Il profumo (quarta parte)

scritto il 2026-10-17 tempo di lettura 15 min

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dominazione
cura
A

I giorni successivi si trasformarono in un'attesa febbrile. Sara passava le ore a lezione incapace di concentrarsi. Nella sua mente scorreva in loop il filmato di quel pomeriggio nel retrobottega, il fruscio dei pantaloni che cadevano, il profumo dei suoi umori respirato da quell'uomo così distaccato. Sara si continuava ad eccitare al solo pensiero di fare un'altra esperienza simile, sentendo una morsa di desiderio stringerle il basso ventre ogni volta che ripensava al tono fermo con cui lui aveva preteso di mantenere il "lei".
Alla fine, l'ossessione divenne troppo forte per essere contenuta. Con le dita che le tremavano, decise di chiamare in negozio.
Quando sentì la sua voce profonda dall'altro capo del filo, Sara deglutì, sforzandosi di mantenere il tono formale che lui aveva preteso. «Buon pomeriggio, Giancarlo... sono Sara. Volevo chiederle se posso venire a trovarla in questi giorni.»
Dall'altra parte della linea ci fu un attimo di silenzio, poi la voce di Giancarlo risuonò calma, avvolgente e priva di qualsiasi inflessione, come se stesse dettando le clausole di un contratto.
«Ho piacere di risentirla, Sara. Ma non può venire subito», rispose lui con assoluta flemma, prendendosi poi una lunga pausa.
«Prima di tornare, lei deve farmi avere tutte le sue misure, in modo che io le possa far trovare dei vestiti che potrà indossare in negozio. Voglio che si spogli della sua quotidianità tra queste mura, proprio per costringerla a vivere un'esperienza del tutto nuova, e misurarsi con sensazioni che non ha mai sperimentato prima.
Vada all’Atelier des Dames, c’è una sarta di mia fiducia. Se ha fretta di tornare qui in negozio prenda un appuntamento a mio nome il prima possibile. Ovviamente non dovrà pagare nulla.»
Sara trattenne il respiro, lusingata e intimorita dall'idea che Giancarlo volesse addirittura scegliere gli abiti per lei. Ma le condizioni non erano finite.
«C'è un'altra cosa», continuò Giancarlo, la voce che si faceva più bassa e perentoria. «Per il prossimo incontro, dovrà anche depilarsi completamente, nel caso ancora non lo sia già. La voglio profumare senza alcuna barriera sulla pelle.»
A quella richiesta, Sara sentì il cuore batterle fin dentro la gola. Questa cosa la imbarazzava molto, non tanto per l'atto in sé, ma per le implicazioni pratiche che comportava. Non avrebbe saputo proprio come giustificarla con il suo ragazzo, Massimo, che la conosceva da tre anni e che avrebbe notato immediatamente quel cambiamento radicale sul suo corpo, così distante dalle sue abitudini.
«Giancarlo... io vorrei», sussurrò lei, con la voce incrinata dalla timidezza, «ma... come faccio con il mio ragazzo? Se mi vede così, capirà che c'è qualcosa che non va. Non saprei come giustificarlo.»
La risposta di Giancarlo fu spietata e pragmatica, tipica di chi non ammetteva ostacoli nel proprio gioco di potere.
«Troverà un modo, Sara. Magari dicendogli banalmente che vuole rendere più piccante il vostro rapporto. La verità si nasconde benissimo dietro una mezza verità. Mi faccia sapere quando le misure saranno pronte. La saluto, a presto.» E, senza attendere una replica, riattaccò, lasciandola sola con il telefono contro l'orecchio e un nuovo, complicato dilemma da risolvere.

L'indirizzo fornito da Giancarlo portava a un elegante palazzo d'epoca in una via silenziosa del centro, non troppo distante dalla profumeria. Sara salì le scale con il cuore in gola, stringendo la borsa come se potesse farle da scudo. Quando la porta si aprì, si trovò davanti una donna sulla sessantina, dall'aria professionale, che la accolse con un semplice cenno del capo.
L'atelier era luminoso, dominato da specchi a tre ante e rotoli di tessuti preziosi. La sarta, senza perdere tempo in convenevoli, andò dritta al punto.
«Bene, Sara. Il signor Giancarlo mi ha spiegato di cosa ha bisogno», disse con tono distaccato ma perentorio. «Si spogli completamente, per favore. Ho bisogno di prendere le misure a nudo per capire l'esatta caduta dei tessuti sulla sua pelle.»
