Processo Simulato - Vol.1: Capitolo 11
di
_ale_
genere
etero
Il mattino ha sempre avuto il pessimo vizio di presentare il conto. Quando aprii gli occhi, la luce grigiastra dell'alba filtrava a malapena dalle fessure della tapparella, ma il mio cervello era già acceso e girava a vuoto come un motore fuori giri.
Ero stanco, con i muscoli pesanti e la pelle che sembrava aver assorbito tutta l'umidità e la tensione della notte. Ma, soprattutto, ero sporco di pensieri. La voce di Vittoria continuava a rimbombarmi nel cranio, spietata e lucida come sempre. Vittoria mi aveva tolto l’alibi con la stessa delicatezza con cui si strappa un cerotto da una ferita ancora aperta.
Mi voltai lentamente sul materasso. Anna dormiva accanto a me, il respiro regolare, un braccio piegato sotto il cuscino. Anche nel sonno, il suo viso ovale dai lineamenti fini manteneva una simmetria invidiabile; i capelli castano scuro, lunghi e morbidi, le ricadevano sulle spalle nude, in netto contrasto con la pelle chiara. Le labbra carnose erano leggermente dischiuse, un'immagine di vulnerabilità che stonava ferocemente con la sua natura tagliente.
Fissandola, capii che il problema non era che Val potesse sospettare qualcosa. Il fottuto problema era che, se Val sospettava, forse io non avevo più il diritto di fingere che Anna fosse solo un incidente domestico, una parentesi chiusa tra un codice di procedura e le lenzuola sfatte. Anna aveva invaso tutto: la mia casa, la mia routine, il mio modo di pensare e, inevitabilmente, il mio letto.
Sentii un nodo di nervosismo stringermi lo stomaco all'idea di doverla affrontare in cucina, tra il rumore della moka e i silenzi carichi di pretese. Così, feci la cosa in cui eccellevo da vent'anni: scappai. Mi infilai i pantaloni e una felpa cercando di fare meno rumore possibile. Non volevo svegliarla. Non volevo aspettarla. Per la prima volta nella mia vita da fuoricorso, non stavo evitando una responsabilità generica o un esame. Stavo evitando lei.
L'aula universitaria, un paio d'ore dopo, aveva l'atmosfera rarefatta di una sala d'attesa per condannati a morte. Mi ero seduto all'ultimo banco, stropicciandomi gli occhi, sperando di mimetizzarmi con la tappezzeria. Il professor Nardi era già in piedi dietro la cattedra, con le mani appoggiate sul legno scuro e lo sguardo da predatore che perlustrava la platea.
Si schiarì la voce, e il brusio degli studenti si spense di colpo. «L’udienza conclusiva sarà tra quattro giorni,» annunciò Nardi, con un tono che non ammetteva repliche. «Avete tempo per rifinire le arringhe, depositare la scaletta finale e prepararvi alla discussione sull’acquisizione integrale. Da questo momento, niente improvvisazioni: voglio vedere cosa avete capito del caso, non quanto sapete recitare bene.»
Quattro giorni. Ingoiai a vuoto. Era una condanna perfetta: un tempo abbastanza breve da farti sudare freddo, ma abbastanza lungo da permettere al mio assurdo triangolo emotivo di esplodere come una granata senza sicura. La fine non mi stava ancora addosso, ma potevo sentirne il fiato sul collo.
«Sei arrivato prima di me.»
La voce, levigata e fredda, mi fece sussultare. Anna era in piedi accanto al mio banco. Era ordinata, tagliente, metodica come sempre. Indossava un completo scuro che le fasciava i fianchi, e stringeva al petto la sua immancabile cartellina con i fascicoli. Il suo sguardo calmo, ma dannatamente diretto, mi scrutò da capo a piedi.
Abbozzai un mezzo sorriso, cercando di nascondere il panico. «Segnalo l’evento alla segreteria.» «No,» ribatté lei, posando i documenti sul banco con un colpo secco. «Tu lo trasformeresti in una circostanza attenuante.»
Cercai di alzarmi, raccogliendo la mia giacca. «Bene, ci vediamo dopo.» Anna si parò davanti a me, sbarrandomi la strada. Il suo profumo pulito, lo stesso che poche ore prima avevo respirato sulla mia federa, mi investì in pieno. «Dobbiamo parlare della scaletta,» disse, perentoria. «Più tardi,» svicolai, facendo un passo di lato. «Più tardi quando?» insistette, aggrottando le sopracciglia perfette e naturali. «Oggi torno presto.» «Questa frase, detta da te, danneggia la credibilità della difesa,» sentenziò, incrociando le braccia.
Sorrisi, ma non mi fermai. Feci per superarla, ma lei mi afferrò leggermente per il gomito. La sua presa era salda. Anna era una che odiava l'improvvisazione e pretendeva di avere sempre un piano. «Mi stai evitando?» mi chiese. La sua voce si era abbassata, perdendo per un secondo l'intonazione accademica. «Ti sto solo offrendo dieci minuti senza dovermi correggere,» mentii, guardandola negli occhi castani, così luminosi e inquisitori. «Questa è una forma più stupida di evitamento.»
Lasciò la presa. Aveva registrato ogni mia singola esitazione. Sapeva che stavo fuggendo, e io sapevo che lei sapeva. Scappavo perché, se fossi rimasto un minuto di più a fissare le sue labbra carnose, avrei avuto il terrore di leggerle in faccia la domanda che mi stava distruggendo: tu cosa sei per me?
Uscii dall'aula come se mi avessero tolto l'ossigeno. Scesi i primi tre gradini dello scalone monumentale della facoltà e mi bloccai.
Val era lì. Era appoggiata alla balaustra di marmo, illuminata dalla luce del sole che entrava dalle grandi vetrate. Aveva quel fascino luminoso e curato che mi aveva sempre fregato. I suoi lunghi capelli biondo miele scendevano voluminosi e mossi in modo naturale sulle spalle, incorniciando il viso ovale e armonioso. Indossava una camicia morbida che le valorizzava il décolleté in modo elegante, senza mai risultare volgare.
Non sembrava essere lì per caso. Mi stava aspettando. Mentre l'ombra di Anna, rigida e calcolatrice, restava intrappolata nell'aula alle mie spalle, Val riempiva lo spazio davanti a me con una presenza solare, goffa e profondamente viva.
Quando mi vide, si staccò dalla balaustra. I suoi occhi chiari e penetranti, capaci di darle un'aria raffinata, mi puntarono addosso. «Hai cinque minuti?» chiese.
