Processo Simulato - Vol.1: Capitolo 13

scritto il 2026-10-22 tempo di lettura 42 min

di
genere
etero
cura
A

Il ticchettio dell’orologio a muro della cucina sembrava il conto alla rovescia di un ordigno innescato. Erano le tre del mattino.
Rientrai in cucina con il petto ancora stretto in una morsa. Anna era esattamente dove l'avevo lasciata. Seduta al tavolo, la schiena dritta, la sua figura illuminata dal bagliore asettico dello schermo del portatile. Davanti a lei c'era la scaletta della nostra arringa. E, a pochi centimetri dai suoi appunti scritti con grafia impeccabile, riposava la fottuta penna viola di Val, con quel cuoricino di plastica che sembrava deridere entrambi.
Mi sedetti di fronte a lei, svuotato. Anna non alzò lo sguardo. Allungò una mano dalle dita sottili, girò una pagina del fascicolo con un fruscio secco e mi indicò un paragrafo con l'indice. Si stava comportando come se, solo pochi minuti prima in camera da letto, non avesse appena tracciato un confine netto e invalicabile, dichiarando che tra noi esisteva solo il processo e nient'altro. La sua capacità di rimettersi addosso l'armatura del controllo era spaventosa.
«La terza conclusione è ancora troppo sentimentale,» esordì, la voce levigata, priva di qualsiasi incrinatura. La fissai, incredulo. «Sono le tre del mattino, Anna.» «Non è una giustificazione.» «No,» ribattei, sentendo la stanchezza scivolarmi nelle ossa. «È un dato temporale verificabile.»
Di solito, a una risposta del genere, avrebbe sollevato gli occhi al cielo e, forse, le sue labbra carnose si sarebbero piegate in un mezzo sorriso riluttante. Stavolta no. Il suo viso ovale e delicato rimase una maschera di concentrazione accademica. La cosa che mi fece davvero male non fu la coltellata verbale di poco prima; fu la facilità apparente, quasi disumana, con cui riusciva a tornare a lavorare. Non potevo sapere che anche lei stava fingendo, che quel rigore maniacale era l'unico modo che conosceva per non andare in pezzi quando perdeva il controllo. Ai miei occhi, in quel momento, sembrava solo intoccabile.
Rimasi a guardarla per qualche minuto. Guardai i suoi occhi castani scorrere sulle righe, concentrati, distanti. Poi, allungai la mano e le chiusi il fascicolo sotto il naso. «Non ce la faccio.» Anna si bloccò, le mani sospese a mezz'aria. «A fare cosa?» «A fingere che cinque minuti fa non sia successo niente,» le dissi, la voce roca, priva del mio solito cinismo di facciata.
Anna non rispose. I suoi occhi si abbassarono sulla copertina di cartone del faldone. La sua mascella si contrasse leggermente, ma non aggiunse una parola. Il silenzio tra noi era una parete di vetro: potevamo vederci, ma non potevamo più toccarci.
Mi alzai, trascinando i piedi verso la mia camera. Per la prima volta da quando avevamo trasformato il mio appartamento nel nostro campo di battaglia e nel nostro rifugio, Anna non mi seguì. Sentii i suoi passi leggeri dirigersi verso la stanza che Vittoria le aveva ceduto. Mi infilai nel letto freddo. Dopo aver condiviso così tanto, dopo aver sentito il calore della sua pelle e il ritmo del suo respiro aggrovigliato al mio, il peso di quel materasso vuoto era schiacciante.
Il risveglio, poche ore dopo, fu un inventario di assenze. Aprii gli occhi e il mio cervello registrò le mancanze prima ancora che io mettessi a fuoco la stanza. Non c'era nessuna ciocca di lunghi capelli scuri sparsa sul mio cuscino. Non c'era il suo calore. Non c'era la mia vecchia maglietta grigia abbandonata in fondo al letto, né il suono della sua voce pronta a fari una battuta spietata sul fatto che avessi dormito troppo.
Mi alzai, stropicciandomi il viso, e mi trascinai in cucina. Anna era già lì, pronta per l'università. L'immagine della ragazza spettinata, vulnerabile e nuda davanti allo specchio era stata completamente cancellata. La "Perfettina" era stata ricostruita in ogni suo dettaglio: indossava pantaloni scuri dal taglio severo e una camicia chiara perfettamente stirata. I suoi capelli castani erano domati, ordinati, senza un filo fuori posto. E, soprattutto, notai che non indossava la mia maglietta. Si era ripresa i suoi spazi, i suoi vestiti, la sua distanza.
Mi appoggiai allo stipite della porta. «Buongiorno.» Anna stava sistemando il portatile nella borsa in pelle. Non si voltò. «Sono le nove e quaranta.» «Anche a te, Anna,» mormorai, passandomi una mano tra i capelli in disordine.
Poi, abbassai lo sguardo sul bancone. Accanto ai fornelli c'era una tazzina di caffè. Fumante. Perfettamente preparata. La fissai per un lungo istante. Anna era una maestra nel togliere il romanticismo e la vicinanza dalle parole, trasformandole in sentenze, ma non riusciva ancora a eliminarlo dai gesti. La cura c'era, muta e ostinata, nascosta dietro il pragmatismo.
Feci un passo verso il bancone e presi la tazzina. «Quindi,» dissi, guardando il liquido scuro, «il caffè è ancora incluso nella collaborazione processuale?» Anna si infilò la giacca, sistemandosi il colletto con movimenti precisi e chirurgici. Alzò i suoi occhi grandi e luminosi su di me, freddi come l'inverno. «Serviva a evitare che tu fossi inutilizzabile per le prossime sei ore.»
Abbozzai un mezzo sorriso stanco, una reazione debole al suo muro di ghiaccio. Lei, però, non sorrise. Prese la sua borsa, superandomi senza sfiorarmi, e mi lasciò da solo in cucina, a bere un caffè amaro che sapeva di un addio mascherato da procedura.
Il dipartimento di Giurisprudenza a quarantott'ore dall'udienza conclusiva aveva lo stesso fascino ospitale di un braccio della morte. L'aria nei corridoi e nelle aule studio odorava di toner bruciato, evidenziatori scarichi e panico trattenuto. Non c'erano lezioni, non c'erano appelli con Nardi: c'era solo il lavoro sporco di trincea. Fascicoli da ristampare in triplice copia, riferimenti giurisprudenziali da incrociare, domande-trappola da prevedere e verbali da blindare.
Io e Anna eravamo chiusi in una saletta studio al secondo piano, seduti allo stesso tavolo di legno graffiato, ma separati da una faglia tettonica. Dopo la condanna della notte precedente – quel suo glaciale "Quando finisce il processo, finisce anche il resto" – si era barricata dietro la sua armatura. I suoi lunghi capelli castano scuro erano raccolti con una precisione quasi militare, lasciando scoperto il viso ovale e i lineamenti fini, tirati per la concentrazione. Le sue labbra carnose, che solo poche ore prima avevo maledettamente sentito gemere contro il mio collo, ora si muovevano solo per dettare numeri di commi e articoli del codice.
