Il profumo (sesta parte)

scritto il 2026-10-28 tempo di lettura 15 min

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genere
dominazione
cura
A−

Quando si guardò nello specchio del retrobottega, Sara sentì il cuore battere fin dentro la gola. Era molto elegante, di un'eleganza sofisticata che avrebbe potuto ingannare chiunque a distanza. Ma bastava un millimetro di movimento perché lo spacco vertiginoso della gonna, rivelasse la culotte completamente trasparente.
Si girò verso l'uscita, sentendo il rumore sordo dei tacchi sul pavimento, pronta a riaprire la tenda e a mostrarsi a Giancarlo in quella nuova veste, sottomessa alle sue regole ma spaventosamente bella.
Il profumiere appoggiò le dita sul bancone e la fissò dritto negli occhi. «È bellissima, lo sa?» chiese con assoluta naturalezza.
Sara deglutì, sorpresa dal complimento. «Grazie...» riuscì a sussurrare.
Giancarlo le fece un cenno lento con l'indice, invitandola ad avvicinarsi ancora di più al bancone di legno scuro. Quando fu a pochi centimetri da lui, l'uomo sollevò la mano destra, offrendole il dorso e le dita impeccabili.
«Odori le mie mani, Sara», le ordinò a voce bassa, formale e impenetrabile.
Sara, colta da un nuovo sussulto di smarrimento, obbedì. Sollevò il viso, piegò leggermente la testa e accostò il naso alla pelle dell'uomo. Inspirò a fondo, avvertendo le note secche, legnose e pulite, mischiate a quell'essenza profonda che saturava l'aria del negozio. Rimase immobile, non sapendo cosa dire.
«Le piace l’odore delle mie mani?». Sara annuì pensando che lui volesse toccarla, lì nel negozio.
«Bene», constatò Giancarlo con un distacco. Poi, lo sguardo si abbassò sulle braccia di lei. «Ora mi mostri le sue. Mi porga i palmi e i polpastrelli.»
Un brivido attraversò la schiena della ragazza, che tese le mani verso di lui con le dita che le tremavano visibilmente. Il profumiere non le toccò; si limitò a chinare appena il capo, accostando il viso alla pelle di Sara. Annusò con calma esasperante, prima la destra e poi la sinistra, alla ricerca della minima traccia muschiata della sua intimità. Cercava la prova olfattiva di un tradimento, l'indizio che lei avesse barato toccandosi nel retrobottega nonostante il divieto.
Il profumiere piegò le labbra in un mezzo sorriso e abbassò la voce «Immagino in che stato sia la sua intimità... era già bagnata e fremente più di un’ora fa. So che vorrebbe godere qui, subito, ma deve aspettare. Potrà farlo solo più tardi, quando glielo dirò io.»
«Ah…» sospirò lei, sopraffatta dalla vergogna.
«…Non le sto mentendo. Pazienti ancora un pò.» disse il profumiere a bassa voce. Poi, senza lasciarle il tempo di riflettere, aggiunse con tono distaccato «Si accomodi sulla poltroncina vicino allo specchio, accavalli le gambe e si lasci ammirare da chi passa nella strada.»
Sara obbedì, con il cuore che le batteva all'impazzata contro il tessuto della camicia attillata. Si sedette sulla poltroncina, chiaramente visibile dalla vetrina, e, sollevando la gamba destra, la accavallò lentamente sulla sinistra.
Il movimento fece scivolare via lo spacco della gonna, che si spalancò del tutto e scoprì la gamba per intero. In quella posizione, teso contro la pelle della coscia e del fianco, divenne visibile solo il lato della culotte trasparente, offrendo quel velo impalpabile alla vista. Sara sgranò gli occhi, paralizzata dal terrore che qualcuno potesse riconoscerla, eppure, sotto quel panico, sentì l'intimità pulsare, investita da un'ondata di eccitazione che le tolse il respiro.