Mi fermai sul gradino sopra di lei, guardandola dall'alto in basso, sentendo l'attrazione sottile ma innegabile che iniziava a vibrare tra noi. «Parli tu o l’accusa?» le chiesi, infilando le mani in tasca per non farle vedere che mi sudavano i palmi.
Le sue labbra piene e ben disegnate si incurvarono in un sorriso spontaneo, disarmante. «Io,» rispose, con una morbidezza che non aveva nulla a che fare con i codici e le sentenze. «L’accusa oggi la lascio nel fascicolo.»
Fu come ricevere una boccata d'aria fresca in una stanza chiusa da mesi. In quella singola frase, Val aveva tranciato i fili del processo. Non era il mio avversario. Era la ragazza che mi faceva ridere il cuore.
Scesi l'ultimo gradino, azzerando la distanza tra noi. «E cosa propone la parte civile?» Val inclinò la testa, passandosi una mano tra i capelli dorati in un gesto che attirò il mio occhio esattamente dove lei sapeva di farlo cadere. «Andiamo a prendere un caffè vero?» propose. «Non quello del distributore che sa di rinvio d’udienza e depressione.»
Annuii. In mezzo a tutto quel caos, a quella guerra fredda con Anna e alle verità scomode di Vittoria, seguire Val fuori da quell'edificio mi sembrò l'unica, fottuta cosa sensata da fare.
L’aria fuori dalla facoltà aveva quel tipico sapore pungente dei tardi pomeriggi di novembre, quando il sole si abbassa velocemente e taglia i profili dei palazzi con una luce dorata e malinconica.
Uscire dall'università con Val fu come togliere il tappo a una bottiglia sotto pressione. La lasciai fare da capofila mentre ci facevamo largo tra i motorini parcheggiati male sul marciapiede. Val camminava un po' troppo veloce, il fascicolo dell'accusa stretto sotto il braccio, ma poi, come se si fosse ricordata all'improvviso di non essere da sola, rallentò il passo per allinearsi al mio. I suoi lunghi capelli biondo miele, mossi in modo del tutto naturale, le ondeggiavano sulle spalle a ogni passo, catturando i riflessi del tramonto.
Non c’era un piano. Non lo avevamo chiamato "appuntamento". Era iniziato come un semplice andiamo a prendere un caffè vero, ma mentre camminavamo, mi resi conto di una verità spaventosa: non volevo tornare a casa. Non volevo tornare ai codici, alle scalette, a Nardi, e soprattutto non volevo tornare nell'orbita gravitazionale, asfissiante e glaciale di Anna.
Finimmo per infilarci in una piccola cartoleria polverosa a metà di via Mezzocannone, perché Val aveva improvvisamente decretato che la sua penna nera "la deprimeva". La osservai aggirarsi tra gli scaffali. Aveva una ciocca chiara, leggermente più corta delle altre, che le era sfuggita dalla piega e le solleticava la guancia. Era un dettaglio minuscolo, imperfetto, ma su di lei sembrava una dichiarazione di vita.
Val scelse una penna viola con un piccolo cuore di plastica tempestato di brillantini finti attaccato al tappo. Io la fissai come si fissa una prova manifestamente inutilizzabile. «Quella non può entrare in aula,» sentenziai, incrociando le braccia. Lei fece scattare il tappo con un clic soddisfatto. «Questa penna ha più personalità della tua giacca.» «La mia giacca ha dignità.» «La tua giacca ha paura di vivere, Ale.»
Scoppiai a ridere. Ma a ridere per davvero, non con quel ghigno cinico che usavo per difendermi. Con lei tutto sembrava sgonfiarsi, perdere peso.
Prendemmo il caffè in un bar minuscolo lì vicino. Mentre eravamo appoggiati al bancone di zinco, notai che non mi aveva nemmeno chiesto come lo volessi. Aveva ordinato per entrambi: per me ristretto, senza zucchero. Mi passò la tazzina e, notando che il bavero del mio cappotto era rimasto incastrato all'interno, allungò una mano e me lo sistemò con un gesto rapido, naturalissimo.
Mi bloccai con la tazzina a mezz'aria. Anna mi correggeva come se fossi una frase sbagliata, una bozza da revisionare con la penna rossa. Val, invece, mi aggiustava senza farmi sentire rotto. Con Anna volevo essere all’altezza, pensai, sentendo un calore strano espandersi nel petto. Con Val, per qualche motivo assurdo, mi sembrava già abbastanza essere lì.
Uscimmo di nuovo in strada, passeggiando senza una meta precisa. Lei aveva una piccola macchia di zucchero a velo sul bordo del giubbotto, un residuo della sfogliatella che aveva diviso con me. «Stamattina l’hai evitata,» disse all'improvviso, la voce chiara e musicale che tagliava il rumore del traffico. Feci il finto tonto, la mia specialità. «Chi?» Val mi lanciò un'occhiata laterale. Quegli occhi chiari, di solito un po' altezzosi, ora erano semplicemente lucidi e consapevoli. «Ale.» «Ok, pessima difesa,» ammisi, alzando le mani in segno di resa. «Molto.»
Cercai di buttare lì una battuta per deviare il colpo, ma lei sorrise debolmente e rimase seria. «Quando c’è Anna, cambi,» continuò, stringendosi un po' nel giubbotto. «In peggio?» «Non lo so,» mormorò, guardando davanti a sé. «In tensione. Come se stessi sempre aspettando un voto. Come se dovessi dimostrare continuamente qualcosa.» Non c'era cattiveria nella sua voce, non stava demonizzando la mia partner di difesa. Val vedeva semplicemente l'effetto che la Perfettina aveva su di me. Poi si fermò, voltandosi a guardarmi. Le sue labbra carnose e ben disegnate si incurvarono in un sorriso piccolo, genuino. «Con me invece fai il cretino.» «Questo dovrebbe offendermi?» le chiesi, fingendomi oltraggiato. «No,» rispose lei, accorciando impercettibilmente la distanza. «Mi piace.»
La frase mi arrivò dritta allo stomaco. Val non voleva l'avvocato brillante, non voleva il fenomeno dell'aula. Voleva me, con tutte le mie fottute insicurezze.