Il problema sul tavolo era enorme. Con l'acquisizione integrale delle chat, avevamo tra le mani l'arma per smontare la testimone dell'accusa, ma avevamo anche scoperchiato la fogna sul nostro assistito. L'accusa – cioè Val e Vittoria – avrebbe sicuramente usato quei messaggi completi per dimostrare che il nostro cliente aveva un movente meschino e calcolato per distruggere la reputazione della collega.
Anna stava scorrendo la nostra scaletta difensiva, cancellando le mie note a margine con un tratto secco di penna nera. Voleva costruire un muro tecnico, un'eccezione procedurale talmente fredda e inattaccabile da rendere il movente irrilevante.
Appoggiai la schiena alla sedia, incrociando le braccia. «Non reggerà, Anna.» «Reggerà se ti attieni al perimetro dell'imputazione,» rispose lei, senza alzare i grandi occhi castani dal foglio. «Se nascondiamo quelle righe, facciamo esattamente quello che contestiamo alla testimone,» insistetti, picchiettando il dito sulle stampe delle chat. «Passiamo per ipocriti.» Anna finalmente sollevò lo sguardo, calmo ma tagliente come un bisturi. «Non le nascondiamo. Contestiamo la ricostruzione dell'accusa. È diverso.» «Allora diciamolo apertamente in aula, anticipando Val: il nostro assistito è uno stronzo.»
Anna sbatté le palpebre, la penna ferma a mezz'aria. «Quella non è una qualificazione giuridica, Alessandro.» «Dovrebbe esserlo,» ribattei con il mio solito ghigno storto. «Risolverebbe metà dei processi italiani in primo grado.»
Per una frazione di secondo, l'armatura si incrinò. Vidi gli angoli della sua bocca fremere, le labbra piene che si piegavano nell'inizio di un sorriso spontaneo. Ma si fermò in tempo. La mascella leggera si contrasse, ricacciando indietro l'umanità per tornare alla disciplina. Io, però, me n'ero accorto. E quella minuscola crepa mi fece capire che, anche se sentimentalmente stavamo precipitando in un burrone senza paracadute, la nostra intelligenza condivisa funzionava ancora a meraviglia. Eravamo una squadra letale, condannata a capirsi al volo mentre fingeva di non conoscersi più.
A metà mattina, con la scusa di dover far rilegare le copie definitive della memoria, uscii dalla saletta per prendere un po' d'aria. Avevo bisogno di staccarmi dal profumo di Anna e dalla tensione che mi stava divorando i nervi.
Arrivato alle macchinette del piano terra, trovai Vittoria. Era appoggiata al muro con un bicchierino di plastica in mano, in una posa che sembrava uscita da un servizio fotografico nonostante il contesto deprimente della facoltà. Indossava una camicia azzurra lasciata morbida sui pantaloni chiari e un maglioncino annodato sulle spalle; i lunghi capelli biondo miele le cadevano lisci e luminosi sul petto, incorniciando il viso dalla pelle dorata.
Appena mi vide, i suoi occhi chiari e magnetici mi passarono ai raggi X. Non servivano confessioni con lei: Vittoria mi conosceva troppo bene, vedeva le mie bugie prima ancora che le pensassi.
«Hai una faccia di merda,» mi salutò, la voce limpida e carica del suo solito affetto ruvido. Mi appoggiai al distributore automatico accanto a lei, infilando le mani nelle tasche. «Grazie. Anche tu sei splendida stamattina.» Lei bevve un sorso di quella brodaglia nera, senza staccare lo sguardo dal mio profilo. «Avete litigato?» Feci il vago, guardando le piastrelle del pavimento. «Chi?» «Ale,» mi avvertì Vittoria, con una calma glaciale, «se rispondi "chi" un'altra volta ti faccio pagare pure la corrente consumata da Anna nel mio appartamento.»
Sospirai, sentendo le spalle cedere sotto il peso delle ultime quarantott'ore. Vittoria sapeva che ero uscito con Val, quest’ultima glielo aveva sicuramente accennato, anche se conoscendo il pudore della mia cotta storica non era scesa nei dettagli di quello che avevamo fatto in macchina né della domanda che mi aveva posto. E Vittoria sapeva benissimo cosa c'era stato con Anna nel suo letto. Con lei non potevo recitare il ruolo del brillante fuoricorso che se la cava sempre.
Mi passai una mano sugli occhi stanchi. Guardai il soffitto e, per la prima volta da quando questo delirio era iniziato, dissi la verità ad alta voce. «Credo di essermi innamorato di entrambe.»
Le parole caddero tra noi, nude e pesanti. Vittoria non spalancò gli occhi. Non fece drammi. Si limitò a fissarmi con quell'espressione leggermente altezzosa e cinica di chi aveva già letto il finale del libro tre capitoli prima. «Congratulazioni,» commentò, secca. «Ci sei arrivato con una puntualità degna della tua carriera universitaria.»
Feci un mezzo sorriso amaro, ma lei non rise. Buttò il bicchierino vuoto nel cestino e si voltò completamente verso di me, incrociando le braccia sotto il seno morbido. Il sarcasmo lasciò spazio a una serietà tagliente. «E loro lo sanno?» mi chiese. «Non completamente.» «Allora il problema non è che ti piacciano entrambe, Ale,» sentenziò Vittoria, colpendomi dritto allo stomaco con una lucidità disarmante. «Il problema è che sei ancora l'unico a conoscere tutto il caso.»
Rimasi in silenzio. L'analogia processuale era perfetta e spietata. Io avevo in mano l'intero fascicolo emotivo, mentre Val e Anna avevano solo degli stralci parziali. Ma Vittoria, vedendomi sull'orlo del baratro, decise di non infierire oltre. Non era una terapeuta, era la mia migliore amica. Allungò il braccio e mi posò una mano sulla spalla, stringendola con forza. Poi infilò due monete nella macchinetta e premette il tasto dell'espresso senza zucchero. «Bevi,» mi ordinò, passandomi il bicchierino bollente. «Che se svieni prima dell'udienza, Nardi dà la vittoria a noi a tavolino e mi toglie tutto il divertimento di asfaltarvi in aula.»
Mentre tornavo verso le scale con il caffè in mano e le parole di Vittoria che mi rimbombavano in testa, il corridoio principale si riempì del solito sciame di studenti. Ed è lì che la vidi.
Val stava venendo nella mia direzione, stringendo al petto un faldone pieno di post-it colorati. Era di una bellezza disarmante: indossava una giacca scura lasciata aperta su una camicia bianca leggermente sbottonata, che lasciava intravedere il collo lungo, le clavicole e la curva morbida e piena del suo décolleté, sempre elegante e mai volgare. I capelli biondo miele, voluminosi e mossi, le scendevano sulle spalle come un'onda calda.