Sara sentì una fiammata di calore invaderle il viso. L'imbarazzo la bloccò per un istante, ma l'autorità della donna e la consapevolezza che tutto facesse parte del rito voluto da Giancarlo la spinsero a obbedire. Con le mani che le tremavano leggermente, sbottonò la camicia, sfilò la minigonna e, infine, l'intimo. Rimase immobile al centro della stanza, completamente nuda sotto la luce dei faretti, esposta allo sguardo della sarta che iniziò a far scorrere il metro sulla sua pelle, annotando le cifre su un taccuino.
Ma il protocollo di Giancarlo era ancora più meticoloso. La sarta si voltò verso una cassettiera di legno chiaro ed estrasse diverse scatole di cartone rigido.
«Il signor Giancarlo vuole che testiamo anche diverse tipologie di intimo», spiegò la donna, appoggiando i capi sul tavolo. «Devo capire quali modelli le valorizzano meglio il seno, e quali invece esaltano la forma del sedere o del pube, a seconda degli abiti che il signor Giancarlo deciderà di farle indossare.»
Per Sara, quella richiesta si trasformò in una nuova, intensa ondata di eccitazione. Realizzò in quel momento che persino la scelta del tessuto destinato a sfiorare la sua pelle non le apparteneva più: la sua volontà era completamente annullata, ridotta a un mero dettaglio tecnico nelle mani di altri.
Senza opporre alcuna resistenza, si lasciò manipolare dalla sarta, che le fece provare decine di capi, annotando tutto con cura. Passò dai balconcini in pizzo nero che le sollevavano il seno accentuando la scollatura, a provocanti reggiseni a quarto di coppa (di cui non conosceva l’esistenza) che lasciavano scoperti i capezzoli, fino a triangoli di seta leggerissimi. Poi provò perizomi sgambati che mettevano in risalto la curva dei fianchi, culotte velate e slip a vita alta, fino a una serie di completi con lo spacco che incorniciavano la sua intimità svelata. Infine, per studiare l'effetto degli abiti, la donna le fece indossare reggicalze, autoreggenti e collant aperti.
A ogni cambio, la donna le girava intorno, modificando le spalline, tendendo i tessuti e prendendo appunti dettagliati sul suo corpo. Sentirsi studiare e catalogare in quel modo, come un manichino destinato unicamente agli esperimenti sensoriali del “signor” Giancarlo, la stava facendo andare via con la testa. Non poteva scegliere cosa mettere, né come mostrarsi; ogni capo non faceva che ricordarle quanto ormai fosse deliziosamente prigioniera di quel gioco segreto, privata di ogni diritto se non quello di essere vestita e svestita a piacimento di un altro.
La sarta chiuse il taccuino con un colpo secco e guardò Sara con la stessa fredda professionalità con cui aveva preso ogni misura.
«Bene, abbiamo finito», disse, sistemandosi gli occhiali sul naso. «Il signor Giancarlo avrà tutte le informazioni direttamente da me. E avrà sicuramente piacere nel sapere che lei si è eccitata così tanto durante la prova»
A quelle parole Sara arrossì violentemente, non immaginava che la sarta se ne fosse accorta. Poi, pensando che il momento più difficile fosse passato, si mosse verso la sedia per rivestirsi. Ma la voce della donna la bloccò a metà strada, gelandola sul posto.
«Ah, dimenticavo. Il signor Giancarlo ha detto anche che dovrà lasciarmi la biancheria intima che indossa oggi.»
Sara si voltò di scatto, sgranando gli occhi e sentendosi letteralmente morire. Quella richiesta, formulata con tanta naturalezza, la sprofondò in un panico improvviso. Quella mattina, per comodità, era andata indossando una minigonna fresca e leggera. Soprattutto, per raggiungere il centro storico era dovuta andare in autobus, dato che l’atelier era all’interno della ZTL.
L'idea di uscire da quel palazzo d'epoca, camminare per strada e salire su un mezzo pubblico affollato, con addosso solo quella gonna e senza assolutamente nulla sotto, le provocò una vertigine. Si sentiva spogliata di ogni difesa, esposta in modo osceno, ma la determinazione di quell’uomo, trasmessa attraverso una sarta imperturbabile, non le lasciava margini di trattativa. Il gioco era iniziato, e le regole che le stava imponendo erano spietate.
Con le mani tremanti e le guance che le bruciavano di un rosso acceso,e senza osare proferire parola, tese reggiseno e mutandine alla sarta. La donna, fissandola con un'ombra di disprezzo, li prese e li ripose in una bustina trasparente senza fare una piega.

