Processo Simulato - Vol.1: Capitolo 14

scritto il 2026-10-22 tempo di lettura 54 min

di
genere
etero
cura
A

Il ritorno alla normalità domestica ha il suono di una playlist indie sparata a volume illegale dal corridoio e l'aspetto di una montagna di vestiti buttati a caso su una poltrona.

Nel giro di dodici ore, Vittoria si era ripresa i suoi spazi con la rapidità di un'occupazione abusiva, cancellando ogni traccia del rigore geometrico di Anna. Il cavo del suo caricabatterie serpeggiava di nuovo pericolosamente sul pavimento del salotto, una tazza sporca di tè stazionava vicino al divano e la porta del bagno era tornata a essere territorio di guerra aperta. La casa era tornata a essere la nostra casa: caotica, vissuta, sporca di abitudini vecchie di anni.

Eppure, il mio cervello si rifiutava di collaborare con il nuovo arredamento. Continuavo a cercare Anna nei gesti più stupidi. Mi aspettavo di sentire il ticchettio nervoso della sua penna sul legno, o di vederla comparire sulla soglia per criticare il modo in cui tenevo la schiena curva sul portatile.

Ero seduto al tavolo della cucina, immerso fino al collo nella revisione dell'arringa difensiva. Scrissi di getto una frase di raccordo per contestare l'attendibilità degli orari delle chat e, per puro automatismo muscolare, mi voltai verso la sedia alla mia destra.

«Anna, questa secondo te…»

La frase mi morì sulle labbra. La sedia era vuota. Non c'erano i suoi grandi occhi castani pronti a passarmi ai raggi X, né i suoi lunghi capelli scuri raccolti in modo disordinato. C'era solo lo schienale di legno graffiato.

Dalla zona dei fornelli, dove stava armeggiando con una padella, Vittoria si bloccò. Si voltò lentamente verso di me, in pantaloncini di felpa e canotta bianca che le fasciava il busto morbido, i lunghi capelli biondo miele legati alla bell'e meglio e quello sguardo chiaro, freddo e tagliente che non perdonava nulla.

«Hai appena parlato con una sedia?» mi chiese, inarcando un sopracciglio.

Mi schiarii la gola, tornando a fissare lo schermo con finta nonchalance. «Sto provando un'arringa.»

«E la sedia come la trova?»

«Decisamente più collaborativa di te,» ribattei secco.

Vittoria scosse la testa, trattenendo a fatica un mezzo sorriso sulle labbra piene prima di tornare alle sue uova strapazzate. Non infierì oltre, e le fui grato per quel silenzio.

Mi rimisi al lavoro da solo, costringendomi a concentrarmi. Mentre scorrevo i paragrafi, però, mi accorsi di una cosa assurda: non avevo più bisogno che Anna fosse fisicamente lì per sapere cosa avrebbe detto. Sentivo la sua voce nella testa, limpida e spietata, che mi tagliava via gli aggettivi superflui, che mi obbligava a legare ogni intuizione a un dato oggettivo del fascicolo. Mi aveva insegnato a dare una struttura al mio talento dispersivo, ma soprattutto, a furia di farci la guerra su quelle carte, avevo imparato a conoscere i meccanismi della sua mente quasi quanto conoscevo i miei.

A tarda sera, il telefono vibrò sul tavolo, proprio accanto al codice di procedura. Lo schermo si illuminò con una notifica.

Anna: Ho aggiornato l'ultima replica sul file condiviso. Controlla la parte sul movente.



Fissai quelle due righe. Niente saluti, niente domande su come avessi passato la giornata, nessuna traccia della ragazza che meno di ventiquattr'ore prima aveva tremato tra le mie braccia confessandomi di aver paura. Era tornata la collega formale, trincerata dietro la sua armatura digitale.

Presi il telefono e digitai una risposta, cercando di strapparle almeno una reazione.

Ale: Ricevuto, capo.

La risposta arrivò in meno di dieci secondi.

Anna: Non chiamarmi capo.

Sorrisi da solo, appoggiando la schiena alla sedia.

Ale: Ti manca già il mio talento?



I tre puntini di sospensione comparvero sullo schermo, sparirono, poi ricomparvero. Rimase a fissare la chat per un minuto buono prima di inviare.

Anna: Domani alle nove davanti all'aula. Non fare tardi.



Rilessi lo scambio tre volte. Le mie dita rimasero sospese sulla tastiera virtuale: avrei voluto chiederle se stesse bene, se avesse dormito, o se avesse indossato la mia maglietta grigia. Ma bloccai il pollice e bloccai lo schermo. Aveva tracciato il suo confine per non sentirsi una donna in attesa, e io non avevo alcun diritto di scavalcarlo con un messaggio di mezzanotte senza avere una risposta vera da offrirle.

Il giorno della vigilia scivolò via in una bolla di concentrazione quasi irreale. Per la prima volta nella mia intera carriera universitaria, non cercai scuse per distrarmi, non uscii a prendere cinque caffè al bar e non mi ridussi all'ultimo minuto confidando nella mia parlantina.

Passai il pomeriggio chiuso in camera mia a limare la chiusura dell'arringa difensiva. La struttura logica era quella blindata che avevo costruito con Anna, ma sentivo che mancava ancora l'affondo finale, il passaggio capace di disinnescare la bomba morale del nostro cliente senza farci apparire come dei complici disonesti.

Appoggiai la penna sul foglio bianco e scrissi di getto, lasciando che le parole prendessero il mio ritmo naturale:

«Non siamo qui per stabilire se il nostro assistito sia una persona dalla condotta esemplare. Siamo qui per stabilire se le prove depositate dimostrino, oltre ogni ragionevole dubbio, ciò che gli viene attribuito. Sono due domande profondamente diverse. E confonderle, cercando una condanna morale dove manca la tenuta della prova, sarebbe l'errore più grave che quest'aula potrebbe commettere.»



Rilessi quelle righe a bassa voce. Funzionavano. Non era un colpo di teatro per strappare l'applauso e non era nemmeno un cavillo freddo da manuale. La differenza rispetto al passato era che, per la prima volta, non avevo scritto una frase per impressionare Nardi, per stuzzicare Anna o per farmi guardare da Val. L'avevo scritta perché credevo davvero in ogni singola parola. Avevo trovato la mia voce.

Quando scese la notte, preparai la camicia e la giacca scura per il giorno dopo, appendendole fuori dall'armadio.

Tornai in cucina per spegnere la luce e il mio sguardo cadde sul tavolo. Accanto al faldone chiuso della difesa, c'era ancora la penna viola di Val. La presi tra le dita, osservando quel ridicolo cuoricino di plastica che brillava nella penombra.

Sapevo che dall'altra parte della città c'era una ragazza bionda, solare e meravigliosa che domani avrebbe indossato i panni del pubblico ministero e mi avrebbe dato battaglia senza sconti, aspettando che il sipario calasse per avere la mia risposta.

Non presi il telefono per scriverle. Non cercai rassicurazioni facili prima dello scontro. Camminai fino in camera mia e infilai la penna viola nel taschino interno della giacca, proprio all'altezza del petto. Domani l'avrei affrontata in aula da professionista, alla pari, mettendoci tutto quello che avevo. E poi, finalmente, avrei smesso di scappare.
L’aula magna del secondo piano era esattamente come l’avevo lasciata nel primo capitolo di questa assurda discesa agli inferi, solo con il doppio dell'ansia e la metà dell'ossigeno disponibile.

C’era quella tipica, inconfondibile atmosfera universitaria da giorno del giudizio: una sessantina di studenti ammassati sulle vecchie panche di legno lucido, fascicoli aperti sulle ginocchia, qualcuno accovacciato vicino al muro alla ricerca disperata di una presa funzionante per un portatile al due per cento di batteria. Dal corridoio filtravano i colpi sordi di un tizio che stava prendendo a pugni il distributore automatico colpevole di essersi mangiato un euro e cinquanta senza restituire il resto, mentre tra le file serpeggiavano i commenti sottovoce e le scommesse clandestine sui favoriti.

Era novembre inoltrato. Fuori Napoli aveva il colore del piombo fuso, ma dalle enormi finestre ad arco entrava una luce bianca, cruda e tagliente, abbastanza forte da illuminare ogni granello di polvere sospeso nell'aria e da rendere tutto fin troppo reale.

Per un miracolo che rasentava il paranormale, ero arrivato in anticipo. Avevo indossato la giacca scura, e nel taschino interno, proprio sopra lo sterno, sentivo la pressione leggera della penna viola di Val.

Dall'altra parte dell'aula, al banco dell'accusa, Vittoria e Val erano già in posizione. Vittoria era uno spettacolo di eleganza algida: indossava un completo dal taglio impeccabile che le fasciava la figura slanciata, i lunghi capelli lisci biondo miele sciolti sulle spalle e quel viso dorato dal sole che manteneva un'espressione vagamente altezzosa. Quando i suoi occhi chiari e magnetici mi intercettarono sulla soglia, alzò pigramente due dita dalla copertina del codice in un saluto che era al novanta per cento una minaccia di morte e al dieci per cento un insulto personale.