Appena i suoi occhi chiari incrociarono i miei, il suo viso ovale si aprì in un sorriso luminoso, complice, che richiamava istantaneamente il pomeriggio passato insieme, la penna viola e il respiro condiviso nella sua macchina. Si fermò davanti a me, ma il sorriso le si smorzò leggermente sulle labbra carnose quando mi guardò meglio.
«Hai dormito?» mi chiese piano, inclinando la testa. «È una domanda retorica, signor pubblico ministero?» provai a scherzare. «No,» rispose lei, con quella sua dolcezza genuina che mi faceva sentire contemporaneamente un re e un verme. «È una domanda con una risposta molto preoccupante.»
Val non tirò fuori la questione del "dopo". Mi aveva dato quattro giorni per chiudere il processo e capire se c'ero davvero per lei, e aveva troppa classe e troppa fiducia per trasformare quella scadenza in un ultimatum quotidiano nei corridoi. Invece di farmi pressioni, fece un mezzo passo avanti. Posò una mano sul risvolto della mia giacca, sistemandomi il colletto storto con una naturalezza disarmante, per poi scivolare con le dita lungo il mio braccio e stringermi brevemente la mano. Il contatto della sua pelle calda mi mandò una scossa dritta al petto. Ebbi l'impulso feroce, quasi incontrollabile, di fregarmene dell'università, degli studenti e dei ruoli, di prenderla per la vita sottile e baciarla lì, in mezzo a tutti. Non lo feci. Mi limitai a stringerle le dita per un secondo in più del necessario, prima che lei si sfilasse con un ultimo sorriso incoraggiante e proseguisse lungo il corridoio.
Restai fermo a guardarla allontanarsi. E mi resi conto di una cosa terribile: l'avevo vista meno di ventiquattr'ore prima, eppure mi mancava già da togliermi il fiato. Non mi ero innamorato di Val per esclusione, o perché Anna mi aveva respinto. Mi ero innamorato di lei perché era aria pura.
Mi voltai per salire le scale, e il sangue mi si gelò nelle vene. In cima alla rampa, ferma vicino alla balaustra con le copie stampate tra le braccia, c'era Anna.
Aveva visto tutto. Aveva visto il sorriso di Val, aveva visto la sua mano sistemarmi il colletto, aveva visto il modo in cui ci eravamo toccati le dita. Il suo volto era una maschera di porcellana fredda. Non disse una parola. Non fece una smorfia. Mi lanciò solo uno sguardo quieto, abissale e glaciale, prima di voltarsi sui tacchi e sparire direzione saletta studio.
Quando, un paio d'ore dopo, raccogliemmo le nostre cose per tornare verso casa mia a finire il lavoro, Anna camminava al mio fianco sul marciapiede. Non aprì bocca per tutto il tragitto. Ma dal modo in cui stringeva la cinghia della borsa fino a farsi sbiancare le nocche, e dal ticchettio nervoso e veloce dei suoi passi sull'asfalto, capii che la bomba non era stata disinnescata. Stava solo aspettando che chiudessimo la porta di casa per esplodere.
La serratura scattò con un rumore metallico che parve fin troppo forte nel silenzio del pianerottolo. Quando entrammo nell'appartamento, l'aria all'interno era ferma, quasi densa, come se la casa avesse trattenuto il fiato fin da stamattina esperando l'impatto.
Fuori faceva un freddo cane e il rumore sordo del traffico serale filtrava a fatica dai doppi vetri delle finestre. Accesi solo la lampada a sospensione sopra il tavolo della cucina, lasciando il corridoio e il resto delle stanze in una penombra densa che inghiottiva i contorni dei mobili.
Ci muovemmo nello spazio seguendo una coreografia che ormai conoscevamo a memoria, ma priva di qualsiasi calore. Anna si sfilò il cappotto scuro e lo appese all'attaccapanni con una precisione chirurgica, lisciando i revers con le dita sottili prima di voltarsi. Io, per tutta risposta, lanciai il mazzo di chiavi sul bancone della cucina, ovviamente a mezzo metro di distanza dallo svuotatasche, esattamente nel solito posto sbagliato dove finivano sempre per farla innervosire.
Ma stavolta Anna non fece battute sul mio disordine cronico. Si avvicinò al tavolo. La scena era un inventario spietato degli ultimi giorni: la moka era ancora lì, fredda e dimenticata sul fornello spento; i nostri fascicoli occupavano militarmente metà del piano di legno; sulla sedia nell'angolo c'era la mia maglietta grigia, quella in cui aveva dormito e fatto l'amore, ora ripiegata in un quadrato perfetto e impersonale. E al centro esatto, buttata di traverso sulle mie bozze, spiccava la penna viola di Val con il suo stupido cuoricino di plastica.
Anna posò la borsa a terra. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e regolari, era tirato, illuminato di taglio dalla luce calda del lampadario. Allungò una mano e, con un gesto automatico, riallineò una pila di quattro fogli stampati che sporgevano di mezzo centimetro rispetto al bordo del codice.
La guardai. Fino a ieri, quella sua mania di controllo mi faceva sorridere, mi dava il pretesto perfetto per stuzzicarla e portarla allo scontro. Ora, invece, quel gesto mi irritò profondamente. Mi diede sui nervi perché mi ricordò con una brutalità disarmante quanto mi fossi abituato alla sua presenza tra queste mura, e quanto facesse male sapere che aveva già deciso la data di scadenza.
«Non devi sistemare tutto,» dissi, la voce più ruvida di quanto avessi preventivato. Anna non alzò nemmeno i suoi grandi occhi castani dal tavolo. «Se non lo faccio io, qui dentro non lo fa nessuno.» «Anna, sono quattro fogli.» «Sono quattro fogli messi male, Alessandro.»
Restammo immobili, ai lati opposti della cucina. La tensione era palpabile, ma entrambi sapevamo benissimo che il problema non erano i margini della carta stampata.
Ci sedemmo per finire di rivedere la scaletta dell'udienza. Il silenzio tra noi era rotto solo dal fruscio delle pagine e dal respiro del riscaldamento centralizzato. Anna prese la mia ultima bozza dell'arringa, la lesse con lo sguardo calmo e distaccato che usava come scudo, e poi puntò la penna su un capoverso a metà pagina.
«Questa formulazione sul movente è debole,» sentenziò, fredda. «Espone il fianco alla replica dell'accusa.»
In qualsiasi altro giorno, avrei difeso la mia frase fino alla morte. Avrei fatto una battuta cinica, mi sarei appoggiato allo schienale per godermi il modo in cui si accendeva quando mi teneva testa, trasformando la correzione in un preludio per metterle le mani addosso. Stavolta no. Guardai il foglio, vidi che aveva ragione, e presi la penna.