Ci fermammo vicino a una panchina in pietra, proprio dove la strada iniziava a scendere verso il mare. Il cielo era ormai un livido viola e arancione. Val si appoggiò al muretto. Sembrava improvvisamente più vulnerabile, spogliata di quella sua ironia solare. «Io prima delle cose importanti faccio sempre finta di essere più leggera di come sono,» confessò, la voce poco più che un sussurro. «Funziona?» «Con gli altri sì.» Feci un passo verso di lei. «E con me?» Val alzò gli occhi, inchiodandomi. «Con te mi sto impegnando meno.»
Era una frase di una tenerezza disarmante. Mi appoggiai al muretto accanto a lei, le nostre braccia che si sfioravano. «Io invece faccio finta che le cose importanti non siano affatto importanti.» Lei fece un mezzo sorriso triste. «Lo so.» «Così sicura?» «Ale,» sospirò lei, scuotendo la testa, «tu hai fatto finta che io non fossi importante per un fottuto anno intero.»
Incastrato. Annientato. Val mi aveva aspettato, mi aveva osservato, aveva sopportato le mie pose da cinico disilluso, e aveva capito tutto. Non era solo la ragazza che volevo baciare da una vita. Era l'unica che mi vedeva davvero.
«Inizia a fare freddo,» dissi con la voce rauca, cercando di mascherare il fatto che mi stesse tremando la terra sotto i piedi. «Dovrei tornare a... studiare.» Lei annuì. «Ho la macchina parcheggiata qui dietro. Ti accompagno.»
Il tragitto verso l'auto fu silenzioso. Quando entrammo nell'abitacolo della sua piccola utilitaria, lo spazio si restrinse drasticamente. Restammo in macchina senza un motivo valido. Il motore era spento. Il fascicolo dell’accusa era buttato sul sedile dietro come un cadavere provvisorio, e la famosa penna viola guardava entrambi dal portaoggetti con un’aria decisamente più dignitosa della mia.
Fuori, i fari dei motorini tagliavano il buio che calava, ma dentro i vetri cominciavano già ad appannarsi per i nostri respiri. Lo spazio era così stretto che il mio ginocchio urtò il suo. Val fece una piccola, nervosa risata. Si voltò verso di me, il viso illuminato a tratti dai lampioni della strada. L'aria era carica, densa. Ogni volta che respirava, il suo décolleté si alzava e si abbassava sotto il giubbotto aperto.
Ci guardammo per un secondo di troppo. Nessuno dei due parlò. «Posso?» sussurrai, la voce che non mi sembrava nemmeno la mia. Val non rispose a parole. Inclinò leggermente la testa, socchiudendo gli occhi.
Allungai la mano, sfiorandole il collo, intrecciando le dita tra i suoi capelli morbidi e profumati. Il primo bacio fu esitante, una carezza leggerissima delle mie labbra sulle sue. Ma durò un millesimo di secondo. La tensione accumulata per anni esplose. Lei mi afferrò il bavero del cappotto, tirandomi contro di sé con una foga che non le conoscevo. Il bacio divenne urgente, affamato. Le nostre lingue si cercarono, danzando in un ritmo disperato.
Mi sporsi oltre il freno a mano, azzerando la distanza. Lei gemette piano nella mia bocca, un suono caldo, vivo, che mi fece impazzire. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, infilandosi sotto il giubbotto, sentendo il calore della sua pelle attraverso la camicia. Val ricambiò, le sue dita fredde si infilarono sotto il mio maglione, accarezzandomi la schiena con un'urgenza che mi fece mancare il fiato.
Non c'era la guerra che facevo con Anna. C'era un desiderio genuino, caldo, inevitabile. Quando mi staccai per riprendere fiato, i nostri petti aderivano l'uno all'altro, sollevandosi affannosamente nel piccolo abitacolo. Val teneva la fronte appoggiata alla mia, gli occhi chiusi e le labbra lucide. E io seppi, con una chiarezza devastante, che la simulazione era finita. Eravamo fottutamente reali.
I vetri della piccola utilitaria di Val si erano appannati nel giro di cinque minuti, isolandoci completamente dal mondo esterno, dai fari dei motorini di passaggio e dal peso del processo simulato che ci aspettava al varco. L’abitacolo era diventato una bolla satura del suo profumo dolce e floreale, mescolato all'odore inconfondibile dell'aria fredda invernale che c'eravamo portati dentro.
Eravamo rimasti lì, i sedili troppo vicini, il fascicolo dell’accusa buttato sui sedili posteriori come un cadavere provvisorio, e la ridicola penna viola che ci guardava dal portaoggetti con un’aria decisamente più dignitosa della mia.
Val si voltò verso di me. Nel buio parziale, i suoi occhi chiari brillavano di una luce divertita e consapevole. «Devi scendere?» sussurrò. Sospirai, sentendo già la mancanza del suo calore. «Tecnicamente, sì.» Val storse il naso, un'espressione buffa che le increspò i lineamenti morbidi. «Tecnicamente è una parola brutta.» «Colpa di Anna,» mi difesi d'istinto. Le dita di Val scivolarono sul bavero del mio cappotto, tirandomi dolcemente verso di lei. «Allora non usarla adesso.»
E mi baciò. Fu un bacio che spazzò via ogni singola difesa. Val mi baciò come se volesse controllare se ero davvero lì, se ero reale. Non come Anna, che anche quando mi tirava contro di sé sembrava sempre volermi mettere alla prova, dominando il contatto come se fosse una sfida di potere. Val mi baciò come se, per una volta, la prova fosse finita. Era un bacio pieno di presenza, di dolcezza, di un desiderio genuino che sapeva anche sorridere.
Le mie mani scivolarono istintivamente sui suoi fianchi, stringendola attraverso il tessuto della camicia. Lo spazio era fottutamente stretto. Nel tentativo di tirarmi più vicino, Val si mosse e il mio ginocchio sbatté con un tonfo sordo contro il cruscotto, mentre il mio gomito urtava il cambio. Lei scoppiò a ridere contro le mie labbra, una risata cristallina e calda. «Cristo, sei pessimo nei parcheggi,» mi prese in giro, il fiato corto. «È la tua macchina che è progettata per i puffi,» provai a ribattere, ma lei mi spense la battuta azzerando di nuovo la distanza, premendo la bocca sulla mia con un'urgenza nuova.
L'atmosfera cambiò in un istante. Le risate si spezzarono, sostituite da respiri affannosi. Val, con una mossa tanto goffa quanto fottutamente eccitante, si sollevò dal suo sedile e si mise a cavalcioni sulle mie gambe, incastrandosi tra me e il volante. Il suo peso si assestò esattamente sopra il mio bacino, e il contatto tra le nostre intimità coperte dai vestiti mi fece gemere. Il mio cazzo, duro e dolorante contro la cerniera dei pantaloni, premette contro il suo centro caldo e morbido.