Accanto a lei, Val alzò la testa dai suoi appunti. Il contrasto con la mia coinquilina era straordinario: aveva i capelli mossi che le ricadevano morbidi sul petto, una camicia chiara sotto il blazer che lasciava intravedere il collo lungo, le clavicole delicate e la curva generosa e pulita del suo décolleté. Quando mi vide, le sue labbra carnose e ben disegnate si aprirono in un sorriso. Non era un sorriso da fidanzata, avevamo concordato di congelare tutto fino al fischio finale, ma era un sorriso luminoso, vivo, che attraversò l'aula per dirmi una cosa sola: in bocca al lupo, anche se oggi ho intenzione di farti a pezzi.

Raggiunsi il banco della difesa, posando la mia borsa sul legno. Pochi minuti dopo, il brusio vicino alla porta cambiò tono. Anna era appena entrata.

Se speravo di trovare sul suo volto anche solo un'ombra della ragazza che meno di quarantott'ore prima si era portata via la mia vecchia maglietta grigia dentro un trolley, rimasi deluso. Era semplicemente impeccabile. Indossava un abito sobrio e scuro che seguiva la sua linea snella e i fianchi morbidi senza concedere nulla alla distrazione; i capelli castano scuro erano domati in una piega liscia e ordinata, il viso ovale e delicato era una maschera di quiete assoluta, e stringeva al petto la sua inseparabile cartellina rigida come uno scudo.

Si sedette accanto a me, lasciando dieci centimetri di vuoto tra le nostre sedie.

«Buongiorno, Alessandro,» disse, posando i codici sul banco con millimetrica precisione.

La guardai di sbieco, osservando la linea del suo profilo sottile e quelle labbra piene e lucide che conoscevo a memoria. «Buongiorno, Perfettina.»

Aprì la cartellina senza voltarsi. «Hai ripassato?»

«Ho studiato,» la corressi con orgoglio.

Anna fermò la mano sui fogli e mi lanciò un'occhiata laterale dai suoi grandi occhi castani. «Non esageriamo.»

Per una frazione di secondo, gli angoli delle nostre bocche si sollevarono all'unisono. Fu un lampo minuscolo, l'ultima scintilla superstite della nostra vecchia sintonia domestica, prima che la realtà ci piombasse addosso.

La porta sul fondo si spalancò ed entrò il professor Nardi, seguito da due assistenti. Il silenzio calò sull'aula magna come una ghigliottina.

Nardi raggiunse la cattedra centrale, si tolse gli occhiali e passò in rassegna i due banchi contrapposti con lo sguardo di un chirurgo pronto a incidere senza anestesia.

«Signori, benvenuti all'udienza conclusiva del laboratorio,» esordì, la voce baritonale che rimbombava contro le pareti alte. «Prima di dare la parola all'accusa, vi ricordo il criterio con cui verrete giudicati oggi. Questa simulazione produrrà due risultati distinti: da un lato emetteremo una decisione motivata nel merito del caso; dall'altro valuteremo il lavoro complessivo delle singole squadre, tenendo conto della preparazione, della tenuta logica dell'argomentazione, della capacità di replicare a braccio e, soprattutto, della correttezza professionale.»

Fece una pausa, appoggiando i palmi sul legno della cattedra e sporgendosi in avanti. «Vi ricordo, inoltre, che siamo in un'aula di Giurisprudenza e non sul set di una serie televisiva americana di seconda serata. Chi alza la voce, gesticola o cerca il colpo di scena senza avere un solido argomento giuridico non diventa più convincente. Diventa soltanto più fastidioso.»

Sentii immediatamente una ventina di paia d'occhi nella platea puntarsi sulla mia nuca. Accanto a me, Anna girò lentamente la testa e mi rivolse uno sguardo muto, eloquente e vagamente sadico.

Mi sporsi appena verso il suo orecchio, sentendo l'odore familiare della sua pelle. «Mi sento attaccato personalmente,» sussurrai.

«Perché il professore ha perfettamente ragione,» mormorò lei di rimando, senza muovere un muscolo del viso.

Sorrisi a denti stretti.

«La parola alla pubblica accusa per la discussione finale,» dichiarò Nardi.

Val si alzò in piedi. Si abbottonò il blazer scuro con un gesto calmo, sistemandosi una ciocca biondo miele dietro l'orecchio. Accanto a me, sentii Anna rilassare impercettibilmente le spalle: avevamo passato notti intere a smontare la linea accusatoria di Val, conoscevamo a memoria i punti deboli dei loro primi screenshot e avevamo il colpo in canna delle omissioni della testimone.

Ma appena Val iniziò a parlare, capii che non stava seguendo il copione che avevamo previsto.

Non provò minimamente a difendere a spada tratta il primo deposito probatorio. Al contrario, con una lucidità disarmante, aprì il suo intervento riconoscendo apertamente davanti alla corte che la prima raccolta di screenshot fornita dalla testimone era parziale e incompleta. Non cercò scuse; spiegò con rigore tecnico perché quella selezione iniziale imponesse la massima cautela metodologica.

Vidi Anna irrigidirsi sulla sedia, le sopracciglia definite che si aggrottavano. Val ci stava togliendo il terreno da sotto i piedi, disinnescando la nostra arma principale prima ancora che potessimo estrarla dalla fondina.

Con voce ferma, limpida e priva di qualsiasi esitazione, Val passò ad analizzare il log integrale delle chat, quello stesso file che noi avevamo preteso di acquisire, dimostrando come, pur depurato dalle forzature della testimone, il testo completo facesse emergere in modo inequivocabile il livore personale, il movente specifico e la condotta intenzionale del nostro assistito per danneggiare la collega nella selezione. Laddove la prova restava indiziaria o insufficiente su alcuni passaggi tecnici della manipolazione, Val non finse il contrario. Lo ammise con un'onestà intellettuale che lasciò l'aula in un silenzio religioso.

«Non vi chiedo di ignorare i messaggi che indeboliscono o rendono più complessa la nostra prima ricostruzione,» scandì Val, puntando i suoi occhi chiari e penetranti dritti verso Nardi. «Vi chiedo esattamente l'opposto: vi chiedo di leggerli insieme a tutti gli altri, perché è proprio nell'intero contesto, e non nel frammento, che la responsabilità dell'imputato smette di essere un'ipotesi e diventa una traccia coerente.»

Rimasi sinceramente colpito. Val aveva appena fatto la mossa più intelligente e matura possibile: aveva sacrificato di spontanea volontà un argomento debole per blindare la credibilità complessiva della propria posizione, una manovra così chirurgica e spietata che, a parti invertite, Anna l'avrebbe applaudita.

Quando Val lasciò la parola a Vittoria per la disamina della sequenza temporale delle comunicazioni, l'accusa completò il capolavoro. Vittoria si alzò con quel suo portamento composto e quasi snob, e in cinque minuti scarsi sezionò gli orari di invio e cancellazione dei messaggi con una precisione tagliente e glaciale, senza sbagliare un congiuntivo o un riferimento agli atti. Funzionavano a meraviglia insieme: la luce onesta di Val e la lama affilata di Vittoria. Era, senza alcun dubbio, la migliore esibizione processuale dell'accusa dall'inizio dell'anno.

«La parola alla difesa,» annunciò Nardi, prendendo appunti sul suo registro.

Fu il nostro turno di scendere in trincea. Anna si alzò per prima. Nonostante il colpo incassato dalla strategia di Val, la sua voce non tremò di un millimetro: impostò l'inquadramento giuridico con una pulizia formale mostruosa, smontando pezzo per pezzo il legame automatico tra il rancore personale emerso nelle chat e la prova materiale della manipolazione informatica.

Quando si sedette e mi fece un cenno col capo, mi alzai io. Non cercai la battuta facile. Presi l'impalcatura teorica che Anna aveva appena eretto e ci soffiai dentro il ritmo, sviluppando il ragionamento con naturalezza, portando l'attenzione della corte sul vero nervo scoperto del processo: un movente meschino e una condotta moralmente discutibile non dimostrano automaticamente la commissione dello specifico fatto contestato.

Per un quarto d'ora, tutto il dolore, le valigie chiuse e i letti vuoti sparirono dall'aula magna: tornammo a essere la macchina da guerra perfetta che avevamo costruito sul tavolo della mia cucina. Non avevamo nemmeno bisogno di guardarci per coordinarci. Mentre parlavo, allungavo la mano a sinistra e le dita sottili di Anna ci facevano scivolare dentro il documento esatto con il paragrafo già evidenziato in giallo. Quando Nardi mi interruppe a metà frase con una domanda a trabocchetto sulla catena di custodia del file, vidi con la coda dell'occhio Anna toccare con la punta della penna una nota a margine sul nostro blocco condiviso, e io agganciai il suggerimento al volo, rispondendo al professore senza perdere una battuta.