«Va bene,» risposi, piatto. «La cambio.»
Tirai una riga netta sulla frase e iniziai a riscriverla a margine. Anna non si mosse. Rimase a fissarmi, le labbra carnose leggermente socchiuse in un'espressione di sincero spiazzamento.
«Non vuoi discuterne?» chiese, aggrottando le sopracciglia definite. «No.» «Da quando?» Posai la penna e alzai lo sguardo, incatenando i miei occhi ai suoi. «Da quando ho capito che non devo trasformare qualsiasi cosa in una battaglia solo per avere la tua attenzione.»
Il colpo andò a segno. Lo vidi nel modo in cui le sue spalle strette si irrigidirono sotto la camicia chiara. Per Anna, l'attrito era l'unico linguaggio sicuro che conoscevamo. Litigare era il nostro modo per toccarci senza dover ammettere che ne avevamo bisogno, per restare vicini fingendo di farci la guerra. Togliendole lo scontro, la stavo lasciando nuda.
E quando Anna perdeva il controllo del terreno, non diventava fragile in modo dolce: diventava più aggressiva, più fredda, più tagliente.
«Se hai intenzione di comportarti da vittima da qui a dopodomani,» sibilò, la mascella leggera contratta, «fallo dopo l'udienza. Adesso mi servi lucido.» «Non mi sto comportando da vittima, Anna.» «Allora smettila di guardarmi come se ti dovessi qualcosa!» «Non mi devi niente,» replicai, con una calma gelida che non mi apparteneva. «È esattamente questo che mi hai spiegato ieri notte, no? Che siamo solo il processo.»
Silenzio. Un silenzio pesante, saturo di tutto quello che avevamo fatto sul tappeto, sotto la doccia e davanti a quello specchio. Anna mi fissò per tre lunghi secondi. Poi, con un gesto secco, chiuse di colpo il fascicolo. Il tonfo del cartone sul legno fece tremare la penna viola di Val. La maschera dell'avvocato difensore era appena caduta. Finalmente, eravamo pronti a scannarci sul serio.
Mi alzai dalla sedia, appoggiando le nocche sul tavolo e sporgendomi verso di lei. «Spiegami solo una cosa,» la incalzai, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie. «Se per te tutto questo è solo sesso, stress da esame e collaborazione processuale... perché cazzo ti comporti come se ti appartenessi? Perché diventi di ghiaccio ogni volta che quella penna ti entra nel campo visivo o che incrociamo Val in corridoio?»
Anna si alzò a sua volta. Non indietreggiò di un millimetro. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, avevano perso ogni traccia di distacco: bruciavano di un'indignazione feroce, ferita nell'orgoglio.
«Tu vorresti che io ti dicessi che siamo qualcosa,» mi attaccò, la voce bassa e vibrante. «Vorrei che smettessi di fingere che non lo siamo!» «E poi?» fece un passo verso il tavolo, sfidandomi. «Sentiamo, Alessandro. E poi cosa succede?» «Poi potremmo provare a capirlo, come fanno le persone normali.» «Mentre Val ti aspetta fuori dall'aula?»
La frase mi bloccò il respiro in gola. Non risposi subito, e quella frazione di secondo di esitazione fu la mia condanna a morte.
Anna fece un sorriso amaro, spietato, che non aveva nulla di divertito. Per la prima volta, lasciò uscire tutta la rabbia che aveva compresso dietro i suoi schemi e i suoi post-it. «Eccolo lì,» mormorò, scuotendo la testa, i capelli scuri che le scivolavano sulle spalle. «Tu vuoi che io mi esponga per prima, Alessandro. Vuoi la garanzia. Vuoi sapere che mi avrai ancora nel tuo letto anche quando questo fottuto processo sarà finito. Vuoi che io sia abbastanza stupida da restare qui ad aspettarti, mentre tu prendi tempo per decidere comodamente se preferisci la vita facile con lei oppure bruciare con me.»
Rimasi pietrificato. Fino a un istante prima, nella mia arroganza, avevo pensato che il muro di Anna fosse solo il frutto della sua fobia per i sentimenti, della sua incapacità di lasciarsi andare. Invece mi stava sbattendo in faccia una verità molto più matura, lucida e dolorosa: Anna aveva visto tutto. Sapeva che ero diviso, aveva visto come guardavo Val, e il suo orgoglio non le avrebbe mai permesso di mettersi in fila, di umiliarsi in una competizione per farsi scegliere da uno che non sapeva nemmeno scegliere se stesso.
Cercai disperatamente di afferrare un appiglio. «Non sei una seconda scelta, Anna. Non lo sei mai stata.» Lei mi guardò dritta negli occhi, senza tremare, con una dignità che mi fece sentire minuscolo. «Nemmeno Val, immagino.»
Deglutii, la gola improvvisamente secca. Non potevo mentirle. Non lì, non dopo tutto quello che c'era stato. «No,» ammisi a mezza voce. «Nemmeno lei.»
Anna annuì lentamente, il viso che tornava a chiudersi in un'espressione indecifrabile e lontana. «Appunto.»
E non aggiunse altro. Mi lasciò lì, in piedi davanti al tavolo della cucina, completamente senza parole. Perché non c'era nessuna obiezione a verbale che potesse smontare la verità: le volevo entrambe, e in quel preciso istante, stavo perdendo il diritto di averne anche solo una.
Il silenzio che seguì il mio "Nemmeno lei" era così denso che sembrava aver risucchiato via tutto l’ossigeno dalla cucina. La lampada a sospensione ronzava debolmente sopra le nostre teste, illuminando il campo di battaglia dei nostri fascicoli sparsi e quella fottuta penna viola che sembrava guardarci con un ghigno di plastica.
Eravamo immobili, a meno di un metro di distanza. Il respiro di Anna era corto, spezzato, e per la prima volta non c’era traccia di calcolo nei suoi grandi occhi castani. Anche lei stava perdendo lucidità. La sua armatura di regole, post-it e confini processuali stava andando in frantumi sotto il peso di una gelosia e di una paura che non sapeva come archiviare.
Fece un passo verso di me. Non aveva l'aria della dominatrice dell'archivio, né della studentessa pronta a darmi una lezione. Era solo una ragazza che cercava disperatamente di spegnere un incendio con le mani nude. Mi afferrò per il tessuto della felpa e si sollevò sulle punte, premendo le sue labbra carnose contro le mie.
Per un istante, il mio corpo rispose da solo. Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi morbidi, la bocca si schiuse per accogliere il sapore caldo e familiare della sua lingua, lasciandomi travolgere da quel riflesso pavloviano che ci portava sempre a sbranarci sul pavimento pur di non affrontare la realtà.
Poi, il mio cervello si riaccese.