Le sbottonai i primi bottoni della camicia azzurra con dita tremanti. La stoffa si aprì, rivelando la curva piena e rotonda del suo seno, fasciato da un reggiseno di pizzo chiaro. Abbassai la testa, affondando il viso in quel calore. Iniziai a baciarle la pelle morbida, divorando la scollatura. Quando le scostai la coppa e presi un capezzolo turgido tra le labbra, Val inarcò la schiena, buttando la testa all'indietro e lasciandosi sfuggire un lamento roco, vibrante di piacere. La succhiai, mordendola appena con i denti, mentre le mie mani le stringevano i fianchi per spingerla ancora più forte contro di me.
Si strusciò contro il mio inguine, un movimento circolare e disperato che mi fece vedere le stelle. La sentivo bagnata, bollente attraverso la stoffa dei jeans. Lei si chinò in avanti, baciandomi il collo, succhiandomi la pelle sotto l'orecchio in un misto di tenerezza e lussuria famelica.
Stavo per perdere la testa. La mia mano scivolò sulla cerniera dei suoi pantaloni. Volevo toccarla, volevo entrare in lei e far sparire il mondo. Ma Val si fermò.
Mise una mano piatta contro il mio petto, ansante, il seno mezzo scoperto che si alzava e si abbassava violentemente. «Aspetta,» sussurrò. Mi bloccai, il sangue che mi martellava nelle orecchie. «Ho fatto qualcosa?» Lei scosse la testa, i capelli biondi scompigliati. «No.» «Allora?» I suoi occhi chiari mi guardarono con una lucidità disarmante, carica di affetto e determinazione. «Allora mi piaci troppo per farlo diventare una cosa consumata di fretta in macchina.»
Era la frase perfetta. Erotica, perché sentivo il suo bacino ancora premuto contro la mia erezione. Romantica, perché mi stava dando un confine per proteggere quello che stavamo diventando. Era l'esatto opposto di Anna, che usava la fisicità furiosa proprio per evitare di dare un nome ai sentimenti.
Val sorrise, un sorriso dolcissimo e malizioso. E non mi lasciò a secco. Senza staccare gli occhi dai miei, portò la mano sulla mia cintura. La slacciò con gesti sicuri, abbassando la cerniera. Il mio cazzo scattò fuori, rigido. Val lo afferrò. La sua mano era calda, morbida, la stretta perfetta. Iniziò a muoversi su e giù. Non era distaccata o punitiva come Anna. Val mi guardava. Mi baciò a stampo, le labbra umide, mormorando il mio nome con una dolcezza che mi spaccava il petto. Il ritmo della sua mano aumentò, scivolando sulla mia pelle tesa. Era un piacere intenso, passionale, intimo. Eravamo incastrati in quella macchina, i vetri opachi, il mondo chiuso fuori, e lei mi stava portando al limite semplicemente guardandomi negli occhi, facendomi sentire visto. Spinsi il bacino contro il suo pugno, i muscoli contratti, e venni con un gemito lungo, il petto sollevato, totalmente in balia della sua mano e del suo sguardo.
Dopo, non ci fu il solito gelo. Non ci fu la corsa a rivestirsi o a rimettere su l'armatura. Val rimase vicina. Si sistemò la camicia, ma non tornò al suo sedile. Restò a cavalcioni sulle mie ginocchia, appoggiando la fronte contro la mia, il respiro che si calmava lentamente. Alzò una mano e mi sistemò una ciocca di capelli sudati.
«Io non voglio essere il momento bello in cui ti dimentichi Anna,» disse all'improvviso, la voce bassa, priva di accuse ma carica di una verità assoluta. Sospirai, tenendola per i fianchi. «Non sei quello, Val.» «Allora fammelo capire quando non devi dimenticare nessuno.»
Era una richiesta devastante. Val non era la bambolina ingenua; aveva capito tutto. Mi accarezzò la guancia con il pollice. «Quando finisce il processo… possiamo capire cosa siamo?» Rimasi in silenzio. Il peso di quella domanda era un'incudine, e lei lo sapeva. Ma scelse di proteggermi, almeno un po'.
«Non devi rispondere adesso,» mi rassicurò, sfiorandomi le labbra con le sue. «Abbiamo quattro giorni, no? Quattro giorni per fingere che questa sia ancora solo una simulazione universitaria e non una tragedia greca con meno budget.» Poi, si ritrasse di qualche centimetro. I suoi occhi diventarono serissimi. «Però dopo voglio sapere se ci sei. Davvero.» «Io ci voglio essere,» mormorai, ed era la cosa più onesta che le avessi mai detto. Val annuì lentamente. «Allora vieni da me perché vuoi me. Non perché Anna ti ha lasciato fuori dalla porta.»
La bomba era stata sganciata. Non aveva alzato la voce. Non aveva fatto una scenata. Aveva semplicemente rivendicato il proprio valore con una dignità che mi fece sentire minuscolo. Non mi stava chiedendo di scegliere lei in quel preciso istante. Mi stava chiedendo di non usarla come rifugio per le mie codardie. E questo la rendeva fortissima.
Con un movimento fluido, scavalcò le mie gambe e tornò al sedile del guidatore. L'aria fredda si intrufolò nello spazio tra noi. Prima che io aprissi la portiera, Val allungò la mano verso il portaoggetti. Prese la penna viola con il cuore di plastica e me la porse.
La guardai confuso. «Tienila,» disse. «Perché?» «Per ricordarti che la tua arringa difensiva ha bisogno di un bel po' di personalità.» Feci un mezzo sorriso amaro. «E io?» «Tu pure.»
Scesi dalla macchina che l'aria della sera mi sembrava improvvisamente più rarefatta. Tornai verso l'ingresso di casa con una ridicola penna viola in tasca, il sapore di Val ancora sulle labbra e quattro fottuti giorni di processo davanti a me.
Quattro giorni per preparare un’arringa che doveva smontare l'accusa. Quattro giorni per capire se ero capace di andare da qualcuno senza scappare disperatamente da qualcun’altra.
E, per la prima volta da quando era iniziato tutto questo caos, Val non mi sembrava più solo la ragazza luminosa che avevo desiderato da lontano prima dell'uragano Anna. Mentre infilavo le chiavi nella toppa, mi sembrava una cosa molto, molto peggiore.