Mi avviai verso la chiusura del primo intervento, sentendo il silenzio della sala completamente nelle mie mani. Alzai lo sguardo verso la cattedra e scandii la frase che avevamo partorito insieme tra i crackers e il caffè freddo:

«Una verità selezionata non è necessariamente falsa,» dissi con voce chiara e ferma. «Ma una prova selezionata non può mai pretendere di essere intera. E laddove manca l'integrità originaria del metodo, signor Giudice, il dubbio non è un cavillo difensivo: è l'unica garanzia che ci separa dall'arbitrio.»

Mentre tornavo a sedermi, incrociai per un solo secondo gli occhi grandi e luminosi di Anna. Era la frase che aveva approvato nella nostra giornata insieme, quella che le aveva fatto dire che la irritava quanto fosse buona. Per un istante interminabile, in quello sguardo ci fu tutta la nostra storia.

Si aprì la fase delle repliche brevi, e la tensione in aula salì a livelli da cortocircuito.

Val si rialzò per controbattere proprio al mio punto sul dubbio metodologico. Invece di irrigidirsi, usò le mie stesse parole come leva: con un'obiezione rapida, brillante e incredibilmente centrata, fece notare che era stata proprio la difesa a introdurre e validare il log integrale come base di discussione, e che non potevamo invocare l'inattendibilità genetica della fonte solo per le righe che incastravano il nostro cliente, utilizzandola invece come oro colato per quelle che screditavano la testimone.

Fu una stoccata magnifica. Pulita, veloce, letale.

Dietro la cattedra, Nardi sollevò le sopracciglia, chiaramente colpito, e annuì con vigore. «Osservazione estremamente centrata, signorina. La difesa dovrà tenerne conto.»

Dall'altra parte dell'aula, Val si sedette con le guance leggermente arrossate per l'adrenalina, mordendosi appena il labbro inferiore carnosa per trattenere l'entusiasmo. Guardandola così, così brava, così viva, così lontana dall'insicurezza di non essere presa sul serio, non riuscii a trattenere una reazione istintiva. Le mie labbra si piegarono da sole in un sorriso sincero, quasi involontario. Non stavo sorridendo perché volessi perdere; stavo sorridendo perché ero fottutamente orgoglioso di lei.

Fu un errore fatale. Quando abbassai lo sguardo sul banco, mi accorsi che Anna non stava guardando Nardi. Stava fissando me.

Aveva visto quel sorriso. Aveva visto la dolcezza spontanea con cui avevo guardato la ragazza che ci aveva appena messo in difficoltà, e nella sua mente iper-analitica aveva tratto l'unica conclusione possibile: per me Val non era, e non sarebbe mai stata, soltanto un'avversaria.

Vidi la mascella leggera di Anna contrarsi. La sua schiena si tese come una corda di violino sul punto di spezzarsi e quell'aria calma e distaccata che la rendeva magnetica lasciò il posto a un freddo artico, spietato. Quando Anna perdeva il controllo, non diventava fragile: diventava feroce. E in quel momento, aveva appena perso del tutto il proprio equilibrio.

Val si era alzata un'ultima volta per depositare le conclusioni scritte dell'accusa, completando le ultime frasi di rito.

Prima ancora che potesse sedersi, Anna alzò la mano e si mise in piedi di scatto, senza nemmeno consultarmi. «Professore, chiedo di intervenire per una brevissima contro-replica sull'attendibilità complessiva dell'impianto accusatorio.»

Nardi le fece cenno di procedere. All'inizio, il tono di Anna fu quello consueto: levigato, tecnico, inappuntabile. Poi, i suoi occhi castani si spostarono dalla cattedra e andarono a inchiodare Val dall'altra parte della stanza.

«La collega dell'accusa continua dall'inizio di questa udienza a presentare la propria ricostruzione e la propria selezione dei fatti come un modello di obiettività e trasparenza,» scandì Anna, la voce che tagliava l'aria come un rasoio. «Trovo francamente interessante questa ostentata sicurezza metodologica, considerando il suo evidente e attuale coinvolgimento personale con uno dei membri di questo collegio difensivo.»

Il gelo piombò sull'aula magna. Fu come se qualcuno avesse fatto esplodere una granata assordante nel mezzo di una biblioteca. Il fruscio delle penne si fermò di colpo; nelle file dietro di noi, decine di studenti smisero di respirare e iniziarono a guardarsi tra loro con gli occhi sbarrati.

Al banco dell'accusa, Vittoria alzò la testa di scatto, lo sguardo chiaro che divenne puro cianuro puntato contro Anna. Val rimase in piedi a metà, completamente irrigidita, le dita che stringevano il bordo del fascicolo fino a piegare il cartone. Io restai pietrificato sulla sedia, il sangue che mi defluiva dal volto. Anna non stava più discutendo il processo: accecata dalla ferita e dall'orgoglio, aveva appena preso ciò che c'era di più privato tra noi tre e lo aveva sbattuto sul banco del tribunale per insinuare che Val avesse inquinato la simulazione o agito in malafede, pur sapendo benissimo di non avere il minimo elemento concreto per sostenerlo.

Per tre lunghissimi secondi, Val accusò il colpo. Vidi un rossore violento salirle lungo il collo sottile fino alle guance; abbassò lo sguardo sui propri appunti, le labbra socchiuse, perdendo visibilmente il filo sotto il peso di quell'umiliazione pubblica così gratuita e crudele. Quando soffriva, Val non faceva mai scenate: diventava silenziosa, e vederla così mi fece fisicamente male al petto.

Ma non pianse. E non scappò. Inspirò profondamente, raddrizzò le spalle delicate e rialzò il viso. Quando i suoi occhi chiari tornarono a guardare Anna, non c'era rabbia scomposta, ma una dignità fiera e luminosa che zittì l'intera sala.

«Se la collega della difesa ritiene che la mia ricostruzione dei fatti sia viziata o sbagliata,» rispose Val, la voce leggermente bassa ma incredibilmente ferma, «ha a disposizione centoventi pagine di atti depositati per dimostrarlo nel merito.»

Anna sostenne lo sguardo, il mento alzato e la mascella rigida. «Non ho detto che sia sbagliata. Ho sollevato un tema di opportunità e di trasparenza.»

«Allora mi chiedo perché stiamo discutendo della mia vita privata invece che del fascicolo processuale,» ribatté Val senza battere ciglio.

«Basta così!» intervenne Nardi, battendo la penna sul legno della cattedra con un colpo secco e autoritario. Il professore guardava Anna con una severità glaciale. «Signorina, la richiamo formalmente alla pertinenza degli argomenti e ai doveri elementari di correttezza deontologica. Le insinuazioni personali prive di riscontro documentale non hanno cittadinanza in quest'aula. La invito a ritirare immediatamente l'osservazione.»

Prima che chiunque al nostro banco potesse aprire bocca, Val fece un mezzo passo avanti verso la cattedra. «Con il suo permesso, professore, vorrei solo concludere con un'ultima frase,» disse, e nel silenzio totale dell'aula pronunciò le parole che chiusero definitivamente la partita morale di quella mattina: «Abbiamo passato intere settimane in questo laboratorio a discutere del pericolo gravissimo di trasformare un sospetto personale in una prova giuridica. Sarebbe davvero un peccato dimenticarlo proprio oggi.»

Si sedette composta, mentre un mormorio di aperta ammirazione attraversava le panche degli studenti dietro di noi. Val non si era limitata a difendersi da un colpo basso; aveva preso il fango che le era stato tirato addosso e lo aveva trasformato nell'applicazione pratica del principio cardine dell'intero processo, dimostrando a tutti quanto fosse cresciuta.

Nardi riportò lo sguardo severo sul nostro banco. «Attendo che la difesa chiarisca la propria posizione su quanto appena affermato,» scandì il professore.

Accanto a me, Anna era immobile, le mani strette a pugno sul tavolo, chiusa nel suo orgoglio ferito. Avrei potuto aspettare che fosse lei a riformulare la frase con qualche acrobazia lessicale. Avrei potuto restare zitto, guardandomi le scarpe come avevo fatto per anni ogni volta che una situazione diventava troppo scomoda.

Invece, spostai indietro la sedia e mi alzai in piedi.

«Professore, la difesa ritira integralmente quella considerazione,» dichiarai a voce alta e ferma, guardando dritto verso la cattedra. «Non abbiamo alcun elemento fattuale o processuale per sostenerla, è estranea agli atti e non riguarda in alcun modo il merito della controversia.»