Le presi i polsi con delicatezza e mi staccai di qualche centimetro, quel tanto che bastava per interrompere il contatto, tenendo la fronte appoggiata alla sua.
«No, Anna,» mormorai, con il fiato già corto.
Lei aprì gli occhi di scatto. Il suo viso ovale e delicato si contrasse, attraversato da un lampo di rifiuto che la fece sembrare improvvisamente fragilissima. «Non vuoi?» sussurrò, la voce incrinata.
«Ti voglio,» le dissi, guardandola dritta negli occhi, senza scappare. «È proprio quello il problema.»
Anna tentò di irrigidirsi, di richiamare a sé quell'espressione fredda e pungente che usava quando si sentiva scoperta. «Adesso anche questo è diventato complicato?»
«È diventato complicato quando abbiamo cominciato a usarlo per non parlare,» risposi piano, accarezzandole l'interno del polso con il pollice prima di lasciarle andare le mani.
Non era una punizione. Non stavo rifiutando lei, e dal modo in cui le sue labbra piene tremarono impercettibilmente capii che lo aveva intuito. Stavo rifiutando il nostro meccanismo di autodifesa: quella magnifica, furiosa via di fuga fisica che usavamo ogni volta per evitare le conseguenze di quello che stavamo diventando.
Feci un passo indietro, voltandomi per andarmene in camera mia, convinto che la serata – e forse tutto il resto – si fosse appena schiantata contro un muro.
«Aspetta.»
La sua voce mi bloccò sulla soglia del corridoio. Non era il tono perentorio con cui mi dettava le correzioni, né quello gelido delle udienze. Era un suono quasi spaventato.
Mi voltai lentamente. Anna era rimasta ferma vicino al tavolo, le braccia lungo i fianchi, i lunghi capelli castano scuro che le ricadevano sulle spalle in onde morbide, un po' scompigliate. Rimase in silenzio per tre lunghissimi secondi. Si vedeva chiaramente che stava cercando le parole giuste, annaspando in un territorio dove i codici sottolineati non potevano salvarla.
«Non ho detto che non voglio altro,» disse infine, fissando un punto imprecisato sulla mia clavicola.
Incrociai le braccia, sentendo il cuore martellare contro le costole. «Hai detto che quando finisce il processo finiamo noi.»
«Lo so.»
«E allora che cosa vuoi, Anna?»
Lei alzò finalmente lo sguardo su di me. E in quel preciso istante, l’armatura della Perfettina crollò sul pavimento della cucina senza fare rumore. «Non lo so, Alessandro,» ammise, la voce nuda, tremante di una sincerità brutale. «Ed è proprio questo che mi fa paura.»
Restai senza fiato. Da una ragazza che aveva sempre un piano, che rinominava i file per data e pretendeva il controllo assoluto su ogni centimetro della propria esistenza, quel "non lo so" valeva più di qualsiasi dichiarazione d'amore.
Feci due passi verso di lei, azzerando la distanza, ma mi imposi di non toccarla subito. Volevo che avesse lo spazio per respirare. Anna deglutì, gli occhi lucidi che non distoglievano più il contatto dai miei. «So soltanto che quando sono qui non voglio andare via,» sussurrò, ed era il punto di massima vulnerabilità a cui l'avessi mai vista arrivare. «E quando penso a te con Val... vorrei non essere mai entrata in questa casa.»
Quella confessione spazzò via ogni residuo di cinismo. Non c'erano più sfide, né vincitori, né vinti. Fu Anna a muoversi per prima. Alzò una mano esitante e mi sfiorò la guancia con le dita sottili. Io inclinai il viso nel suo palmo, chiudendo gli occhi per un secondo, prima di riaprirli e cercare i suoi per verificare che fosse davvero ciò che desiderava, senza trucchi e senza reti di protezione. Lei annuì, impercettibilmente.
Quando le nostre bocche si incontrarono di nuovo, non ci fu lo scontro feroce a cui eravamo abituati. Fu un bacio lento, profondissimo, quasi esitante all'inizio, come se ci stessimo toccando per la prima volta dopo esserci finalmente visti davvero. La lampada della cucina restò accesa, i fascicoli del processo abbandonati al loro destino sul legno del tavolo, completamente dimenticati.
Le circondai la vita fine con le braccia, tirandola contro di me con una delicatezza nuova. «Stai perdendo la tua fama da spietata,» mormorai contro le sue labbra, cercando di alleggerire il peso enorme che avevamo nel petto. «Taci, idiota,» sussurrò lei, ma io risi piano contro la sua bocca, sentendo gli angoli delle sue labbra curvarsi in un sorriso vero mentre mi stringeva il collo. Il desiderio non stava cancellando la malinconia di fondo; la stava rendendo solo più acuta, più preziosa, quasi insostenibile.
Ci spostammo verso la camera da letto senza fretta, baciandoci a ogni passo, le mani che si cercavano con una sicurezza crescente ma priva di rabbia. Quando entrammo nella penombra della stanza, spogliarci non fu una gara a chi strappava via prima i vestiti dell'altro, ma un rituale lento di svelamento. Le sfilai la camicia chiara dalle spalle strette, baciando ogni centimetro di pelle luminosa e calda che veniva alla luce. Quando rimase completamente nuda davanti a me, mi fermai a guardarla. Amavo da impazzire la sua silhouette snella e proporzionata, la linea delicata delle clavicole, l'addome piatto che fremeva sotto il mio respiro e la curva morbida, naturale dei suoi fianchi che contrastava con la sua vita sottile. Non aveva bisogno di provocare: la sua era una bellezza raffinata, magnetica, che mi toglieva il sonno.
La feci stendere sul materasso e mi allungai sopra di lei, incastrando il mio corpo tra le sue cosce. Le baciai il collo, scendendo piano lungo lo sterno fino a raggiungere il suo seno: non era appariscente, ma elegante, perfetto nelle sue proporzioni, con i capezzoli già duri che imploravano il mio tocco. Li presi tra le labbra con una lentezza adorante, succhiando e accarezzando con la lingua mentre le mie mani scorrevano lungo i suoi fianchi, sentendo la pelle d'oca fiorire sotto i miei polpastrelli. Anna inarcò la schiena sul lenzuolo, infilando le dita tra i miei capelli non per tirarmi o dominarmi, ma per tenermi ancorato a sé, lasciandosi sfuggire un sospiro lungo e disarmato.
Per la prima volta, nessuno dei due stava cercando di vincere o di dimostrare qualcosa. C'era solo una reciprocità assoluta. Scivolai con una mano tra le sue gambe, trovandola già caldissima e bagnata. La accarezzai piano, sentendo il suo respiro spezzarsi contro il mio orecchio, prima di guidare la mia erezione contro il suo ingresso.