Mentre si stava lentamente abituando a quella nuova situazione, Giancarlo le diede un nuovo ordine. «Si è fatto tardi, adesso lei deve uscire. Andrà al bar in cui siamo stati la volta scorsa e prenderà un aperitivo, da sola, sedendosi al tavolo sul mezzanino. È già riservato a mio nome, ho già scelto cosa dovrà bere. Quando le serviranno il cocktail, mi chiamerà al telefono. A quel punto le dirò cosa fare.»
A quelle parole, Sara andò completamente nel panico. Sentì un brivido gelarle il sangue, mentre il cuore ricominciava a battere all'impazzata. Uscire dal negozio in pieno pomeriggio, da sola, camminare per le strade del centro e salire sulla balconata di quel locale così frequentato era una follia. Sapeva che camminando o non appena si fosse seduta al mezzanino, lo spacco della gonna avrebbe mostrato a chiunque la culotte trasparente. Quel velo impalpabile avrebbe esposto in modo sfacciato la linea nuda delle cosce e la curva del sedere, offrendo la sua intimità a degli sconosciuti.
«Ma... Giancarlo, qualcuno potrebbe riconoscermi» sussurrò Sara, la voce incrinata dalla vergogna e dal timore che quel castello di fantasie crollasse di colpo sotto gli sguardi del mondo reale. «Se mi dovesse vedere un’amica…un collega d’università o, peggio, un professore... io morirei.»
Giancarlo la fissò, immobile, lasciando che il silenzio amplificasse il peso delle sue paure, poi il mezzo sorriso si riaffacciò sulle sue labbra, calmo e rassicurante.
«Non deve temere, Sara» rispose lui, con una fermezza che non ammetteva repliche. «Si guardi allo specchio. Vestita così nessuno potrebbe mai associare la donna che è adesso alla Sara che si nasconde dietro vestiti informi. Oggi lei è un’altra persona.»
L'uomo fece un passo verso una consolle di legno scuro, dove erano disposti ordinatamente alcuni astucci. «In ogni caso, ridurremo a zero il rischio. Vada dietro e si trucchi. Voglio un rossetto deciso, scuro, e gli occhi ben marcati. Cambi i connotati alla sua timidezza.»
Sara annuì, obbedendo quasi in trance, mossa da quella volontà che la svuotava di ogni potere decisionale. Davanti allo specchio del retrobottega, le sue dita tremavano mentre stendeva il colore sulle labbra, rendendole turgide e provocanti, e scuriva lo sguardo, trasformandolo in quello di una sconosciuta sfrontata.
Appena lei riapparve, Giancarlo si fece avanti con un paio di occhiali con delle lenti leggermente fumé, reggendoli per la montatura con due sole dita.«Indossi questi» le ordinò, sistemandoglieli sul naso con un gesto lento. Le lenti velavano i suoi occhi, ma le permettevano di osservare senza essere decifrata. «Ora il suo travestimento è perfetto. Ricordi ciò che le ho detto: lei sarà invisibile dietro questa maschera, ma il suo corpo si offrirà a chiunque vorrà ammirarlo. Vada.»
Sara esitò ancora sulla soglia, le dita che stringevano la borsetta come un’ancora di salvezza. Voltò leggermente la testa verso di lui, lo sguardo nascosto dietro le lenti fumé. «E poi...» replicò un pò seccata, cercando di dare una parvenza di logica a quel delirio, «poi dovrò tornare qui a cambiarmi. Non posso mica andare a casa conciata in questo modo».
Giancarlo non si scompose. Rimase a guardarla, le mani infilate con flemma nelle tasche della giacca, con un'espressione indecifrabile, quasi divertita dalla sua ingenua ricerca di rassicurazioni.
«Lei adesso deve solo pensare ad arrivare a quel tavolo, Sara, oppure decidere di andare a casa» rispose con un tono di voce che non ammetteva repliche. «Se decide per l’aperitivo, il "dopo" non le appartiene ancora. Sarò io a dirle quando, come e se potrà rivestire i suoi panni. Ora vada, il tempo scorre».