Accanto a me, sentii Anna voltarsi lentamente. Quando girai il capo per guardarla dall'alto, vidi nei suoi grandi occhi castani un misto di shock e furia pura. Per tredici capitoli della nostra vita avevo cercato la sua approvazione, avevo sopportato le sue correzioni spietate e avevo fatto di tutto per non perdere la sua stima. Ma in quel momento non abbassai lo sguardo. La sostenni in silenzio. Non l'avevo contraddetta davanti a tutta la facoltà per ingraziarmi Val o per fare il cavaliere senza macchia; l'avevo fatto perché Anna aveva torto marcio, aveva usato la scorrettezza per coprire una debolezza, e io avevo finalmente deciso che tipo di persona e di giurista volevo essere.

Nardi annuì brevemente, prendendo atto della rettifica sul verbale, e con il pragmatismo spietato dei veri professionisti non permise che la simulazione deragliasse in uno psicodramma sentimentale. «Bene. La dichiarazione è stralciata dal verbale. Procediamo con le conclusioni definitive della difesa.»

Il processo andò avanti, perché nessuno dei quattro aveva intenzione di lasciarsi distruggere sul traguardo. Io pronunciai l'ultima parte della nostra arringa, quella che avevo scritto da solo la sera prima sulla distinzione netta tra giudizio morale e tenuta della prova, senza mai alzare i toni, usando solo la forza della logica. E Anna, nonostante avesse la mascella serrata e una tempesta di ghiaccio nelle vene, quando Nardi sollevò un ultimo quesito tecnico sui metadati dell'allegato, intervenne a freddo con un'osservazione procedurale di due frasi, talmente chirurgica, esatta e inattaccabile da chiudere ogni spiraglio residuo.

La sua intelligenza mostruosa e la sua competenza non erano svanite nel nulla. Era il suo controllo umano ad aver fallito nel momento decisivo, lasciando sul pavimento dell'aula magna i cocci di tutto quello che non avevamo saputo dirci a voce bassa.

Quando il professor Nardi tornò a sedersi dietro la cattedra dopo una breve consultazione con i suoi assistenti, nell’aula magna non volava una mosca. Si sistemò gli occhiali sul naso, intrecciò le dita sopra il registro aperto e ci guardò uno per uno.

«Bene, signori. Abbiamo concluso la camera di consiglio e siamo pronti a comunicarvi l'esito,» esordì con il suo tono asciutto. «Partiamo dalla decisione motivata sul merito del caso fittizio. Il collegio ritiene che la difesa debba prevalere rispetto alla contestazione principale. Il materiale probatorio, pur completato dall'acquisizione integrale delle chat, non dimostra con sufficiente solidità oltre ogni ragionevole dubbio che l'assistito abbia materialmente compiuto la manipolazione informatica attribuitagli.»

Respirai a fondo, sentendo la tensione sciogliersi appena nelle spalle, ma Nardi alzò un dito per bloccare sul nascere qualsiasi trionfalismo. «Tuttavia, tengo a precisare che il comportamento dell'imputato resta gravemente discutibile sul piano personale, e molti degli elementi indiziari sul movente valorizzati con acume dall'accusa rimangono pienamente credibili. Questa, signori della difesa, è una vittoria squisitamente processuale per insufficienza di prove sull'addebito principale. Non è, e non potrebbe mai essere, una vera assoluzione morale.»

Detto questo, il professore girò pagina e prese un foglio stampato che uno degli assistenti affisse anche sulla bacheca digitale alle sue spalle, dove comparve lo specchietto riassuntivo della giornata:

ESITO SIMULATO DEL CASO
Difesa prevalente
Insufficienza della prova sull'addebito principale



MIGLIORE SQUADRA
Val e Vittoria
Qualità delle repliche, adattamento e correttezza argomentativa



Accanto a me, Anna rimase completamente immobile. Non batté ciglio, non si mosse, le mani intrecciate sopra la cartellina rigida e il viso ovale trasformato in una statua di sale. Aveva vinto la causa, ma aveva perso il riconoscimento accademico a cui teneva di più, bruciato sull'altare di quell'unico, imperdonabile colpo basso. Io ero sinceramente soddisfatto del risultato tecnico che avevamo strappato con le unghie, ma guardando il suo profilo gelido capii con una fitta allo stomaco che non avrei potuto celebrarlo con lei come avrei desiderato fino alla sera prima.

Dall'altra parte dell'aula, invece, esplose la luce. Val portò una mano alle labbra carnose, gli occhi chiari spalancati e lucidi per l'emozione vera di chi si è appena vista riconoscere mesi di fatica. Accanto a lei, Vittoria cercò disperatamente di mantenere la sua solita posa algida e distaccata da ragazza superiore a tutto, ma fallì miseramente dopo mezzo secondo: un sorriso enorme le spaccò la faccia e si voltò di scatto per stringere Val in un abbraccio liberatorio. Vederle così, con i lunghi capelli biondo miele che si confondevano mentre ridevano insieme, fu bellissimo: avevano meritato quel verdetto fino all'ultimo centimetro, lavorando pulito e tenendo il campo con una classe immensa.

Mentre gli studenti iniziavano ad alzarsi dalle panche nel brusio generale, Nardi raccolse le sue carte e lanciò un'ultima frase verso i nostri banchi, quasi sovrappensiero: «Un'ultima cosa. Qualcuno di voi pensa che il lavoro finisca oggi. Non ne sarei così sicuro.»

A pochi passi da lui, in piedi vicino alla cattedra, notai per un istante MariaRita, la dottoranda che collaborava ai laboratori avanzati: stava controllando alcune cartelline con quel suo sguardo intenso e un po' altezzoso, una presenza elegante e formosa chiusa in una camicia impeccabile che sembrava soppesarci tutti da un'altra categoria. Lì per lì non ci diedi peso, archiviando le parole di Nardi come una delle sue solite provocazioni per tenerci sulla corda fino agli esami. Avevo questioni molto più urgenti da chiudere.

Trovai Anna cinque minuti dopo, in un corridoio laterale semideserto del secondo piano. Era in piedi vicino a una finestra che dava sul cortile grigio, intenta a infilare gli ultimi codici nella borsa di pelle con movimenti secchi, quasi rabbiosi. Non eravamo più una coppia. E, con il verbale firmato da Nardi, non eravamo neppure più colleghi di difesa: il perimetro che ci aveva tenuti insieme aveva appena cessato di esistere.

Mi fermai a due passi da lei. «Anna, dobbiamo parlare.»

Non si voltò nemmeno, chiudendo la fibbia della borsa. «Di cosa, Alessandro? Il processo è concluso.»

«Di quello che hai fatto a Val in aula.»

A quel nome, le sue spalle strette si irrigidirono sotto il tessuto scuro della giacca. Si girò verso di me con un sorriso amaro, tagliente come vetro rotto. «Certo. Di Val. Potevo immaginarlo.»

Non abbassai il tono e non cercai una battuta per ammorbidire l'impatto. «Hai usato una cosa privata, che sapevi solo perché ti eri fidata di me e io di te, per metterla in difficoltà davanti a sessanta persone e al professore. Non c'entrava niente con il processo.»

«Ho fatto un'osservazione metodologica,» si difese lei, alzando il mento con ostinazione.

«Hai fatto un'insinuazione meschina,» la corressi a freddo. «E sapevi benissimo che era scorretta prima ancora di aprire bocca.»

Anna mi fissò. Nei suoi grandi occhi castani non c'era più traccia della vulnerabilità della notte precedente; c'era solo l'armatura d'acciaio di chi attacca per non ammettere di aver sanguinato. Mi squadrò dall'alto in basso con un disprezzo malcelato.

«È davvero incredibile quanto tu sia diventato rigoroso e attento alla deontologia da quando devi impressionarla,» sibilò.

Feci un passo avanti, scuotendo la testa. «Non c'entra niente l'impressionare qualcuno, Anna. C'entra il non diventare squallidi per vincere una simulazione. Se non riesci a vederlo...»

Non mi lasciò finire. La ferita del mio intervento pubblico contro di lei le bruciava ancora sulla pelle, e decise di restituirmi il colpo mirando dritto al punto in cui avevamo costruito la nostra intimità.

«Ti ho insegnato io a lavorare, Alessandro,» scandì, la voce bassa e velenosa, facendo un passo verso di me. «Ti ho insegnato io a studiare sul serio, a strutturare un discorso che non crollasse al primo soffio di vento, a non vivere soltanto di rendita sul tuo fottuto talento naturale. Se adesso vuoi utilizzare tutto questo per andare là fuori a fare il fidanzatino perfetto e maturo di Val, almeno abbi la decenza di riconoscere da chi l'hai imparato.»

Il silenzio che calò nel corridoio fu glaciale. Con quelle quattro frasi, Anna non aveva cercato solo di ferire me; aveva appena svalutato se stessa e tutto quello che c'era stato tra noi. Aveva preso le nostre notti in cucina, le risate, il modo in cui ci eravamo completati, e li aveva ridotti a una specie di credito formativo, un favore professionale di cui avrebbe dovuto presentarmi il conto.