Entrai in lei con una spinta lenta, continua, guardandola negli occhi. Il calore delle sue pareti strette che mi avvolgevano mi fece tremare il respiro, strappando a entrambi un gemito simultaneo, basso e incredibilmente sincero. Non c'erano maschere. Anna sollevò il bacino per accogliermi fino in fondo, allacciando le gambe attorno ai miei fianchi, e iniziammo a muoverci.
Il ritmo prese vita da sé: ondeggiante, profondo, totalizzante. A ogni mia spinta, guardavo il suo seno muoversi dolcemente, i suoi capelli scuri sparsi sul cuscino e le sue labbra carnose dischiuse che cercavano le mie. Ci baciammo mentre facevamo l'amore, baci umidi, disperati di tenerezza, le lingue che si intrecciavano allo stesso ritmo con cui i nostri bacini si scontravano. Il sudore cominciò a velare la nostra pelle, facendoci scivolare l'uno contro l'altra in un incastro talmente perfetto da sembrare quasi un'illusione, una bolla sospesa fuori dal tempo reale dove le scadenze e gli altri non potevano raggiungerci.
I gemiti di Anna non erano trattenuti dall'orgoglio; erano suoni puri, rotti dal piacere, che mi vibravano direttamente nel petto ogni volta che affondavo dentro di lei colpendola nel profondo. Le strinsi le mani, intrecciando le mie dita alle sue sul materasso, sopra la sua testa, mentre il ritmo accelerava inevitabilmente, spinto da un'intensità emotiva e fisica che ci stava travolgendo.
«Ale...» sussurrò lei contro la mia bocca, gli occhi lucidi e spalancati nei miei, perdendo ogni residuo controllo non per sconfitta, ma per fiducia assoluta.
Sentii le sue pareti interne contrarsi attorno al mio cazzo in spasmi caldissimi e violenti, stringendomi con una forza che mi fece mancare l'aria. Il suo orgasmo mi trascinò a fondo con lei: spinsi un'ultima volta, perdendomi nel calore del suo corpo, e venni con un gemito roco che morì nell'incavo del suo collo, svuotandomi completamente dentro di lei mentre ci stringevamo come due naufraghi.
La quiete che scese nella stanza dopo quel momento non ebbe nulla a che vedere con la solita fretta di ricomporsi. Ci eravamo incontrati senza difese, nudi in ogni senso possibile, anche se in fondo al petto restava la sensazione muta che non avessimo ancora trovato un modo per restare insieme nel mondo vero.
Ma per ora, nessuno dei due si mosse. Restammo abbracciati sotto il lenzuolo, i corpi ancora umidi e intrecciati. Anna aveva la testa poggiata sulla mia spalla e, con un gesto lento e quasi ipnotico, mi accarezzava i capelli sudati con le dita. Io mi voltai appena e le baciai la fronte ampia e liscia.
«Sei insopportabile,» mormorò lei, la voce bassa e morbida nella penombra.
Sorrisi contro le sue tempie. «Hai appena trascorso una serata intera a dirmi che ti piaccio.»
«Non ho mai utilizzato quell'espressione,» ribatté subito, con quella punta di precisione lessicale che la rendeva inconfondibile.
«Posso produrre testimonianza.»
«La testimone è chiaramente inattendibile.»
Ridemmo entrambi, piano, nel buio della camera. Poi Anna sollevò il viso. Mi guardò per un lungo istante e, senza alcuna provocazione, senza nessuna sfida in corso, si sporse e mi baciò sulle labbra per prima. Un bacio piccolo, tenero, che mi lasciò spiazzato molto più delle sue sfuriate.
Si sistemò meglio contro il mio petto, tracciando un cerchio invisibile sul mio sterno con l'indice.
«Quando hai capito che eri bravo a parlare davanti agli altri?» mi chiese all'improvviso. «Prima dell'università, intendo.»
Rimasi immobile per un secondo.
Dopo aver passato giorni a ripetermi che noi due eravamo circoscritti al perimetro del processo simulato, Anna mi stava facendo una domanda sul mio passato. Voleva conoscere l'Alessandro che esisteva prima della facoltà, prima dei codici e prima di lei.
Le raccontai della mia prima assemblea d'istituto al quarto anno di liceo, di come fossi salito sul palco completamente impreparato solo per difendere un mio amico che rischiava la sospensione, improvvisando un discorso assurdo che aveva fatto ridere perfino il preside, ma in cui avevo finito per incastrarmi da solo sui regolamenti scolastici. Anna rise, prendendomi in giro per la mia cronica allergia allo studio preliminare, ma i suoi occhi brillavano di curiosità vera.
Poi, abbassando leggermente il tono, si aprì a sua volta. Mi confessò che durante i primi mesi del primo anno di Giurisprudenza aveva avuto il terrore puro di non essere abbastanza intelligente, di essere solo una che imparava a memoria mentre gli altri capivano le cose al volo, e che aveva iniziato a riempire la sua vita di schemi, scalette e controllo maniacale proprio per zittire quel panico.
La ascoltai in silenzio, stringendola più forte contro il mio fianco. Guardando il suo profilo delicato nella luce fioca della stanza, sentii una chiarezza disarmante farsi strada dentro di me. Non volevo vincerla. Non volevo convincerla. Non volevo nemmeno avere ragione. Volevo soltanto che il giorno dopo fosse ancora lì.
Restammo in silenzio per un tempo lunghissimo, cullati dal rumore lontano della città notturna. Pensavo che si stesse addormentando. E invece, proprio nel mezzo di quella pace perfetta, Anna parlò.
«Domani torno a casa mia.»
Lo disse con una calma assoluta. Non mentre litigavamo, non per ferirmi con rabbia, ma mentre era ancora stretta tra le mie braccia, la sua pelle nuda contro la mia. E per questo fece infinitamente più male.
Sbatté le palpebre, il cervello che cercava istintivamente una spiegazione logistica per proteggermi dal colpo.
«Per prendere qualcosa? Dei vestiti?»
«No,» rispose piano, senza sciogliere l'abbraccio. «Torno a casa.»
Mi irrigidii sotto il lenzuolo. «Anna, manca pochissimo all'udienza conclusiva.»
«Lo so.»
«E come lavoriamo alle repliche?»
«Come due persone adulte perfettamente capaci di utilizzare un computer e un telefono.»
Provai ad abbozzare uno dei miei soliti sorrisi ironici, ma i muscoli della faccia non mi risposero. Mi tirai leggermente indietro sul cuscino per riuscire a guardarla in faccia. «Quindi è davvero finita?»
Anna non si ritrasse, restando vicina al mio viso, ma esitò prima di rispondere. Nei suoi grandi occhi scuri passò un'ombra densa, priva di qualsiasi certezza granitica. «Non lo so.»
Quella risposta mi scavò una voragine nello stomaco. Non era un rifiuto definitivo, ma era la conferma che ormai nessuno dei due poteva più fingere che non ci fosse in ballo qualcosa di enorme.