Quella parola, se, le risuonò nella mente. Senza più la forza di ribattere, sopraffatta dall'autorità di quell'uomo e dal calore segreto che le premeva nel ventre, Sara girò la maniglia. La porta del negozio si aprì, lasciando entrare il rumore della città e la luce del pomeriggio.

Il tragitto attraverso il centro era stato una sorta di incubo, ma ora Sara si trovava finalmente all’interno del locale. Il bar era affollatissimo, saturo del brusio tipico dell’ora dell'aperitivo. Non appena aveva sussurato il nome di Giancarlo al cameriere all'ingresso, era stata accompagnata su per i gradini della balconata, fino al tavolo riservato nel punto più esposto del mezzanino.
Nel momento in cui si era seduta, il panico aveva trovato la sua spietata conferma. Giancarlo aveva calcolato tutto: per prendere posto sulla sedia, Sara aveva dovuto assecondare l'orientamento del tavolo, posizionandosi in modo da essere completamente visibile dal salone sottostante.
Il movimento del sedersi aveva fatto il resto. Lo spacco profondo della gonna si era aperto del tutto, scivolando via come seta liquida e lasciando l'intera gamba completamente in vista. Il tessuto impalpabile della culotte, teso contro la pelle, non offriva alcuna protezione: la linea nuda delle cosce e l'accenno del sedere erano offerti alla balconata e agli sguardi di chiunque, dal basso, avesse alzato gli occhi verso il mezzanino. Pochi istanti dopo, il cameriere depositò sul tavolo un Negroni dal colore intenso, guarnito da una scorza d’arancia. Sara afferrò lo smartphone dalla borsa, cercò il contatto di Giancarlo e fece partire la chiamata. Il telefono squillò solo due volte prima che la voce profonda dell'alchimista risuonasse dall'altra parte del filo, calma e padrona della situazione:
«È al tavolo, Sara?»
«Si»
«Bene. Mi ascolti con attenzione», esordì l'uomo, con quel tono fermo che non ammetteva repliche. «Io la raggiungerò tra poco, non appena avrò chiuso il negozio. Nel frattempo, lei resterà esattamente dove si trova, berrà il suo cocktail e farà ciò che le dico. Per prima cosa, deve tenere le gambe leggermente aperte, in modo che lo spacco del vestito si apra e la gamba sia completamente scoperta per chiunque guardi.»
Sara trattenne il respiro, con il cuore che le batteva fin dentro la gola, mentre stringeva involontariamente il cellulare.
«Fatto questo», continuò Giancarlo «chiami sia casa che il suo ragazzo. Dica a entrambi che questa sera sarà fuori e che tornerà verso le 23. Non dia troppe spiegazioni, sia telegrafica. E’ adulta ormai, cominci a prendersi i suoi spazi di libertà».
Una pausa deliberata lasciò a Sara il tempo di sentire il peso di quel comando, prima che la voce di lui riprendesse, ancora più perentoria.
«Poi prenderà il telefono e chiamerà una sua amica. Parlerà del più e del meno, fingendo la normalità di un pomeriggio qualsiasi. Ma sarà solo una recita. Voglio che, sotto la superficie di quelle parole banali, la sua mente torni qui. Ricordi come si è offerta, il brivido di essersi sottomessa. Reciti pure la parte della ragazza perbene al telefono, ma lo faccia chiudendo e aprendo le gambe. Lo faccia varie volte: deve provare piacere nel compiere questo semplice movimento. Deve dare l'idea che ci sia qualcuno, dall'altra parte, che la spinge a fare così».
«E... e dopo…?» azzardò lei in un soffio, sentendo il ventre contrarsi per l'attesa e per la posizione impudica a cui era costretta.
«Il resto lo scoprirà quando sarò lì. Quando arriverò al bar, le dirò qual è il programma per la serata. Per adesso si goda il suo aperitivo, Sara, il Negroni di solito lo fanno molto bene. A tra poco.»
