi enormi e abbastanza rancore da scriverti un intero album contro per farti sentire importante.» La battuta era affilata come un rasoio. Parlava di Olivia Rodrigo, ma sotto quella patina pop c'era Val. E, in un modo contorto, c'era anche lei.
Sorrisi, incassando il colpo. «Questa non era un’analisi musicale.» «No,» ribatté Anna, incrociando le braccia al petto e facendo strusciare il tessuto contro i capezzoli turgidi. «Era un referto psicologico.»
«E tu invece?» la punsi, avvicinandomi fino a sfiorarle la spalla nuda con il naso. «Qual è il tuo oscuro segreto?» «Io non rispondo a domande formulate da soggetti emotivamente instabili.» «Quindi hai una celebrity crush. Avanti, Perfettina. Chi è?» «Io ho gusto. È un concetto diverso.»
Eravamo avvolti in una bolla. Eravamo sudati, pigri, immersi in quel tipo di intimità post-sesso in cui le barriere crollano senza che tu te ne accorga. Mentre la canzone sfumava nel ritornello, notai che le sue labbra carnose si muovevano. Appena. Senza emettere suono.
Mi fermai. La fissai. «Tu secondo me canti,» le dissi, quasi sottovoce.
Anna smise di muovere le labbra e si irrigidì. «Io non canto.» «Canti eccome. Ti ho vista.» «Io, eventualmente, interpreto in forma strettamente privata.» «Quindi canti.»
«Smettila,» sbuffò, ma le guance le si tinsero di un leggero rossore. Non insistetti. Mi limitai a guardarla, con un sorriso morbido. Sotto il peso del mio sguardo, Anna cedette. Sospirò, chiuse gli occhi e, con una voce sottile, intonata e incredibilmente dolce, cantò due versi del ritornello. Piano. Quasi sussurrando contro il mio petto.
Smisi di sorridere. Smisi di fare battute. Guardai quella ragazza, sdraiata nel letto di Vittoria, che cantava sottovoce una stupida canzone pop. In quel momento non era la dominatrice dell'archivio, non era la collega militare che voleva distruggere l'accusa. Era solo Anna. Anna non mi stava confessando un sentimento, pensai, sentendo una morsa stringermi lo stomaco. Stava facendo una cosa molto più pericolosa: mi stava mostrando una parte inutile di sé. Una parte che non serviva a vincere niente.
Era una vulnerabilità che mi terrorizzava e mi eccitava allo stesso tempo. E, siccome ero un fottuto idiota allergico ai momenti troppo seri, decisi di rovinarlo.
Allungai una mano sotto il lenzuolo, afferrai la sua caviglia e le tirai su la gamba, prendendo il suo piede nudo e portandomelo davanti alla bocca come se fosse un gelato.
«Signorina Anna, astro nascente del pop forense,» feci la voce da presentatore radiofonico, «cosa risponde alle accuse di avere una playlist imbarazzante?»
Anna spalancò gli occhi, cercando di ritirare la gamba, ma io la tenni ferma. «Che il giornalista è un idiota che dorme sul divano da stasera!» «Il pubblico chiede un ritornello, signorina.» «Il pubblico può andare a studiare procedura penale!»
Cercò di divincolarsi, ridendo. Una risata vera, non calcolata. Abbassai la bocca e le baciai il collo del piede. Anna sussultò. Le presi l'alluce tra le labbra, succhiandolo piano, facendole scorrere la lingua sulla pelle liscia. «Smettila, Ale,» ansimò, ma la sua voce aveva perso ogni tono di rimprovero. Si stava imbarazzando, e la cosa era deliziosa.
Baciai l'arco plantare, annusando il profumo della sua pelle pulita mescolato al sudore della nostra nottata. Invece di tirarsi indietro, Anna capì il gioco. Gli occhi le diventarono scuri, liquidi di lussuria. Smise di lottare. Usò il piede che le stavo tenendo per spingermi leggermente il mento.