Non esplosi. Non alzai la voce. La guardai semplicemente negli occhi, sentendo qualcosa spezzarsi in modo sordo e definitivo dentro il petto, non l'affetto, ma la fiducia cieca che avevo avuto fin dal primo giorno nella grandezza del suo giudizio.

«Ti ho voluto davvero bene, Anna,» le dissi piano, con una calma che la fece impallidire più di qualsiasi urlo. «E ti rispetto ancora per tantissime cose, perché sei la mente più brillante che abbia mai incontrato qui dentro. Ma oggi mi hai deluso.»

La parola deluso la colpì in pieno viso come uno schiaffo. Vidi le sue labbra carnose schiudersi, le dita stringere la cinghia della borsa; aprì la bocca per replicare, per lanciarmi addosso una delle sue sentenze inappellabili, ma per la prima volta non trovò immediatamente le parole.

«Non mi dispiace che tu abbia deciso di andartene da casa mia ieri mattina,» aggiunsi, sostenendo il suo sguardo lucido e pietrificato. «Quello era un tuo sacrosanto diritto, e l'ho capito. Mi dispiace che oggi tu abbia scelto deliberatamente di far male a una persona che non ti aveva fatto niente, solo perché non sopportavi di aver perso il controllo.»

Le voltai le spalle e mi incamminai lungo il corridoio, senza voltarmi indietro. Non ci fu nessuna corsa, nessun richiamo, nessuna riconciliazione all'ultimo secondo. Anna rimase lì, immobile e sola sotto la luce fredda del neon, prigioniera dell'unica fortezza in cui nessuno poteva più farle male e in cui nessuno poteva più entrare.

Uscii dal portone principale della facoltà respirando a pieni polmoni l'aria umida di novembre, come se fossi appena riemerso da un'apnea durata mesi.

Trovai Vittoria poco più in là, appoggiata al muretto di pietra del cortile esterno con una sigaretta spenta tra le dita e il faldone dell'accusa posato accanto a sé. Aveva ancora negli occhi chiari la soddisfazione elettrica della vittoria, ma bastò che mi vedesse camminare verso di lei perché il suo radar infallibile captasse immediatamente la tempesta da cui ero appena uscito.

Mi appoggiai al muretto accanto a lei, infilando le mani nelle tasche del cappotto.

«Scommetto che tu e la Perfettina vi siete appena scambiati parole dolcissime e auguri di buone feste,» esordì Vittoria, guardando dritto davanti a sé con il suo solito mezzo sorriso cinico.

«Abbiamo discusso,» tagliammo corto.

«Dovreste brevettarlo e venderlo alle matricole, Ale,» commentò lei, scuotendo i lunghi capelli biondi. «È letteralmente l'unica attività in cui siete stati costanti per tutto il semestre.»

Sospirai e, in poche frasi secche, le raccontai quello che ci eravamo detti nel corridoio. Man mano che parlavo, Vittoria smise di sorridere. La sua espressione un po' altezzosa lasciò spazio a quella concretezza nuda e protettiva che la rendeva il mio unico vero punto fermo.

«Anna oggi in aula ha fatto una stronzata colossale,» disse Vittoria, seria, girandosi a guardarmi negli occhi. «Su questo non ci piove. Ha perso la bussola e ha colpito sotto la cintura.»

«Già,» mormorai, fissando il selciato.

Vittoria rimase in silenzio per un secondo, studiandomi con un'intensità che non mi lasciava scampo. Poi mi puntò un dito contro il petto. «Però ascoltami bene, Ale. Tu adesso non devi andare da Val per dimostrare ad Anna che può perderti.»

Alzai la testa di scatto. Ancora una volta, con una sola frase chirurgica, Vittoria aveva messo a nudo il rischio più subdolo della mia natura: usare una persona per reagire a un'altra. Ci pensai davvero, lasciando che il rumore dei motorini sulla strada riempisse la pausa tra noi. Cercai dentro di me la rabbia verso Anna, e poi cercai quello che provavo quando pensavo a Val. Erano due stanze diverse.

«Non voglio stare con Val perché Anna mi ha deluso o perché non mi vuole,» dissi a voce alta, e sentii che era la verità più pulita che avessi mai pronunciato.

Vittoria annuì piano, ammorbidendo i lineamenti. «Bene.»

«Voglio stare con Val perché quando sono con lei…» iniziai, toccando istintivamente con le dita il tessuto della giacca sopra il taschino dove tenevo la penna viola.

«Alt. Non devi spiegarlo a me, Ale,» mi interruppe Vittoria, alzando una mano con un sorriso improvvisamente quasi dolce sulle labbra piene. Con un cenno del mento indicò i cancelli d'uscita del dipartimento, oltre i quali una chioma bionda e mossa stava salutando un paio di colleghi sul marciapiede, stringendo al petto i suoi appunti pieni di post-it colorati. «Devi andare a spiegarlo a lei.»

Guardai Vittoria, le diedi una spallata leggera contro il braccio per dirle grazie senza usare parole che avrebbe sicuramente preso in giro, e mi staccai dal muretto. Il primo processo era finito. Ed era arrivato il momento di andare a prendermi la mia realtà.

Lasciarsi alle spalle il portone della facoltà fu come uscire da una camera iperbarica. Fuori, Napoli non sapeva assolutamente nulla delle nostre obiezioni, dei file integrali o dei cuori spaccati al secondo piano: il centro storico pulsava della sua solita, anarchica vitalità. I motorini sfrecciavano sui sampietrini sfidando le leggi della fisica, la musica bassa e vibrante di un bar filtrava dai vicoli verso Piazza Bellini, e decine di studenti chiacchieravano a voce alta stringendosi nei cappotti contro il vento tagliente di novembre. Il mondo continuava a girare con un'indifferenza quasi offensiva rispetto alla giornata campale che avevamo appena vissuto.

Val mi aspettava all'angolo della strada. Stringeva ancora il pesante fascicolo dell'accusa sotto il braccio; i lunghi capelli biondo miele, voluminosi e mossi, le venivano scompigliati dalle folate d'aria fredda, incorniciando quel viso ovale e luminoso che per anni avevo guardato da lontano come un miraggio. Era felice per la vittoria della sua squadra, si vedeva dalla luce che aveva negli occhi chiari, ma nelle spalle delicate restava una rigidità residua, la scoria velenosa dell'attacco gratuito che Anna le aveva lanciato addosso davanti a tutti.

La raggiunsi e ci incamminammo fianco a fianco verso i decumani. «Sei stata bravissima là dentro,» le dissi, infilando le mani nelle tasche del cappotto.

Val voltò il viso verso di me, e le sue labbra carnose si piegarono in un mezzo sorriso ironico. «Hai una concezione piuttosto strana del complimento, visto che io e Vittoria abbiamo praticamente cercato di distruggervi per due ore.»

«E ci siete riuscite abbastanza bene, direi.»

Ridemmo entrambi, il vapore del nostro fiato che si mescolava nell'aria fredda. Poi il sorriso di Val si fece più morbido,quasi esitante. Rallentò il passo. «Grazie per prima. In aula, intendo.»

Scossi subito la testa, fermandomi vicino alle mura antiche di Piazza Bellini. Non volevo assolutamente incassare crediti romantici per un atto di elementare decenza umana. «Non devi ringraziarmi, Val. Era semplicemente la cosa giusta da fare.»

Lei mi guardò con quegli occhi limpidi che sembravano sempre capirmi più di quanto meritassi, e proprio quella sua fiducia disarmante mi fece stringere lo stomaco. Non potevo fare il furbo. Non potevo iniziare qualcosa con lei portandomi dietro i cadaveri nell'armadio come avevo sempre fatto.

«Val, devo dirti una cosa,» dissi, e dal tono della mia voce lei capì istantaneamente che il tempo delle battute era finito. Smise di sorridere, stringendo di più il faldone contro il petto.

Non cercai giri di parole eleganti o attenuanti generiche. Mentre la gente ci passava accanto parlando d'altro, le raccontai la verità: le dissi che tra me e Anna, durante le settimane del processo, non c'era stata solo una collaborazione forzata, ma una relazione vera, fisica ed emotivamente totalizzante. E, soprattutto, mi costringetti a non omettere la parte più sporca, quella che mi faceva sentire un verme: quello che era successo in casa mia dopo il nostro pomeriggio insieme.

Val si bloccò in mezzo al marciapiede. Il colore sembrò defluire dal suo volto. «Aspetta,» mormorò, la voce improvvisamente bassissima. «Anche dopo quella sera nella mia macchina?»

Sostenni il suo sguardo, sentendo il peso di ogni sillaba. «Sì.»

Il silenzio che calò tra noi fu mille volte più assordante del caos della piazza. Quando soffriva, Val non faceva mai scenate teatrali: diventava silenziosa, ed era una lama che entrava dritta nel petto.