Pochi minuti dopo, Sara si ritrovò a scendere le scale del palazzo. A ogni passo, sentiva lo sfregamento leggero dell'orlo della stoffa contro la pelle nuda delle sue cosce. Quando aprì il portone principale e si immise sulla strada, sotto la luce del sole e in mezzo alla gente che passeggiava, avvertì un brivido di paura così intenso che dovette fermarsi un istante sul marciapiede. Doveva camminare fino alla fermata, e non si era mai sentita così spaventosamente vulnerabile. Cercava di fare passi piccoli e regolari, prestando attenzione anche alla borsa per timore che trascinasse il tessuto verso l'alto, mostrando le natiche nude. Si sentiva addosso gli sguardi di tutti, convinta che la sua sfrontata nudità fosse in qualche modo visibile dall'esterno.
Quando l'autobus di linea arrivò, Sara salì i gradini lentamente, con il cuore che le batteva all’impazzata. Il mezzo era affollato, pieno di turisti, e di studenti e pendolari che tornavano a casa. Aveva deciso di non sedersi: non voleva che la stoffa, salendo, mettesse in mostra la sua intimità.
Si posizionò al centro della vettura, afferrando con la mano destra il palo di sostegno centrale. Dovette sollevare leggermente il braccio e quel movimento tese il tessuto della gonna, accorciandola ulteriormente di qualche centimetro. Sara si irrigidì all'istante, sentendo il sangue pulsarle nelle orecchie.
A ogni frenata, a ogni curva il suo corpo oscillava, costringendola a cercare l'equilibrio. La vicinanza con gli altri passeggeri era soffocante. Un uomo di mezza età si mise proprio dietro di lei, a pochissimi centimetri di distanza. Sara avvertiva il calore della presenza di quell'estraneo alle sue spalle e fu colpita da un panico misto a un'eccitazione ingestibile: se l'autobus avesse frenato di colpo, se l'orlo si fosse sollevato anche solo di poco, l'uomo avrebbe visto che non indossava nulla sotto.
Quando l'autobus arrivò finalmente alla sua fermata, Sara aveva il respiro corto e le guance infuocate, ma sotto la pelle bruciava un desiderio di sottomissione ancora più devastante. Si rese conto che Giancarlo l'aveva piegata alle sue regole quasi senza nemmeno toccarla.
Arrivata a casa, si sedette sul letto, stringendo il telefono tra le dita. Lo sconvolgimento per le ore passate in sartoria e per quel viaggio in autobus le bruciava ancora. Quell'ossessione le si era piantata nella testa, un chiodo fisso che metteva a tacere qualsiasi altro pensiero. Incapace di sottrarsi al suo controllo, cercò il numero della profumeria con dita febbrili e avviò la chiamata.
Quando sentì lo scatto della risposta e la voce profonda e distaccata di Giancarlo, Sara deglutì, sforzandosi di dare un tono fermo alle sue parole.
«Buongiorno Giancarlo... sono Sara. Ho chiamato perché... sono stata dalla sarta», disse, usando il "lei" come lui aveva preteso.
«Molto bene, Sara», rispose lui, con una calma che sembrava rimetterla subito al suo posto. «Le dico già che dovranno vederci un pomeriggio della settimana prossima. C’è bisogno di tempo per far preparare ciò che serve per il suo teatrino.»
Sara fece per rispondere, ma l’uomo la interruppe subito, e il suo tono si fece improvvisamente più freddo, tagliente e perentorio.
«La sarta mi ha appena telefonato per riferirmi i dettagli della prova. Mi ha confermato ciò che già sapevo: lei ha un corpo splendido, Sara. Mi ha anche riferito, però, che non è ancora depilata. Le dico chiaramente che in quelle condizioni non potrà assolutamente venire in negozio per il nostro prossimo incontro. Non ammetto eccezioni.»
A quelle parole, Sara sentì il panico stringerle la gola. L'idea di dover eliminare ogni difesa dal proprio corpo, e soprattutto la paura di dover affrontare Massimo spiegando un cambiamento così radicale, la spinse a reagire. Sara lo supplicò di derogare, la voce che le tremava per l’imbarazzo «La prego, Giancarlo... non posso... è chiedere troppo», piagnucolando mentre stringeva le lenzuola del letto. «Cosa dovrei dire al mio ragazzo? Mi scoprirebbe subito. La prego, mi venga incontro…»
Ma il profumiere fu del tutto inflessibile. Rimase arroccato nella sua posizione di assoluto controllo, sordo a qualunque compromesso.
«Le ho già detto che è libera di fare ciò che vuole, Sara. Se la sua paura è più grande del suo desiderio, può benissimo rimanere a casa con la sua vita tranquilla e i suoi peli», disse lui, con una freddezza e un cinismo che la ferirono nel profondo. «Ma se vuole tornare da me, sa quali sono le regole. Anzi, le dico di più: quando verrà la settimana prossima, dovrà essere vestita nello stesso identico modo di quando è uscita dal palazzo della sarta. Con la stessa gonna corta. E con l'assoluto divieto di indossare la biancheria intima.»