«E allora perché devi andartene proprio adesso?» le chiesi, la voce rauca.
Anna sostenne il mio sguardo con una lucidità dolorosa, quasi regale nella sua fragilità scoperta. «Perché se resto qui altri due giorni, Alessandro, potrei cominciare a sperare che tu scelga me.»
Il silenzio piombò tra noi come una lastra di marmo. Prima che potessi aprire bocca, lei aggiunse, con una dignità feroce che mi tolse il fiato: «E io non voglio diventare una persona che aspetta di essere scelta.»
Non se ne stava andando perché non mi voleva o perché non si sentiva desiderata. Se ne stava andando per salvarsi, perché aveva capito di volere da me una totalità che io, in quel momento, avevo ancora troppa paura o troppa confusione per garantirle.
Allungai una mano e le strinsi il braccio, spinto da un istinto disperato di non lasciarla scivolare via.
«Resta,» le dissi.
Anna chiuse gli occhi per un lungo istante, inspirando profondamente, come se quella singola parola le costasse uno sforzo fisico immane. Quando li riaprì, mi guardò fin dentro l'anima.
«Non chiedermelo se non sai che cosa significa.»
Rimasi immobile, con le labbra socchiuse. Avrei voluto dirle che significava che c'era solo lei. Avrei voluto prometterglielo. Ma mentre la guardavo, nella mia mente balenò l'immagine degli occhi chiari di Val, del suo sorriso luminoso, di quel pomeriggio passato a respirare insieme e della promessa silenziosa rimasta sospesa nell'abitacolo della sua macchina. Val esisteva. Ed era reale tanto quanto il fuoco che avevo tra le braccia.
Per la prima volta nella mia vita, decisi di non mentire per cavarmela. «Io ti voglio, Anna,» le dissi, sentendo ogni parola raschiarmi la gola. «Ma non posso fingere che quello che provo per Val non esista.»
Anna incassò il colpo in pieno viso, ma non abbassò lo sguardo. Non mi insultò, non fece battute taglienti, non mi rinfacciò quello che avevamo appena condiviso tra quelle lenzuola.
«Lo so,» sussurrò semplicemente, posandomi una mano leggera sul petto.
Lo sapeva già prima di entrare in quel letto. Ed era esattamente per questo che, mentre mi stringeva per l'ultima notte prima della fine del nostro processo, aveva già deciso di andarsene.
Il risveglio non fu brusco, fu semplicemente vuoto. Quando aprii gli occhi e allungai il braccio sul materasso, le mie dita incontrarono solo il cotone tiepido del lenzuolo. Anna non era accanto a me.
Mi alzai in fretta, infilandomi i pantaloni della tuta con il cuore che batteva già fuori tempo, e seguii i rumori attutiti lungo il corridoio. La trovai nella stanza di Vittoria.
La scena aveva la lentezza agonizzante di uno smantellamento metodico. Sul pavimento era aperto il piccolo trolley rigido con cui era entrata in casa mia all'inizio di quella folle convivenza. Anna era in piedi davanti al letto, già vestita di tutto punto, i lunghi capelli castano scuro raccolti e ordinati, il viso ovale dai lineamenti fini concentrato nell'operazione. Stava piegando gli ultimi vestiti con la sua consueta, irritante precisione geometrica, controllando che non rimanesse indietro nemmeno uno spillo.
Rimasi appoggiato allo stipite della porta, incapace di fare un passo avanti, mentre il mio cervello registrava ogni singolo dettaglio come una ferita. Il rumore metallico e secco della zip di una tasca interna che veniva chiusa. I suoi evidenziatori colorati, che per giorni avevano colonizzato il tavolo della cucina, già tutti raccolti e allineati nel suo astuccio. Il cavo bianco del caricabatterie arrotolato in una spirale perfetta e posato sopra i codici. Le sue scarpe col tacco basso, sistemate una accanto all'altra vicino alle ruote della valigia, pronte per portarla via. E, sopra ogni cosa, il suo profumo: quell'odore pulito, fresco e inconfondibilmente suo che impregnava ancora l'aria della stanza, ma che sapevo sarebbe evaporato nel giro di poche ore.
Poi, il mio sguardo cadde sull'angolo del materasso rifatto. Lì, piegata in un quadrato impeccabile, c'era la mia vecchia maglietta grigia. Quella in cui aveva dormito, studiato, litigato e fatto l'amore con me.
Deglutii, trovando a fatica la voce. «Puoi tenerla.»
Anna si fermò. Abbassò i grandi occhi castani sul tessuto scolorito, le mani sottili ferme sui bordi della valigia. «È tua,» disse piano. «Lo so.» Alzò lo sguardo su di me, con quell'espressione calma e quasi distaccata che usava per proteggersi. «Allora perché dovrei portarla via?» Feci un mezzo sorriso stanco, infilando le mani nelle tasche. «Perché ti sta decisamente meglio che a me.»
Per un lunghissimo secondo, la maschera della Perfettina vacillò. Le sue labbra carnose si incurvarono in un sorriso minuscolo, quasi impercettibile, intriso di una malinconia dolcissima. Scosse leggermente la testa, come a voler rimproverare la mia solita idiozia. Poi, senza dire una parola, allungò la mano. Prese la maglietta grigia, la sollevò dal letto e la adagiò con cura dentro il trolley, proprio sopra le sue camicie di seta, prima di chiudere il guscio della valigia e tirare la lampo finale. Non era una promessa di ritorno. Lo sapevamo entrambi. Ma era una crepa nella sua armatura, un piccolo cedimento che mi si incise nel petto.
Mentre Anna tirava su il manico telescopico del trolley e usciva in corridoio, la serratura della porta d'ingresso scattò. Vittoria entrò in casa portando con sé una folata d'aria fredda e una busta della spesa. Aveva i lunghi capelli biondo miele sciolti sulle spalle, il viso dalla pelle dorata leggermente arrossato dal vento mattutino e quell'aria sicura e consapevole di chi domina sempre il proprio spazio.
Si bloccò a metà dell'ingresso. I suoi occhi chiari e magnetici scesero immediatamente sulle ruote del trolley di Anna, per poi risalire sui nostri volti tirati. Con la sua solita intelligenza feroce, capì tutto in meno di mezzo secondo. E, da vera Vittoria, scelse il sarcasmo come scudo d'emergenza.
«Wow,» esordì, inarcando un sopracciglio perfetto e appoggiandosi al muro. «Finalmente le Nazioni Unite mi restituiscono la sovranità territoriale.»
Anna si strinse nella sua giacca scura, mantenendo una postura composta ed elegante. «Ho lasciato la stanza in ordine. E le lenzuola pulite sono piegate nell'armadio.» «Non avevo il minimo dubbio sulla logistica, tesoro,» ribatté Vittoria con un mezzo sorriso cinico. «Avevo fortissimi dubbi su tutto il resto.»
