Janet e Ornella

scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 13 min

di
genere
saffico
cura
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Questa è la rivisitazione di un racconto già esistente, raccontato però da una prospettiva invertita.
Dove prima la narrazione seguiva il punto di vista di chi subiva, ora segue quello di chi agisce e decide. Il racconto originale "Massaggio Thai - 1"

Il mio centro si trova in una delle vie più affollate del centro di Milano, ma appena si varca la porta sembra di lasciare la città qualche metro più indietro.
Ho sempre voluto che fosse così.
Niente insegne aggressive, niente fotografie improbabili di paradisi tropicali. Solo una luce calda, profumi discreti di legno di sandalo e oli essenziali, musica appena percettibile e sei piccole stanze raccolte, ciascuna pensata per far dimenticare ai clienti l'orologio e, possibilmente, anche il motivo per cui sono entrati.
Sono io ad accogliere le persone. Mi piace osservare chi entra.
C'è chi arriva già rilassato, chi parla troppo, chi pretende, chi non sa nemmeno spiegare cosa gli faccia male. E poi ci sono quelli che entrano portandosi addosso un'intera giornata.
Quel martedì di settembre era particolarmente caldo. Avevo appena terminato con una cliente quando sentii aprirsi la porta. Alzai gli occhi. La donna che entrò aveva qualcosa che attirò immediatamente la mia attenzione.
Era sui cinquant'anni, forse qualche anno meno. Elegante senza ostentazione, curata in ogni dettaglio, con quel genere di bellezza che non ha bisogno di essere mostrata perché si impone da sola. Il tailleur le cadeva perfettamente addosso, i tacchi raccontavano una giornata probabilmente interminabile e il viso, nonostante il trucco impeccabile, tradiva una stanchezza profonda.
Mi sorrise con educazione.
“Buonasera”
“Buonasera” risposi
Si presentò come Ornella e mi spiegò di avere un dolore insistente alla spalla sinistra. Mentre parlava, però, capii che quello non era il vero problema. Il vero problema era la tensione. La riconoscevo immediatamente: nelle spalle sollevate, nella mascella leggermente contratta, nel modo in cui teneva la borsa stretta nella mano come se fosse ancora in riunione.
Mi disse che aveva avuto una giornata terribile, che doveva ancora affrontare una cena di lavoro e che avrebbe voluto semplicemente rilassarsi per un'ora e mezza. Mi chiese anche se fosse possibile fare una doccia prima di uscire.
Le proposi un trattamento completo con olio caldo.
“Novanta minuti” le dissi. “Credo che siano proprio quello che le serve”
Guardò l'orologio. Aveva poco tempo. Le spiegai che le altre massaggiatrici erano impegnate e che, se avesse aspettato, avrebbe potuto scegliere tra loro. Mi guardò per qualche secondo, poi scosse appena la testa.
“No. Non posso aspettare”
“Allora si affidi a me”
Pronunciai quelle parole con un sorriso. Non era una frase che dicevo a tutti. Ornella mi seguì lungo il corridoio.
La osservai mentre camminava davanti a me. Non per semplice curiosità professionale. C'era qualcosa nel modo in cui si muoveva, nella sicurezza apparentemente intatta nonostante la stanchezza, che mi fece pensare che quella donna fosse abituata a controllare ogni cosa.
Mi chiesi quanto tempo sarebbe riuscita a mantenere quel controllo.
La stanza era pronta.
La luce calda, il materasso ampio e morbido, i teli profumati. Le indicai dove potesse lasciare i vestiti e le spiegai che sarebbe rimasta sola mentre si preparava.
“Si metta comoda. Torno tra poco”
Chiusi la porta. Per qualche secondo rimasi nel corridoio. Poi sorrisi tra me. Avevo già capito che Ornella sarebbe stata una cliente particolare. Quando rientrai, la trovai distesa, finalmente privata almeno in parte della corazza con cui era entrata.
Abbassai le luci. La musica riempì appena la stanza.
Mi avvicinai al lettino e appoggiai le mani sulle sue spalle.
Erano dure come pietra.
“Lo immaginavo” mormorai.
“Cosa?”
“Che fosse molto più tesa di quanto pensasse”
Sentii una piccola risata stanca.
“Non mi dica che se n'è accorta.”