Una possibilità.
Ero stanco, con i muscoli pesanti e la pelle che sembrava aver assorbito tutta l'umidità e la tensione della notte. Ma, soprattutto, ero sporco di pensieri. La voce di Vittoria continuava a rimbombarmi nel cranio, spietata e lucida come sempre. Vittoria mi aveva tolto l’alibi con la stessa delicatezza con cui si strappa un cerotto da una ferita ancora aperta.
Mi voltai lentamente sul materasso. Anna dormiva accanto a me, il respiro regolare, un braccio piegato sotto il cuscino. Anche nel sonno, il suo viso ovale dai lineamenti fini manteneva una simmetria invidiabile; i capelli castano scuro, lunghi e morbidi, le ricadevano sulle spalle nude, in netto contrasto con la pelle chiara. Le labbra carnose erano leggermente dischiuse, un'immagine di vulnerabilità che stonava ferocemente con la sua natura tagliente.
Fissandola, capii che il problema non era che Val potesse sospettare qualcosa. Il fottuto problema era che, se Val sospettava, forse io non avevo più il diritto di fingere che Anna fosse solo un incidente domestico, una parentesi chiusa tra un codice di procedura e le lenzuola sfatte. Anna aveva invaso tutto: la mia casa, la mia routine, il mio modo di pensare e, inevitabilmente, il mio letto.
Sentii un nodo di nervosismo stringermi lo stomaco all'idea di doverla affrontare in cucina, tra il rumore della moka e i silenzi carichi di pretese. Così, feci la cosa in cui eccellevo da vent'anni: scappai. Mi infilai i pantaloni e una felpa cercando di fare meno rumore possibile. Non volevo svegliarla. Non volevo aspettarla. Per la prima volta nella mia vita da fuoricorso, non stavo evitando una responsabilità generica o un esame. Stavo evitando lei.
L'aula universitaria, un paio d'ore dopo, aveva l'atmosfera rarefatta di una sala d'attesa per condannati a morte. Mi ero seduto all'ultimo banco, stropicciandomi gli occhi, sperando di mimetizzarmi con la tappezzeria. Il professor Nardi era già in piedi dietro la cattedra, con le mani appoggiate sul legno scuro e lo sguardo da predatore che perlustrava la platea.
Si schiarì la voce, e il brusio degli studenti si spense di colpo. «L’udienza conclusiva sarà tra quattro giorni,» annunciò Nardi, con un tono che non ammetteva repliche. «Avete tempo per rifinire le arringhe, depositare la scaletta finale e prepararvi alla discussione sull’acquisizione integrale. Da questo momento, niente improvvisazioni: voglio vedere cosa avete capito del caso, non quanto sapete recitare bene.»
Quattro giorni. Ingoiai a vuoto. Era una condanna perfetta: un tempo abbastanza breve da farti sudare freddo, ma abbastanza lungo da permettere al mio assurdo triangolo emotivo di esplodere come una granata senza sicura. La fine non mi stava ancora addosso, ma potevo sentirne il fiato sul collo.
«Sei arrivato prima di me.»
La voce, levigata e fredda, mi fece sussultare. Anna era in piedi accanto al mio banco. Era ordinata, tagliente, metodica come sempre. Indossava un completo scuro che le fasciava i fianchi, e stringeva al petto la sua immancabile cartellina con i fascicoli. Il suo sguardo calmo, ma dannatamente diretto, mi scrutò da capo a piedi.
Abbozzai un mezzo sorriso, cercando di nascondere il panico. «Segnalo l’evento alla segreteria.» «No,» ribatté lei, posando i documenti sul banco con un colpo secco. «Tu lo trasformeresti in una circostanza attenuante.»
Cercai di alzarmi, raccogliendo la mia giacca. «Bene, ci vediamo dopo.» Anna si parò davanti a me, sbarrandomi la strada. Il suo profumo pulito, lo stesso che poche ore prima avevo respirato sulla mia federa, mi investì in pieno. «Dobbiamo parlare della scaletta,» disse, perentoria. «Più tardi,» svicolai, facendo un passo di lato. «Più tardi quando?» insistette, aggrottando le sopracciglia perfette e naturali. «Oggi torno presto.» «Questa frase, detta da te, danneggia la credibilità della difesa,» sentenziò, incrociando le braccia.
Sorrisi, ma non mi fermai. Feci per superarla, ma lei mi afferrò leggermente per il gomito. La sua presa era salda. Anna era una che odiava l'improvvisazione e pretendeva di avere sempre un piano. «Mi stai evitando?» mi chiese. La sua voce si era abbassata, perdendo per un secondo l'intonazione accademica. «Ti sto solo offrendo dieci minuti senza dovermi correggere,» mentii, guardandola negli occhi castani, così luminosi e inquisitori. «Questa è una forma più stupida di evitamento.»
Lasciò la presa. Aveva registrato ogni mia singola esitazione. Sapeva che stavo fuggendo, e io sapevo che lei sapeva. Scappavo perché, se fossi rimasto un minuto di più a fissare le sue labbra carnose, avrei avuto il terrore di leggerle in faccia la domanda che mi stava distruggendo: tu cosa sei per me?
Uscii dall'aula come se mi avessero tolto l'ossigeno. Scesi i primi tre gradini dello scalone monumentale della facoltà e mi bloccai.
Val era lì. Era appoggiata alla balaustra di marmo, illuminata dalla luce del sole che entrava dalle grandi vetrate. Aveva quel fascino luminoso e curato che mi aveva sempre fregato. I suoi lunghi capelli biondo miele scendevano voluminosi e mossi in modo naturale sulle spalle, incorniciando il viso ovale e armonioso. Indossava una camicia morbida che le valorizzava il décolleté in modo elegante, senza mai risultare volgare.
Non sembrava essere lì per caso. Mi stava aspettando. Mentre l'ombra di Anna, rigida e calcolatrice, restava intrappolata nell'aula alle mie spalle, Val riempiva lo spazio davanti a me con una presenza solare, goffa e profondamente viva.
Quando mi vide, si staccò dalla balaustra. I suoi occhi chiari e penetranti, capaci di darle un'aria raffinata, mi puntarono addosso. «Hai cinque minuti?» chiese.
Mi fermai sul gradino sopra di lei, guardandola dall'alto in basso, sentendo l'attrazione sottile ma innegabile che iniziava a vibrare tra noi. «Parli tu o l’accusa?» le chiesi, infilando le mani in tasca per non farle vedere che mi sudavano i palmi.