Per qualche istante le due ragazze si guardarono in silenzio. Erano agli antipodi – il rigore glaciale contro la verità domestica e sboccata – eppure si rispettavano profondamente, unite dal fatto di essere le uniche due persone al mondo capaci di vedere attraverso tutte le mie stronzate. Non ci fu nessuna tensione ostile. Anzi, lo sguardo di Vittoria si ammorbidì, perdendo la sua patina altezzosa.
«Buon viaggio, Anna,» le disse, con una gentilezza sorprendente e sincera. Anna annuì piano. «Grazie per la stanza, Vittoria.» «Figurati,» rispose la mia coinquilina, avviandosi verso la cucina per togliersi di mezzo. «Magari la prossima volta chiedi il permesso scritto prima di occupare pure il resto della casa e il cervello del mio coinquilino.»
L'ultima battuta rimase sospesa nell'aria, un velo d'ironia per coprire il fatto che anche lei aveva capito quanto quel momento stesse facendo male a entrambi. Vittoria sparì dietro l'angolo della cucina, lasciandoci soli nell'ingresso.
Eravamo davanti alla porta chiusa. La scena aveva una semplicità quasi insopportabile. Anna aveva il cappotto allacciato e la mano stretta sulla maniglia del trolley. Non piangeva; i suoi grandi occhi scuri erano asciutti, limpidi, fissi nei miei. Io, invece, ero lì in tuta, spettinato, con le occhiaie scavate e la sensazione devastante di non aver capito in quale preciso istante quel gioco accademico fosse diventato una questione di vita o di morte.
«Ci vediamo all'udienza,» disse lei, la voce ferma. «Mancano due giorni,» mormorai, come un idiota che spera di fermare il tempo facendolo notare. «Lo so contare, Alessandro,» rispose, con una punta della sua solita, adorabile acidità.
Era una battuta normale. Una delle mille che ci eravamo scambiati tra un codice e una tazza di caffè. Ed era proprio quella normalità che mi stava spaccando in due.
Non dissi altro. Feci un passo avanti e la abbracciai. Non ci fu nulla di sensuale, nessuna mano che cercava la pelle sotto i vestiti, nessun tentativo di riaccendere il fuoco per costringerla a restare. Fu solo un abbraccio lungo, stretto, disperato, in cui affondai il viso tra i suoi capelli profumati. Sentii il suo corpo irrigidirsi per una frazione di secondo, poi Anna lasciò andare la maniglia del trolley e mi circondò la schiena con le braccia, stringendomi forte. Restò contro il mio petto molto più del necessario, inspirando contro la mia spalla come se stesse cercando di memorizzare anche lei qualcosa prima dell'inverno.
Quando ci separammo, lei abbassò la maniglia della porta. «Anna,» la fermai, la voce ridotta a un soffio ruvido. Si voltò a metà, la luce del pianerottolo che le tagliava il profilo delicato. «Mh?» «Non era solo processo.»
Anna mi guardò. Niente difese, niente citazioni giuridiche, niente fughe. «Lo so,» sussurrò.
Poi uscì, e la porta si chiuse alle sue spalle con un colpo sordo che sembrò sigillare una tomba.
Rimasi a fissare il legno verniciato per un tempo indefinito, prima di voltarmi e trascinarmi in cucina. La casa era improvvisamente tornata a essere solo casa nostra, ma l'aria sembrava più rarefatta. Vittoria era in piedi vicino ai fornelli, che armeggiava con le tazze. Era tornata nel suo elemento naturale: la custode della mia realtà, l'unica persona davanti alla quale era fisicamente impossibile fingere di stare bene.
Non mi fece il terzo grado. Non infierì con battute sul mio talento nel rovinare tutto. Si limitò a versare il caffè bollente in una tazza e a farla scivolare sul tavolo davanti a me.
«Ti manca già?» mi chiese piano, appoggiandosi al bancone con la sua tazza tra le mani. Mi lasciai cadere su una sedia, fissando il liquido scuro. «È uscita da trenta secondi, Vitto.» «Non era una domanda temporale, Ale.»
Non risposi, perché qualsiasi risposta sarebbe stata una bugia o una resa. Vittoria sospirò, venne a sedersi sulla sedia accanto alla mia e allungò le gambe sotto il tavolo. Per qualche minuto non fummo l'accusa e la difesa, né il ragazzo incasinato e la coscienza critica. Fummo semplicemente due amici di vecchia data che bevevano caffè nel silenzio pesante di una mattina storta.
«Non ti dirò chi scegliere,» disse a un certo punto, guardando fuori dalla finestra. «Lo so.» Si voltò a guardarmi con i suoi occhi chiari, limpidi e diretti. «Però prima o poi dovrai farlo tu. Senza aspettare che siano le scadenze o le partenze a decidere al posto tuo.»
Mi diede un leggero colpetto con la nocca sul braccio, si alzò e mi lasciò solo.
Finii il caffè e feci un giro per l'appartamento. Entrai in camera mia: il letto era disfatto, ma era solo il mio disordine. Passai davanti alla stanza di Vittoria: il materasso era rifatto con cura militare, la sedia nell'angolo era vuota, priva dei suoi vestiti scuri e della sua borsa in pelle. Senza la sua presenza ingombrante e silenziosa, quel trilocale da studenti sembrava improvvisamente enorme, freddo e silenziosissimo.
Tornai in cucina e mi fermai davanti al tavolo di legno. Non aveva portato via tutto. Sul ripiano erano rimaste le prove materiali di ciò che avevamo costruito: la scaletta definitiva dell'arringa conclusiva, un foglio protocollo fitto di correzioni a margine scritte con la calligrafia minuta, precisa e tagliente di Anna. E, proprio lì accanto, a pochi centimetri di distanza, la penna viola di Val con il suo piccolo cuore di plastica.
Fissai quegli oggetti, sentendo un groppo salirmi in gola. Fino alla notte prima, quella penna e quella scaletta rappresentavano due mondi paralleli, due possibilità tra cui stavo vigliaccamente oscillando. Ora, nel silenzio assordante della cucina, avevano cambiato significato: una era una possibilità luminosa e viva che mi stava ancora aspettando; l'altra era l'impronta lasciata da una ragazza che aveva scelto di andarsene per non dovermi implorare di restare.
Anna era arrivata in casa mia con un trolley, una cartellina rigida e la ferrea convinzione di potermi correggere come un compito sbagliato. Se n'era andata portandosi via una vecchia maglietta grigia, qualche libro e una parte enorme di me che non sapevo nemmeno di averle consegnato.
Sul tavolo era rimasta la sua arringa. Accanto, la penna viola di Val. Mancavano quarantott'ore all'udienza finale. E per la prima volta in vita mia, non avevo paura di perdere il processo. Avevo una fottuta paura di vincerlo senza di lei.
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