Il Video che non Doveva Esistere - Parte 4, Il processo al culo

scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 5 min

di
genere
esibizionismo
cura
C−

Quando il senso di colpa prende sonno, gli incubi fanno il resto.

Racconto:
Tok. Tok. Tok.
Onofrio continua a bussare alla porta.
Io, però, non lo sento più. Sono sfinita. La paura, i messaggi, il ragioniere, il direttore, la polizia… È troppo. Mi rannicchio sotto la coperta e, senza neanche accorgermene, mi addormento.
Mi ritrovo in tribunale.
Sono imputata. Non so bene di cosa, ma ci sono un giudice, gli avvocati e un pubblico che mi fissa.
Il giudice entra, si siede e batte il martelletto.
«La corte è riunita per giudicare il culo della signorina Erika.»
Come?
Mi guardo intorno. Ho capito bene?
Il mio avvocato si alza.
«Signor giudice, il mio assistito… cioè, la mia assistita… sostiene che il suo culo sia uguale a quello di tutti gli altri.»
Mi aggrappo a quelle parole. Finalmente qualcuno che mi difende!
Il pubblico ministero si alza e indica il maxischermo alle sue spalle.
«Signor giudice, le prove parlano chiaro.»
Parte il filmato.
Il mio culo appare sullo schermo. È enorme. Sproporzionato. In alta definizione.
Cerco di sprofondare nella sedia. Vorrei diventare invisibile. Vorrei nascondermi ma sono intrappolata in quell'aula.
«Come potete vedere», continua il pubblico ministero, «questo sedere ha bisogno di una forte liposuzione.»
«Il mio culo non è quello del video!» urlo.
Tok. Tok. Tok.
Il giudice batte il martelletto, sovrastando il mormorio dell'aula.
«Silenzio! Silenzio in aula!»
Tutti tacciono.
Il giudice si sistema gli occhiali e mi guarda.
«Signorina, ci faccia vedere quello originale.»
Nooooo!
Nooooo!
Cerco di alzarmi, ma le gambe non mi reggono. Mi agito sulla sedia, provo a coprirmi, a scappare, a fare qualsiasi cosa pur di evitare quell'abuso di potere.
«Non è possibile! Non potete chiedermi una cosa del genere!»
Il giudice sorride.
E qualcosa cambia nella sua faccia.
No.
Non è più una faccia.
È un culo.
Due chiappe al posto delle guance, una fossetta al centro e un sorriso impossibile che sembra allargarsi sempre di più.
Anche gli avvocati si stanno trasformando. Uno dopo l'altro, diventano facce di culo. Ridacchiano, si danno di gomito, si indicano a vicenda.
Mi giro verso la platea.
Sono tutti facce di culo.
Tutti.
Il pubblico ride. Il giudice ride. Gli avvocati ridono.
Poi mi accorgo di un dettaglio ancora più terribile.
Anche la mia faccia sta cambiando.
Mi porto le mani al viso. Sento le guance gonfiarsi, la pelle tirare, qualcosa deformarsi sotto le dita.
No. No, no, no.
Sto diventando una faccia di culo anch'io!
«Erika! Erika, sveglia!»
La voce arriva da lontano.
«Erika! Mi senti?»
Il tribunale scompare. Le risate si dissolvono.
Apro gli occhi di colpo.
«Erika, finalmente!»
È papà.
Papà.
È davvero lui.
«Erika, finalmente. Ti stavamo aspettando.»
Aspettando?
Guardo meglio. Non sono più nella mia camera d'albergo. Sono in un cimitero. Ci sono fiori ovunque, corone funebri, facce serie e gente che conosco. Alessia, Luca, Viviana, Onofrio. Mio padre è in prima fila, con gli occhi rossi.
Al centro c'è una bara.
Mi avvicino lentamente.
Sulla bara c'è una fotografia di Marco.
No.
No, no, no.
«Ma è morto?» chiedo.
Alessia mi guarda, sconvolta.
«Erika, ma come ti permetti?»
Poi abbassa gli occhi sul mio abbigliamento.
La seguo con lo sguardo.
Sono nuda.
Completamente nuda.
E non basta: indosso un velo nero che arriva appena alla vita e lascia il culo completamente scoperto.
Mi giro di scatto per coprirmi, ma dietro di me ci sono almeno cinquanta persone. Tutte sedute. Tutte in silenzio. Tutte con gli occhi puntati sul mio fondoschiena.
«Ma perché sono nuda?» urlo.
Il prete si schiarisce la voce.
«La signorina Erika ha chiesto di partecipare al funerale in questo modo, come penitenza per aver ucciso il signor Marco.»
«Io non ho chiesto un bel niente!»
«C'è anche una registrazione», interviene Viviana.
Tira fuori un telefono.
Il telefono di Marco.
Sul display compare un video.
Il mio culo sotto la doccia.
«Ma io non l'ho ucciso!» strillo, indicando la bara.
A quel punto Marco si mette seduto.
È pallido come un cadavere e mi guarda con un'espressione solenne.
«Erika», dice con voce cavernosa, «volevo soltanto chiederti perché hai cercato di distruggere la mia reputazione.»
Si alza dalla bara.
Ti prego, no.
Apro la bocca per urlare, ma dalla mia gola esce soltanto un suono ridicolo.
«BUZZ! BUZZ! BUZZ!»
La campana della chiesa?
No. Qualcuno sta bussando alla porta.
«Erika! Svegliati!»
Apro gli occhi di colpo.
Marco.
È Marco, in piedi davanti a me. Non è pallido come un cadavere. Non è dentro una bara. E, soprattutto, non ha una faccia di culo.
Lo guardo per qualche secondo, senza riuscire a capire se sono ancora nel sogno.
Poi gli metto una mano sulla guancia.
Lui mi fissa, perplesso.
Gli tocco il naso. La fronte. Di nuovo la guancia.
«Erika, ma che stai facendo?»
Lo palpo ancora, giusto per essere sicura.
Okay.
È il Marco reale.
Con la sua solita faccia di culo.
Ma quella vera!
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