L'insegnante di piano

scritto il 2026-10-19 tempo di lettura 5 min

di
genere
esibizionismo
cura
A

Vado da lei da qualche mese.
È una ragazza bella, alla mano. Non credo che possa nascere niente tra noi: io non ci ho mai provato e lei si mostra indifferente. Anch’io, per la verità.
Ma l’attrazione a volte si nasconde dietro a cervelli che si fanno film mentali.

Un giorno, come al solito, a fine lezione registro con il telefono l’ultima parte. Per una frazione di secondo l’inquadratura scivola sulle sue tette. Una minuscola frazione di secondo. Riprendo subito il controllo e punto la camera sulla tastiera. Spero che non se ne sia accorta. È solo una sciocchezza, niente di più. Non le ho mai fatto allusioni di nessun tipo: sono solo uno studente interessato alle sue lezioni.

Nei giorni successivi lei cambia atteggiamento. Diventa scostante. Io avevo già dimenticato quel microsecondo di video e non collego le due cose.
Chissà che film si era fatta.

Sta di fatto che, nel bel mezzo di un nuovo pezzo da imparare, non mi dà il tempo di completare il ciclo di lezioni e mi scrive che non vuole più continuare.
Io non ci sto. Non mi dà nessun motivo valido, così le chiedo almeno di finire il pezzo: non è giusto lasciarlo a metà.

«No», mi risponde. «Sono stanca.»
«Finamo almeno l’ultima lezione.»
«Ok.»

Quella notte, a mezzanotte, mi viene una battuta strana. Il dito si muove sul tastierino, disinibito. Le scrivo mezzo assonnato:

«Lo sai? Ti ho sognata l’altra notte. Mi stavi facendo lezione nuda, come se niente fosse, io vestito. Mi sembrava una cosa normalissima. Poi mi dici che era l’ultima lezione, inizi a piangere e corri in bagno a chiuderti.»

Mi addormento.

È mattina presto. Appena sveglio vedo la notifica e mi allarmo. Mi ricordo il messaggio. Mi metto le mani nei capelli. Magari non l’ha letto, mi dico. Apro l’app: posso ancora cancellarlo.
Niente. Letto. Nessuna risposta.
Sono sputtanato.

Non le scrivo più. Lei non scrive.
Domani c’è la lezione. Silenzio totale.
Penso di annullare. Se vado, magari nemmeno mi apre.
La giornata è lunghissima. Continuo a rimuginare. Non le mando messaggi: peggiorerei solo la situazione.

Arriva martedì. Giorno di lezione.
Sono in macchina, in mezzo al traffico, con un’erezione scomoda e zero voglia. La chat è muta.
Dieci minuti prima della lezione le scrivo che sto per arrivare. Il messaggio diventa subito verde: lo ha letto. Non risponde. Di solito risponde sempre.

Il portone è aperto. Salgo le scale. Busso.
L’attesa sembra interminabile. Sto per andarmene, già girato verso le scale, quando la porta si apre.

Mi giro.
Lei ha la stessa espressione di sempre. Guarda distrattamente il telefono e mi fa cenno di entrare.
Solo che è completamente nuda.

Resto impalato, imbarazzato, senza sapere cosa fare.
Lei fa finta di niente e mi invita dentro.

«Sbrigati, oggi ho fretta. Dobbiamo finire dieci minuti prima.»

Vorrei dirle che non ricordo più nessuna nota, che ho un totale blocco della memoria, ma sono troppo curioso di vedere se riesce a restare salda nel ruolo di insegnante di piano fino alla fine.
Decido di recitare la mia parte, come sempre.

Lei si accorge del mio cambio di espressione. Io resto risoluto, fingo che sia tutto normale. Voglio vedere se regge.

La lezione finisce. Ho recitato fino all’ultimo minuto.
Lei mi apre la porta. La saluto e aspetto che chiuda.
Appena la porta si chiude le scrivo:

«Ho recitato bene? Ho avuto solo un problema di memoria perché il sangue era andato tutto da un’altra parte. Mi sento ancora un po’ leggero, credo di non avere più sangue nel cervello.»

«Non me ne sono accorta», risponde.

«Puoi aprire per favore? Sono qui dietro. Senza sangue mi girano le vertigini.»

Mi apre. Non è più nuda.
Mi fa entrare.

«Vieni in camera», dice.
Si allontana, torna con un bicchiere d’acqua.
«Va meglio ora?»

«Ti sembra? Guarda qui.»
Le mostro la patta.

Va in cucina e torna con del ghiaccio. Me lo mette sopra.
«Ahia!»
Strofina il ghiaccio.
«Ecco fatto. Problema risolto.»

Poi mi accompagna verso l’uscita. Io con i pantaloni bagnati.
Davvero pensa di liquidare la cosa con un po’ di ghiaccio?

«Ho la patta ghiacciata e bagnata. Una folata di vento e mi si congela tutto. E se me lo amputano, che facciamo? È l’unico che ho. Non me lo riattaccano.»

Quella scompare in bagno e torna con il phon. Lo accende e prova ad asciugarmi i pantaloni.
«Argh!»
Mi scotto.

Mi tolgo pantaloni e mutande e comincio a saltellare. Lei prende i miei vestiti e continua ad asciugarli.
Io vado in bagno, esco nudo e già duro.

Lei ride.
«Che casino che abbiamo fatto!»
Rido anch’io.
«Sei bravissima a fare finta di niente.»
«Anche tu», risponde.

«Spogliati.»

Lei resta ferma. Poi mi ridà le mutande e i pantaloni.
«La lezione è finita.»

Non insisto.

Fuori di casa apro l’app e le scrivo:
«Per domani ti invito a casa mia. Ti insegno a suonare il flauto.»

«Ok», risponde.

Allora suono di nuovo il campanello.
Mi apre. Di nuovo nuda.
«Ok. Vediamo bene questo flauto. Entra.»
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