Isola Deserta - Capitolo 3

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genere
etero

La prima notte sull’isola non arrivò davvero. Ci cadde addosso. Il sole sparì inghiottito dall'orizzonte e il buio trasformò il mare in una distesa nera e rumorosa. Il vento si alzò, freddo, facendo sbattere il telo colorato che avevamo legato tra le valigie. La parola HELP tracciata sulla sabbia era già mezza cancellata dalla schiuma della risacca, un dettaglio patetico che preferivo non guardare.
Non riuscivo a dormire. Ero seduto con la schiena contro una roccia, i muscoli a pezzi. Il disagio fisico era una morsa costante: il sale si era seccato sulla pelle tirandola fino a farla bruciare, avevo sabbia ovunque nei vestiti umidi, una fame sorda allo stomaco e le labbra spaccate dalla sete. I nostri corpi erano esausti, ma i cervelli giravano a vuoto, troppo terrorizzati per spegnersi.
Osservai gli altri. Giulia tremava nel sonno, rannicchiata su se stessa come un animale ferito. Elena era seduta più lontano, le braccia incrociate e lo sguardo fisso verso la macchia nera degli scogli. Rebecca si era isolata dall'altra parte del nostro ridicolo accampamento, avvolta male in un telo palesemente troppo piccolo, rigida come se non volesse concedere nemmeno al freddo il diritto di piegarla. E poi c'era Marta, sdraiata a un metro da me, la caviglia gonfia sollevata su una borsa. Non dormiva.
«Se questo è il pacchetto base,» mormorò nel buio, la voce impastata, «non voglio sapere quanto costa la pensione completa.» Mi passai una mano sul viso sporco. «Almeno vista mare.» «La vista mare può andare a fanculo.» Non c'era la solita scintilla nella sua battuta. Era stanca, acida, svuotata. Ma andava bene così. Serviva a mantenerla viva, a tenerci ancorati a terra.
Elena non resisteva. L'immobilità la stava divorando. La vidi scattare in piedi, passarsi una mano sui capelli arruffati e fissare di nuovo l'oscurità della scogliera, come se potesse perforarla con lo sguardo. Fece un passo.
«Dove vai?» chiesi, a bassa voce per non svegliare Giulia. «A controllare.» «Al buio?» «Se c’è qualcuno là fuori—» «Al buio troviamo solo il modo di perderci anche noi, Elena.» Lei si voltò di scatto, serrando la mascella. Si incazzò, lo vidi dall'ombra che le indurì i lineamenti. Non perché avessi torto, ma esattamente perché avevo ragione, e lei non sopportava l'idea di essere inutile.
Dal lato opposto del campo, la voce di Rebecca tagliò l'aria salmastra, fredda e perfetta. «Finalmente qualcuno dice una cosa sensata.» Elena strinse i pugni e la guardò malissimo. «Tu sei sensata solo quando hai paura.» Rebecca non si scompose, stringendosi l'asciugamano sulle spalle strette. «Allora stasera sono un genio.» Era una risposta velenosa, intrisa di quell'arroganza che usava per mascherare il terrore.
Il battibecco fece gemere Giulia nel sonno. Si agitò, annaspando con le mani coperte di graffi. Marta, nonostante il dolore alla gamba, si allungò verso di lei, sussurrandole qualcosa per calmarla. Elena le guardò, e per un attimo il suo atteggiamento di marmo vacillò sotto il peso del senso di colpa; voleva agire, voleva essere utile, ma il gruppo stava già cadendo a pezzi senza nemmeno muoversi.
Sospirai, passandomi le mani sulle ginocchia. «All’alba cerchiamo,» tagliai corto, con un tono che non ammetteva repliche. «Ora restiamo vivi fino all’alba.» Nessuno mi nominò capo. Nessuno mi ringraziò per la saggezza. Però nessuno si mosse.
Passò forse un'ora. Il vento si fece più tagliente. Fu allora che mi accorsi che Rebecca stava tremando. Non i brividi passeggeri del calo di adrenalina. Tremava in modo incontrollabile, i denti che sbattevano piano. Sotto il telo minuscolo aveva ancora addosso i resti del suo vestito. Ormai era un cencio inutile: strappato all'altezza della coscia, freddo e incollato alla pelle come una guaina di ghiaccio. Non aveva cercato vestiti asciutti, non aveva frugato nelle valigie come avevamo fatto noi, e di certo non si sarebbe mai abbassata a chiedermi la maglietta che ora copriva Marta.