“È il mio lavoro”
Cominciai lentamente. Prima le spalle, poi il collo, la schiena, le braccia. Senza fretta. Lasciando che fosse il corpo stesso a indicarmi dove insistere e dove invece alleggerire la pressione. Dopo pochi minuti il respiro di Ornella cambiò. Più lento. Più profondo.
La donna che aveva attraversato la porta qualche minuto prima sembrava già lontana.
Continuai il trattamento in silenzio, osservando con attenzione ogni piccola reazione. Il suo corpo cominciava a cedere alla stanchezza e al rilassamento, mentre io iniziavo a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi spinto un poco oltre quel confine invisibile che separava il semplice benessere da qualcosa di più intimo.
Non avevo ancora deciso nulla. Ma una cosa la sapevo. Ornella non era entrata nel mio centro soltanto per una spalla dolorante. E, mentre le mie mani continuavano lentamente il loro lavoro, cominciai a pensare che forse nemmeno lei sapeva ancora esattamente per cosa fosse venuta.
Continuai a lavorare sulle spalle ancora per qualche minuto, lasciando che il ritmo delle mie mani diventasse sempre più lento. Ornella respirava profondamente e sembrava ormai lontanissima dalla donna nervosa che avevo accolto poco prima.
Era quello il momento in cui, normalmente, avrei semplicemente proseguito il trattamento.
Invece decisi di osare appena.
Portai le mani lungo i lati del collo e poi sulle spalle, lasciandole scivolare verso il décolleté con un movimento ampio e apparentemente naturale. Mi fermai un istante prima di oltrepassare quel confine che una massaggiatrice professionista non dovrebbe mai oltrepassare. Non avevo bisogno di farlo. Volevo soltanto vedere cosa sarebbe successo.
Ornella non si mosse.
Ripetei il movimento, questa volta ancora più lentamente, lasciando che le dita sfiorassero appena la pelle nella parte alta del seno. Un contatto breve, quasi accidentale.
Aspettai.
Il respiro di Ornella cambiò. Solo per un istante. Un'inspirazione più profonda, seguita da un'espirazione lenta. Sorrisi appena, senza che lei potesse vedermi. Non era una risposta sufficiente per trarre conclusioni, ma era abbastanza per incuriosirmi.
Ripresi il massaggio con assoluta naturalezza, come se nulla fosse accaduto.
Scivolai poi lungo i fianchi, sull'addome e sulle gambe, mantenendo sempre un ritmo regolare. Ogni tanto mi avvicinavo un poco di più alla zona che avevo deciso di esplorare, senza mai trasformare quel gesto in qualcosa di inequivocabile. Ornella rimaneva immobile. Ma ormai sapevo che non era completamente inconsapevole di me.
E la cosa cominciava a piacermi. Non avevo fretta. Volevo capire se quella donna mi avrebbe lasciato avvicinare ancora un poco. E soprattutto volevo scoprire se, dietro gli occhi chiusi e il respiro tranquillo, anche lei stesse aspettando che lo facessi.
Dopo qualche minuto mi spostai ai piedi del materasso.
Presi uno dei suoi piedi tra le mani e cominciai a lavorare lentamente sulla pianta, insistendo con i pollici nei punti più contratti. Poi passai alle dita, una per una, con la stessa attenzione che avevo dedicato alle spalle. Ornella lasciò sfuggire un respiro soddisfatto.
Continuai a risalire. Polpacci, ginocchia, cosce. Quando arrivai alle gambe, le chiesi con un gesto delicato di lasciarle appena più rilassate e divaricate. Non c'era nulla di insolito in quella posizione per il trattamento che stavo eseguendo, e mantenni il mio atteggiamento assolutamente professionale.
Ma ormai conoscevo il corpo che avevo davanti. Sapevo leggere ogni minima variazione della respirazione, ogni tensione involontaria. Mi portai più vicina e appoggiai le mani sull'addome, iniziando a massaggiare con movimenti lenti e circolari. Salivo e scendevo seguendo il ritmo naturale del suo respiro, lavorando delicatamente sulla zona tra il ventre e il petto. Ornella aveva gli occhi chiusi. Sembrava completamente abbandonata. Continuai ancora per qualche minuto, lasciando che le mie mani percorressero sempre lo stesso tragitto, senza fretta. A un certo punto percepii qualcosa di diverso.