Il profumiere fece una brevissima pausa, lasciando che il peso di quell'ordine spietato prendesse corpo nella mente della ragazza. «Voglio che riviva quel viaggio, e voglio trovarla esattamente come la sarta l'ha lasciata, eccitata e piena di desiderio. Mi chiami solo quando sarà pronta.»
E, con lo stesso distacco dell'ultima volta, Giancarlo riagganciò. Sara rimase a fissare lo schermo del telefono. Era intrappolata: per rivederlo doveva cancellare ogni sua inibizione, modificare il proprio corpo e affrontare Massimo con la scusa che lui stesso le aveva suggerito.
Sara si alzò dal letto mossa da un impulso che non rispondeva più alla sua volontà. Entrò in bagno, girò la chiave nella serratura e fece scivolare la gonna lungo le gambe. Poi, preso forbici e rasoio, si sedette sul bordo della vasca e, con il cuore che le batteva forte, iniziò.
Vide piano piano scomparire sotto la schiuma l'ultima barriera che proteggeva la sua intimità. A ogni passaggio della lametta su quella pelle così sensibile, le risaliva il pensiero perverso di offrire la propria carne nuda e svestita allo sguardo di un altro uomo, sempre più eccitata all'idea di farsi possedere non solo dai suoi occhi. Con movimenti lenti e incerti, sollevò una gamba sul bordo della vasca, addentrandosi alla cieca verso le zone più nascoste. Radere il perineo e la zona intorno all'ano si rivelò un'operazione difficile, quasi acrobatica, che le impose di procedere con estrema cautela per non ferirsi. Eppure, proprio quella difficoltà, quell'atto così intimo e faticoso eseguito per ordine di un estraneo, accelerò la reazione del suo corpo. Molto prima di posare il rasoio, molto prima di guardarsi, sentì la propria carne rispondere. Una secrezione calda e densa scivolò fuori dalla vagina, scendendo lungo la pelle cogliendola del tutto impreparata. Solo allora, con le dita che le tremavano, si alzò per guardarsi allo specchio: era completamente liscia e aperta, con il sesso gonfio e il clitoride spaventosamente esposto.
Davanti allo specchio, la visione di quella nudità assoluta la eccitò oltremodo. Spinta dall'urgenza di quel fluido caldo che continuava a scivolare lungo le sue cosce, aprì leggermente le gambe e portò le mani al petto, iniziando a tormentare i capezzoli. Poi, mentre con una mano continuava a premere e tirare il seno, fece scendere l’altra lentamente verso il basso ventre. Quando i polpastrelli, già umidi del suo stesso umore, sfiorarono il clitoride del tutto scoperto, un brivido le scosse la spina dorsale. Cominciò a toccarsi con movimenti piccoli, circolari, quasi ossessivi. L'assenza totale di peli sul pube, sul perineo e nella zona più nascosta intorno all'ano amplificava ogni minimo tocco, trasformando ogni carezza in una scossa quasi intollerabile. Chiuse gli occhi, abbandonandosi a quella stimolazione amplificata, immaginando che le dita che la stavano esplorando non fossero le sue, ma quelle del profumiere che anche a distanza governava i suoi sensi.

La rivelazione al suo ragazzo avvenne qualche sera dopo, durante il weekend, nell'intimità ristretta della macchina di Massimo. Prima che lui potesse allungare le mani sotto i vestiti, Sara scelse di applicare la strategia di Giancarlo. Lo fissò nell'oscurità dell'abitacolo e gli svelò il suo segreto, mossa da un'audacia che non le apparteneva.
«Ti sei depilata tutta? E perché?» domandò lui, sinceramente sbalordito da una svolta così distante dal pudore a cui era abituato.
Sara avvertì un calore violento salirle alle guance, grata che il buio della vettura nascondesse il suo rossore. Sfruttando la mezza verità dell'alchimista, sussurrò: «Volevo provare una sensazione nuova. Voglio sentire la tua lingua direttamente sulla mia pelle, senza filtri. Voglio godere così.»
L'impatto di quelle parole su Massimo fu devastante. Il suo ego e il suo desiderio si incendiarono all'istante; la reclinò sul sedile con un'energia quasi dimenticata, eccitato da quel regalo. Sara lo lasciò fare rimanendo completamente passiva, e riuscì persino a godere mentre lui la penetrava con le dita e le leccava il clitoride. Ma i brividi che le correvano sulla pelle non erano per il suo fidanzato. I suoi pensieri erano per Giancarlo, il profumiere che le aveva preso la mente, mettendone a nudo tutta la fame di sottomissione che in questi anni aveva represso e facendo emergere i suoi desideri più inconfessabili.
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