La fissai attraverso il buio. La sua pelle chiara sembrava quasi riflettere la poca luce della luna. La vulnerabilità del suo corpo seminudo ed esposto al vento creava una tensione strana, densa. Lei se ne accorse subito. Sollevò lo sguardo, incrociando il mio. «Smettila.» «Di fare cosa?» «Di controllare se sto tremando.» «Stai tremando, Rebecca.» «Non era un invito a dirlo.» Era pungente, letale anche mentre moriva di freddo.
Mi sporsi in avanti e recuperai una maglia di flanella spessa da una delle borse aperte, roba che il mare ci aveva lasciato a metà tra l'asciutto e l'umido. Gliela porsi. Lei rifiutò con un cenno secco della testa. «Non mi serve.» «Rebecca.» «Ho detto che non mi serve.» «Hai le labbra viola.»
Lei smise di respirare per un secondo. I suoi occhi nocciola brillarono nell'ombra, sfidandomi apertamente. «Allora non guardarmi la bocca.» Fu una rasoiata. Una frase a doppio senso, affilata, carica di un'elettricità che non aveva nulla a che fare con la sopravvivenza.
A pochi passi da me, sentii il rumore della sabbia. Marta si era mossa impercettibilmente. Non disse nulla, ma il suo silenzio fu eloquente. Aveva sentito. Aveva registrato tutto.
Rebecca non sopportava di essere guardata mentre si rompeva. L'idea che io la fissassi mentre il freddo la dominava era troppo per il suo orgoglio. Si alzò di scatto, stringendo il telo attorno al busto con dita rigide. Fece qualche passo veloce, zoppicando appena, e sparì dietro una grossa roccia calcarea, appena fuori dal nostro perimetro.
Restai fermo per qualche secondo, combattuto. L'istinto mi diceva di lasciarla sbollire, ma il freddo di quella notte era pericoloso sul serio. Mi alzai. Feci per seguirla.
Marta, distesa dietro di me, mi bloccò. Non con un "dove vai?". Sarebbe stato troppo banale per lei. «Occhio a non salvare qualcuno per la terza volta,» sussurrò, la voce carica di un'acidità fredda e controllata. «Poi diventa un’abitudine.»
Mi fermai. Mi voltai a guardarla. Nel buio, i suoi occhi erano due fessure lucide. Sapevo che non stava parlando di salvataggi in mare. Stava parlando della tensione asfissiante che si era creata tra me e l'anomalia bionda, una minaccia silenziosa che Marta stava percependo a fior di pelle. «Torno subito,» le dissi, cercando di mantenere il tono neutro.
Marta chiuse gli occhi e si voltò su un fianco, dandole le spalle. «Sì. Questa l’ho già sentita.»
La trovai seduta nella sabbia umida, con la schiena premuta contro la parete ruvida della roccia, a pochi metri fuori dal nostro accampamento. Era avvolta in quel telo ridicolo, le ginocchia tirate al petto. Respirava male, a scatti. Stava cercando disperatamente di riprendere il controllo del proprio corpo, di rimettere insieme la maschera di perfezione che il mare le aveva strappato, ma non ci riusciva. Il vestito fradicio sotto la spugna la stava congelando viva.
Mi fermai a due passi da lei. «Rebecca.» Non alzò lo sguardo. «Vattene.» «No.» «Non ho bisogno di te.» «Lo so.» «Allora perché sei qui?» «Perché stai mentendo male.»
La verità la colpì come uno schiaffo. Si arrabbiò, perché odiava essere letta in quel modo. Puntò una mano sulla sabbia e fece per alzarsi, con uno slancio d'orgoglio disperato, ma i muscoli intorpiditi la tradirono. Barcollò in avanti. Scattai, afferrandola per le braccia prima che finisse faccia a terra. Al mio tocco, il suo corpo si irrigidì come marmo.