Poi, con una sfacciataggine che mi fece impazzire, liberò la caviglia dalla mia presa. Strofinò la pianta del piede nudo contro la mia guancia, lentamente, come una carezza sporca. Scese lungo il mio collo, accarezzandomi il petto madido di sudore, sfiorando i graffi che lei stessa mi aveva lasciato ore prima.
Il clima era cambiato. Non era il sesso rabbioso da gelosia, non era l'addestramento. Era un gioco intimo, folle e profondamente nostro. Il suo piede scese ancora, superando l'elastico dei miei boxer. Trovò la mia erezione, che si era già risvegliata prepotentemente, e iniziò a massaggiarmi. La pelle morbida del suo piede sfregava contro il mio cazzo turgido. Mi massaggiò l'asta con l'arco plantare, poi usò le dita per stuzzicarmi le palle, applicando una pressione perfetta.
Chiusi gli occhi, gettando la testa all'indietro contro la testiera. «Cazzo, Anna...» Lei sorrise. Si portò due dita alla bocca, se le bagnò copiosamente di saliva e lasciò cadere un rivolo denso e lucido esattamente sulla cappella. Poi portò su anche l'altro piede. Mi intrappolò l'asta tra le due piante, usando la saliva come lubrificante, e iniziò a segarmi con un movimento ritmico, scivoloso e caldissimo.
La sensazione era devastante. Il contrasto tra i documenti legali sparsi sul materasso e lei che mi masturbava con i piedi, guardandomi con quell'aria da stronza meravigliosa, mi stava facendo esplodere.
«Chi ha guidato il gioco prima?» mi stuzzicò lei, aumentando la pressione e sfregando le piante dei piedi su e giù per tutta la mia lunghezza. «Tu,» grugnii, stringendo le lenzuola. «E chi ha trovato il cavillo sulle tempistiche della chat?» «Tu, maledizione... tu.»
Non resistetti più. Le afferrai le caviglie e la tirai verso di me con un colpo secco. I fascicoli volarono giù dal letto, atterrando sul pavimento con un fruscio. Le alzai la maglietta grigia fin sopra il collo, liberando i suoi seni perfetti. Mi ci fiondai sopra, prendendo un capezzolo in bocca e succhiandolo con foga, mentre con una mano mi facevo spazio tra le sue cosce.
Era bagnata fradicia. La figa era ancora gonfia e pulsante dal rapporto precedente, scivolosa dei nostri stessi umori. Mi posizionai sopra di lei e spinsi. L'ingresso fu fluido, bollente. Anna inarcò la schiena, affondando le unghie nelle mie spalle e lasciandosi sfuggire un gemito acuto, senza alcun freno.
«Ale...» ansimò, stringendo le gambe attorno ai miei fianchi. Iniziai a muovermi dentro di lei, prima con spinte lente e profonde, poi sempre più veloci. I nostri petti sudati sbattevano l'uno contro l'altro. Il rumore della nostra pelle umida riempiva la stanza di Vittoria, coprendo la musica pop che continuava a suonare dal computer.
Le afferrai le tette, stringendole a piene mani, impastandole mentre affondavo in lei fino alla radice. Anna era persa. Buttava la testa a destra e a sinistra sul cuscino, le labbra dischiuse, il respiro rotto. Le sue pareti si contraevano attorno al mio cazzo a ogni mia spinta, risucchiandomi in un vortice di piacere puro e carnale.
La passione era terribile, intensa, ma priva della guerra che ci facevamo di solito. Era l'urgenza di due persone che non volevano smettere di toccarsi. «Vengo... Anna, vengo,» ringhiai contro il suo collo, mordendole leggermente la pelle. Lei mi strinse più forte, sollevando il bacino per prendere ogni singolo millimetro di me. «Sì... vieni... Ale...»