Il clic della chiamata interrotta risuonò come una sentenza. Sara abbassò lentamente lo smartphone, fissando lo schermo oscurato. Si costrinse a rilassare i muscoli e ad aprire leggermente le ginocchia, obbedendo all’ordine ricevuto.

Giancarlo arrivò al tavolo qualche tempo dopo. Si muoveva con lo sguardo sicuro di chi sa di avere il controllo totale della situazione. Non appena si accomodò sulla sedia di fronte a Sara, fece un cenno al cameriere e ordinò altri due cocktail, dicendo a Sara di finire subito il primo. Solo a quel punto posò gli occhi su di lei, lasciando che il suo sguardo scivolasse lentamente sul trucco, sugli occhiali fumé e, infine, indugiasse sulla gamba deliberatamente scoperta che faceva mostra di sé oltre lo spacco della gonna.
«È splendida, Sara» esordì, e la sua voce profonda cancellò in un istante tutto il rumore del bar. Il mezzo sorriso di Giancarlo si fece più disteso, quasi orgoglioso, mentre si sporgeva leggermente in avanti sul tavolino del mezzanino.
«Sono davvero molto contento di essere qui con lei questa sera. Mi fa un immenso piacere mostrarmi in pubblico con una ragazza così giovane e affascinante. Vedere come la guardano, e sapere che solo io conosco il segreto sotto quel tessuto... è una sensazione impagabile».
Sara sentì il viso bruciare di un rossore ancora più intenso, ma sotto le lenti scure i suoi occhi cercarono quelli dell'uomo, catturati da quel mix letale di sottomissione e vanità che le faceva tremare le mani sul vetro del bicchiere.
Giancarlo si appoggiò allo schienale, studiando le reazioni di lei con attenzione. Il cameriere portò i due cocktail, ma l'uomo non si mosse, lasciando che il silenzio rendesse ancora più intimo quel tavolo in mezzo alla folla.
«A dire il vero,» continuò, abbassando di un tono la voce, «sono stupito che una ragazza bella e giovane come lei sia così piena di vergogna. Mi sorprende e mi affascina allo stesso tempo».
Fece ruotare lentamente il suo bicchiere, tenendo lo sguardo piantato su di lei. «Non capisco come mai una donna così sensuale sia costretta a mostrarsi, come ha fatto nel mio retrobottega, per riuscire a eccitarsi. Alla sua età dovrebbe avere la fila fuori dalla porta. Dovrebbe avere così tanti corteggiatori, uomini pronti a darle ogni tipo di piacere, sia fisico che intellettuale. Eppure sceglie questa modalità così estrema».
Sara rimase del tutto immobile, quasi senza fiato, sentendo quelle parole scavare dentro di lei e ferirla molto più a fondo di quanto avrebbe mai voluto ammettere. Sotto le grandi lenti degli occhiali fumé, le sue pupille erano dilatate; gli occhi iniziarono a riempirsi di lacrime, mentre la sua mente veniva brutalmente costretta a fare i conti con la propria segreta perversione. «Evidentemente» concluse Giancarlo, con una nota di sottile e spietata curiosità, «nella sua storia passata ci deve essere stato qualcosa che la condiziona pesantemente. Qualcosa che la porta ad agire così, a cercare il limite per sentirsi viva».
«Ma prima di rispondere» la interruppe Giancarlo, la voce che si fece d'un tratto più fredda, un ordine affilato mimetizzato nel brusio del locale. Allungò una mano sul tavolo, sfiorandole appena le dita tese. «Apra di più la camicia e accavalli le gambe.»
Sara sussultò, lo sguardo fisso su di lui dietro le lenti fumé.
«Desidero che chiunque ci osservi veda in lei solo una ragazza che si accompagna a me in cambio di qualcosa. Voglio che dia l'idea di una giovane pronta a tutto per soddisfare i suoi desideri».