«Non toccarmi,» sibilò, a denti stretti. «Allora respira.» Il suo petto ebbe un sussulto irregolare. Gli occhi nocciola, di solito così fieri, si dilatarono, lucidi e sconfitti. «Non ci riesco.» Fu la prima, vera crepa. Il suono di una lastra di cristallo che si spezza nel buio.
Sentivo il gelo della sua pelle perfino attraverso la stoffa bagnata. «Devi toglierti quella roba,» le dissi, la voce bassa. Lei fece una risata amara, spezzata da un brivido. «Geniale.» «Rebecca.» «Non ho altro.» «Hai il telo.» «È troppo piccolo.» «Meglio del vestito fradicio. Ti stai beccando un'ipotermia.»
Lei mi guardò, gli occhi che sfavillavano di una rabbia umiliata. «E tu che fai, resti qui a goderti la scena?» Mollai la presa sulle sue braccia e feci mezzo passo indietro. «Mi giro.» E lo feci davvero. Le diedi le spalle, fissando l'oscurità del mare agitato.
Cadde il silenzio, riempito solo dal fragore delle onde contro gli scogli e dal fruscio viscido del tessuto bagnato che le si incollava addosso. Sentii il suo respiro affannoso. Il rumore della stoffa che veniva tirata, ma che non cedeva. Il vestito era strappato, annodato male, i lembi ritorti attorno ai fianchi e al busto. Le sue mani tremavano troppo per trovare la presa giusta. La sentii lottare contro se stessa per un minuto interminabile. Poi, la frustrazione prese il sopravvento.
«Cristo…» sibilò, un verso strozzato, quasi un pianto. «Tutto bene?» «No, Ale, non va tutto bene,» sputò, la voce rotta. «Non riesco nemmeno a togliermi un fottuto vestito.» Era pura, devastante impotenza. Nessuna seduzione, nessun gioco. Solo una ragazza terrorizzata che aveva perso tutto. Non mi voltai. E non usai un tono pietoso per consolarla. «Non sei rotta. Hai freddo.»
Quella frase cadde nel vuoto. Restò zitta per un istante infinito. Le arrivò addosso meglio di una carezza, perché le restituì la dignità che sentiva di aver perso. Poi, con uno sforzo enorme, come se le costasse ogni grammo del suo orgoglio, la sua voce mi raggiunse le spalle. «Aiutami.» Non fu dolce. Fu quasi sputata. Ma era una resa.
Mi voltai lentamente e mi avvicinai, tenendo lo sguardo basso, fisso sull'intrico di stoffa logora all'altezza della sua vita. Rebecca teneva il piccolo asciugamano stretto al petto con un braccio, mentre l'altro penzolava lungo il fianco, arreso. Il tessuto bianco del vestito era attorcigliato attorno alla schiena e intrappolato sotto un fianco. Allungai le mani. Le mie dita calde sfiorarono la sua pelle gelata. Al primo contatto, il respiro le si bloccò in gola.
Non c'era delicatezza possibile. Il tessuto era incollato. Afferrai i lembi strappati sul fianco e tirai. Il rumore della stoffa lacerata riempì l'aria. Le strappai letteralmente di dosso quel che restava della gonna, liberando le sue gambe lunghe, lisce e coperte da una miriade di brividi. Il sale marino la faceva brillare nella penombra, creando un contrasto abbacinante con la notte intorno a noi.
Risalii con le mani verso il torace. Dovetti passargli le braccia attorno alla vita per sbrogliare il nodo sulla schiena. Eravamo a millimetri di distanza. Potevo sentire il profumo della sua pelle mescolato all'odore aspro della salsedine. Quando sfilai l'ultima porzione di tessuto, le mie nocche le sfiorarono involontariamente il ventre piatto, teso dallo spasimo del freddo. Rebecca sussultò, inarcando appena la schiena. L'asciugamano le scivolò giù di qualche centimetro. I capelli bagnati le ricadevano sulle spalle nude. I suoi seni, pieni e pesanti, premevano contro l'orlo di spugna troppo stretto, i capezzoli turgidi e induriti dal gelo che facevano capolino oltre il tessuto, quasi sfiorando il mio braccio.
Il vestito cadde sulla sabbia con un tonfo bagnato. Rebecca era completamente nuda, a parte quel lembo di asciugamano che la copriva a malapena, lasciando esposta la curva perfetta dei fianchi, la pelle d'oca sulle cosce affusolate e la schiena interamente scoperta. Era una visione devastante. Erotica in modo viscerale, crudo, perché nata da una vulnerabilità assoluta.