L'orgasmo ci investì insieme. Mi svuotai dentro di lei con un gemito lungo e roco, mentre Anna si contraeva sotto di me, tremando violentemente e graffiandomi la schiena in un ultimo spasmo di piacere assoluto.
Crollai di peso su di lei, esausto, i cuori che battevano all'unisono contro le nostre gabbie toraciche.
Mezz'ora dopo, il silenzio era sceso sulla stanza. Anna si era addormentata, il viso premuto contro il mio petto nudo, il respiro finalmente calmo e regolare. Un suo piede, quello stesso piede che mi aveva fatto impazzire poco prima, spuntava fuori dal lenzuolo stropicciato.
Girai la testa verso il comodino. Il portatile era ancora acceso, lo schermo che illuminava fiocamente la penombra. Su un lato c'era la playlist pop, ferma in pausa. Sull'altro, campeggiava ancora la cartella con le prove sporche e le chat compromettenti che l'indomani avrebbero cambiato tutto. Chiusi gli occhi, stringendola un po' di più a me, e per la prima volta sperai che quella notte non finisse mai.
Il sonno, dopo una notte passata a mescolare fluidi corporei, sudore e procedura penale, non è un semplice riposo. È uno stato comatoso, un’apnea in cui il cervello cerca disperatamente di riprendersi dalle proprie pessime decisioni.
La stanza puzzava inequivocabilmente di sesso, caffè freddo e carta stampata. Aprii un occhio solo, la luce del mattino che filtrava dalle tapparelle a ferirmi la retina. Accanto a me, aggrovigliata nelle lenzuola, c’era Anna. Il suo viso ovale e delicato, solitamente una maschera di lucida imperturbabilità, era sprofondato nel cuscino. Dormiva a pancia in giù, con addosso solo la mia vecchia t-shirt grigia. Il cotone leggero era scivolato da una spalla, rivelando la linea della clavicola e la curva morbida, nuda, del fianco che sfuggiva al tessuto. I suoi capelli castano scuro, normalmente perfetti, erano un groviglio selvaggio e bellissimo. Intorno a noi, il letto era un disastro: il mio portatile era ancora acceso, con la playlist pop in pausa, circondato da screenshot, appunti e un codice civile usato come sottobicchiere.
Era il nostro bunker erotico-legale. Un ecosistema perfetto.
Il rumore metallico della maniglia che scattava verso il basso mi fece gelare il sangue. La porta si aprì.
Sapevo benissimo che Vittoria sarebbe tornata. Sapeva che Anna aveva dormito lì, dopotutto era stata lei a cederci la stanza per "lavorare in pace". Quindi non entrò pensando di trovare la stanza vuota. Ma non si aspettava di trovare quello.
Vittoria si bloccò sulla soglia. I suoi capelli biondo miele le ricadevano sulle spalle in modo naturale, ma i suoi occhi chiari, di solito magnetici e distaccati, si spalancarono per una frazione di secondo. Il silenzio che calò nella stanza fu così denso che avrei potuto tagliarlo con un coltello. Due secondi. Due lunghissimi, fottuti secondi in cui l'aria smise di circolare.
Non era solo lo shock di averci beccati. Vittoria, con la sua intelligenza cruda e diretta, stava decodificando l'immagine. Stava vedendo Anna, la "Perfettina", non solo nuda e sfatta, ma spudoratamente a suo agio nel suo letto, nel suo spazio. Anna aveva colonizzato un pezzo di casa nostra, un pezzo del mio mondo.
Poi, l'istinto di sopravvivenza di Vittoria prese il sopravvento. Il suo sguardo si raffreddò, diventando tagliente come un rasoio. «Perfetto,» esordì, la voce limpida e carica di un cinismo che le faceva da scudo. «Io vi cedo la stanza per lavorare e voi, in cambio, mi restituite un set completo di prove biologiche.»
Mi tirai su a fatica, passandomi le mani sul viso stropicciato, cercando disperatamente di recuperare un minimo di dignità a torso nudo. «Vitto...»