Un lieve cambiamento nel suo respiro. Quasi impercettibile. Le mie mani si fermarono appena, poi ripresero il movimento con la medesima naturalezza. La osservai. Non aveva aperto gli occhi. Non si era sottratta al contatto. Anzi, il suo corpo sembrava essersi fatto ancora più ricettivo al massaggio.
Fu allora che compresi di aver raggiunto quel sottile confine che cercavo da qualche minuto. Non avevo bisogno di attraversarlo. Mi bastava sapere che esisteva.
E, per la prima volta da quando Ornella era entrata nel centro, mi chiesi non quanto potessi osare io, ma quanto lontano fosse disposta ad accompagnarmi lei. Continuai a massaggiarla lentamente, lasciando che fosse il silenzio della stanza a fare il resto.
Per quasi un'ora avevo lasciato che fossero le mie mani a parlare.
Ora, però, qualcosa dentro di me era cambiato.
Lo sentivo nel modo in cui guardavo Ornella, nel modo in cui aspettavo ogni suo respiro prima di decidere il movimento successivo. Il massaggio continuava, ma non era più soltanto un trattamento. Avevo smesso di fingere, almeno con me stessa. Alleggerii progressivamente la pressione. Le mie mani divennero più lente, più leggere, quasi esitanti, e proprio per questo ogni contatto acquistò un'intensità diversa. Volevo capire se Ornella avrebbe percepito quella differenza.
La percepì. Il suo respiro si interruppe per un istante. Mi fermai, ma solo per salire sul lettino e posizionarmi in ginocchio davanti al suo seno. Lo vidi gonfiarsi, i capezzoli indurirsi, ed il suo fiore sbocciare abbandonandosi a quella dolce e piacevole sensazione le stavo provocando.
Presi i capezzoli, ormai duri, fra le dita iniziando a strizzarli rudemente, mentre con un ginocchio allargai le cosce di Ornella.
Aprì gli occhi di colpo e mi guardò, sorpresa. Nel suo sguardo lessi qualcosa che non riuscii immediatamente a decifrare: stupore, forse indignazione, ma anche quella frazione di secondo in cui una persona deve decidere come reagire a qualcosa che non aveva previsto.
“Che cosa stai facendo?”
La domanda rimase sospesa nella stanza. Non sorrisi più. Mi chinai appena, mantenendo lo sguardo nel suo.
“Se vuoi che mi fermi, mi fermo.”
Questa volta non c'era ironia nella mia voce. Aspettai. Fu un'attesa brevissima, ma a me sembrò lunghissima.
Ornella non disse nulla.I suoi occhi rimasero nei miei per qualche secondo, poi lentamente si richiusero. Non era una risposta pronunciata. Ma era una risposta.
La pressione sui suoi capezzoli diminuisce ma non li mollo. Mi alzo dal lettino e mi posiziono in piedi al suo fianco. Ricomincio a stringerli e a rotearli tra le mie dita piccole, strappandole gemiti di dolore che mi fanno sorridere. So benissimo cosa le sto facendo partire: quel desiderio sporco di essere portata a godere. Lei lo sa che lo so, e io lo so che lo sa. Eppure mi limito ancora per minuti interi a quel gioco crudele: stringo, roteò, allento la presa, tocco solo i capezzoli e nient’altro. Niente sotto, niente di più. Solo quella tortura lenta e precisa.
Poi, all’improvviso, tiro fortissimo. Le dita ancora unte di olio scivolano via dai suoi capezzoli e le stappo un grido acuto, bellissimo. Salgo a cavalcioni su di lei, mi siedo sul suo petto e inizio a massaggiarle il sesso dall’esterno. La apro con le dita, la forzo a mostrarmi tutto, fino a mettere in evidenza la clitoride gonfia e tesa. La sento esposta, vulnerabile. E subito dopo la tratto esattamente come avevo trattato i capezzoli: pressione, dita che ruotano, dita che scivolano. La torturo allo stesso modo.
Lei urla. Mi alzo appena e mi metto sopra il suo viso, soffocandola nei miei glutei vestiti di seta mentre continuo a martoriarla sotto. La tengo bloccata, il mio peso le chiude la bocca e il naso mentre le dita non le danno tregua. Sento il suo corpo tendersi, sento l’orgasmo violento e rapidissimo che le parte, quasi strozzato. Appena mi accorgo che sta godendo smetto di toccarla. La lascio con il piacere racchiuso in un urlo di rabbia soffocato dal mio peso. Niente climax completo. Solo quella frustrazione crudele.