Cercai di tenere gli occhi fissi sul mucchio di stoffa a terra. I miei muscoli erano tesi fino allo spasimo, il respiro pesante. Stavo combattendo fisicamente per non far scivolare lo sguardo sulle sue gambe, sulla spaccatura dei seni che il telo non riusciva a contenere.
Lei se ne accorse. Registrò il modo in cui mi irrigidivo pur di non guardarla, la fatica che stavo facendo per mantenere il controllo. Si strinse il telo addosso, coprendo quel che poteva, tremante ma improvvisamente lucida.
«Non guardare,» disse, la voce un soffio roco, carico di un'intimità improvvisa e pericolosa. Deglutii a fatica. «Non sto guardando.» Lei abbassò lo sguardo sulle mie mani, ancora vicinissime ai suoi fianchi nudi, poi alzò gli occhi nocciola sui miei. C'era una strana luce lì dentro, una scintilla di arroganza ferita e desiderio disperato. «Lo so,» mormorò, le labbra socchiuse che sfioravano quasi il mio viso. «È quasi peggio.»
Quando il vestito cadde finalmente sulla sabbia, mi aspettai di vederla tirare un sospiro di sollievo. Invece, Rebecca si spezzò. La nudità totale, l'aria gelida che le sferzava la pelle bagnata, il buio opprimente e il rumore del mare innescarono qualcosa di profondo. La memoria dell'acqua le piombò addosso. Il suo respiro si spezzò in un rantolo acuto. Il corpo iniziò a tremare così forte che sembrava sul punto di frantumarsi. Si portò le mani al petto e si rannicchiò, ma non c'era nulla di seduttivo in quel gesto: stava solo cercando disperatamente di tenersi insieme.
Mi abbassai di fronte a lei. «Guardami.» «No,» singhiozzò, scuotendo la testa. «Rebecca.» «Non voglio che mi guardi così.» «Così come?» «Come se fossi… così.» Non riusciva nemmeno a dirlo. Debole. Nuda. Spaventata. L'ombra di se stessa.
La presi per le braccia e la feci sedere sulla sabbia, avvolgendole le spalle con quel telo minuscolo. Poi mi sedetti dietro di lei. La avvolsi da dietro con il mio corpo, chiudendola in una morsa sicura, per passarle tutto il calore che avevo, ma facendo attenzione a non invaderla. Sentivo la grana della sua pelle d'oca contro il mio petto.
«Respira con me,» le sussurrai all'orecchio. Lei si irrigidì, lottando contro il panico. «Non sono una bambina.» «No. Sei una stronza congelata.» Un respiro le si incastrò in gola. «Stronzo.» «Meglio. Se mi insulti, respiri.» Le presi le mani. Erano due blocchi di ghiaccio. Gliele chiusi tra le mie, stringendole forte contro il suo stomaco. Lei cercò di liberarsi per un istante, per puro orgoglio, poi smise, abbandonandosi contro il mio petto. «Inspira.» «Smettila di comandarmi,» sibilò, la voce che tremava meno. «Fallo per dispetto.» «Ti odio.» «Va benissimo. Inspira.» Lentamente, assecondando il ritmo del mio torace contro la sua schiena nuda, il tremore iniziò a placarsi.
Quando il panico si ritirò, lasciò il posto a una lucidità nuova, affilata. E improvvisamente, Rebecca si rese conto della nostra posizione. Era completamente nuda sotto quel telo. Io ero premuto dietro di lei. Le mie braccia la circondavano, le mie mani coprivano le sue, intrecciate appena sotto i suoi seni. Il mio respiro le solleticava la pelle salata del collo. Ero rigido, immobile, ma il mio corpo mi tradiva. L'attrito, il profumo della sua pelle fredda, la curva della sua schiena premuta contro il mio bacino... la mia reazione fisica era innegabile, tesa contro di lei.
Lei lo percepì. Sentii un brivido diverso, più caldo, attraversarle la spina dorsale. Quella consapevolezza cambiò tutto.
«Adesso non mi stai compatendo,» mormorò, la voce improvvisamente ferma. Restai immobile, il respiro pesante. «No.» «Lo sento.»