«No, tranquillo,» mi interruppe lei, alzando una mano perfetta con le unghie laccate. «Cercavo solo un maglione, non la prova materiale della tua inevitabile rovina.»
A quel punto, Anna si svegliò. Sbatté le palpebre, confusa per un millesimo di secondo, prima che il suo cervello, addestrato al controllo maniacale, registrasse la situazione. Si tirò le coperte fin sopra il petto, cercando di ricomporsi, di assumere quell'aria distante e superiore che usava per difendersi. Ma era nel territorio di Vittoria. Nel letto di Vittoria. E per la prima volta da quando la conoscevo, non aveva la fottuta battuta pronta.
«Possiamo spiegare,» tentò Anna, sistemandosi una ciocca ribelle dietro l'orecchio con un gesto che voleva sembrare elegante, ma che tradiva tutto il suo imbarazzo.
Vittoria incrociò le braccia al petto, fissandola con una freddezza ammirevole. «Anna, tesoro,» rispose, con un sorriso velenoso che le increspava le labbra morbide. «Tu puoi spiegare una memoria difensiva. Puoi spiegare un cavillo procedurale. Questo, no.»
La tensione era una corda di violino pronta a spezzarsi. Ma Vittoria non fece la coinquilina isterica. Non era da lei. Avanzò nella stanza verso il suo armadio, ignorando ostentatamente i miei pantaloni abbandonati sul tappeto e la tazza di caffè in bilico sul suo comodino.
Aprì l'anta e iniziò a tirare fuori dei vestiti con gesti secchi, misurati. Non stava esplodendo, e questo era molto, molto peggio. Sotto quel sarcasmo feroce c'era una ferita reale. Non stava giudicando il sesso. Stava giudicando il fatto che io avessi portato il mio caos sentimentale, l'ennesimo, nel nostro rifugio.
«Comunque,» disse, senza voltarsi, infilando un paio di jeans e un maglione in una borsa, «le lenzuola le lavate voi.»
«Ovvio,» risposi subito, con la voce raschiata, cercando di ammorbidire l'impatto.
Vittoria si fermò. Si girò lentamente verso di me. I suoi occhi chiari mi trapanarono l'anima, spogliandomi di ogni finta ironia. «No, Ale. Ovvio era non colonizzare il mio letto come l’Impero britannico in cerca di spezie.»
Si caricò la borsa in spalla. L'eleganza estiva e luminosa che la contraddistingueva era ora un'armatura gelida. Si incamminò verso l'uscita, ma si fermò esattamente sulla soglia, dandomi le spalle.
«Stasera vieni a bere qualcosa con me,» ordinò. Non era un invito. Era una citazione in giudizio.
Sgranai gli occhi. «Con te?»
Vittoria girò appena la testa, lanciando un'ultima occhiata al letto sfatto e ad Anna, che era rimasta pietrificata sotto le coperte, per poi guardare me. «No, con Anna,» rispose, il tono grondante di sarcasmo acido. «Io vi guardo dal bagno mentre violate anche quello.»
Fece per andarsene, ma poi il cinismo le scivolò via dal viso per un istante, lasciando il posto a una serietà nuda, disarmante. Mi guardò dritta negli occhi, e ci vidi dentro anni di convivenza, di confidenze notturne, di caffè amari e di verità che solo lei sapeva dirmi.
«Ale, davvero,» mormorò, la voce che scendeva di un'ottava, priva di qualsiasi battuta. «Io e te. Mi sa che dobbiamo parlare.»
E senza aggiungere altro, uscì, chiudendosi la porta alle spalle e lasciandomi lì, nel letto ancora caldo del suo profumo, con la consapevolezza assoluta che il vero processo non si sarebbe tenuto in aula, ma al tavolo di un bar. E l'imputato, senza possibilità di appello, sarei stato io.
Il sole del tardo pomeriggio tagliava le strade del centro storico, tingendo i palazzi di una luce dorata che non aveva nulla a che fare con il disastro morale che mi portavo dentro.