«Quindi, fammi capire bene,» disse lentamente, gli occhi chiari che bruciavano di una ferita viva e scoperta. «Io in quella macchina ti chiedevo di non venire da me solo perché un'altra ragazza ti aveva lasciato fuori dalla porta…»

«Lo so, Val.»

«…e tu, il giorno dopo, eri di nuovo a letto con lei.»

Non avevo difese. Non c'era nessuna arringa che potesse salvarmi. Val fece due passi indietro, allontanandosi fisicamente da me come se avesse bisogno di aria pulita per respirare. Si passò una mano libera tra i capelli biondi, guardando altrove, la mascella contratta per trattenere l'umiliazione e la rabbia.

«La cosa peggiore non è nemmeno che sia successo, Ale,» riprese, la voce che tremava appena ma restava incredibilmente ferma. «La cosa peggiore è che non sei stato tu a dirmelo quando dovevi. Ho dovuto scoprirlo a rate tra i corridoi e aspettare che questo maledetto processo finisse per avere la verità intera.»

«Hai ragione,» ammisi senza cercare scuse. «Sono stato un vigliacco. Avevo paura di perderti e allo stesso tempo non sapevo staccarmi da quello che stavo vivendo. Non posso prometterti che diventerò infallibile da stasera, Val, ma posso dirti che non voglio più nasconderti niente.»

Non mi perdonò su due piedi. Sarebbe stato falso, e Val non aveva nulla di finto. Riprendemmo a camminare piano lungo i bordi della piazza e per quasi mezz'ora mi fece tutte le domande scomode che mi meritavo. Volle sapere perché era finita, se era stata Anna ad andarsene o se l'avevo cacciata io dopo il litigio in aula, e perché avessi aspettato fino a quel momento per parlare.

Risposi a tutto con un'onestà brutale. Le spiegai che Anna aveva fatto le valigie di sua spontanea volontà la mattina prima dell'udienza, e non dipinsi la mia ex collega come un mostro senza cuore per uscirne pulito: ammisi chiaramente che quello che avevo provato per Anna era stato reale, forte e profondo, così come era reale quello che provavo per lei. Val incassò ogni parola a testa alta; non le piaceva sentirlo, vedevo la gelosia e il dolore passarle negli occhi, ma aveva il diritto sacrosanto di conoscere l'intero fascicolo prima di decidere se stracciarlo o meno.

Si fermò vicino a un portone antico, appoggiando la schiena alla pietra grigia. «Io non voglio essere la scelta giusta e rassicurante solo perché l'altra si è rivelata quella sbagliata, Ale,» mi disse, guardandomi dritto negli occhi.

«Non lo sei.»

«Allora dimostramelo nei giorni normali,» replicò lei, netta. «Non soltanto oggi, quando hai l'adrenalina a mille e hai appena vissuto un dramma enorme.»

Inspirai a fondo. Davanti a me non c'era più la fantasia universitaria che avevo idealizzato per anni: c'era una donna vera, con dei confini precisi e un cuore che non aveva alcuna intenzione di farsi calpestare. Feci mezzo passo verso di lei. «Io voglio provarci con te, Val. Sul serio. Non voglio più tenerti in sospeso mentre cerco di capire cosa fare della mia vita.»

Lei mi scrutò a lungo, cercando qualsiasi traccia di esitazione. «E se domani mattina ti svegli pensando ancora ad Anna?»

La tentazione di mentirle per chiudere la pratica fu fortissima, ma la ricacciai indietro. «Probabilmente mi succederà,» risposi piano. «È stata importante per me, sarei un bugiardo se ti dicessi che ho premuto un interruttore. Ma pensarci non significa che io voglia tornare indietro da lei. Significa soltanto che non posso cancellare con un colpo di spugna quello che ho vissuto.»

Val rimase immobile per qualche secondo. Poi chiuse gli occhi, lasciò andare un respiro lunghissimo e, quando li riaprì, un'ombra di sorriso tornò finalmente ad ammorbidirle le labbra piene. «Per una volta nella vita hai risposto senza fare il cretino.»

Abbozzai un sorriso anch'io, sentendo un peso enorme scivolarmi via dal petto. «Dovevo segnarmelo sul calendario.»

«No,» ribatté lei, staccandosi dal muro. «Cerca solo di ripeterlo.»

Camminammo ancora per un po', finché non ci ritrovammo sotto il palazzo dove viveva lei. Ora che Anna aveva liberato il campo e Vittoria era tornata stabilmente a spadroneggiare nel nostro appartamento, Val aveva di nuovo casa tutta per sé.

Si fermò con la mano sulla maniglia del portone e mi guardò da sopra la spalla. «Ti va di salire?»

Sbattéi le palpebre, colto di sorpresa. «Da te?»

«No, dal Magnifico Rettore, Ale. Ho sentito che ha un salotto enorme e offre ottimi liquori,» mi prese in giro, ritrovando di colpo tutta la sua adorabile vena sarcastica.

Risi, passandomi una mano dietro il collo. «Sei sicura?»

Val tornò seria, ma con dolcezza. «Ale, voglio passare del tempo con te. Non significa che salendo quelle scale sia improvvisamente tutto risolto o dimenticato, chiaro?»

«Chiarissimo.»

Salimmo al terzo piano. Appena chiusa la porta d'ingresso alle nostre spalle, Val lasciò cadere il fascicolo dell'accusa su una cassapanca e si tolse le scarpe col tacco lanciando un gemito di puro sollievo. «Oddio, credo di non avere più la sensibilità alle dita dei piedi. Nardi e le sue udienze fiume dovrebbero essere dichiarati illegali dalla Convenzione di Ginevra.»

Rimasi in piedi al centro del suo piccolo soggiorno luminoso, un po' rigido nel mio cappotto, guardandomi intorno con la circospezione di chi entra in un tempio. «Posso... avere un bicchiere d'acqua?» chiesi, schiarendomi la gola.

Val, che stava già andando verso la cucina a piedi nudi, si fermò e scoppiò a ridere, voltandosi a guardarmi con le mani sui fianchi. «Perché ti muovi come un ufficiale giudiziario venuto a pignorarmi il divano? Togliti quel cappotto, scemo, sei a casa mia!»

Quella risata sciolse definitivamente il ghiaccio. Mi tolsi la giacca, facendo attenzione che la penna viola non cadesse dal taschino e la seguii in cucina. Niente fascicoli sparsi sul tavolo, niente evidenziatori allineati per colore o silenzi carichi di tensione competitiva. Mentre una playlist leggera suonava a basso volume dal suo telefono, aprimmo il frigorifero desolato e discutemmo animatamente per dieci minuti se ordinare una pizza o arrangiarci con due uova, un pezzo di formaggio superstite e del pane in cassetta. Optammo per la seconda, cucinando insieme nel caos più totale, urtandoci coi fianchi tra i fornelli stretti.

Mangiammo seduti sul tappeto del salotto, appoggiati alla base del divano. Val mi raccontò di quando, a otto anni, aveva cercato di difendere il cane del vicino da un'accusa ingiusta di furto di salsicce improvvisando la sua prima arringa disastrosa davanti a tutto il condominio, e io ricambiai raccontandole le mie peggiori figuracce da matricola. Con lei era tutto così: fluido, caldo, pieno di un ossigeno che mi faceva sentire un ragazzo di vent'anni desiderato e vivo, senza il bisogno costante di alzare la guardia. Non era migliore o peggiore di quello che avevo avuto: era semplicemente un'altra lingua, ed era bellissimo parlarla.

A un certo punto, mentre lei gesticolava con un bicchiere di vino in mano raccontandomi un aneddoto su Vittoria, smisi completamente di ascoltare le parole. Rimasi incantato a guardare il modo in cui la luce calda della lampada da terra accarezzava le onde morbide dei suoi capelli biondo miele, la curva delle sue labbra carnose che si muovevano, la pelle chiara del collo lungo che spariva dentro la camicia bianca ormai sbottonata.

Val si accorse del mio silenzio e si interruppe a metà frase, abbassando lo sguardo su di me. «Che c'è?» chiese, un po' imbarazzata.

«Niente.»

Inarcò un sopracciglio, stringendo gli occhi chiari. «Alessandro.»

Feci un piccolo sorriso disarmato. «Stavo solo pensando che sei davvero bella.»

Val arrossì leggermente sulle guance, ma buttò la testa all'indietro in una risata fresca per mascherare l'emozione. «Mamma mia, sei diventato terribilmente banale.»

Mi avvicinai un po' a lei sul tappeto, appoggiando una mano vicino al suo ginocchio. «Funziona?»

Lei smise di ridere, il respiro che le si faceva improvvisamente più corto mentre guardava la mia bocca. «Purtroppo sì.»

