Io e mia mamma

scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 6 min

di
genere
incesti
cura
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Correvano i primi anni del 2000. Ero un adolescente come tanti, infatuato di sua madre, del suo meraviglioso seno 4^ piena e soda, dei suoi fianchi stretti, del suo culo prominente. A differenza degli altri adolescenti, la mia attrazione per lei, anziché cessare crebbe e mi ritrovai, giovane 18enne, a farle una corte serrata, senza, tuttavia, trovare il coraggio di dichiararmi del tutto. Lei continuava a trattarmi con affetto, coccolandomi senza mai uscire da quelli che erano stati i confini del nostro rapporto da sempre. Poi tutto cambiò! Mi presentai, una sera, con un mazzo di fiori per lei, papà non c’era, partito per una battuta di caccia con i suoi amici tra i boschi della Slovenia. Lei prese i fiori, ringraziandomi senza entusiasmo, li sistemò in un vaso, come era solita fare, con movimenti quasi lenti, sicuri. Poi, tornò da me con il suo passo felpato, di quando era a casa.
“Tesoro, sono una donna semplice, ma non sprovveduta. Non sono diventata la professionista che sono per grazia ricevuta ed ho imparato a leggere tra le righe di quello che si scrive, che si dice o che si fa. Non mi guardi più come la tua mamma e questo è un fatto ormai da anni. Ma ora sei entrato in una fase più… Matura? Chiamiamola così: una fase che vorrebbe un’evoluzione verso qualcosa di impuro, forse di innaturale…”
“Impuro? Innaturale??? Ma di cosa parli?”
“Del fatto che tu voglia una relazione con me, in parole povere che tu mi voglia scopare?”
“E cosa ci sarebbe di impuro e di innaturale?”
Lei sorrise, come era solita fare quando aveva le carte buone in mano.
“Cominciamo dal fatto che tra me e te corrono 25 anni, che non sono pochi. Ma questo non sarebbe un problema: non ho mai pensato che ci fosse un limite d’età per volersi bene. Ma si dà il fatto che tu sia mio figlio: ti sfugge che io sia tua mamma?”
“Non mi sfugge il fatto che sei la donna che amo!” dissi d’un fiato, tenendo il capo abbassato.
“Capisco la tua infatuazione, ma vedrai che passerà, tesoro!” mi passò la mano tra i capelli, come sempre, come da quando ero un bambino e si allontanò, lasciandomi come un cane bastonato.
Quella discussione, quel confronto che avrebbe dovuto spegnere ogni mia velleità diventò, invece, il motivo che mi spinse ad assumere nei suoi confronti un controllo serrato: spiavo il suo cellulare, i km sulla sua macchina, controllavo i cambiamenti sul suo modo di vestire: da sobrio e quasi monacale quando papà era a casa, a decisamente audace, se non provocatorio durante le sue assenze. Insomma ero diventato uno stalker… ma senza che lei se ne accorgesse. La seguivo incessantemente, armato della mia videocamera compatta, una Panasonic, di quelle con le mini VHS, tecnologia metà anni ’90. Si muoveva liberamente, senza accorgersi della mia furtiva presenza, sfruttando le lunghe assenze di mio padre, molto più attento a curare i suoi interessi e le sue amicizie, che a lei. Libera fino a poter essere infedele. Continuando a seguire ogni suo spostamento, la sorpresi, un giorno, nel tardo pomeriggio, con l’auto parcheggiata in strada, nei pressi di una macelleria dove lavorava con il padre un ragazzo che conoscevo bene, di solo un anno più grande di me: Daniele. Attese che arrivasse l’ora di chiusura: osservò il padre uscire e raccomandare al figlio di chiudere bene tutto, prima di andare via. Lasciò che l’auto di lui si allontanasse, per poi correre dentro e la saracinesca si abbassasse alle sue spalle. Daniele non perse tempo: le si avvinghiò come una piovra, mettendole la lingua in bocca, senza che lei opponesse nessuna resistenza. Poi la prese per mano e la condusse nel retrobottega. Imprecai, pensando di non poter più vedere nulla, ma, girando intorno all’edificio, notai che la serranda posteriore lasciava un piccolo spiraglio, abbastanza grande per sbirciare e far sbirciare la mia Panasonic. l preliminari furono brevi, poi lui la mise sul tavolaccio d’acciaio, quello che usavano per squartare gli animali, le alzò la gonna e le sfilò il perizoma. Senza tanti convenevoli, la penetrò, incurante delle unghia di lei che gli si conficcavano nella pelle. Lei lo incitava a sfondarla, neanche fosse l’ultima delle baldracche. Non era certo la posizione più comoda, ma vedevo mia mamma trasfigurare in preda nell’orgasmo, attraverso il piccolo schermo della telecamera, che a fatica riuscivo a tenere puntata in quel pertugio lasciato aperto. Pensavo che avrei provato rabbia e gelosia, invece mi stavo eccitando da morire, con il cazzo che mi scoppiava nei pantaloni. Mia madre glielo prese in bocca e lui, con una mossa rapida e con una forza mostruosa , la capovolse, portandosi le cosce di lei intorno al collo. Sapevo cos’era un 69, ma non pensavo mai che si riuscisse a farlo in verticale. Invece, era proprio quello che si offriva ai miei occhi. Naturalmente durò poco: lui la fece mettere con gli avambracci sul tavolo, piegata a 90 gradi, con le gambe leggermente divaricate. La penetrò nella fica e, per alcuni minuti, continuò a scoparla così. Poi, lo vidi tirare fuori il cazzo e posizionarlo al buco del culo: era un bel cazzo, anche se più piccolo del mio e, pensai, non sarebbe riuscito ad incularla. Invece, le scivolò dentro senza nessuna difficoltà, mentre il volto di lei, le sue parole, i suoi gemiti lasciavano intuire quanto gradisse. Stavo realizzando che mia madre era una grande zoccola ed io non lo avevo mai capito. Ma stavo anche realizzando di quanto mi piacesse guardarla scopare e godere: il mio cazzo lanciava chiari messaggi, ma io volevo godermi quello spettacolo fino alla fine. Fu così che, dopo una mezz’ora abbondante, mi accorsi che Daniele era ormai arrivato alla fine: lei si inginocchiò di fronte a lui e lasciò che le sputasse addosso tutta la sborra che aveva. Il viso di mia madre era una maschera di sperma, una stupenda maschera di sperma. Ma era arrivato il momento di andare via, per non farmi sorprendere. Inforcai il mio scooter e corsi verso casa, pensando a come avrei accolto mia madre.
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