Il nostro "bere qualcosa" si era trasformato, prevedibilmente, in una missione punitiva. Eravamo nel reparto tessile di un grande magazzino, circondati da cuscini, piumoni e una quantità di cotone percalle che mi stava facendo venire l'orticaria.
Vittoria camminava tra gli scaffali con il passo marziale di chi deve bonificare un'area radioattiva. I suoi lunghi capelli biondo miele, luminosi e perfetti anche quando sembrava non averci perso un secondo, ondeggiavano a ogni passo. Indossava un paio di jeans chiari e un maglioncino sottile, un'estetica apparentemente casual ma sofisticata, che strideva meravigliosamente con il veleno che le usciva dalla bocca.
Afferrò un set di lenzuola in raso blu notte – il più costoso dell'intero fottuto espositore – e me lo piazzò contro il petto.
«Ti rendi conto che mi devi delle lenzuola nuove, vero?» decretò, con i suoi occhi chiari e taglienti puntati dritti nei miei. «Vitto, non erano rovinate,» provai a difendermi, cercando di rimettere a posto il pacco. «Le avrei lavate. A novanta gradi. Con la candeggina, se necessario.» «Ale,» mi bloccò lei, fulminandomi, «quelle lenzuola hanno visto cose che nemmeno il codice penale vuole tipizzare. Le pretendo come risarcimento morale.»
Sospirai e mi arresi al mio destino finanziario. Ci spostammo nella corsia dei detersivi. Vittoria si fermò, incrociò le braccia e mi indicò gli scaffali con un cenno del mento. «Scegli tu il detersivo.» «Perché io?» «Perché sei il responsabile principale del disastro ambientale. Prendi quello con più agenti chimici, voglio che la mia stanza smetta di odorare di procedura civile e ormoni repressi.»
Era la nostra dinamica. Cinica, veloce, spietata. Funzionavamo così, senza doverci spiegare nulla. Pagai le lenzuola (un salasso) e uscimmo in strada.
Il pomeriggio scivolò via leggero. Comprammo due birre in un minimarket, rubai un paio di sorsi dalla sua bottiglia e lei, in cambio, mi costrinse a entrare in un negozio vintage dove mi fece provare una camicia a fiori con colletto anni '70 che mi faceva sembrare un narcotrafficante in pensione. Ridemmo fino a piegarci in due.
Ci sedemmo su una panchina di pietra in una piazza affollata, aprendo un pacchetto di patatine. «Secondo te,» disse Vittoria, fissando un piccione che zoppicava, «Anna a casa sua piega anche le ricevute fiscali in ordine alfabetico?» «Assolutamente sì,» confermai, passandole il sacchetto. «E se lo scontrino è stropicciato, fa ricorso al TAR.»
Vittoria rise, infilandosi una patatina in bocca. Per un'ora eravamo tornati a essere "noi due". Quelli prima del processo, prima di Val, prima che la Perfettina decidesse di invadere il mio appartamento e la mia mente.
Poi, il vento cambiò. Vittoria si appoggiò allo schienale della panchina, allungando le gambe toniche davanti a sé. Lo sguardo le si fece più serio, perdendo per un attimo quell'allure altezzosa e distaccata che usava come scudo.
«Comunque Val è tornata strana,» buttò lì, come se stessimo parlando del tempo.
Il mio stomaco fece una capriola. Fissai l'etichetta della mia birra. «Strana come?» «Come una che ha fatto una cosa fottutamente stupida e vorrebbe raccontarla a tutti, ma sa che se apre bocca diventa reale.» Feci finta di non capire, raschiando il fondo della mia finta innocenza. «Non so di cosa parli.» «Certo, Ale. E io sono Nardi in cosplay.» Vittoria si voltò verso di me, gli occhi che mi leggevano come un libro aperto. «Aveva i capelli ancora umidi quando è rientrata.» «Magari aveva fatto la doccia.» «Aveva sabbia nelle scarpe, Ale.» Sbuffai, sentendomi all'angolo. «Napoli è una città sabbiosa.» «Tu sei un insulto all’intelligenza delle persone che ti vogliono bene,» sospirò, scuotendo la testa.