Fu lei ad azzerare gli ultimi centimetri. Posò il bicchiere sul tavolino basso, si sporse in avanti e mi baciò. All'inizio fu un contatto di una dolcezza disarmante, quasi cauto, le sue labbra morbide e calde che sfioravano le mie come per testare la consistenza di quella nuova realtà, ora che non c'erano più scadenze o segreti a dividerci. Ma quando le posai una mano dietro la nuca, affondando le dita nella seta voluminosa dei suoi capelli biondi, il bacio cambiò ritmo. Val schiuse la bocca con un piccolo sospiro e le nostre lingue si incontrarono in un bacio profondo, lento, carico di un desiderio che avevamo trattenuto per troppo tempo.

Ci alzammo dal pavimento senza quasi staccare le labbra, spostandoci verso la sua camera da letto in una danza goffa e appassionata. A metà corridoio, camminando all'indietro mentre mi sbottonava la camicia, Val inciampò nel bordo del tappeto e finimmo entrambi contro la parete ridendo contro le nostre bocche, prima che io la sollevassi per la vita sottile facendo ripartire il bacio con ancora più foga.

In camera c'era solo la luce soffusa che filtrava dalla strada. Ci spogliammo sul bordo del letto con una lentezza carica di intesa, alternando carezze timide a slanci improvvisi. Quando le sfilai la camicia e il reggiseno, rimasi senza fiato: il corpo di Val era un capolavoro di morbidezza femminile. Aveva le spalle delicate, la vita stretta e un seno pieno, rotondo e generoso che riempiva gli occhi e le mani, una sensualità pulita, luminosa e completamente naturale.

La feci stendere sui cuscini e mi chinai su di lei, iniziando a baciarle il collo lungo e le clavicole, sentendo il suo profumo dolce mescolarsi al calore della pelle che si accendeva sotto le mie labbra. Scesi senza alcuna fretta verso il suo décolleté: le accarezzai i seni morbidi con i palmi, stringendoli con dolcezza, per poi prendere un capezzolo turgido tra le labbra, leccandolo piano in cerchi lenti prima di succhiarlo con intensità crescente. Val inarcò la schiena sul materasso, lasciandosi sfuggire un gemito caldo e limpido, mentre le sue mani scivolavano sulle mie spalle nude e poi giù lungo la mia schiena, stringendomi contro di sé.

«Se continui così... mi fai dimenticare anche come mi chiamo,» sussurrò col fiato spezzato, tirandomi su per baciarmi di nuovo sulla bocca con un'intensità travolgente, le lingue che si cercavano fameliche mentre i nostri corpi mezzi nudi si strusciavano l'uno contro l'altro.

Quando la mia mano scese lungo il suo ventre piatto per sfiorare l'elastico degli slip, però, Val mi fermò delicatamente il polso con le dita, appoggiando la fronte sudata contro la mia. «Aspetta, Ale,» mormorò, il petto pieno che si alzava e si abbassava rapidamente contro il mio. «Non voglio correre solo perché finalmente siamo arrivati fin qui.»

Mi fermai all'istante, accarezzandole lo zigomo con il pollice e guardandola negli occhi chiari, brillanti nella penombra. «Non c'è nessuna fretta, Val. Davvero.»

Lei mi studiò per un secondo, quasi sorpresa. «Davvero?»

«Davvero. Ho aspettato anni, posso sopravvivere ancora un po'.»

Il suo viso si aprì in un sorriso tenerissimo e malizioso. «Mi piace parecchio questa versione paziente di te.»

«Attenta che è in prova gratuita per pochi giorni,» scherzai, baciandole la punta del naso sottile.

«Allora vediamo quanto dura prima di sottoscrivere l'abbonamento.»

Non avevo alcuna intenzione di forzare i suoi tempi, ma volevo comunque farla stare bene, dedicarle un'attenzione che fosse solo per lei. Ripresi a baciarla con passione, mordicchiandole il labbro inferiore e scendendo di nuovo a viziare il suo seno morbido con la lingua, mentre la mia mano riprendeva a esplorare con calma ogni curva dei suoi fianchi. Quando scivolai con le dita dentro i suoi slip, la trovai già caldissima e bagnata. Val trattenne il fiato, afferrandomi il braccio. Non andai oltre: rimasi lì, iniziando ad accarezzarla piano, disegnando cerchi lenti, morbidi e precisi sul suo clitoride, ascoltando ogni variazione del suo respiro per capire cosa le piacesse di più.

Non c'era ombra di competizione o di rabbia in quel letto; c'era solo adorazione pura. Val aprì un po' di più le cosce, abbandonando la testa sul cuscino ma continuando a cercare i miei baci sul collo e sulle labbra ogni volta che mi avvicinavo. Man mano che il movimento delle mie dita si faceva più ritmico e profondo tra le sue pieghe umide, i suoi gemiti diventarono più acuti, sinceri, privi di qualsiasi filtro. Mi strinse forte contro il suo petto, nascondendo il viso nell'incavo della mia spalla mentre il suo corpo iniziava a tremare, inarcandosi contro il palmo della mia mano in un climax lungo, caldo e liberatorio che accolsi baciandole le tempie e stringendola finché gli ultimi brividi non si spensero sulla sua pelle.

Poco dopo, infilati sotto il piumone con addosso due magliette larghe, scoprii che rimanere lì con lei, semplicemente abbracciati nel buio a parlare a bassa voce senza dover ottenere nient'altro, era esattamente il posto in cui volevo essere.

Val aveva la testa appoggiata sul mio petto e giocava pigramente con il colletto della mia t-shirt. «Promettimi solo una cosa, Ale,» sussurrò nel silenzio della stanza.

«Dimmi.»

Alzò gli occhi chiari sui miei. «Niente altre mezze verità. Anche quando sono brutte.»

Le strinsi la spalla, baciandole i capelli profumati. «Niente altre mezze verità. Te lo prometto.»

Lei annuì piano, tornando ad accoccolarsi contro il mio costato e chiudendo gli occhi. Proprio quando pensavo che fosse già crollata nel sonno, la sentii borbottare contro la mia pelle: «Comunque sono ancora arrabbiata con te per ieri.»

Sorrisi nel buio, fissando il soffitto. «L'avevo vagamente intuito.»

«Bene. Non dimenticarlo domani mattina.» E detto questo, mi passò un braccio intorno alla vita e si strinse ancora più forte a me, lasciandomi scivolare nel primo sonno davvero sereno da quando era iniziato l'anno accademico.

Il mattino dopo aveva il colore del sole pallido che filtrava dalle persiane socchiuse e il profumo del caffè appena salito. Quando aprii gli occhi e la raggiunsi in cucina, Val era in piedi davanti ai fornelli. Indossava una maglietta bianca lunghissima che le arrivava a metà coscia e aveva i lunghi capelli biondi completamente spettinati, gonfi di sonno, che le cadevano un po' sugli occhi mentre sbadigliava. Non era la ragazza da copertina che vedevo sfilare nei corridoi della facoltà; era stropicciata, assonnata e incredibilmente vera.

Mi appoggiai allo stipite delle porte con le braccia incrociate, guardandola con un sorriso idiota stampato in faccia.

Val si voltò con due tazze in mano e mi beccò in pieno. «Che hai?»

«Niente.»

Posò le tazze sul tavolo, puntandomi contro un cucchiaino. «Continui a dire niente ogni volta che metti su quella faccia lì.Parla.»

Mi avvicinai al tavolo, rubandole un bacio veloce sulla guancia calda prima di sedermi. «Stavo solo pensando che sei davvero terribile appena sveglia.»

«E tu non sei ancora stato formalmente autorizzato a emettere giudizi estetici prima delle dieci del mattino,» ribatté lei cercando di fare la seria, ma finendo per sorridere dentro la sua tazza di caffè.

Mentre facevamo colazione con i biscotti, sentii una leggerezza nuova riempirmi i polmoni: mi resi conto che non desideravo soltanto il suo corpo o i suoi baci; desideravo disperatamente conoscere quella sua normalità quotidiana, farne parte senza scappare.

A metà del secondo caffè, il telefono di Val, appoggiato contro la zuccheriera, iniziò a vibrare per una videochiamata in entrata. Sul display lampeggiava il nome di Vittoria. Val fece scorrere il dito sullo schermo e appoggiò lo smartphone al barattolo dei biscotti mentre io mi alzavo dietro di lei per andare a posare la mia tazza nel lavandino.

«Buongiorno socia, volevo dirti che in bacheca hanno appena…» iniziò la voce squillante di Vittoria dall'altoparlante, prima di bloccarsi di colpo.

Nello schermo del telefono vidi i grandi occhi chiari della mia coinquilina spalancarsi, superando la spalla di Val per mettere a fuoco me, a piedi nudi e spettinato, nel mezzo della cucina della sua migliore amica. Seguirono tre secondi di silenzio tombale.

«Scusa un momento,» disse Vittoria con una calma glaciale.

Mi avvicinai all'inquadratura, alzando una mano con un sorriso colpevole. «Ciao, Vitto…»

«No, aspetta, fammi capire la logistica immobiliare,» tagliò corto lei, fissandomi attraverso la fotocamera con il suo solito cinismo feroce. «Io ho finalmente lasciato l'esilio per tornare nella mia stanza a casa tua, e nel frattempo il mio coinquilino ha ben pensato di trasferirsi in pianta stabile dalla mia migliore amica?»