Le sue labbra piene e ben disegnate si incurvarono in un sorriso spontaneo, disarmante. «Io,» rispose, con una morbidezza che non aveva nulla a che fare con i codici e le sentenze. «L’accusa oggi la lascio nel fascicolo.»
Fu come ricevere una boccata d'aria fresca in una stanza chiusa da mesi. In quella singola frase, Val aveva tranciato i fili del processo. Non era il mio avversario. Era la ragazza che mi faceva ridere il cuore.
Scesi l'ultimo gradino, azzerando la distanza tra noi. «E cosa propone la parte civile?» Val inclinò la testa, passandosi una mano tra i capelli dorati in un gesto che attirò il mio occhio esattamente dove lei sapeva di farlo cadere. «Andiamo a prendere un caffè vero?» propose. «Non quello del distributore che sa di rinvio d’udienza e depressione.»
Annuii. In mezzo a tutto quel caos, a quella guerra fredda con Anna e alle verità scomode di Vittoria, seguire Val fuori da quell'edificio mi sembrò l'unica, fottuta cosa sensata da fare.
L’aria fuori dalla facoltà aveva quel tipico sapore pungente dei tardi pomeriggi di novembre, quando il sole si abbassa velocemente e taglia i profili dei palazzi con una luce dorata e malinconica.
Uscire dall'università con Val fu come togliere il tappo a una bottiglia sotto pressione. La lasciai fare da capofila mentre ci facevamo largo tra i motorini parcheggiati male sul marciapiede. Val camminava un po' troppo veloce, il fascicolo dell'accusa stretto sotto il braccio, ma poi, come se si fosse ricordata all'improvviso di non essere da sola, rallentò il passo per allinearsi al mio. I suoi lunghi capelli biondo miele, mossi in modo del tutto naturale, le ondeggiavano sulle spalle a ogni passo, catturando i riflessi del tramonto.
Non c’era un piano. Non lo avevamo chiamato "appuntamento". Era iniziato come un semplice andiamo a prendere un caffè vero, ma mentre camminavamo, mi resi conto di una verità spaventosa: non volevo tornare a casa. Non volevo tornare ai codici, alle scalette, a Nardi, e soprattutto non volevo tornare nell'orbita gravitazionale, asfissiante e glaciale di Anna.
Finimmo per infilarci in una piccola cartoleria polverosa a metà di via Mezzocannone, perché Val aveva improvvisamente decretato che la sua penna nera "la deprimeva". La osservai aggirarsi tra gli scaffali. Aveva una ciocca chiara, leggermente più corta delle altre, che le era sfuggita dalla piega e le solleticava la guancia. Era un dettaglio minuscolo, imperfetto, ma su di lei sembrava una dichiarazione di vita.
Val scelse una penna viola con un piccolo cuore di plastica tempestato di brillantini finti attaccato al tappo. Io la fissai come si fissa una prova manifestamente inutilizzabile. «Quella non può entrare in aula,» sentenziai, incrociando le braccia. Lei fece scattare il tappo con un clic soddisfatto. «Questa penna ha più personalità della tua giacca.» «La mia giacca ha dignità.» «La tua giacca ha paura di vivere, Ale.»
Scoppiai a ridere. Ma a ridere per davvero, non con quel ghigno cinico che usavo per difendermi. Con lei tutto sembrava sgonfiarsi, perdere peso.
Prendemmo il caffè in un bar minuscolo lì vicino. Mentre eravamo appoggiati al bancone di zinco, notai che non mi aveva nemmeno chiesto come lo volessi. Aveva ordinato per entrambi: per me ristretto, senza zucchero. Mi passò la tazzina e, notando che il bavero del mio cappotto era rimasto incastrato all'interno, allungò una mano e me lo sistemò con un gesto rapido, naturalissimo.
Mi bloccai con la tazzina a mezz'aria. Anna mi correggeva come se fossi una frase sbagliata, una bozza da revisionare con la penna rossa. Val, invece, mi aggiustava senza farmi sentire rotto. Con Anna volevo essere all’altezza, pensai, sentendo un calore strano espandersi nel petto. Con Val, per qualche motivo assurdo, mi sembrava già abbastanza essere lì.
Uscimmo di nuovo in strada, passeggiando senza una meta precisa. Lei aveva una piccola macchia di zucchero a velo sul bordo del giubbotto, un residuo della sfogliatella che aveva diviso con me. «Stamattina l’hai evitata,» disse all'improvviso, la voce chiara e musicale che tagliava il rumore del traffico. Feci il finto tonto, la mia specialità. «Chi?» Val mi lanciò un'occhiata laterale. Quegli occhi chiari, di solito un po' altezzosi, ora erano semplicemente lucidi e consapevoli. «Ale.» «Ok, pessima difesa,» ammisi, alzando le mani in segno di resa. «Molto.»
Cercai di buttare lì una battuta per deviare il colpo, ma lei sorrise debolmente e rimase seria. «Quando c’è Anna, cambi,» continuò, stringendosi un po' nel giubbotto. «In peggio?» «Non lo so,» mormorò, guardando davanti a sé. «In tensione. Come se stessi sempre aspettando un voto. Come se dovessi dimostrare continuamente qualcosa.» Non c'era cattiveria nella sua voce, non stava demonizzando la mia partner di difesa. Val vedeva semplicemente l'effetto che la Perfettina aveva su di me. Poi si fermò, voltandosi a guardarmi. Le sue labbra carnose e ben disegnate si incurvarono in un sorriso piccolo, genuino. «Con me invece fai il cretino.» «Questo dovrebbe offendermi?» le chiesi, fingendomi oltraggiato. «No,» rispose lei, accorciando impercettibilmente la distanza. «Mi piace.»
La frase mi arrivò dritta allo stomaco. Val non voleva l'avvocato brillante, non voleva il fenomeno dell'aula. Voleva me, con tutte le mie fottute insicurezze.
Ci fermammo vicino a una panchina in pietra, proprio dove la strada iniziava a scendere verso il mare. Il cielo era ormai un livido viola e arancione. Val si appoggiò al muretto. Sembrava improvvisamente più vulnerabile, spogliata di quella sua ironia solare. «Io prima delle cose importanti faccio sempre finta di essere più leggera di come sono,» confessò, la voce poco più che un sussurro. «Funziona?» «Con gli altri sì.» Feci un passo verso di lei. «E con me?» Val alzò gli occhi, inchiodandomi. «Con te mi sto impegnando meno.»