Mi alzo, mi metto davanti a lei e inizio subito a penetrarla con la mano destra. È lunga, piccola, sottile: se la fa strada dentro di lei completamente, fino in fondo. Le cinque dita aperte le toccano tutto all’interno mentre la sinistra torna a torturarle la clitoride. La sento tutta intorno alla mia mano. Sento il suo corpo scuotersi, sento partire da lei quell’impulso elettrico che è il preludio di un orgasmo lunghissimo. Lo controllo io. Stringo a pugno la mano dentro di lei e, nel momento esatto dell’apice, la tolgo di colpo. Il suo fiore violato si trasforma in una cascata di umori che le scende tra le cosce.
È stravolta. Risalgo sul suo petto, le metto la mano ancora bagnata di lei in bocca, le faccio assaggiare se stessa. Rido, cattiva. Mi rialzo e esco dalla stanza lasciandola così.
Esco dalla stanza senza voltarmi. Chiudo la porta dietro di me con un click leggero, lasciando Ornella nuda e ancora tremante sul lettino, le cosce lucide dei suoi stessi umori, la bocca ancora aperta sul sapore di sé stessa che le ho costretto a sentire.
Nel corridoio del centro l’aria è più fresca, quasi asettica. Cammino lentamente, deliberatamente, sentendo ancora sulle dita l’eco calda e viscida di lei. So cosa sta succedendo dietro quella porta chiusa. La sento nella testa: Ornella che cerca di alzarsi, le gambe molli, le ginocchia che cedono un istante. Si rassetta i capelli con mani ancora tremanti, si asciuga alla meglio tra le cosce con il lenzuolo stropicciato, cerca di rimettersi il reggiseno, la gonna, di ricomporsi abbastanza da sembrare una cliente normale e non una donna che ha appena urlato e pianto e venuta sotto le mie mani.
Io non aspetto. Continuo a camminare.
Arrivo alla reception. Qualche minuto dopo la vedo uscire dall’area trattamenti. Cammina un po’ rigida, le labbra strette, gli occhi bassi. Si è ricomposta, sì: vestiti in ordine, trucco quasi intatto, ma io leggo tutto quello che ha cercato di nascondere. Il leggero rossore ancora sulle guance, il modo in cui tiene le cosce un po’ troppo chiuse, il piccolo brivido che le attraversa quando i nostri sguardi si sfiorano per un secondo.
Le faccio un sorriso breve, professionale, quasi dolce.
“A presto, Ornella”
Lei abbassa lo sguardo, mormora qualcosa di indiscernibile e esce dal centro senza voltarsi. Io resto ferma un istante, sentendo ancora sulle dita il suo sapore e il potere di averla lasciata così: piena, svuotata, e già desiderosa di tornare.
Resto ferma un istante dopo che la porta del centro si chiude dietro di lei.
Il sapore di Ornella è ancora sulle mie dita, caldo e salato. La sento ancora intorno alla mano, il modo in cui il suo corpo ha ceduto, ha urlato, ha pianto ed è venuta sotto il mio controllo. Quella sensazione mi scorre lungo la schiena come una carezza crudele.
Vorrei di più.
Vorrei sottometterla del tutto. Toglierle non solo i vestiti, ma anche quella maschera di donna decisa e incontrollabile che indossa fuori da queste stanze. Vorrei spezzarla piano, giorno dopo giorno, fino a farla diventare mia. Aggiungerla al mio piccolo harem privato: un’altra creatura che trema quando entro, che si apre senza chiedere, che mi aspetta già bagnata e silenziosa.
So che non sarà facile. Ornella, fuori da qui, è di ferro. Ha lo sguardo di chi decide, di chi non si piega, di chi tiene il controllo della propria vita con le unghie. Non è una di quelle che si consegna al primo orgasmo violento. Resisterà. Lotterà. Forse mi odierà un po’, forse cercherà di tenermi a distanza.
Eppure mi piace. Mi piace troppo. Mi piace proprio perché è così. Perché sotto quella corazza di determinazione ho già sentito il brivido, il cedimento, il bisogno.
Sorrido tra me mentre esco dal centro.
L’avrò. Non subito. Non facilmente. Ma la avrò. E quando finalmente piegherà la testa e mi chiamerà padrona, sapendo di aver perso contro di me, sarà ancora più dolce.
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