Un nodo soffocante le serrò la gola mentre, sotto il tavolo, la gamba completamente scoperta tremò. Guardandosi intorno con movimenti goffi e rallentati dal panico, portò le dita al colletto e fece scivolare un bottone fuori dall’asola. La camicia si aprì, mostrando il seno turgido che il reggiseno a balconcino spingeva sfacciatamente verso l’alto. Sara abbassò le mani, offrendo il decolleté all'approvazione di Giancarlo.
Quel piccolo gesto stava tagliando il legame con la Sara che era sempre stata, liberando una seconda personalità – esibizionista e sottomessa – rimasta repressa per anni sotto una facciata di ragazza perbene. Ormai paonazza, con il sangue che le pulsava nelle orecchie, si percepì sfacciata, priva di dignità e del tutto indifesa.
«Giancarlo, io... io ho raggiunto un limite…» rispose, la voce ridotta a un soffio spezzato, gli occhi lucidi nascosti dietro le lenti fumé. «Non può essere... non è possibile che qualcuno mi veda così. Quello che è successo in negozio oggi pomeriggio, con me oscenamente esposta...» Si interruppe, incapace di pronunciare ad alta voce tutta la vergogna di quel ricordo.
«Se qualcuno che conosco entrasse qui adesso, o se qualcuno mi avesse vista prima attraverso la vetrina... io sarei rovinata per sempre. Non posso spingermi oltre…».
Giancarlo la lasciò parlare, senza interromperla, godendosi lo spettacolo del suo smarrimento. Prese un sorso del suo cocktail, mantenne lo sguardo fisso sulla scollatura profonda di lei e rimase in silenzio, lasciando che le sue stesse parole di protesta galleggiassero nell'aria, scontrandosi con la realtà del suo corpo che continuava a offrirsi ai suoi occhi. Allungò un dito e le sollevò leggermente il mento, costringendola a guardarlo attraverso le lenti fumé.
«Nessuno potrebbe riconoscerla con la postura sfacciata che ha assunto nel negozio, Sara» replicò con voce ferma, stroncando sul nascere la sua protesta. «Esattamente come nessuno, adesso, saprebbe dire chi si nasconde dietro quegli occhiali. La smetta di usare la paura della gente come scusa.»
Fece scivolare la mano sul tavolo, tornando a far ruotare il bicchiere, mentre il suo sguardo si faceva più acuto.
«A me sembra piuttosto che lei abbia delle remore che non riguardano il pubblico, ma un punto di vista strettamente sessuale. Tutta questa vergogna nasconde altro. E questo è un problema che adesso vorrei approfondire con lei.»
Sara deglutì a vuoto, sentendosi persa sotto quel tono inquisitorio che la metteva a nudo.
«Per esempio,» continuò Giancarlo, abbassando la voce fino a renderla un sussurro tagliente, «vorrei proprio sapere come mai sia così inavvicinabile dietro. Qual è il blocco che le impedisce di usare quella strada? E mi dica... concede una totale intimità al suo ragazzo, o si nega a quelle forme di piacere, diciamo, più profonde?»
Il viso di Sara divenne, se possibile, ancora più purpureo. Bloccata in quella sedia, con le gambe accavallate e il petto scoperto, si sentì mancare il respiro davanti a quelle domande così esplicite, formulate con la massima naturalezza in mezzo a una folla di sconosciuti.
«Mi racconti, Sara» insistette Giancarlo, inclinando leggermente il busto in avanti. Il suo tono era tornato a essere quello magnetico e avvolgente dell'alchimista, una miscela di curiosità e distacco che non lasciava spazio a scappatoie. «Quando ha cominciato ad avere i primi approcci sessuali? Lei sembra in grado di godere in modo così naturale... Ha una carnalità istintiva, eppure si porta dietro questo muro di inibizioni.»
Sara cercò disperatamente di sostenere il suo sguardo, sentendosi incastrata tra la sfrontatezza del suo travestimento e la fragilità della sua intimità violata a parole. Il rumore dei clienti le sembrava un'eco lontanissima; l'unico suono reale era la voce dell'uomo di fronte a lei.
«Io... non lo so»
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