Era una frase di una tenerezza disarmante. Mi appoggiai al muretto accanto a lei, le nostre braccia che si sfioravano. «Io invece faccio finta che le cose importanti non siano affatto importanti.» Lei fece un mezzo sorriso triste. «Lo so.» «Così sicura?» «Ale,» sospirò lei, scuotendo la testa, «tu hai fatto finta che io non fossi importante per un fottuto anno intero.»
Incastrato. Annientato. Val mi aveva aspettato, mi aveva osservato, aveva sopportato le mie pose da cinico disilluso, e aveva capito tutto. Non era solo la ragazza che volevo baciare da una vita. Era l'unica che mi vedeva davvero.
«Inizia a fare freddo,» dissi con la voce rauca, cercando di mascherare il fatto che mi stesse tremando la terra sotto i piedi. «Dovrei tornare a... studiare.» Lei annuì. «Ho la macchina parcheggiata qui dietro. Ti accompagno.»
Il tragitto verso l'auto fu silenzioso. Quando entrammo nell'abitacolo della sua piccola utilitaria, lo spazio si restrinse drasticamente. Restammo in macchina senza un motivo valido. Il motore era spento. Il fascicolo dell’accusa era buttato sul sedile dietro come un cadavere provvisorio, e la famosa penna viola guardava entrambi dal portaoggetti con un’aria decisamente più dignitosa della mia.
Fuori, i fari dei motorini tagliavano il buio che calava, ma dentro i vetri cominciavano già ad appannarsi per i nostri respiri. Lo spazio era così stretto che il mio ginocchio urtò il suo. Val fece una piccola, nervosa risata. Si voltò verso di me, il viso illuminato a tratti dai lampioni della strada. L'aria era carica, densa. Ogni volta che respirava, il suo décolleté si alzava e si abbassava sotto il giubbotto aperto.
Ci guardammo per un secondo di troppo. Nessuno dei due parlò. «Posso?» sussurrai, la voce che non mi sembrava nemmeno la mia. Val non rispose a parole. Inclinò leggermente la testa, socchiudendo gli occhi.
Allungai la mano, sfiorandole il collo, intrecciando le dita tra i suoi capelli morbidi e profumati. Il primo bacio fu esitante, una carezza leggerissima delle mie labbra sulle sue. Ma durò un millesimo di secondo. La tensione accumulata per anni esplose. Lei mi afferrò il bavero del cappotto, tirandomi contro di sé con una foga che non le conoscevo. Il bacio divenne urgente, affamato. Le nostre lingue si cercarono, danzando in un ritmo disperato.
Mi sporsi oltre il freno a mano, azzerando la distanza. Lei gemette piano nella mia bocca, un suono caldo, vivo, che mi fece impazzire. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, infilandosi sotto il giubbotto, sentendo il calore della sua pelle attraverso la camicia. Val ricambiò, le sue dita fredde si infilarono sotto il mio maglione, accarezzandomi la schiena con un'urgenza che mi fece mancare il fiato.
Non c'era la guerra che facevo con Anna. C'era un desiderio genuino, caldo, inevitabile. Quando mi staccai per riprendere fiato, i nostri petti aderivano l'uno all'altro, sollevandosi affannosamente nel piccolo abitacolo. Val teneva la fronte appoggiata alla mia, gli occhi chiusi e le labbra lucide. E io seppi, con una chiarezza devastante, che la simulazione era finita. Eravamo fottutamente reali.
I vetri della piccola utilitaria di Val si erano appannati nel giro di cinque minuti, isolandoci completamente dal mondo esterno, dai fari dei motorini di passaggio e dal peso del processo simulato che ci aspettava al varco. L’abitacolo era diventato una bolla satura del suo profumo dolce e floreale, mescolato all'odore inconfondibile dell'aria fredda invernale che c'eravamo portati dentro.
Eravamo rimasti lì, i sedili troppo vicini, il fascicolo dell’accusa buttato sui sedili posteriori come un cadavere provvisorio, e la ridicola penna viola che ci guardava dal portaoggetti con un’aria decisamente più dignitosa della mia.
Val si voltò verso di me. Nel buio parziale, i suoi occhi chiari brillavano di una luce divertita e consapevole. «Devi scendere?» sussurrò. Sospirai, sentendo già la mancanza del suo calore. «Tecnicamente, sì.» Val storse il naso, un'espressione buffa che le increspò i lineamenti morbidi. «Tecnicamente è una parola brutta.» «Colpa di Anna,» mi difesi d'istinto. Le dita di Val scivolarono sul bavero del mio cappotto, tirandomi dolcemente verso di lei. «Allora non usarla adesso.»
E mi baciò. Fu un bacio che spazzò via ogni singola difesa. Val mi baciò come se volesse controllare se ero davvero lì, se ero reale. Non come Anna, che anche quando mi tirava contro di sé sembrava sempre volermi mettere alla prova, dominando il contatto come se fosse una sfida di potere. Val mi baciò come se, per una volta, la prova fosse finita. Era un bacio pieno di presenza, di dolcezza, di un desiderio genuino che sapeva anche sorridere.
Le mie mani scivolarono istintivamente sui suoi fianchi, stringendola attraverso il tessuto della camicia. Lo spazio era fottutamente stretto. Nel tentativo di tirarmi più vicino, Val si mosse e il mio ginocchio sbatté con un tonfo sordo contro il cruscotto, mentre il mio gomito urtava il cambio. Lei scoppiò a ridere contro le mie labbra, una risata cristallina e calda. «Cristo, sei pessimo nei parcheggi,» mi prese in giro, il fiato corto. «È la tua macchina che è progettata per i puffi,» provai a ribattere, ma lei mi spense la battuta azzerando di nuovo la distanza, premendo la bocca sulla mia con un'urgenza nuova.
L'atmosfera cambiò in un istante. Le risate si spezzarono, sostituite da respiri affannosi. Val, con una mossa tanto goffa quanto fottutamente eccitante, si sollevò dal suo sedile e si mise a cavalcioni sulle mie gambe, incastrandosi tra me e il volante. Il suo peso si assestò esattamente sopra il mio bacino, e il contatto tra le nostre intimità coperte dai vestiti mi fece gemere. Il mio cazzo, duro e dolorante contro la cerniera dei pantaloni, premette contro il suo centro caldo e morbido.