Poi abbassò la voce. Il cinismo sparì del tutto. «Era felice.» Il silenzio calò tra di noi, pesante e assordante nonostante il traffico attorno. «E non felice da “mi sono divertita”,» precisò Vittoria, spietata nella sua analisi. «Felice da “oddio, forse questa cosa mi importa davvero”.»
Fu la prima, vera coltellata. Sentii l'aria mancarmi. Sapevo esattamente cosa c'era stato sulla spiaggia con Val. Quel respiro, quell'intimità scivolosa e salata, il suo sapore, il modo in cui mi aveva guardato senza chiedermi di dimostrare nulla. E sapevo, con altrettanta precisione chirurgica, cosa era successo subito dopo contro gli scaffali del magazzino con Anna.
Vittoria non mi diede il tempo di recuperare fiato. «Val non è scema,» riprese. «Lo so.» «No, non lo sai. Tu pensi che sia luminosa, dolce, spontanea. E lo è, cazzo se lo è. Ma non è una bambolina da proteggere mentre tu giochi a fare il poeta maledetto e dannato.» «Non la sto proteggendo, Vitto!» sbottai, sulla difensiva. «No. Peggio,» sentenziò lei, puntandomi un dito contro il petto. «La stai usando come prova che non sei diventato uno stronzo.»
Mi ammutolii. Era una bomba intelligente, sganciata esattamente nel centro di gravità delle mie colpe. Io volevo Val perché con lei mi sentivo il bravo ragazzo, quello capace di emozioni genuine. La stavo usando per assolvere me stesso.
«E Anna?» riuscii a chiedere, la gola secca. Vittoria sbuffò, alzando gli occhi al cielo. «Anna è complicata. Anna è un codice civile con le gambe e un evidente disturbo del controllo, ma almeno lei non finge di essere semplice.» Si accigliò, la voce che si incrinava appena. «Anna ti sta entrando nella vita come se avesse firmato un decreto d’urgenza. E tu, senza nemmeno accorgertene, glielo stai lasciando fare.» «Non è così.» «Ale,» mi interruppe, dura. «Stamattina era nel mio letto. Mezza nuda, con la tua fottuta maglietta addosso, i tuoi appunti sulle ginocchia e l’aria di una che stava solo occupando un territorio che considerava già suo.»
Quella era la verità. Una verità nuda e cruda che bruciava. Ma Vittoria non aveva finito. Il suo sguardo si abbassò sulle sue mani intrecciate. Non c'era la banale gelosia di una coinquilina invidiosa. C'era qualcosa di molto più profondo, un senso di perdita che mi fece sentire un mostro.
«Io le ho ceduto la stanza perché dovevate lavorare meglio,» sussurrò. «Lo so, Vitto, e ti rin—» «No,» mi bloccò, alzando gli occhi umidi ma fieri sui miei. «Io le ho ceduto una stanza, Ale. Non il mio posto.»
Silenzio. Il traffico, le voci, i rumori della piazza... tutto si annullò. Quella frase era il cuore pulsante del nostro pomeriggio. Avevo fatto entrare Anna in casa, avevo trasformato il nostro rifugio in un campo di battaglia erotico e accademico, e avevo dimenticato che quello spazio apparteneva a chi mi aveva sempre sostenuto.