Non serviva aggiungere altro. La paura non l'aveva svuotata del suo potere. Era ancora la ragazza che piegava il mondo al suo volere, e avermi letteralmente in pugno con la sua sola presenza le restituì tutta l'arroganza che aveva perso.
Rebecca si girò appena nel telo, scivolando sulla sabbia umida in modo da potermi guardare in faccia. Non c'era più traccia di panico nei suoi occhi nocciola. Era lucida, ancora fragile, ma fottutamente consapevole. Istintivamente, per correttezza, provai ad allontanarmi, a rompere quel contatto diventato troppo elettrico. Lei scattò, bloccandomi il polso con le dita gelide.
«Non spostarti.» «Rebecca…» «Non fare quella voce.» «Quale voce?» «Quella da bravo ragazzo che cerca di salvarmi anche da me.» Silenzio. Solo il rumore del mare e del mio cuore che martellava. Lei si inumidì le labbra. «Non mi devi salvare ancora.» «Non sto cercando di salvarti.» «Allora tienimi e basta.»
Fu il segnale. Il telo scivolò via dalle sue spalle con una lentezza studiata. Si raddrizzò in ginocchio davanti a me, lasciando che la debole luce lunare illuminasse la perfezione del suo corpo nudo. Lo fece in modo vanitoso, sfacciato, come una modella su una passerella privata. Si offriva allo sguardo come una ricompensa inarrivabile, il seno pieno e turgido per il freddo, la vita sottile, la pelle lucida di sale e umidità.
Spostò le mie mani, impedendomi di guidarla. Voleva il controllo assoluto. «Mi hai salvata due volte,» sussurrò. «Non devi ringraziarmi.» «Infatti.» Fece una pausa, i suoi occhi incollati ai miei. «Voglio.»
Si abbassò su di me. Le sue mani fredde scivolarono lungo il mio addome. Trattenni il fiato quando le sue dita gelate si chiusero attorno a me, decise, possessive. Il contrasto tra la sua pelle ghiacciata e il calore febbrile del mio corpo fu una scossa che mi fece inarcare la schiena. «Rebecca, aspetta,» ansimai, spiazzato da quell'urgenza. «No.» «Sei sicura?» «Non farmelo ripetere.» «Non voglio che domani—» «Domani deciderò cosa pensare domani.»
La sua bocca si dischiuse. Le sue labbra piene e carnose, rese lucide dalla saliva, mi accolsero. Fu un gesto rapido ma di un'intensità stordente. Lo prese lentamente, in modo passionale, usando la lingua con una precisione che mi fece chiudere gli occhi. Sentivo il calore umido dell'interno della sua bocca in totale contrasto con la notte gelida. Le sue mani lavoravano con fermezza, stringendo, dettando il ritmo, la pressione. Non era un gesto tenero. Era rabbia, era sfida, era la necessità fisica di ristabilire la gerarchia. Ogni tanto sollevava gli occhi verso i miei per assicurarsi che io la stessi guardando, che io fossi completamente soggiogato da lei.
L'adrenalina rendeva tutto più sbagliato e intenso. Mi morsi il labbro per non fare rumore: il campo era a pochi metri, il mare copriva i suoni ma l'intimità era assoluta. La sua saliva bagnava la pelle, i movimenti della sua bocca diventarono più rapidi, più affamati. Mi stringeva la base con la mano sinistra, mentre con la destra accarezzava e possedeva ogni frammento di quel piacere che stava costruendo. Il mio respiro divenne un rantolo. Ero al limite, prigioniero della sua bocca e del suo sguardo arrogante.
«Non guardarmi come se ti stessi facendo un favore,» sussurrò, staccandosi per un millesimo di secondo, le labbra lucide. «E allora come devo guardarti?» ansimai, i muscoli contratti. Rebecca alzò gli occhi, fieri, assoluti. «Come prima.» Quell'ordine fu il colpo di grazia. Il climax mi investì con una violenza inaudita, silenzioso e bruciante, macchiandole il viso e la pelle prima che lei si scostasse, riprendendo fiato, padrona assoluta del mio crollo.