Val scoppiò a ridere, coprendosi la bocca con la mano. «Non mi sono trasferito!» protestai io, sporgendomi sopra la testa bionda di Val. «È solo una colazione!»

«Hai già preteso un cassetto tuo nel comò?» incalzò Vittoria senza pietà.

«Vittoria!»

«Rispondi alla domanda, imputato, o chiamo l'amministratore di condominio.»

Stavamo ancora ridendo tutti e tre quando un bip acuto di notifica sovrastò la voce di Vittoria, facendo comparire un banner in alto sullo schermo del telefono di Val, seguito un istante dopo dal suono identico del mio cellulare rimasto in camera e da un'esclamazione sorpresa di Vittoria dall'altra parte della linea.

«Che cos'è?» chiese Val, aggrottando la fronte e toccando il banner della mail universitaria appena arrivata dalla segreteria didattica dei laboratori speciali.

L'oggetto, scritto a caratteri cubitali, diceva:AMMISSIONE UFFICIALE — CLINICA LEGALE PARTENOPEA | PROGETTO PILOTA

Val aprì il messaggio, attivando il vivavoce mentre scorreva il testo con gli occhi. All'inizio sembrava la migliore notizia accademica dell'anno: il dipartimento, sotto la spinta del professor Nardi, aveva appena inaugurato una clinica legale sperimentale in convenzione con un'associazione cittadina e uno studio di avvocati abilitati, pensata per fornire supporto ad altri studenti universitari finiti in situazioni di emergenza giuridica a Napoli. Non si trattava di un'altra simulazione d'aula: per un intero semestre, il gruppo selezionato avrebbe lavorato su casi veri, occupandosi dell'analisi documentale, dei colloqui preliminari e della stesura delle relazioni tecniche sotto la stretta responsabilità legale dei professionisti convenzionati.

Poi, Val fece scorrere la pagina fino alla tabella dei convocati. E nella cucina scese il gelo.

CLINICA LEGALE PARTENOPEA
Unità di tutela dei diritti degli studenti

COMPOSIZIONE DEL GRUPPO SELEZIONATO:

Valeria — Coordinatrice studenti

Anna — Analisi documentale

Vittoria — Ricostruzione dei fatti

Alessandro — Argomentazioni e relazioni

Tutor universitario: Dott.ssa MariaRita Supervisione scientifica: Prof. Nardi

Nessuno respirò per cinque secondi. Val lesse l'elenco una seconda volta, le labbra socchiuse.

«Aspetta un attimo,» intervenne la voce di Vittoria dal telefono, improvvisamente priva di qualsiasi ironia. «Come sarebbe a dire Anna?»

Presi il telefono dalle mani di Val e lessi con i miei occhi. Anna. Di nuovo. Nardi non aveva ignorato quello che era successo il giorno prima in aula magna: in una nota disciplinare allegata al decreto di nomina, il professore specificava che la studentessa Anna era stata ammessa per gli straordinari meriti tecnici dimostrati lungo l'intero semestre, ma con un richiamo formale agli atti per l'episodio dell'udienza conclusiva e con l'avvertimento esplicito che qualsiasi ulteriore violazione dei doveri di correttezza e riservatezza avrebbe comportato l'espulsione immediata dal progetto. Val, invece, per la lucidità strategica e la tenuta mostrata sotto pressione, era stata nominata coordinatrice dell'intero gruppo.

Il professore non aveva idea del groviglio sentimentale che ci legava; aveva semplicemente preso i quattro migliori elementi del suo corso e li aveva chiusi nella stessa stanza per sei mesi. Ma il risultato pratico era una bomba a orologeria: Anna, la ragazza che viveva di controllo assoluto e che meno di ventiquattr'ore prima aveva tentato di umiliare Val pubblicamente, avrebbe dovuto sottoporre ogni singola riga del proprio lavoro al coordinamento organizzativo di Val.

E non era finita. Val mi riprese il telefono dalle dita e aprì il primo allegato operativo, contrassegnato come Urgente. Il primo caso reale era già sulla nostra scrivania. L'associazione studentesca aveva segnalato un'emergenza abitativa esplosa nel cuore del centro storico di Napoli: diciotto studenti fuori sede rischiavano di finire in mezzo a una strada nel giro di pochi giorni dopo aver ricevuto pesanti intimidazioni dal gestore dell'immobile in cui vivevano. C'erano contratti capestro mezzi irregolari, caparre trattenute illegalmente e la minaccia concreta di un cambio delle serrature senza alcuno sfratto esecutivo. La clinica doveva affiancare l'avvocato responsabile nella verifica immediata delle carte entro settantadue ore. Per la prima volta, le nostre schermaglie non servivano a prendere un trenta e lode, ma a impedire che diciotto ragazzi perdessero il tetto sopra la testa.

Con un ultimo tocco sullo schermo, Val aprì il registro telematico delle adesioni in fondo alla mail. Su quattro caselle, tre risultavano ancora In attesa di conferma. Una sola era già verde, protocollata venti minuti prima.

RISPOSTA ACQUISITA DALLA SEGRETERIA
Da: Anna
Confermo la mia disponibilità a partecipare al progetto e ad assumere le responsabilità previste per il mio incarico. Prendo atto della composizione del gruppo e del coordinamento affidato alla collega Val.
Cordiali saluti,
Anna



Fissai quelle tre righe fredde, chirurgiche, inconfondibili. Anna aveva chiuso con me, aveva preparato il trolley ed era uscita dalla mia vita sentimentale, ma il suo orgoglio feroce e la sua ambizione non le avrebbero mai permesso di rinunciare all'opportunità accademica più prestigiosa dell'anno solo per evitare me e Val. Aveva accettato la sfida, anche a costo di prendere ordini dalla sua rivale.

«Vi prego,» gemette Vittoria dalla videochiamata, passandosi una mano sulla fronte. «Ditemi che siamo su Scherzi a Parte e che adesso Nardi esce dal frigo di Val con un mazzo di fiori.»

Io non sapevo se ridere istericamente o mettermi le mani nei capelli. Val, invece, rimase in silenzio. Chiuse l'allegato e posò lentamente il telefono sul tavolo della cucina. Era visibilmente sorpresa, forse anche un filo nervosa, ma mentre raddrizzava le spalle delicate vidi accendersi nei suoi occhi chiari una scintilla di puro, sacrosanto orgoglio professionale.

«Quindi sarò io a coordinare il lavoro di Anna,» mormorò a bassa voce.

Deglutii. «A quanto pare sì.»

Val alzò lo sguardo su di me, diventando improvvisamente serissima. «Ale, voglio essere chiarissima fin da subito su una cosa.»

«Dimmi.»

«Se accettiamo questo incarico, dentro quell'ufficio non ci sarà la tua ex compagna di banco, la ragazza con cui sei stato a letto o quella che ieri ha provato a umiliarmi davanti a tutta la facoltà,» scandì con una maturità che mi lasciò senza parole. «Ci sarà soltanto Anna. Una componente fondamentale della mia squadra. E io imparerò a lavorarci insieme nel migliore dei modi per aiutare quegli studenti, anche se in questo preciso istante la prenderei molto volentieri a testate contro un muro.»

L'ultima frase, così spontanea, vera e meravigliosamente sboccata, ruppe la tensione strappandomi un sorriso sincero. «Ti piace proprio l'idea di comandare, eh?» la stuzzicai.

Val mi restituì uno sguardo luminoso e pericolosissimo, passandosi una mano tra i capelli biondi spettinati. «No, Alessandro. Mi piace essere abbastanza brava da meritarmelo.»

Guardandola in quel momento, capii che gli equilibri del nostro mondo si erano appena ribaltati per sempre.

Abbassai lo sguardo sul display del telefono rimasto acceso tra le tazze della colazione. Avevo iniziato quel maledetto processo simulato mesi fa con l'unico obiettivo di avvicinarmi a Val. Nel frattempo, senza che l'avessi minimamente previsto, Anna aveva sfondato le mie difese, era entrata in casa mia, nel mio letto e in una parte profonda di me che non avevo ancora imparato a proteggere. Adesso Anna se n'era andata, e Val era qui, seduta accanto a me nella luce del mattino. Avrei dovuto sentirmi finalmente in porto, al sicuro da ogni tempesta.

E invece, sullo schermo della ragazza che avevo appena scelto di amare, lampeggiavano quattro nomi in colonna. Il suo. Il mio. Quello di Vittoria. E quello della Perfettina. E proprio lì sotto, l'ultima riga firmata dal professor Nardi suonava come una sentenza inappellabile:

«Primo incontro operativo lunedì mattina alle ore 9:00. Questa volta non sarà una simulazione.»

FINE DEL VOLUME 1
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