Le sbottonai i primi bottoni della camicia azzurra con dita tremanti. La stoffa si aprì, rivelando la curva piena e rotonda del suo seno, fasciato da un reggiseno di pizzo chiaro. Abbassai la testa, affondando il viso in quel calore. Iniziai a baciarle la pelle morbida, divorando la scollatura. Quando le scostai la coppa e presi un capezzolo turgido tra le labbra, Val inarcò la schiena, buttando la testa all'indietro e lasciandosi sfuggire un lamento roco, vibrante di piacere. La succhiai, mordendola appena con i denti, mentre le mie mani le stringevano i fianchi per spingerla ancora più forte contro di me.
Si strusciò contro il mio inguine, un movimento circolare e disperato che mi fece vedere le stelle. La sentivo bagnata, bollente attraverso la stoffa dei jeans. Lei si chinò in avanti, baciandomi il collo, succhiandomi la pelle sotto l'orecchio in un misto di tenerezza e lussuria famelica.
Stavo per perdere la testa. La mia mano scivolò sulla cerniera dei suoi pantaloni. Volevo toccarla, volevo entrare in lei e far sparire il mondo. Ma Val si fermò.
Mise una mano piatta contro il mio petto, ansante, il seno mezzo scoperto che si alzava e si abbassava violentemente. «Aspetta,» sussurrò. Mi bloccai, il sangue che mi martellava nelle orecchie. «Ho fatto qualcosa?» Lei scosse la testa, i capelli biondi scompigliati. «No.» «Allora?» I suoi occhi chiari mi guardarono con una lucidità disarmante, carica di affetto e determinazione. «Allora mi piaci troppo per farlo diventare una cosa consumata di fretta in macchina.»
Era la frase perfetta. Erotica, perché sentivo il suo bacino ancora premuto contro la mia erezione. Romantica, perché mi stava dando un confine per proteggere quello che stavamo diventando. Era l'esatto opposto di Anna, che usava la fisicità furiosa proprio per evitare di dare un nome ai sentimenti.
Val sorrise, un sorriso dolcissimo e malizioso. E non mi lasciò a secco. Senza staccare gli occhi dai miei, portò la mano sulla mia cintura. La slacciò con gesti sicuri, abbassando la cerniera. Il mio cazzo scattò fuori, rigido. Val lo afferrò. La sua mano era calda, morbida, la stretta perfetta. Iniziò a muoversi su e giù. Non era distaccata o punitiva come Anna. Val mi guardava. Mi baciò a stampo, le labbra umide, mormorando il mio nome con una dolcezza che mi spaccava il petto. Il ritmo della sua mano aumentò, scivolando sulla mia pelle tesa. Era un piacere intenso, passionale, intimo. Eravamo incastrati in quella macchina, i vetri opachi, il mondo chiuso fuori, e lei mi stava portando al limite semplicemente guardandomi negli occhi, facendomi sentire visto. Spinsi il bacino contro il suo pugno, i muscoli contratti, e venni con un gemito lungo, il petto sollevato, totalmente in balia della sua mano e del suo sguardo.
Dopo, non ci fu il solito gelo. Non ci fu la corsa a rivestirsi o a rimettere su l'armatura. Val rimase vicina. Si sistemò la camicia, ma non tornò al suo sedile. Restò a cavalcioni sulle mie ginocchia, appoggiando la fronte contro la mia, il respiro che si calmava lentamente. Alzò una mano e mi sistemò una ciocca di capelli sudati.
«Io non voglio essere il momento bello in cui ti dimentichi Anna,» disse all'improvviso, la voce bassa, priva di accuse ma carica di una verità assoluta. Sospirai, tenendola per i fianchi. «Non sei quello, Val.» «Allora fammelo capire quando non devi dimenticare nessuno.»
Era una richiesta devastante. Val non era la bambolina ingenua; aveva capito tutto. Mi accarezzò la guancia con il pollice. «Quando finisce il processo… possiamo capire cosa siamo?» Rimasi in silenzio. Il peso di quella domanda era un'incudine, e lei lo sapeva. Ma scelse di proteggermi, almeno un po'.
«Non devi rispondere adesso,» mi rassicurò, sfiorandomi le labbra con le sue. «Abbiamo quattro giorni, no? Quattro giorni per fingere che questa sia ancora solo una simulazione universitaria e non una tragedia greca con meno budget.» Poi, si ritrasse di qualche centimetro. I suoi occhi diventarono serissimi. «Però dopo voglio sapere se ci sei. Davvero.» «Io ci voglio essere,» mormorai, ed era la cosa più onesta che le avessi mai detto. Val annuì lentamente. «Allora vieni da me perché vuoi me. Non perché Anna ti ha lasciato fuori dalla porta.»
La bomba era stata sganciata. Non aveva alzato la voce. Non aveva fatto una scenata. Aveva semplicemente rivendicato il proprio valore con una dignità che mi fece sentire minuscolo. Non mi stava chiedendo di scegliere lei in quel preciso istante. Mi stava chiedendo di non usarla come rifugio per le mie codardie. E questo la rendeva fortissima.
Con un movimento fluido, scavalcò le mie gambe e tornò al sedile del guidatore. L'aria fredda si intrufolò nello spazio tra noi. Prima che io aprissi la portiera, Val allungò la mano verso il portaoggetti. Prese la penna viola con il cuore di plastica e me la porse.
La guardai confuso. «Tienila,» disse. «Perché?» «Per ricordarti che la tua arringa difensiva ha bisogno di un bel po' di personalità.» Feci un mezzo sorriso amaro. «E io?» «Tu pure.»
Scesi dalla macchina che l'aria della sera mi sembrava improvvisamente più rarefatta. Tornai verso l'ingresso di casa con una ridicola penna viola in tasca, il sapore di Val ancora sulle labbra e quattro fottuti giorni di processo davanti a me.
Quattro giorni per preparare un’arringa che doveva smontare l'accusa. Quattro giorni per capire se ero capace di andare da qualcuno senza scappare disperatamente da qualcun’altra.
E, per la prima volta da quando era iniziato tutto questo caos, Val non mi sembrava più solo la ragazza luminosa che avevo desiderato da lontano prima dell'uragano Anna. Mentre infilavo le chiavi nella toppa, mi sembrava una cosa molto, molto peggiore.
Una possibilità.
0
voti
voti
valutazione
0
0
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Processo Simulato - Vol.1: Capitolo 10racconto sucessivo
Processo Simulato - Vol.1: Capitolo 12
Commenti dei lettori al racconto erotico