Ero scosso, il respiro corto. Il desiderio e l'adrenalina mi avevano mandato il cervello in corto circuito. Istintivamente, volli ricambiare. Volevo cancellare la distanza, baciarla, stringere il suo corpo meraviglioso e farle sentire quello che aveva appena fatto a me. La afferrai per i fianchi. Con un movimento fluido e brutale la tirai contro di me, spingendola schiena a terra sulla sabbia. Mi misi sopra di lei, le mie gambe che intrappolavano le sue. Sbattei la mia eccitazione ancora pulsante contro la sua intimità bagnata e fredda, cercando il calore della sua pelle. Affondai il viso nel suo collo salato, baciandole la clavicola, inebriato dal suo sapore, pronto a farla mia.
Ma le sue mani scattarono contro il mio petto. Lo spinse via con una forza inaspettata, rigida come un pezzo di ferro. «No.» Mi bloccai all'istante, col fiato corto. «Rebecca…» «No.» «Pensavo—» «Hai pensato male.»
La freddezza nella sua voce fu una doccia gelata. Mi sollevai subito, rispettando il limite senza insistere, rotolando di lato sulla sabbia. Lei si mise a sedere con calma, recuperò il telo e se lo strinse addosso. Era di nuovo nuda sotto, ma l'imbarazzo era sparito. Ora era la regina di quel frammento di isola.
«Era un grazie,» disse, lisciandosi i capelli salati. «Un grazie abbastanza complicato,» risposi, cercando di rimettere insieme i pensieri. «Io sono complicata.» Poi, piantò i suoi occhi nei miei, letale: «Non era un invito.»
Restai in silenzio. Mi sentivo confuso, quasi ferito. Per me quell'esplosione di fisicità era stata un gesto di intimità estrema. Per Rebecca lo era stato altrettanto, ma proprio per quel motivo doveva controllarne le conseguenze. Non voleva che pensassi di poterla avere. Non voleva sembrare fragile, né voleva che io pensassi di aver vinto qualcosa.
«Non confonderti, Ale,» aggiunse, la voce vellutata ma minacciosa. «Mi sembra tardi.» «Allora recupera.» «Era solo un grazie?» chiesi, guardandola negli occhi. «Era il mio grazie.» C'era un abisso di differenza in quella specificazione. Non significava nulla, significava esattamente quello che decideva lei.
Si sistemò meglio la stoffa ruvida sulle spalle. «E se lo dici a qualcuno, ti rovino.» Sostenni il suo sguardo, annuendo. «Non lo dico.» «Nemmeno a Marta.» «Non lo dico a nessuno.» «Bravo.»
Sembrava stronza, intoccabile, perfetta. Ma mentre si voltava verso il buio per guardare il mare, vidi il lembo del telo vibrare impercettibilmente. Stava tremando ancora. E questa volta, non era soltanto per il freddo.
Non potevo saperlo con certezza in quel momento, ma a pochi metri di distanza, dietro la barriera invisibile del buio e del vento, Marta non stava dormendo. Dalla sua posizione vicino al telo dell'accampamento, aveva aperto gli occhi al momento sbagliato. Non aveva sentito le parole. Il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli aveva inghiottito ogni suono, ogni respiro spezzato. E non aveva visto con chiarezza l'atto in sé.
Ma aveva visto abbastanza. Aveva visto la sagoma di Rebecca, seminuda o coperta male da quel minuscolo asciugamano chiaro. Aveva visto me, in piedi, immobile davanti a lei. Aveva visto la dinamica dei corpi, la vicinanza asfissiante, e poi Rebecca che si rialzava lentamente, sistemandosi il telo con una gestualità che tradiva una confidenza improvvisa. E aveva visto me restare pietrificato per secondi interminabili dopo che lei si era scostata. Non servivano i dettagli per capire. Marta aveva compreso perfettamente che in quell'ombra era successo qualcosa di profondamente intimo, qualcosa che aveva spostato gli equilibri dell'isola. Non fece scenate. Non disse una parola. Si limitò a voltarsi su un fianco, dando le spalle alla roccia, stringendosi addosso la mia maglietta. Ma il nostro rapporto, pur non essendo mai davvero iniziato, era già irrimediabilmente cambiato.