Vittoria fece un respiro profondo e sfoderò di nuovo la sua armatura di sarcasmo per stemperare. «E prima che tu faccia quella faccia da cane investito sulla tangenziale, non sto dicendo che voglio sposarti o altre simili sciagure civili.» «Meno male,» mormorai, abbozzando un sorriso stanco. «Sto dicendo che casa nostra non sembra più casa nostra. E tu eri troppo impegnato a fare il giocoliere per accorgertene.» Scosse la testa, guardandomi con un affetto ruvido. «Io ti ho visto quando non eri il brillante avvocato conteso da due pazze meravigliose. Io mi ricordo il primo anno. Eri solo un coglione con due valigie enormi, un caricatore del telefono rotto e l’aria terrorizzata di uno che aveva palesemente sbagliato città.»
«Mi stai facendo commuovere,» dissi, sentendo davvero un nodo in gola. «Non ti montare la testa. Eri comunque insopportabile e ti ho dovuto preparare il caffè io perché non sapevi accendere la moka.»
Ridemmo. Una risata piccola, sincera. Poi, il suo sguardo cadde sulla base del mio collo. Il colletto della giacca si era spostato, rivelando un graffio lungo e sottile, ancora arrossato. Il ricordo fisico della furia di Anna nel magazzino.
Vittoria non fece battute cattive, stavolta. Allungò la mano e, con il pollice, mi sfiorò leggermente il graffio. Il suo tocco era delicato, privo di giudizio, ma carico di una compassione che mi fece male. «Ti ha quasi scuoiato,» mormorò, senza sorridere. «È stato... un incidente accademico.» «No, Ale. È stato un disastro annunciato con un'ottima calligrafia.» Ritirò la mano, guardandomi dritto negli occhi. «Ti stai facendo male davvero.» Aprii la bocca per sparare la mia solita idiozia difensiva, ma lei mi zittì con un'occhiata. «No. Stavolta non fare il simpatico.»
Incanalatomi nel suo sguardo chiaro, capii la differenza abissale tra le donne della mia vita. Con Val, respiravo. Con Anna, bruciavo. Con Vittoria, purtroppo, non potevo fingere. Ero visto, completamente e senza sconti.
Il sole era sceso, l'aria si era fatta più fredda. Ci alzammo dalla panchina per tornare verso la metropolitana. Vittoria si sistemò la borsa sulla spalla, e proprio quando pensavo che il processo fosse finito, sganciò la bomba termonucleare.
«Ieri notte Val mi ha chiesto una cosa,» disse, guardando dritto davanti a sé. Mi irrigidii. I muscoli del collo mi si tesero. «Cosa?» «Mi ha chiesto se tra te e Anna c’è qualcosa.»
Il mondo smise di girare. I rumori si azzerarono. Non risposi. Camminavo, ma non sentivo più i piedi sul marciapiede.
Vittoria mi lanciò un'occhiata di sbieco, implacabile. «Io non le ho mentito, Ale.» «Che le hai detto?» chiesi, la voce ridotta a un rantolo. «Le ho detto che non lo sapevo. Perché era la verità. Fino a ieri notte, non lo sapevo.» Si fermò prima di scendere le scale della metro, fronteggiandomi. «Però dopo stamattina, Ale... se una ragazza dorme nella mia stanza, e la mattina dopo io la trovo mezza nuda nel mio fottuto letto con te... non ho più tanti dubbi. Per questa volta non lo dirò a Val.»
Mi sentii gelare il sangue nelle vene. Vittoria mi diede le spalle per scendere i gradini, ma si voltò un'ultima volta. «Val non è stupida, Ale. E io non sarò il tuo alibi.»
Scese le scale, lasciandomi fermo sul marciapiede, con le buste del grande magazzino in mano. Anna mi aveva insegnato a non tremare. Val mi chiedeva di non diventare uno stronzo. Vittoria, invece, aveva appena fatto la cosa peggiore in assoluto: aveva tolto il lenzuolo dal cadavere e mi aveva costretto a guardarlo in faccia.
Quella sera capii che Vittoria non era il personaggio secondario, la simpatica spalla della mia rovina. Era l’unica testimone attendibile della mia vita. E, da quel preciso momento, aveva deciso di smettere di coprirmi.
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