Rebecca tornò al campo prima di me. La guardai allontanarsi: camminava piano, ancora scalza sulla sabbia umida, ancora coperta a malapena da quel lembo di spugna. Eppure, la postura era diversa. Non sembrava felice, e di certo non sembrava una ragazza innamorata o travolta dal romanticismo. Sembrava una regina che aveva appena recuperato un pezzo del proprio trono in mezzo ai detriti di un naufragio.
Passò a pochi centimetri da Marta. Marta teneva gli occhi rigorosamente chiusi, il respiro regolare di chi finge di essere sprofondato nel sonno. Ma Rebecca era troppo lucida, troppo sintonizzata sulle frequenze della tensione per non capirlo. Si fermò per una frazione di secondo. «Dormi?» mormorò, una vibrazione sottilissima, quasi impercettibile. Marta non rispose. Non mosse un muscolo. Rebecca capì. Le sue labbra si piegarono appena in un mezzo sorriso. Non era un sorriso di vittoria piena, totale; c'era anche un'ombra di paura, la consapevolezza che il gioco si stava facendo pericoloso. Ma le bastava. Si allontanò e andò a sedersi lontana, avvolta nel suo telo, isolata ma di nuovo intoccabile.
Io tornai qualche minuto dopo. Mi sdraiai al mio posto, a un metro da Marta. Lei continuò a fingere di dormire. Lo sapevo, sentivo la rigidità del suo corpo attraverso il buio, ma non ebbi il coraggio di dirle nulla. Il silenzio era l'unica difesa che ci restava.
Nessuno dormì davvero. Restai sdraiato sulla schiena, gli occhi sgranati a fissare il cielo nero, con i muscoli a pezzi e il cervello in fiamme. Marta era un blocco di ghiaccio accanto a me, fredda e immobile. Rebecca era lontana, ma sentivo il suo sguardo scivolare su di me a intervalli regolari, pesante come piombo. Giulia si agitava nel sonno, gemendo per i lividi e il trauma. Elena, seduta a gambe incrociate, fissava l'orizzonte, aspettando un'alba che sembrava non voler arrivare mai.
Avevo addosso tre pesi, uno più schiacciante dell'altro. Avevo aiutato Rebecca quando era crollata. L'avevo desiderata, perdendo il controllo in modo disastroso. E sentivo di aver tradito qualcosa con Marta. Anche se tra me e Marta non c'era stato nulla di definito, nessuna promessa e nessun bacio, la sensazione di colpa mi stringeva lo stomaco. Era questa la crudeltà del triangolo che si era innescato: nessuno aveva promesso niente, ma tutti si sentivano già irrimediabilmente traditi.
All’alba, la parola HELP era quasi sparita dalla sabbia. Il mare se l’era mangiata durante la notte, lettera dopo lettera, con un'indifferenza brutale, come se anche il solo diritto di chiedere aiuto fosse stato un lusso che non potevamo permetterci.
La luce grigia del mattino illuminò il nostro accampamento disperato. Il telo colorato era mezzo crollato, le valigie coperte di salsedine. Elena fu la prima ad alzarsi. Si passò una mano sul braccio fasciato, gli occhi chiari già puntati verso l'interno dell'isola. «Adesso cerchiamo gli altri.» La sua voce era roca, ma non ammetteva repliche.
Giulia tremò sotto il suo asciugamano, svegliandosi di soprassalto. Marta si tirò su a fatica, facendo leva sui gomiti, il viso pallido e segnato dalla notte insonne. Non mi guardò. Non rivolse lo sguardo dalla mia parte nemmeno per un secondo.
Rebecca, invece, si alzò e mi passò accanto. Camminava ancora scalza, avvolta in quell’asciugamano troppo piccolo e in un orgoglio ancora più sottile e tagliente. Quando fu a un passo da me, rallentò impercettibilmente. Mi sfiorò appena il braccio con le dita fredde.
«Buongiorno, eroe,» sussurrò, in modo che solo io potessi sentirla. Non sembrava un ringraziamento. Sembrava il promemoria di un segreto. Una catena invisibile che mi aveva appena messo al collo.
La guardai allontanarsi verso il bordo dell'acqua. E mentre il primo raggio di sole pallido illuminava la schiuma delle onde, capii che l’isola non aveva aspettato nemmeno l’alba per iniziare a rovinarci.
di
scritto il
2026-08-20
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